Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Rosa L. sul debito

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Una lezione di Rosa Luxemburg sui “debiti odiosi”

 

Per capire come i prestiti internazionali sono stati usati per ridurre in schiavitù un paese, basterebbe guardare il meccanismo dell’indebitamento dell’Argentina sotto il regime militare, ma ho scelto un testo chiarissimo di Rosa Luxemburg tratto dal suo bellissimo libro del 1913 L’accumulazione del Capitale, di cui inserirò a breve la scannerizzazione dell’intero capitolo trenta sui prestiti internazionali. Intanto questa anticipazione offre spunti per capire la logica della grande finanza internazionale, che non è nata ieri, e fa capitale delle esperienze passate, a differenza della maggioranza del movimento operaio, che negli ultimi decenni ha dimenticato la sua memoria storica…

(a.m. 7/12/11)

 

Da: LE CONDIZIONI STORICHE DELL' ACCUMULAZIONE

Cap. XXX. I PRESTITI INTERNAZIONALI (pp. 429-440)

 

[…]

Chi sono, dunque, questi nuovi consumatori? Chi paga in ultima istanza i prestiti esteri e realizza il plusvalore delle imprese capitalistiche con essi fondate? La classica risposta a questa domanda è data dalla storia dei prestiti internazionali in Egitto.

Tre serie di fatti strettamente connessi caratterizzano la storia interna dell'Egitto, nella seconda metà del secolo XIX: investimenti in grande stile di capitali, aumento vertiginoso del debito pubblico, sfacelo dell'economia contadina: In Egitto esisteva fino a tempi a noi vicini il lavoro servile e, quanto ai rapporti di proprietà del suolo, balì e khedivè vi esercitavano la più spregiudicata e incontrollata politica di violenza. Ma dovevano essere appunto questi rapporti sociali ed economici primitivi a offrire un terreno straordinariamente fertile alle operazioni del capitale europeo. Dal punto di vista economico,non si trattava dapprima che di creare le condizioni dell'economia monetaria: e a questo pensò lo Stato con l'impiego diretto della forza. Mohammed

Ali, creatore del moderno Egitto, applicò a tal uopo, fin verso il 1840, un metodo di una semplicità patriarcale: quello di far «comprare» dallo Stato ai fellahin l'intero raccolto annuo, per vendere poi loro a prezzi maggiorati il minimo necessario per la loro esistenza e per le semine. Inoltre, importò cotone dall'India, canna da zucchero dall'America, indaco e pepe, e prescrisse ufficialmente ai contadini la quantità da coltivare di ciascuna di queste piante (il cotone e l'indaco vennero poi dichiarati monopolio del governo e perciò venduti solo a questo, che a sua volta li rivendeva).

Con tali metodi fu introdotto in Egitto il commercio. Mohammed Ali provvide però anche ad aumentare la produttività del lavoro: rimise in funzione vecchi canali, fece scavare pozzi, iniziò, soprattutto, la grandiosa diga sul Nilo a Kaliub, che apri la serie delle grandi imprese capitalistiche in Egitto. Più tardi, queste si estesero a quattro grandi settori: l'irrigazione, dove occupa il primo posto la diga di Kaliub, costruita fra il 1845 e il 1853, e che, oltre al lavoro servile non pagato, inghiottì 50 milioni di marchi - per poi dimostrarsi, in un primo tempo, inservibile -; le vie di comunicazione, fra le quali l'opera più importante e fatale per i destini dell'Egitto fu il canale di Suez; la coltivazione del cotone; la produzione dello zucchèro. Con la costruzione del canale:di Suez, l'Egitto aveva già infilato la testa nel cappio della finanza europea, dal quale non doveva mai più liberarsi. Si mosse per primo il capitale francese, al quale seguì, subito dopo il capitale britannico; e la lotta di concorrenza tra i due gruppi s'intreccia nel groviglio delle vicende interne dell'Egitto per tutto il successivo ventennio. Le operazioni del capitale francese, cui si deve la costruzione sia della inservibile diga sul Nilo sia del canale di Suez, furono forse i più caratteristici esempi di accumulazione del capitale europeo a spese di rapporti economico-sociali primitivi.

Per il beneficio dell'apertura del canale, che doveva distogliere dall'Egitto il commercio Europa-Asia e privare perciò il primo di una sostanziale partecipazione ai suoi utili, il paese s'impegnò prima di tutto a fornire a titolo gratuito il lavoro servile di 20 mila contadini comandati all'anno, poi a rilevare il 40% del capitale azionario complessivo della Compagnia di Suez.

Fu questa la base del gigantesco debito pubblico egiziano, che doveva aver per conseguenza vent'anni dopo l'occupazione militare da parte dell'Inghilterra. Le opere irrigue aprirono la via ad un'improvvisa trasformazione economica: i tradizionali sakien, cioè le macchine idrauliche azionate da buoi, di cui nel solo Delta ben 50 mila erano in moto per sette mesi dell'anno, furono sostituiti in parte da enormi pompe a vapore,mentre moderni battelli provvedevano al traffico sul Nilo fra il Cairo e Assuan.

Ma il più profondo sconvolgimento dei rapporti economici egiziani fu provocato dalla coltivazione del cotone. Infatti, in seguito alla guerra di secessione americana e alla fame cotoniera inglese, che avevano fatto enormemente salire il prezzo della fibra, anche l'Egitto fu preso dalla febbre della coltivazione del cotone. Tutti si misero a piantar cotone, a cominciare dalla famiglia vicereale: furti di terre in grande stile, confische, «acquisti» forzati o semplici rapine ingrossarono rapidamente in misura enorme i possedimenti terrieri del vicerè. Numerosi villaggi si trasformarono di colpo in proprietà privata regia senza che nessuno sapesse darne la giustificazione legale, e questo poderoso complesso di terre fu destinato al rapido impianto di piantagioni cotoniere.

Ma ciò significava capovolgere l'intera tecnica della tradizionale agricoltura egiziana. La costruzione di dighe per proteggere i campi di cotone dalle regolari piene del Nilo, un'abbondante e pianificata irrigazione artificiale del suolo, un'aratura profonda e continua, sconosciuta al fellah col suo aratro del tempo dei faraoni, infine un lavoro intensivo al tempo del raccolto, tutto ciò impose alle forze-lavoro egiziane una tensione estrema. Ma queste forze-lavoro erano costituite dallo stesso contadiname servile di cui lo Stato poteva legalmente disporre in misura illimitata. I fellahin, che già erano stati costretti a lavorare come servi alla costruzione della diga di Kàliub, furono perciò mobilitati alla costruzione di argini, allo scavo di canali, alla piantagione di cotone sulle proprietà vicereali. Il khedivè aveva ora bisogno per i suoi poderi dei 20 mila schiavi che aveva messo a disposizione della Compagnia di Suez, e fu questa la prima scintilla del conflitto col capitale francese: L'arbitrato di Napoleone III assegnò alla Compagnia un lauto indennizzo, che il khedivè poté accettare tanto più di buon animo, in quanto se ne sarebbe facilmente rivalso sugli stessi fellahin la cui forza-lavoro era stata all'origine del conflitto.

Si passò poi alle opere irrigue, per le quali furono importate dall'Inghilterra e dalla Francia quantità enormi di macchine a vapore, pompe centrifughe e locomobili; centinaia e centinaia di queste emigrarono dalla Gran Bretagna ad Alessandria,e di qui furono trasportate per battello, su barche e a dorso di cammello,in tutti i punti del paese. Infine, occorrevano aratri a vapore, tanto più che nel 1864 un'epidemia aveva decimato il bestiame. Anche queste macchine provenivano dall'Inghilterra: la ditta Fowler fu di colpo enormemente ampliata per soddisfare le particolari esigenze deI khedivè a spese dell'Egitto.

Un terzo tipo di macchina di cui l'Egitto senti improvviso bisogno furono gli apparecchi per la sgranatura del cotone e le presse per il suo imballaggio. Impianti sorsero a decine nelle piccole città del Delta. Sagasig,Tanta, Samanud e altri centri cominciarono a fumare come città industriali inglesi. Grandi patrimoni affluirono nelle banche di Alessandria e del Cairo. Il crak della speculazione cotoniera seguì 1'anno dopo, quando, per effetto della conclusione della pace negli Stati Uniti, il prezzo del cotone cadde in pochi giorni da 27 pence la libbra a 15, 12 e infine 6 pence. L'anno successivo Ismail Pascià si lanciò in una nuova speculazione: la produzione di zucchero da canna. Si trattava di far concorrenza agli stati meridionali dell'Unione americana, che avevano perduto i loro schiavi, col lavoro servile dei fellahin egiziani.

Per la seconda volta l'agricoltura egiziana fu rivoluzionata, e capitalisti inglesi e francesi vi trovarono un nuovo campo di rapidissima accumulazione. Nel 1868 e 1869 furono ordinati 18 giganteschi zuccherifici della capacità di 200 mila chili al giorno ciascuno, cioè di una capacità quadrupla rispetto agli impianti fin allora conosciuti. Sei di questi furono ordinati in Inghilterra, dodici in Francia, ma, in seguito alla guerra franco-tedesca,la maggior parte degli ordini finì in Inghilterra. Ogni 10 chilometri lungo il Nilo doveva sorgerne uno come punto centrale di un distretto di10 chilometri quadrati che doveva fornirgli la canna (il fabbisogno giornaliero delle fabbriche a pieno rendimento era di 2 mila tonnellate ciascuna). Mentre cento vecchi aratri a vapore del «periodo del cotone» giacevano qua e là a pezzi, cento nuovi ne erano ordinati per la coltivazione della canna da zucchero. Migliaia e migliaia di fellahin furono trasportati nelle piantagioni, mentre altre migliaia erano mobilitati per la costruzione del canale Ibrahimiya. Ben presto sorse il problema dei trasporti: per trasferire le masse di canne alle fabbriche si dovette provvedere a tamburo battente ad una rete di ferrovie, di binari trasportabili, di teleferiche, di locomotive. Anche queste poderose ordinazioni furono monopolizzate dal capitale inglese. Nel 1872 fu aperta la prima fabbrica gigante. Ai trasporti provvedevano, provvisoriamente, quattromila cammelli. Ma la fornitura della quantità necessaria di canna da zucchero si dimostrò impossibile. La maestranza era incapace;non si poteva pretendere di trasformare di colpo, a staffilate, in moderni lavoratori industriali i servi della gleba. L'impresa falli, molte macchine ordinate non furono mai poste in esercizio. Con la speculazione dello zucchero si chiude nel 1873 il periodo delle grandi imprese capitalistiche dell'Egitto.

Chi fornì i capitali per queste imprese? I prestiti esteri. Fu Said Pascià, un anno prima della morte (1863), ad accettare il primo prestito, che ammontava nominalmente a 66 milioni di marchi ma in realtà, dedotte le provvigioni, ecc., a 50 milioni. Lo lasciò in eredità, insieme col trattato di Suez che accollava all'Egitto un onere di 340 milioni di marchi, a Ismail. Nel I864, Ismail contrasse il suo primo prestito di nominali 114 milioni al 7%, al netto 97 milioni all'8,25%. Questa somma fu consumata in un anno, 67milioni dalla Compagnia di Suez a titolo di indennizzo e il resto nei gorghi dell'episodio cotoniero. Nel I865 la Banca Anglo-Egiziana provvide al primo dei cosiddetti prestiti-Daira, a cui le proprietà private del khedivè servirono di garanzia: 68 milioni nominali al 9%, 50 milioni reali al 12%.

Seguono nel I866 un prestito di 60 milioni nominali (52 milioni al netto) forniti da Frühling e Göschen, nel 1867 un altro prestito della Banca Ottomana di 40 milioni nominali (34 netti). Il debito fluttuante oscillava allora sui 600  milioni: per consolidarne una parte fu lanciato nel 1868 un grosso prestito di 238 milioni nominali al 7 %, al netto 142 milioni al 13,5%, intermediaria la Banca Oppenheim. Così, la fastosa cerimonia dell'apertura del canale di Suez poteva essere celebrata alla presenza del fior fiore della finanza e dell'aristocrazia europea e con un pazzesco sciupio di ricchezze,mentre il sultano turco era tacitato con 20 milioni. Nel I870 la ditta Bischoffsheim e Goldschmidt forniva un nuovo prestito per l'ammontare nominale di 142 milioni al 7%,pari a 100 milioni reali al I3%, che servì a coprire le spese dell'episodio zuccheriero. Nel 1872 e 1873 si hanno due prestiti Oppenheim, uno piccolo di 80 milioni al 14% e uno grande di 640 milioni nominali all'8%, ridotti a 220 milioni utilizzati per metà alla riduzione del debito fluttuante.

Nel 1874 si fa il tentativo di lancio di un nuovo prestito su garanzia terriera (1000 milioni di marchi contro rendita annua del 9%) che frutta solo 68 milioni. I titoli egiziani erano quotati allora al 54% del loro valore nominale. Dalla morte di Said Pascià il debito pubblico complessivo era salito in 13 anni da 3.293.000 sterline a 94.110.000. Si era alla vigilia del crollo.

 

A prima vista, queste operazioni sembrano il colmo della follia. Un prestito segue l'altro, gli interessi di vecchi debiti sono coperti da nuovi prestiti, gigantesche ordinazioni all'industria inglese e francese sono pagate con capitali presi a prestito a inglesi e francesi.

In realtà, pur fra le generali scrollate di capo e i singhiozzi di tutta Europa sul malgoverno di Ismail, il capitale europeo fece in Egitto favolosi, incredibili affari, una ripetizione moderna delle bibliche vacche grasse nel corso storico mondiale del capitalismo.

Anzitutto, ogni prestito rappresentava una speculazione, in cui da un quinto a un terzo e più della somma nominalmente prestata rimaneva appiccicata alle mani dei banchieri europei. Gli interessi usurari dovevano comunque, bene o male,esser pagati: da dove veniva il denaro a tale scopo?

La loro sorgente doveva trovarsi nello stesso Egitto, e questa sorgente erano i fellahin, i contadini egiziani. Furono questi, in ultima analisi, a fornire gli elementi essenziali delle grandiose imprese capitalistiche: la terra in primo luogo, giacché i possedimenti privati del khedivè, in brevissimo tempo gonfiatisi a dismisura e costituenti la base dei piani di irrigazione e delle speculazioni sul cotone e sullo zucchero, erano stati costituiti mediante la rapina e la violenza con le terre di infiniti villaggi contadini; la forza-lavoro in secondo luogo, che i contadini offrirono gratis e quindi a spese dell'economia agricola, e che fu la base dei miracoli tecnici creati da ingegneri europei e da macchine europee nelle opere irrigue, nei mezzi di comunicazione, nell'agricoltura e nell'industria dell'Egitto.

Nella costruzione della diga sul Nilo a Kaliub come del canale di Suez, delle ferrovie come degli argini, nelle piantagioni di cotone come negli zuccherifici, lavorarono legioni e legioni di servi della gleba,che secondo il bisogno erano spostati dall'uno all'altro lavoro e sottoposti al più feroce sfruttamento. E se, da una parte, al loro impiego ai fini del capitalismo moderno dovevano opporsi limiti tecnici insormontabili, dall'altra questo svantaggio era però largamente compensato dall'illimitato controllo sulle masse, dalla durata dello sfruttamento, dalle condizioni di vita e di lavoro della mano d'opera, di cui il capitale disponeva.

Ma l'economia contadina fornì non soltanto terra e forza-lavoro; fornì anche denaro. Servì a questo scopo il sistema fiscale che, sotto la pressione dell'economia capitalistica, applicò le manette ai fellahin. L'imposta fondiaria sulle proprietà contadine salì fino a raggiungere verso il 1870 l'equivalente di 55 marchi per ettaro, mentre la grande proprietà terriera non ne pagava che 18 e i possedimenti privati della famiglia regnante ne erano esenti. Vi si aggiunsero contributi straordinari, per esempio ai fini della manutenzione delle opere irrigue e perciò a quasi esclusivo vantaggio delle proprietà vicereali: l'equivalente di 2,50 marchi per ettaro.

[…]

Nell'Alto Egitto i villaggi cominciarono a spopolarsi, le capanne furono demolite, i campi furono lasciati incolti, per sfuggire alle imposte. Nel 1876 la tassa sui datteri fu aumentata di 50 pfennig. Interi villaggi si diedero ad abbattere le piante e fu necessario l'intervento della truppa per metter fine alla loro distruzione. Nel 1879 si calcola che 10 mila fellahin a monte di Siut morissero di fame avendo ammazzato il bestiame per non pagare l'imposta su di esso prelevata.

Al fellah era stata  succhiata l'ultima goccia di sangue. Lo Stato egiziano aveva esaurito la sua funzione di sanguisuga al servizio del capitale europeo; era perciò divenuto superfluo. Il khedivè Ismail fu licenziato: il capitale poteva procedere alla liquidazione.

Nel 1875, l'Inghilterra aveva acquistato 172 mila azioni del canale di Suez, per le quali l'Egitto deve ancora pagarle 394.000 sterline egiziane d'interessi. A questo punto, entrano in campo le commissioni inglesi per il «risanamento» delle finanze dell'Egitto. È significativo che, per nulla spaventato delle condizioni disastrose del paese, il capitale europeo si offra di «salvarlo» offrendogli nuovi giganteschi prestiti.

A consolidamento di tutti i debiti, Cowe e Stokes proclamano la necessità di un nuovo prestito di 1520 milioni di marchi al 7%, Rivers Wilson di un prestito di 2.060 milioni. Il Crédit Foncier acquista milioni di tratte, e cerca di consolidare l'intero debito con un prestito di 1.820 milioni di marchi, tentativo che tuttavia fallisce. Ma quanto più disperata e insolubile diventa la situazione finanziaria, tanto più si avvicina il momento in cui l'intero paese con le sue forze produttive dovrà cadere nelle grinfie del capitale europeo. Nell'ottobre 1878, i rappresentanti dei creditori europei sbarcano ad Alessandria. Si istituisce un controllo a due (inglese e francese) delle finanze statali, ed è in suo nome che si levano nuovi balzelli e i contadini sono spremuti e fustigati, finché gli interessi, il cui servizio era stato sospeso nel 1876, ricominciano ad essere corrisposti. A questo punto i diritti e le pretese del capitale europeo diventano il centro di gravità della vita economica, la preoccupazione dominante del sistema finanziario egiziano. Nel 1878 viene creato, oltre ad una nuova commissione, un ministero semieuropeo: nel 1879 le finanze egiziane passano sotto il controllo permanente del capitale europeo nella persona della Commission de la Dette Publique Egyptienne con sede al Cairo. Nel 1878 le proprietà della famiglia vicereale (431 mila acri) vengono trasformate in demanio pubblico e date in garanzia a creditori europei: la stessa fine fanno i fondi Daira, proprietà personale del khedivè, situati perlopiù nell'Alto Egitto e abbraccianti 485.131 acri, che poi sono venduti ad un consorzio, mentre una gran parte delle altre terre cade nelle grinfie di società capitalistiche, soprattutto della Compagnia del Canale di Suez, e le terre delle moschee e delle scuole vengono confiscate dagli inglesi a compenso delle spese di occupazione. Una rivolta dell'esercito egiziano, ridotto alla fame dal controllo finanziario europeo mentre i funzionari europei incassano favolosi stipendi, e una rivolta provocata ad arte delle masse stremate di Alessandria, offrono il tanto atteso pretesto a un colpo decisivo. Nel 1882 truppe inglesi sbarcano in Egitto, per non lasciarlo più e suggellare con la sottomissione del paese la serie di grandiose imprese capitalistiche negli ultimi vent'anni e la liquidazione dell'economia contadina ad opera del capitale europeo.

[…]

In questo impetuoso sviluppo economico realizzato con l'aiuto del capitale europeo, l'Egitto è divenuto proprietà di quest'ultimo. Come in Cina e più di recente in Marocco, in Egitto è così apparso in piena luce come, dietro i prestiti internazionali, la costruzione delle ferrovie, le irrigazioni e simili opere civili, stia in agguato la lunga mano dell'accumulazione del capitale, il militarismo.

[…]

 

L’intero capitolo è stato già inserito in PDF nella sezione Materiali per l’autoformazione, cliccare qui

(a.m. 7/12/11)



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