Movimento Operaio

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Cremaschi: far cadere Monti

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Cremaschi: far cadere il governo Monti

Mentre la CGIL è inchiodata dalla sua politica precedente, e dalla contraddizione tra la sua proposta (no alle trattative separate, quindi unità con CISL e UIL, che continuano il loro eterno gioco di sponda con padroni e governi), per fortuna un dirigente storico della FIOM, anche se non tutta la FIOM, da un’indicazione ben diversa. Lo riporto integralmente, con alcune mie osservazioni aggiuntive.

Basta con le chiacchiere. Lottiamo per far cadere il governo Monti 

di Giorgio Cremaschi


Per far del bene ai giovani il governo ha deciso che si dovrà lavorare fino a 70 anni. Saranno proprio i giovani a vedere allungata in maniera così stupida e barbara la loro vita lavorativa prima della pensione, perché proprio per essi varrà di più il meccanismo di penalizzazioni e compensazioni che costringerà chi ha lavoro, se ha la fortuna di conservarlo e di restare in salute, di restarvi fino a tarda età.

Allo stesso modo ora, sul mercato del lavoro, si vuol fare altrettanto bene sempre ai giovani. Si propone, ci par di capire, un contratto a tempo indeterminato che abbia però un lunghissimo periodo di prova, da tre anni in su, durante il quale sia libera la possibilità di licenziare per il padrone. A parte la stupidità di un provvedimento che vuole favorire l’occupazione con più facilità di licenziamento. A parte il fatto che l’essenza della precarietà è proprio il ricatto permanente sul posto di lavoro, che qui viene formalizzato nel periodo di prova infinito. A parte il fatto, insomma, che questo contratto è semplicemente il cavallo di Troia attraverso il quale passa la demolizione dell’articolo 18 per tutti i lavoratori; così come si è esteso a tutti i lavoratori il contributivo sulle pensioni, dopo che inizialmente lo si era affibbiato solo ai più giovani. A parte tutto questo, la malafede dell’operazione sta nel fatto che questo contratto “nuovo” si aggiunge semplicemente agli altri precari già esistenti, non ne cancella neanche uno. Sostanzialmente avremmo quindi il 46esimo contratto precario, dopo i 45 già definiti dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi. Anche qui, dunque, per favorire i giovani, li si colpisce e se ne aumenta la precarietà.

 Il governo Monti, d’altra parte, ha un mandato preciso, che non è quello del parlamento italiano e neanche quello del Presidente della Repubblica, il quale dovrebbe ricordare che l’Italia non è una repubblica presidenziale.

Il mandato di Monti nasce prima di tutto da due privati cittadini, che in virtù del potere della Banca centrale europea, si sono permessi di indicare il 5 agosto 2011 ai governi italiani, tutti, cosa dovrebbero fare. Tra i tanti appunti della lettera Draghi-Trichet è bene ricordare quello che recita: “dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti…”.

Nessuno faccia il furbo, quindi. Davvero non ne possiamo più di piccoli imbrogli e ipocrisie. Il governo Monti deve portare in Europa lo scalpo dell’articolo 18, o almeno un pezzetto di esso. Questo per rendere il lavoro sempre più flessibile e precario, anche con la distruzione del contratto nazionale, anch’essa chiesta dalla Bce e praticata da Marchionne. La linea di politica economia reazionaria dell’attuale governo è in piena continuità con quella del governo precedente. Anche nelle procedure e nel linguaggio, visto che Monti, come Berlusconi, rifiuta la concertazione da destra e propone un vuoto dialogo sociale, che nella sostanza serve solo ad autorizzare il governo a fare quello che vuole.

Sulle pensioni il sindacato confederale italiano ha subito una sconfitta drammatica. E’ la prima volta, nella storia del nostro paese, che si fa una controriforma del sistema previdenziale di tale portata e contro tutto il sindacalismo confederale. E’ chiaro che questo è voluto. Il governo Monti deve dimostrare all’Europa delle banche che prende a calci nel sedere i sindacati, sperando che così lo spread cali.

L’epoca delle chiacchiere è finita, anche per il sindacato. E’ inutile piangere, è inutile lamentarsi. Monti è lì solo per fare quel massacro sociale che a Berlusconi non sarebbe riuscito per la scarsa credibilità accumulata. Allora, visto che ci trattano come i greci, bisogna fare come in Grecia: scioperare e lottare esplicitamente contro questo governo, con l’obiettivo di farlo cadere. Tanto lo spread va comunque per conto suo, nonostante i nostri drammatici sacrifici.  

Giorgio Cremaschi

Appendice
Contratto unico o Inganno unico? 5 domande per sfatare un mito
A cura di: 
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Il lavoro, nel nostro Paese, periodicamente diviene oggetto di campagne ideologiche, non certo prive di fini strumentali. Dieci anni fa tutti saremmo dovuti diventare imprenditori di noi stessi, con il potere di contrattare individualmente le migliori condizioni, finalmente “liberi” da qualsiasi vincolo o protezione.

Così non è andata: le tante tipologie contrattuali, individuali, prive di tutele hanno prodotto lo sfruttamento e la subalternità di un’intera generazione. Molte indagini ci dicono come la precarietà abbia ridotto la produttività e il suo unico effetto, oltre a non aver favorito l’occupazione giovanile, sia stato quello di eliminare diritti e protezioni sociali per risparmiare sul costo del lavoro.

A fronte di ciò, oggi, dovremmo aprire un dibattito molto pragmatico su come estendere le tutele, contrastare gli abusi e l’effetto dumping sui costi, causa di una spirale che distorce il mercato.

Invece parliamo dell’abolizione dell’art.18, quello che secondo gli estensori delle proposte di legge sul contratto unico sembra essere il totem da abbattere. Ma a cosa c’è dietro il mito del contratto unico? Alcune domande per chiarire le idee.

1) E’ veramente unico?

La proposta di legge presentata dal Sen. Ichino non abolisce le altre tipologie di lavoro, ma si limita ad introdurne una nuova, che le aziende possono liberamente adottare per i nuovi assunti o per i vecchi con specifici accordi sindacali. In sostanza si tratta di una opportunità in più per le imprese, senza alcuna soluzione certa per milioni di precari. La proposta di legge ispirata a Boeri-Garibaldi, invece, si applica a tutti quale forma di ingresso al lavoro, ma interviene parzialmente sulla selva di contratti vigenti, introducendo soltanto alcuni criteri per limitare il contratto a termine e il lavoro autonomo. E l’apprendistato? Il lavoro a chiamata? Lo staff leasing? I voucher?
In entrambi i casi, sia pure in modo diverso, stiamo parlando di una nuova disciplina che si assomma alle precedenti senza effettuare un vero e proprio riordino delle tipologie in ragione della loro funzione.

2) Il contratto unico è efficace per rispondere alla complessità di situazioni?

Le proposte di legge in questione, pur non riordinando il sistema, introducono criteri per disciplinare il campo di applicazione del contratto unico e contrastare l’abuso del lavoro autonomo. In particolare è definito dipendente chi riceve più due terzi del proprio reddito dal medesimo committente. Questa soluzione rischia di essere insufficiente: l’area dell’elusione è tale da provocare sempre più l’utilizzo parziale o per brevi periodi di finti lavoratori autonomi impiegati in mansioni tipiche del lavoro dipendente, che dovrebbero semplicemente essere escluse.

Inoltre in questo modo non si salvaguarda i professionisti a partita iva che hanno due o più committenti e si vedono imporre dalle imprese condizioni e compensi inadeguati, funzionali ad avere prestazioni qualificate a basso costo.

3) Se il contratto unico non sembra risolvere il problema complesso delle tante tipologie contrattuali allora perché è diventato una bandiera?

L’impressione è che si voglia utilizzare una soluzione monolitica per sbarazzarsi di qualcos’altro. Ovvero dell’art. 18 come merce di scambio per accreditare una “supposta” nuova stabilità. Infatti, la proposta di legge del Sen. Ichino abolisce per tutti, nel nuovo regime, il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, mentre il progetto di legge ispirato a Boeri-Garibaldi lo abolisce per i primi tre anni. Se però, almeno in quest’ultimo caso, l’obiettivo è disciplinare la fase di ingresso perché chiamare in causa proprio l’art.18? Non sarebbe più interessante rilanciare veramente l’apprendistato come proposto nel progetto di legge sul “contratto unico di formazione”? Viene il sospetto che tutto questo sia un pretesto.

4) L’art. 18 disincentiva veramente le assunzioni?

La stessa Ocse ha dovuto ammettere che non ci sono analisi econometriche in grado di suffragare l’idea che la rigidità in uscita scoraggi le nuove assunzioni, piuttosto possiamo affermare che nel nostro Paese le esigenze di ristrutturazione aziendale sono già ampiamente tutelate con la cassa integrazione e le procedure di licenziamento collettivo. Infine per favorire la competitività è necessario dotare di infrastrutture immateriali il nostro Paese, poiché, come noto, la flessibilità risiede nella capacità di innovare rapidamente i processi produttivi. Ormai abbiamo sufficienti prove per dire che non si rilancia l’economia riducendo i diritti.

L’art. 18 è, invece, una tutela concreta e importante: un deterrente per evitare ricattabilità e discriminazioni e garantire ad ognuno le libertà sindacali e i diritti di cittadinanza sul posto di lavoro.

5) Ma è vero che il mercato del lavoro è duale, ovvero ci sono i super garantiti e i non garantiti?

Questo è un falso mito, ancora più ignobile in una fase di crisi dove purtroppo i licenziamenti sono all’ordine del giorno.
Chi lo sostiene infatti dovrebbe spiegarci se una lavoratrice a tempo indeterminato di una ditta di pulizie il cui destino salariale e lavorativo cambia al cambiare dell’appalto va incasellata tra i garantiti oppure no. E così un lavoratore in cassa integrazione o con un part time involontario che guadagna 500 euro al mese.

Il nostro è casomai un mercato del lavoro “liquido” dove si sono affermate condizioni sempre più frammentate: mentre le protezioni venivano negate a chi doveva entrare, progressivamente si assottigliavano per tutti, secondo una logica di rincorsa alla riduzione del costo e di spostamento del rischio di impresa sul lavoratore.

In conclusione, per riformare il sistema non esiste una bacchetta magica, servono interventi coerenti.

I giovani devono poter accedere al lavoro con un contratto vero, che abbia pieni diritti, formazione e tempi certi di conferma. Devono essere cancellate tutte le forme di lavoro più precarizzanti e ridotte le tipologie disponibili, secondo il principio per cui ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile.

La normativa sul lavoro parasubordinato deve essere completamente rivista eliminando gli abusi e rendendo più costose queste tipologie. Contemporaneamente devono essere riattivati i controlli dei servizi ispettivi.

Infine nessuna prestazione, anche se esercitata in forma autonoma, può esser pagata meno di quanto stabilito nei contratti nazionali di lavoro, anzi il lavoro discontinuo deve esser pagato di più e vanno garantite a tutti le tutele fondamentali: malattia, maternità/paternità, continuità di reddito.

Vogliamo risposte serie e concrete e soprattutto siamo stanchi di essere sempre e comunque utilizzati strumentalmente, per poi puntualmente sentirci dire che dobbiamo essere noi giovani le cavie di un “nuovo” mercato del lavoro che vede svanire i diritti e rende strutturale la condizione di precarietà.

 Alcune considerazioni sull’irrigidimento del governo Monti 

Le menzogne di Monti e l’accecamento del PD

Dalle intoccabili spese militari (gestite e difese con le unghie, come sempre, dall’ammiraglio Di Paola, in armonia col suo ruolo storico di Direttore Nazionale degli Armamenti e Capo di Stato Maggiore della Difesa sotto tanti diversi governi) alla totale continuità con il governo Berlusconi sulla questione lavoro, bisogna essere ciechi per continuare a illudersi sul governo Monti. Eppure il PD lo fa: il suo incredibile segretario che quando apre bocca sembra sempre una macchietta di Crozza, quando è stata annunciata la cosiddetta “fase due” ha detto solo: finalmente basta chiacchiere, cose concrete. Concretissime: vere bastonate!

È vero che sulle questioni del lavoro, il PD subisce pressioni durissime da Napolitano, che con una logica e una coerenza degne di miglior causa si riallaccia al “senso di responsabilità” (verso il padronato”) mostrato a suo tempo dalla CGIL col piano del Lavoro di Di Vittorio (stupidamente esaltato per anni anche da gran parte della "Nuova sinistra”), e soprattutto alla partecipazione disciplinata e zelante del PCI ai governi di collaborazione di classe (da Badoglio a De Gasperi) che negli anni 1944-1947 rimisero in piedi l’apparato statale borghese distrutto e frammentato, compresi i suoi organi repressivi (polizia, carabinieri e soprattutto la magistratura fascista salvata da Togliatti da qualsiasi epurazione).

Ma alla Camusso (che è tutt’altro che estremista, ma di questi tempi questo non la salva da attacchi furibondi) viene contrapposto anche l’esempio della CGIL di Luciano Lama, che apparteneva alla stessa area “migliorista” di Napolitano, e che fu decisivo nel preparare la sconfitta epocale alla FIAT nel 1980, e soprattutto nel sabotare il referendum sulla scala mobile voluto da Enrico Berlinguer. Lama era “responsabile”, cioè morbido con i padroni, arrogante con i contestatori studenteschi e soprattutto operai.

Ma non sono le evocazioni dei fantasmi di Togliatti e di Lama a mettere nei guai il PD e la maggioranza moderatissima della CGIL, quanto il fatto che tutte le proposte in discussione nel governo e caldeggiate dai suoi manutengoli Bonanni e Angeletti, sono state formulate da giuslavoristi del PD come Ichino, Boeri o Damiano.

Per giunta Napolitano si è speso subito non solo con i richiami alla storia passata, ma ha indicato con forza la sua “soluzione”, ovviamente condivisa dai peggiori reazionari: ci vogliono gli “ammortizzatori sociali”, cioè gli anestetici e gli antidolore che dovrebbero fare sopportare i tagli. Ad esempio (ed è presentata come una novità ispirata a un “modello danese”) c’è la vecchissima soluzione tentata in passato più volte per togliere di mezzo un lavoratore scomodo: il trasferimento in una sede lontanissima che lo costringa a dimettersi. Ne ho conosciuto diversi casi alla vigilia dell’autunno caldo, falliti perché allora stava crescendo la straordinaria capacità di lotta che caratterizzò quegli anni. Ora viene riproposta come “soluzione” per riassorbire operai messi in mobilità, che perderebbero però tutti i diritti e la retribuzione se rifiutassero un posto inadeguato alle proprie capacità e in una città lontanissima e con affitti alle stelle… Un rimedio che Brunetta aveva proposto per sfoltire gli statali e che effettivamente era già applicato largamente in diversi paesi d’Europa, ma non per questo meno ingiusto e truffaldino.

Se la “resistenza” della CGIL alle pressioni che sta subendo dagli “amici” e agli attacchi forsennati del PDL si riducesse al rifiuto delle tavole separate, è facile vedere quale sarà la linea della capitolazione: basterà evocare lo spirito di quel documento sciagurato firmato il 28 giugno insieme ai sindacati collaborazionisti e alla Confindustria, anzi presentato al popolo da Susanna ed Emma, mano nella mano… Napolitano lo ha già fatto senza ambiguità. È difficile che la maggioranza della CGIL voglia e possa ritirare la sua firma: non ha avuto finora e non avrà il coraggio di dire di aver fatto un grave errore con quella firma.

Né basterà per resistere sostenere che il sistema scelto dal governo Monti-Fornero è in totale ed esplicita continuità con la politica di Sacconi (verissimo, naturalmente…) dato che Sacconi la poteva realizzare solo grazie alla CISL e UIL, alleate di Confindustria e complici del governo Berlusconi. La vera colpa casomai era della CGIL, che non aveva il coraggio di condannare apertamente quelle scelte e di spiegare quali interessi le determinassero.

Così se alla fine il tavolo sarà unico, la CGIL sarà messa all’angolo e obbligata a capitolare ancora una volta. Nessun ricordo di quando aveva saputo mettere a frutto il suo apparente isolamento, come ho ricostruito in Le pensioni e la CGIL .

Oggi la battaglia di fondo è sulla legislazione del lavoro: l’alone di santità diffuso dagli imbecilli del centrosinistra sul governo Monti e il suo ispiratore Napolitano (senza dimenticare Draghi,Trichet e gli altri compari che l’hanno tenuto a battesimo) può rendere più facile una nuova sconfitta che si ripercuoterà anche sulle pur tenaci resistenze operaie, dalla OMSA alla Fincantieri. Su questo bisogna concentrare gli sforzi.

Ma non si può dimenticare che l’ipocrisia, se possibile,è ancora maggiore su altri aspetti di questo governo…

Passera ad esempio annuncia sul Corriere della sera che vende le sue azioni di Banca Intesa: possibile che nessuno gli domandi che ne farà del ricavato, che non deve essere modesto visto che aveva come stipendio annuo cinque milioni di euro?

Profumo rivendica la continuità con la Gelmini, di cui peraltro aveva fatto le lodi già prima di diventare ministro (e forse lo è diventato proprio per questo, visto che la pensavano come lui gli altri “professori” e rettori del governo).

Sulla sicurezza, dal braccialetto per far uscire in anticipo un po’ di detenuti, alla supertassa per i permessi di soggiorno, annunci e smentite quotidiane, ma sempre continuando le politiche del governo precedente, e comunque subendo la pressione di una destra scatenata.

Una menzione speciale però la merita lo spudorato ministro della Difesa, che ha cominciato a dispensare medaglie al valor militare ai partecipanti alle “imprese di pace” in Afghanistan, e naturalmente non accetta nessuna riduzione della spesa militare (a parte qualche spostamento di personale ausiliario non combattente ad altri ministeri). Ne avevo parlato in Arroganza e sincerità. Ma c’è una novità: Di Bella è stato smentito clamorosamente dal suo successore come capo di stato maggiore, Vincenzo Camporini, che ha dichiarato tranquillamente in TV che il mancato acquisto degli F35 non comporterebbe nessuna penale, perché non è mai stato firmato un contratto… Non si potrebbe cominciare col chiedere la cacciata di Di Bella dal governo per aver mentito così spudoratamente?

(a.m. 4/1/12)



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