Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Quali debiti cancellare?

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Esperienze di cancellazione del debito

 

Partecipando ad alcune discussioni sul debito, a vari livelli, sono emerse diverse interpretazioni e proposte. Avevo già tentato di rispondere almeno indirettamente a quelle che mi sembravano illusioni su una possibile istituzionalizzazione dell’audit, basate su una interpretazione dell’esperienza ecuadoriana che sottovalutava la rottura che aveva preparato l’elezione di Rafael Correa: il nuovo presidente beneficiava di un vento nuovo che scuoteva l’America Latina, e la sua forza dipendeva soprattutto dalla lunga instabilità dell’Ecuador, che negli ultimi 11 anni prima della sua elezione aveva avuto ben nove presidenti, di cui tre (Bucaram, nel 1997, Mahuad nel 2000, e Gutiérrez nel 2003) erano stati rovesciati da impetuose mobilitazioni popolari, o vere e proprie rivolte di massa. (Il debito dell’Ecuador)

Ho poi segnalato anche l’esperienza dell’Argentina, che ha seguito una strada diversa: non una commissione per l’audit come in Ecuador (e in parte in Brasile, su iniziativa del parlamento), ma lo shock del default. Una volta dichiarato il fallimento, il paese è sopravvissuto e ha potuto negoziare una brusca e radicale riduzione del debito: tranne una piccola parte che non si è rassegnata ma si è rivelata impotente, i creditori hanno accettato quello che l’Argentina offriva, il 45% del valore dei bond: meglio di niente. Ma se si legge in che condizioni era stata ridotta l’Argentina dalle politiche imposte fino al 2001 dal FMI, ricostruite da Éric Toussaint alla vigilia dell’esplosione della crisi (Il debito argentino: retrospettiva), si capisce perché i creditori hanno dovuto cedere. Tanto più che l’Argentina non era sola: il grande merito di Hugo Chávez è stato quello di ricostruire l’unità continentale, stringendo i rapporti non solo con i paesi con governi politicamente affini. Un intervento militare o un golpe pilotato dall’esterno come ai vecchi tempi del dominio statunitense incontrastato, vagheggiato da alcuni dei creditori, non era quindi più possibile. Per giunta il Venezuela è intervenuto anche acquistando parte dei “tango bond”. Ma soprattutto c’era la paura di tutti, capitalisti stranieri e argentini, di una nuova esplosione popolare simile a quella del dicembre, che avevo descritto in 2001. La crisi dell'Argentina.

Un'altra esperienza di cui si parla poco, ma su cui si rischiano altre illusioni, è quella dell’Islanda. Anche a questo ho cercato di rispondere inserendo l’ottimo Dossier curato da Sergio Morra, Dossier Islanda. Tuttavia per il momento questo blocco, che comprende una cronologia, una serie di link e un vero e proprio saggio, è stato poco visitato: ha avuto una trentina di visite soltanto, mentre certi miei articoletti di polemica spicciola come Docile magistratura o Sinistra sciagurata inseriti negli stessi giorni ne hanno avuto anche centinaia. Come al solito, i “testi” che appaiono nella seconda parte della colonna di sinistra passano per un po’ inosservati.

Ne riporto quindi un breve stralcio (ma tutto il saggio è da leggere) dal paragrafo: Possiamo imparare qualcosa dall’Islanda?

«Il primo insegnamento dell’esperienza islandese è il carattere repentino delle svolte e dei salti di qualità: il tempo storico non scorre in modo uniforme, può esserci un intero ventennio in cui non accade nulla di sconvolgente, dopodiché improvvisamente precipita una crisi, la lotta di classe e la partecipazione politica si risvegliano e la situazione diventa potenzialmente rivoluzionaria in breve tempo.

Questo comporta anche, da parte di un’organizzazione politica adeguata, la capacità di cogliere la dinamica del cambiamento e saper modificare altrettanto rapidamente gli obiettivi da indicare, le proposte politiche immediate, la tattica d’azione. In Islanda evidentemente non c’è un’organizzazione politica adeguata ma, di fronte alla drammaticità e all’urgenza dei compiti, questa viene almeno in parte surrogata ora da gruppi tematici o almeno apparentemente residuali, ora da discussioni in rete o dinamiche spontanee di movimento, ora dalle tendenze più di sinistra nello schieramento istituzionale e governativo. Questa surroga è almeno in parte possibile data anche la dimensione numericamente ridotta della popolazione (circa 300 mila abitanti). In Italia, dove la popolazione è 200 volte più numerosa, le conseguenze della mancanza di un’organizzazione politica adeguata sono inevitabilmente più pesanti (lo si vede anche nelle difficoltà di dare una risposta efficace alla manovra finanziaria del governo Monti) e perciò tanto maggiore la necessità e l’urgenza di costruire un’adeguata organizzazione politica anticapitalista.

Un secondo insegnamento dell’esperienza islandese, e per la verità di tante altre esperienze in giro per l’Europa, è l’impossibilità di sperare alcunché di positivo da parte dei governi cosiddetti di centrosinistra. In Islanda, dopo soli 7 mesi dalla vittoria elettorale, i partiti di centrosinistra approvano una legge che impone alla popolazione sacrifici “lacrime e sangue” per pagare il debito di Icesave alla Gran Bretagna e all’Olanda. C’è voluta una straordinaria mobilitazione popolare, il coinvolgimento del presidente della repubblica e infine un referendum per stroncare una legge così illuminata e progressista varata dal centrosinistra islandese.»

Già questo piccolo stralcio del testo di Sergio Morra sottolinea una differenza sostanziale: l’esistenza in Islanda di un presidente della repubblica “coinvolgibile”. Inutile sottolineare le differenze col nostro presidente, che ammantato di buonismo e con qualche lacrimuccia, è stato ed è il regista della feroce operazione che scarica su lavoratori, pensionati, giovani e donne il peso delle misure per risanare dissesti provocati da finanzieri e capitalisti parassitari. Aggiungo che se in un paese come il nostro o un altro grande paese dell’Europa comparisse un presidente capace di schierarsi col popolo, verrebbe subito dichiarato pazzo o comunque esautorato.

I compagni greci forse non saranno d’accordo con questo esempio, perché non credono che Papandreu volesse davvero indire un referendum, ma il modo rapidissimo con cui è stato scaricato anche dal suo partito “socialista” fa pensare che qualunque fosse la sua intenzione reale, il solo accenno a una consultazione e il timore che fosse preso sul serio ha provocato la sua cacciata. Vedremo che accadrà a Papademos se, come sembra, tenterà di porre un limite al commissariamento coloniale del suo paese, analogo a quello che cancellò nel 1882 l’Egitto indipendente per trasformarlo in un protettorato dei creditori.

Non posso riportare qui molto altro del saggio di Morra, che è utile per molte altre osservazioni che comparano l’Islanda al nostro paese. Ma segnalo comunque una parte delle conclusioni:

 

«Un altro insegnamento dell’esperienza islandese, banale ma importantissimo, è che vincere è possibile. Anche in Italia nonostante tutto c’è stata di recente qualche piccola vittoria, come quella nei 4 referendum di giugno, che naturalmente il regime bipolare si affretta a seppellire in modo bipartisan. In Islanda, con una crisi molto più grave di quella italiana, grazie a mobilitazioni molto più forte che in Italia, si sono ottenuti risultati infinitamente superiori: il popolo islandese ha massicciamente respinto il pagamento di debiti non suoi, c’è una nuova e avanzata costituzione pronta per entrare in vigore, c’è una rivoluzione in marcia e, per quanto il processo sia tutt’altro che concluso, è comunque ampiamente riconosciuto che l’Islanda è uno dei paesi che stanno meglio uscendo dalla crisi.

Un altro insegnamento riguarda le forme di partecipazione e democrazia diretta. Ogni paese inventa le sue forme di partecipazione democratica, di democrazia rivoluzionaria, dalla comune di Parigi ai soviet russi ai consigli operai in Italia. La tecnologia odierna, la piccola dimensione della popolazione e la sua particolare distribuzione sul territorio hanno indotto a usare soprattutto internet per costruire il referendum, discutere la costituzione, dare continuità alla mobilitazione e premere sul parlamento. Non si è provveduto a “spezzare la macchina dello stato borghese”, anzi per la verità nessuno ci ha nemmeno provato ed esistono un parlamento in fibrillazione, un primo ministro socialdemocratico e un attore comico sindaco della capitale eletti secondo tutte le forme delle regole democratiche consuete. Ma nessuno si sogna di delegare loro il potere in modo incondizionato. Gli organismi alternativi come il comitato costituzionale, le discussioni in rete e le manifestazioni in piazza affiancano gli organismi formalmente democratici dello stato e creano una dualità tra organi del potere politico e organi della partecipazione democratica e della mobilitazione popolare.

Non a caso in Italia negli ultimi decenni, al mutare dei rapporti di forza, le burocrazie sindacali hanno “superato” i consigli di fabbrica sostituendoli con le più controllabili RSU e ora la borghesia vuole eliminare anche queste sopprimendo ogni forma di democrazia sui luoghi di lavoro.

Non a caso i movimenti universitari italiani nel corso dei decenni hanno vissuto momenti di lotta molto acuta seguiti da lunghi periodi di stagnazione, anche per mancanza di strumenti democratici di coordinamento controllati dal basso, che dessero continuità ai movimenti anche nei periodi di minor tensione. Senza strumenti di partecipazione democratica dal basso rimangono incontrastate le direzioni burocratiche o le élite autoproclamate, con risultati deleteri per i movimenti reali.

In Islanda lo stato borghese non è spezzato, ma è fortemente disturbato nel suo modo di lavorare. Apparentemente almeno qualcosa è stato spezzato, cioè il legame fra banche privatizzate, politici corrotti e manager disonesti, grazie a meccanismi di controllo effettivo dello stato sulla finanza. La richiesta di trasparenza è stata in primo piano nei lavori del comitato costituzionale. Si sono spezzati anche un governo e la politica di sacrifici approvata dal governo successivo. Non sappiamo se il movimento riuscirà a spingersi ancora più avanti, spezzando tutte le forme di separatezza della politica dalle esigenze e dalle realtà della popolazione. Quanto più il movimento sarà capace di intromettersi nelle questioni economiche, ecologiche e sociali, tanto più le forme tradizionali della democrazia rappresentativa si riveleranno orpelli che impacciano la partecipazione dal basso e garantiscono uno spazio al lobbysmo. La sfida aperta, per i movimenti, è far crescere la partecipazione democratica dal basso cosicché le modalità borghesi della politica (il lobbysmo, il controllo dei media da parte del capitale, l’intrallazzo fra borghesia e ceto politico) non possano più esercitare la propria egemonia su organismi rappresentativi eletti democraticamente ma separati; il problema da risolvere è rispettare l’universalità del diritto al suffragio senza perdere la sostanza del diritto all’informazione, al controllo e alla partecipazione decisionale.

Infine l’Islanda ci insegna la dimensione europea dei problemi. Se il popolo islandese è riuscito a fare una mezza rivoluzione è anche perché l’Islanda non è uno stato dell’unione europea.

Se ne facesse parte, avrebbe dovuto ingoiare medicine greche e olio di ricino tedesco: pagare debiti, fare sacrifici, accrescere l’ineguaglianza, devastare l’ambiente e cacciarsi nella recessione, come si fa in tutti i paesi civili europei. Ma per l’Italia e per gli altri paesi dell’UE è improbabile potersi staccare dall’Europa; i meccanismi d’integrazione sono già andati piuttosto avanti e non si può più tornare a “prima”. Il fatto che i sacrifici vengano imposti ora all’Irlanda, ora alla Grecia, ora al Portogallo, ora all’Italia come una naturale e fatale necessità europea suggerisce che per i popoli di questi paesi è ben difficile resistere in ogni singolo paese al massacro dei diritti e alla rapina che la borghesia organizza su scala continentale. È necessario un movimento europeo, sono necessari scioperi europei contro le politiche che la borghesia europea impone da Bruxelles e da Francoforte.»

Spero che questi stralci siano sufficienti ad invogliare ad aprire il Dossier e a leggerlo tutto.

 

Ma le considerazioni scaturite nelle discussioni sul debito (ad esempio nella presentazione del libro Debitocrazia di Millet e Toussaint a Macerata con Salvatore Cannavò) non sono tutte riferite agli esempi internazionali. È stata avanzata ad esempio la proposta di rendere più concreta l’idea di audit sperimentandola a livello locale: infatti del debito pubblico fanno parte anche i debiti a volte enormi contratti da Regioni, province e comuni non necessariamente per garantire servizi indispensabili: vengono fuori continuamente esempi di opere pubbliche piccole ma inutili e costose come le “Grandi Opere”, fatte con i più diversi pretesti, come l’obbligo di mantenere gli impegni presi dalla precedente amministrazione di colore politico opposto; ma anche casi di indebitamento per aver acquistato, nell’illusione di guadagni favolosi, derivati altamente tossici…

In questi casi l’audit sarebbe relativamente più facile, perché si potrebbe contare su qualche consigliere disposto a rivendicare una documentazione non mistificata. O perfino su un sindaco atipico, come a Napoli…

Ma l’obbiettivo dell’audit non dovrebbe essere quello di fermare i lavori inutili già iniziati, col risultato di penali altissime in base alle leggi vigenti in Italia, e neppure quello di non pagare i lavori già fatti, scatenando la reazione prevedibile dei lavoratori delle ditte appaltatrici, su cui si scaricherebbero subito le conseguenze, ma quello di bloccare quelli progettati, di stabilire con la partecipazione popolare quali devono essere le priorità in base ai bisogni della cittadinanza.

Qualcosa di simile insomma a quel “bilancio partecipativo”, di cui si parlò molto, e si fece poco, e che fu criticato facilmente anche perché trasformato presto dai riformisti (in Brasile come in Italia) in un ritocco estetico ai bilanci comunali, mentre doveva avere nelle intenzioni originarie una funzione formativa, spingendo la parte più attiva della cittadinanza a non delegare agli eletti nelle istituzioni il compito di decidere scelte e priorità.

E questa dovrebbe essere appunto la funzione di una commissione di audit comunale o territoriale. A proposito: non sarebbe meglio usare il termine italiano di “indagine”? O è meglio il suono ancora un po’ misterioso di questa parola che ha cominciato a circolare tra noi da poco? È una domanda che mi pongo e a cui francamente non so dare ancora risposta…  Parliamone.

(a.m. 29/1/12)



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