Movimento Operaio

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Armi e debito: Grecia e dintorni

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Armi e debito: Grecia e dintorni

Un articolo del Corriere della sera ha denunciato abbastanza correttamente una delle cause del folle indebitamento greco: la spesa militare. Bene, ma sono necessarie due precisazioni: la prima è che l’autore dell’articolo l’ha attribuita, come fanno vasti settori dell’opinione pubblica greca, prevalentemente alla rapacità della Merkel e di Sarkozy, e già questo è vero solo per metà. C’è una grande responsabilità delle alte gerarchie dell’esercito greco, pessimo in guerra, efficace come strumento di repressione interna. Larghi settori militari e civili hanno poi sempre mantenuto vivo lo sciovinismo greco nei confronti della Turchia e della Macedonia, come diversivo rispetto ai gravi problemi interni, e incentivo alla spesa militare su cui lucrare grazie a ricche tangenti. In questa fase lo sciovinismo si è orientato in chiave antitedesca, anche rievocando a questo fine qualche episodio della resistenza del 1941-1944. È fuorviante: le scelte della BCE e della trojka non hanno nazione, sono scelte del grande capitale internazionale.

La seconda riguarda le recenti forniture di armi alla Grecia, che non sono state solo tedesche e francesi, ma anche statunitensi e italiane… E fanno parte di una corsa agli armamenti che è una costante in tutto il mondo. A questo fine ho aggiunto un articolo di Giorgio Beretta sul ruolo dell’Italia, come produttore e acquirente di armi, che risulta dal rapporto SIPRI, e uno documentatissimo di Antonio Mazzeo sulla spesa militare di Barack Obama, idolo dei nostri democratici.

PS. Senza sminuire il peso delle spese militari, aggiungerei che tra le cause dell'indebitamento ci furono anche le Olimpiadi del 2004. Secondo le stime del Ministro dell'Economia Nazionale e delle Finanze dello Stato greco, le Olimpiadi di Atene del 2004 sono costate 8.954 miliardi di euro, ben oltre i 4.5 miliardi previsti in precedenza. Questa cifra non comprende per giunta le spese per le migliorie all’aeroporto di Atene, per la costruzioni di arterie stradali, della ferrovia e di altre opere non direttamente collegate allo svolgimento dei Giochi, ma che era impossibile evitare. La spesa si è quasi raddoppiata rispetto alle previsioni iniziali, a causa dei ritardi nella costruzione delle opere olimpiche e dei costi elevati per la sicurezza. Ma anche, semplicemente, perché così avviene in qualsiasi paese per le Grandi Opere.

 

(a.m. 14/2/12)

 

Grecia: Spese militari. Il bilancio della Difesa ellenico al record del 3% del Pil
Fregate, sottomarini e caccia.

Quelle pressioni di Merkel e Sarkò per ottenere commesse militari

Marco Nese, Corriere della Sera (13/2/12)


I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest'anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l'ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell'euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra. Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l'industria bellica della Germania.

Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel. Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo - ha calcolato una rivista specializzata - i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.

Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici.

Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp. Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare.

Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno». Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un'intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».
Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L'estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l'acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia.
E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l'industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit.

Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro. Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 % in più rispetto al 2011, il tre % del Pil. L'Italia è ferma a meno dello 0,9 % del Pil.

Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni».

Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l'acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.

I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei
propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui
possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente:
nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più
rispetto al 2001.

Marco Nese

Sipri: nel 2008 l'Italia ottava per spese militari e nell'export di armi

Giorgio Beretta

Fonte: Unimondo - 09 giugno 2009

Con 40,6 miliardi di dollari in valori correnti l'Italia mantiene anche nel 2008 l'ottavo posto nel mondo per spese militari: lo si apprende dal Sipri Yearbook 2009 (sommario in .pdf), l'annuale rapporto reso noto ieri dall'autorevole Istituto di ricerche di Stoccolma. L'incremento del budget militare nazionale è dell'1,8%, ma il costo sociale per ogni italiano è molto più alto perchè la spesa pro-capite del nostro paese è di 689 dollari, una delle maggiori al mondo, e per il quinto anno consecutivo supera di gran lunga quella Germania (568 dollari) e da vari anni anche quella di altri paesi del G8 come Russia (413 dollari) e Giappone (361 dollari).

L'Italia ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti stabilmente al primo posto con una spesa di 607 miliardi di dollari (il 41,5% del totale mondiale), seguita per la prima volta dal dopoguerra dalla Cina - i cui dati "stimati" riportano un incremento del 10% e si aggirano sugli 84,9 miliardi di dollari (il 5,8% del totale) e quindi dalla Francia che con 65,7 miliardi di dollari (il 4,5% del totale) nel 2008 supera per spese militari la Gran Bretagna (65,3 miliardi pari al 4,5%) seguita dalla Russia che riporta valori "stimati" di 58,6 miliardi di dollari pari al 4% del budget militare mondiale. Seguono quindi la Germania (46,8 miliardi di dollari che ricoprono il 3,2% del totale), il Giappone (46,3 miliardi pari al 3,2%), l'Italia (40,6 miliardi pari al 2,8% mondiale), l'Arabia Saudita (38,2 miliardi pari al 2,6%) e completa la top ten l'India con 30 miliardi di dollari (il 2,1%).

Nel complesso - riporta il Sipri - nonostante la crisi finanziaria internazionale la spesa militare nel mondo è cresciuta in un anno del 4%, raggiungendo nel 2008 i 1.464 miliardi di dollari in valori correnti (oltre 1000 miliardi di euro), ovvero i 1.226 miliardi in valori costanti (era di 1.214 miliardi in valori costanti nel 2007) raggiungendo così la nuova cifra record dagli fine degli anni della Guerra Fredda. Solo nell'ultimo decennio l'incremento è stato del 45% e la spesa militare corrisponde oggi al 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale e costa in un anno 217 dollari per ogni abitante del pianeta.

La differenza tra le diverse regioni geopolitiche del mondo è ovviamente ampia: a fronte di una spesa militare complessiva dei paesi del Nord America di oltre 564 miliardi di dollari quella dell'America Centrale e del Sud non raggiunge i 39 miliardi; una cifra che è comunque superiore rispetto a quella di tutta l'Africa - che nell'ultimo decennio riporta un incremento del 40% - dove nell'insieme è di circa 20,4 miliardi di dollari. L'Oceania è il continente con minor spesa militare (16,6 miliardi), mentre l'Asia sfiora i 190 miliardi di dollari di cui 157 miliardi sono spesi dai Paesi dell'Asia Orientale. Le spese del continente europeo (320 miliardi di dollari) sono suddivise in oltre 277 miliardi per il paesi dell'Europa occidentale e centrale e 43,6 miliardi di dollari per l'Europa Orientale che -secondo il Sipri - è nell'ultimo decennio la zona con maggior incremento del budget militare (più 174%) seguita dai paesi del Nord Africa (più 94%) e del Nord America (più 66%), mentre il Medio Oriente presenta un aumento del 56%. Per quanto riguarda i singoli paesi va segnalato che tra il 2007 e il 2008 il budget militare dell'Iraq è cresciuto del 133%.

A parte l'Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno visto "significativi incrementi" della spesa militare - riporta il Sipri. "Durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale soprattutto per i costi dei conflitti in Afghanistan e Iraq: un incremento che ha contribuito all'impennata del deficit del bilancio Usa. I due conflitti sono stati sovvenzionati con provvedimenti supplementari d'emergenza fuori dal regolare budget e sono stati finanziati attraverso prestiti" - segnala il Sipri. "L'impiego di fondi supplementari ha sollevato preoccupazioni circa la trasparenza e i controlli del Congresso. I due conflitti - conclude il Sipri - continueranno, nel prossimo futuro, a richiedere ingenti risorse anche a fronte di un possibile ritiro delle truppe Usa dall'Iraq". Nel complesso le guerre in Afghanistan e in Iraq sono costate agli Stati Uniti circa 903 miliardi di dollari.

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE DI ARMAMENTI

Per quanto riguarda il commercio internazionale di armamenti, nonostante una flessione nell'ultimo anno che - secondo il Sipri "Trend-indicator value" ha visto i trasferimenti internazionali passare dai quasi 25,4 miliardi di dollari (in valori costanti) del 2007 a meno di 22,7 miliardi del 2008 - "dal 2005 si registra un trend di incremento nelle consegne dei maggiori sistemi di armamento convenzionale". Va però notato che il "valore finanziario" è molto superiore: si tratta nel 2007 di oltre 51,1 miliardi di dollari e le cifre - avverte il Sipri - sono al ribasso in quanto non comprendono le esportazioni della Cina e di altri importanti paesi esportatori che non rendono noti i loro dati. La media del quinquennio 2004-8 è comunque superiore del 21% rispetto al quinquennio 2000-4 e Stati Uniti (31% del totale) e Russia (25%) rimangono i principali esportatori di armamenti seguiti da Germania (10%), Francia (8%) e Gran Bretagna (4%). Questi cinque paesi ricoprono quasi l'80% del volume di trasferimenti di armi, sono stati i primi cinque esportatori mondiali di armi sin dalla fine della Guerra Fredda e nell'insieme hanno mantenuto i 3/4 dell'export annuale di armamenti.

Tra i maggiori importatori di armamenti convenzionali, la Cina con l'11% del totale è il principale acquirente mondiale del quinquennio 2004-8, seguita dall'India (7% del totale), Emirati Arabi Uniti (6%), Corea del Sud (6%) e Grecia (4%). Il principale fornitore della Cina rimane la Russia ma - nota il Sipri - le consegne russe si sono "ridotte fortemente" nel 2007 e 2008 in quanto "la Cina ha impiegato il proprio accesso alle tecnologie russe per sviluppare armamenti in proprio, in taluni casi copiandoli illegalmente da componenti di fabbricazione russa: i due paesi hanno sottoscritto nel 2008 un accordo di proprietà intellettuale specifico per sistemi militari".

Il Sipri Arms Transfers Database segnala nel quinquennio 2004-8 esportazioni di sistemi militari convenzionali dagli Stati Uniti per un valore di oltre 34,9 miliardi di dollari (in valori costanti), seguiti dalla Russia (28,5 miliardi), Germania (11,5 miliardi), Francia (9,6 miliardi), Gran Bretagna (5,1 miliardi), Olanda (3,8 miliardi) e Italia (2,8 miliardi). Nel 2008 l'Italia sarebbe superata dalla Spagna ma va ricordato che il database del Sipri è in costante aggiornamento e - come riporta il Rapporto della Presidenza del Consiglio - nel 2008 l'Italia ha effettuato consegne di armamenti ad uso militare per un valore complessivo di quasi 1,8 miliardi di euro (vedi tabella in .pdf), un record dall'entrata in vigore della legge 185 che dal 1990 regolamenta la materia.

I PRINCIPALI PRODUTTORI DI ARMAMENTI

In generale la produzione globale di armamenti ha continuato ad aumentare nel 2007 quando le vendite delle cento principali aziende del settore hanno raggiunto i 347 miliardi di dollari registrando un incremento del 11% in valori nominali: dal 2002 queste aziende hanno incrementato le proprie vendite del 37%. Tra queste cento, 44 sono aziende negli Stati Uniti e nel 2007 hanno assunto il 61% delle vendite (nazionali e internazionali) di armamenti mentre le 32 maggiori industrie dell'Europa occidentale hanno rilevato il 31% della produzione e le industrie di Russia, Giappone, Israele e India hanno assunto il rimanente 8%.

Nel 2007 le dieci principali aziende produttrici di armamenti - escludendo quelle cinesi - risultano la Boeing con vendite di armamenti per quasi 30,5 miliardi di dollari, seguita dalla britannica BAE Systems (29,9 miliardi), e quindi dalle statunitensi Lockheed Martin (29,4 miliardi), Northrop Grumman (24,6 miliardi), General Dynamics (21,5 miliardi) e Raytheon (19,5 miliardi). Al settimo posto è segnalata l'europea EADS (13,1 miliardi) seguita dall'americana L-3 Communications, dall'italiana Finmeccanica e dalla francese Thales (9,3 miliardi).

L'azienda italiana Finmeccanica, grazie al sostegno del Ministerio dell'Economia che ne è il principale azionista, da diversi anni occupa un posto nella "top ten" delle aziende produttrici di armi e anche nel 2007, con oltre 9,8 miliardi di vendite, mantiene il nono posto nel mondo. Ma soprattutto è segnalata dal Sipri per l'acquisizione nel 2008 dell'azienda americana di elettronica militare DRS Technologies: un'operazione del valore di 5,2 miliardi di dollari che rappresenta la prima e principale acquisizione di una compagnia militare americana da parte di una ditta dell'Europa continentale.

Altri importanti capitoli del Sipri Yearbook sono dedicati alla sicurezza internazionale - al cui riguardo l'Istituto di Stoccolma nota che "il 2008 ha visto un incremento delle minaccia alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo", al problema delle vittime dei conflitti e in particolare agli sfollati e rifugiati, del controllo del commercio di armamenti - in cui una parte è dedicata al recente 'Trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo' ("cluster bomb"), alla proliferazione di armamenti nucleari e agli embargo internazionali di armamenti.

Giorgio Beretta


*Le cifre del commercio internazionale di armamenti sono riviste annualmente dal Sipri e, proprio per i continui aggiornamenti apportati al Arms Trasfer Database, i dati riguardanti i diversi anni non sempre coincidono con quelli offerti precedentemente dal suddetto Database e riportati in precedenti nostri articoli.

Note:

Barack Obama al supermarket delle armi 2013

di Antonio Mazzeo

 

Sacrifici e tagli per tutti ma non per i mercanti di morte. L’amministrazione Obama ha presentato al Congresso la proposta di bilancio 2013 per il comparto “difesa”: 613 miliardi di dollari, 525 per pagare stipendi e acquistare cacciabombardieri, missili, carri armati e bombe nucleari e 88 per le missioni di guerra d’oltremare. Meno di quanto chiedevano generali e ammiragli ma alla fine tutti sono rimasti contenti: la Marina confermerà i suoi undici gruppi navali guidati da portaerei a propulsione atomica, l’Aeronautica e i Marines avranno i nuovi caccia ed elicotteri multi-missione, l’Esercito si diletterà con superblindati, tank, radar e intercettori terra-aria. Grazie agli ordini Pentagono potranno brindare le borse e le aziende leader del complesso militare industriale Usa, le inossidabili Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon, ecc..

Quasi un terzo delle spese andranno per l’acquisto e la modernizzazione dei sistemi di guerra più sofisticati, aerei con e senza pilota, navi e sottomarini d’attacco, missili a medio e lungo raggio, satelliti. Esattamente 179 milioni di dollari, il 7% in meno del bilancio di previsione 2012, ma con quasi 70 milioni da destinare alla ricerca e allo sviluppo di nuovi strumenti di morte. A fare la parte del leone saranno i famigerati cacciabombardieri F-35 “Joint Strike Fighters” di Lockheed Martin che piacciono tanto pure ai ministri-ammiragli di casa nostra. Il prossimo anno, il Dipartimento della difesa vorrebbe acquistarne 29, 19 da destinare a US Air Force e 10 a US Navy, per un valore complessivo di 9,2 miliardi di dollari. Il programma degli F-35 sarà comunque ridimensionato per poter risparmiare nei prossimi cinque anni almeno 15 miliardi.    

US Air Force e il Corpo dei marines potranno contare pure su 835 milioni di dollari per acquistare, sempre da Lockheed Martin, 7 grandi aerei tanker e da trasporto pesante HC/MC-130J “Hercules” per le operazioni speciali. In budget anche 21 bimotori a decollo verticale V-22 “Osprey”, il falco pescatore progettato dal consorzio Bell-Boeing per il supporto alle missioni di guerra. Importanti finanziamenti giungeranno poi all’Aeronautica per proseguire nei programmi di modernizzazione della flotta dei grandi velivoli da trasporto C-17 e C-16 e per il rifornimento in volo KC-10 e KC-135 e di acquisizione di nuovi radar per i caccia F-15C/D ed F-16.

Il Pentagono ha poi richiesto 1,3 miliardi di dollari per potenziare la flotta dei cargo C-5 “Galaxy”, i fondi per migliorare i sistemi di comunicazione dei bombardieri strategici stealth (invisibili) B-2, potenziare le armi di precisione dei vecchi B-52 e modernizzare il sistema missilistico intercontinentale “Minuteman III” ICBM. In budget anche 1,8 miliardi di dollari per finanziare la ricerca e lo sviluppo del KC-46, futuro velivolo tanker di US Air Force, 808 milioni per migliorare le componenti del supercaccia F-22A “Raptor” e 292 milioni per la progettazione di un nuovo cacciabombardiere strategico stealth.

Tranche miliardaria pure per i grandi e piccoli velivoli senza pilota UAV per lo spionaggio e il lancio di bombe e missili, già ampiamente impiegati in Afghanistan, Iraq, Libia, Pakistan, Somalia e Yemen. Il budget 2013 prevede una spesa di 1,2 miliardi di dollari per 6 nuovi RQ-4 “Global Hawk”, i falchi globali di Northrop Grumman, 3 da assegnare alla Marina nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance e 3 alla Nato per l’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo programma di sorveglianza terrestre dell’alleanza atlantica, il cui centro di comando e controllo verrà installato nella base siciliana di Sigonella.

Il Dipartimento della difesa ha chiesto inoltre al Congresso l’autorizzazione ad acquistare 43 droni hunter-killer con missili “Hellfire” prodotti da General Atomics, costo complessivo 1,9 miliardi. Ventiquattro saranno del tipo MQ-9 “Reaper” (sino a 28 ore di autonomia e la possibilità di trasportare bombe GBU-Paverway), i restanti 19 nella versione più avanzata MQ-1C “Grey Eagle” (36 ore di autonomia). US Army riceverà invece 234 mini-aerei senza pilota RQ-11 “Raven” prodotti da AeroVironment (valore 184 milioni).

L’esercito avrà la possibilità di potenziare il proprio parco elicotteri grazie al finanziamento di tre programmi distinti per un costo complessivo di 3,6 miliardi. Il primo riguarderà l’acquisizione di 10 nuovi velivoli d’attacco Boeing AH-64 “Apache” e l’ammodernamento di altri 40 già in dotazione dello stesso modello (prime contractor Northrop Grumman e Lockheed Martin). Il secondo vedrà l’acquisto di 25 nuovi mezzi da trasporto Boeing CH-47 “Chinooks” e l’ammodernamento di altri 19. Il terzo l’acquisto di 59 elicotteri multiruolo UH-60 “Black Hawks” (produttore Sikorsky). Altri 272 milioni verranno utilizzati per acquisire 34 elicotteri leggeri UH-72 prodotti da EADS North America. “Specie in Afghanistan, per le sue particolari condizioni ambientali, c’è una tremenda domanda di elicotteri da parte delle forze di terra”, ha spiegato il generale Peter Chiarelli di US Army. In programma pure la fornitura di 28 elicotteri d’attacco Bell H-1 al Corpo dei marines (852 milioni).

Quasi undici miliardi di dollari sono stati richiesti dal Pentagono per finanziare l’acquisizione o la ricerca e sviluppo di nuovi sistemi di guerra terrestri. Si tratta nello specifico del “Joint Light Tactical Vehicle”, velivolo leggero per il pattugliamento e la scorta convogli per scenari come quelli dell’Afghanistan e che sarà prodotto a partire dalla fine di quest’anno da General Dynamics (116.8 milioni); del camion da trasporto mezzi tattici “MTV” della Oshkosh Corporation (1.471 unità per un costo complessivo di 377,4 milioni); del mezzo pesante M1135 Stryker Nuclear, Biological and Chemical Reconnaissance Vehicle (NBCRV) di General Dynamics per la sorveglianza e il rilevamento rischi NBC (58 unità per una spesa di 332 milioni). A General Dynamics potrebbero andare pure 74 milioni per ammodernare i tank M1 “Abrams”.

La percentuale maggiore delle spese di guerra per il 2013 è tuttavia destinata alla Marina militare (156 miliardi di dollari). Tra i programmi più importanti, l’acquisto di 5 bimotori Northrop Grumman E-2D “Hawkeyes” per la sorveglianza marittima e la difesa delle unità di superficie (1,2 miliardi); di 26 caccia imbarcati Boeing F/A-18E/F “Super Hornets” (2,2 miliardi); di 12 velivoli per la guerra elettronica Boeing EA-18 “Growler” con decollo dalle portaerei. US Navy acquisirà anche 33 nuovi caccia-addestratori (si tratta dei cosiddetti “T-6” a cui concorre pure l’italiana Alenia Aermacchi, importo 286 milioni) e 37 elicotteri multi-missione Sikorsky MH-60 “Seahawk” (1,33 miliardi). Tre miliardi e 200 milioni di dollari andranno invece per i primi 13 pattugliatori marittimi di ultima generazione P-8 “Poseidon” destinati a sostituire progressivamente i vecchi P-3C “Orion”. Anche i “Poseidon”, come i “Global Hawk” e i “Reaper” troveranno ospitalità nella base di Sigonella.

Oltre 22 miliardi e mezzo di dollari saranno spesi per il varo di nuove unità navali e sottomarini. In particolare, US Navy acquisterà 2 cacciatorpediniere della classe “Arleigh Burke” (3,5 miliardi) e 4 navi da combattimento di superficie “LCS” (Littoral Combat Ship). Alla realizzazione di queste ultime, concorrono due consorzi “internazionali” guidati rispettivamente da Lockheed Martin (con possibili sub commesse per l’italiana Fincantieri) e General Dynamics-Northrop Grumman. In programma pure il completamento di un’unità navale veloce per il trasporto truppe e mezzi “Joint High Speed Vessel” (191 milioni) e della portaerei CVN 21 della nuova classe “Gerald R. Ford” (966 milioni), gigante di 320 metri e 104.000 tonnellate azionato da due reattori nucleari A1B 320, che potrà imbarcare sino a 75 caccia. US Navy ha poi chiesto 4,3 miliardi per acquistare 2 modernissimi sottomarini nucleari hunter-killer della classe “Virginia” (contractor General Dynamics e Northrop Grumman) e 1,6 miliardi per riparare la portaerei USS “Abraham Lincoln”.

Otto i miliardi previsti per i programmi di ipermilitarizzazione dello spazio, quasi tutti a firma Lockheed Martin, i più rilevanti dei quali riguardano lo sviluppo del sistema a raggi infrarossi “Space Based Infrared System” (950 milioni) e di quello satellitare “Advanced Extremely High Frequency” (786 milioni, compresa l’installazione della stazione MUOS a Niscemi); o l’acquisto di 4 sistemi di lancio “United Launch Alliance Evolved Expendable Vehicles” (1,7 miliardi) e di 2 satelliti GPS III (1,3 miliardi).

Grazie al bilancio 2013, il Dipartimento della difesa potrà dare un forte impulso allo sviluppo dei cosiddetti piani nazionali di “difesa dai missili balistici”. La spesa prevista è di 9,7 miliardi di dollari, di cui 1,3 per completare la produzione di 29 intercettori SM-3 Block 1B “Standard-Missile” di Raytheon; 777,7 milioni per lo sviluppo del programma “THAAD” (Terminal High Altitude Area Defens) per l’intercettazione nello spazio di “possibili minacce missilistiche contro le truppe Usa, le forze alleate, la popolazione civile e le infrastrutture critiche”; 763 milioni per acquisire da Raytheon 84 intercettori terra-aria “Patriot” PAC-3; 401 milioni per avviare la sostituzione del sistema anti-missile “Patriot” con il nuovo sistema di difesa aerea a medio raggio “Medium Extended Air Defense System” (MEADS) da realizzare in ambito Nato (ad oggi solo Italia e Germania si sono dichiarate disponibili alla partnership con gli Stati Uniti). Dulcis in fundo, il Pentagono ha richiesto 903 milioni di dollari per sviluppare il sistema di difesa con base terrestre “Ground-Based Midcourse Defense” della Boeing, che verrà amministrato dall’agenzia militare missilistica nazionale.

Per il munizionamento e i missili a corto e medio raggio, il Pentagono prevede di spendere sino a 10,2 miliardi. Le principali commesse riguarderanno le nuove bombe di piccolo diametro (216 milioni); 180 missili aria-aria a guida radar AI-120 AMRAAM di Raytheon (423 milioni); 314 missili all’infrarosso AIM-9X ancora di Raytheon (200 milioni); 157 missili aria-superficie “Joint Standoff” della Lockheed (248 milioni); 4.678 munizioni Raytheon per l’attacco diretto (133 milioni).

Con l’approvazione del bilancio, US Army potrà acquistare invece 400 missili terra-aria a corto raggio “Javelin” di produzione britannica (86 milioni) e 1.794 sistemi lanciarazzi “Guided Multiple Launch Rocket Systems” di Lockheed Martin (382 milioni), mentre la Marina potrà dotarsi di 192 nuovi missili da crociera “Tomahawh” di Raytheon (valore 320 milioni di dollari) e del sistema di missili balistici “Trident II” di Lockheed Martin (1,5 miliardi).

Per tagliare davvero le spese militari, secondo l’amministrazione Obama, bisognerà attendere i prossimi cinque anni, anche se è presumibile che ci si limiterà ancora ad aggiustamenti e spostamenti tra le singole voci di bilancio, evitando il più possibile d’intaccare le risorse per i sistemi d’armi. Le nuove linee guida del Pentagono, presentate all’inizio di gennaio, delineano queste prospettive di revisione dei budget, privilegiando in particolare gli interventi strategici di Marina e Aeronautica in Medio oriente ed oceano Pacifico.

“Le forze militari saranno meno numerose ma più agili, flessibili, pronte e tecnicamente avanzate”, ha spiegato il segretario della difesa, Leon Panetta, in occasione della presentazione del bilancio di previsione 2013. Sempre per Panetta, “entro il 2017, US Army vedrà una riduzione da 547.000 a 490.000 uomini, mentre il Corpo dei marines subirà un taglio di 182.000 unità”. Alla fine saranno eliminate otto brigate di pronto intervento, due delle quali oggi ospitate in Germania, mentre di contro raddoppierà il numero dei militari dell’esercito di stanza a Vicenza. Ma aldilà dei “buoni” propositi dell’amministrazione Usa, il prossimo anno il personale a disposizione delle quattro forze armate subirà una riduzione di appena l’1,5%. Resteranno comunque operativi 1,4 milioni di militari, sempre di più di quanti erano nel 2001 prima degli attentati dell’11 settembre e della dichiarazione di guerra globale al “terrorismo” internazionale.

Antonio Mazzeo

 

 

 



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