Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Il debito non è neutro

E-mail Stampa PDF

QUADERNI VIOLA

 

(I Quaderni Viola sono tascabili monotematici, che affrontano in maniera semplice e breve problemi complessi, offrendo a chi legge anche bibliografie e sitografie per eventuali approfondimenti. I Quaderni si servono prevalentemente dell'esperienza, delle pratiche e degli studi femministi. L'ultimo numero della nuova serie è SEBBEN CHE SIAMO DONNE. Femminismo e lotta sindacale nella crisi)

 

 

 

Il debito non è neutro

 

Forse l'approccio di genere è il più utile a comprendere natura e conseguenze della crisi dei debiti pubblici europei. Prima di tutto in Grecia, ma poi anche in altri paesi, si sono costituiti comitati e reti con l'obiettivo principale di denunciare le conseguenze della crisi sulla vita quotidiana delle donne e organizzare il conflitto. In Grecia “ Donne contro il debito e le misure di austerità” ha dato vita ad affollate iniziative , costruendo un importante canale di informazione sullo stato delle cose per le donne in seguito ai tagli imposti dalle istituzioni europee.

 

Cerchiamo di capire insieme il contesto in cui lavoreremo nei prossimi mesi e anni, fuori dal coro uniforme degli estimatori del governo Monti.

Nella prima fase della crisi, cominciata nel 2007 negli Stati Uniti, sono stati colpiti naturalmente uomini e donne, ma queste ultime non in modo particolare. Anzi le donne sono state licenziate in un numero minore per ragioni che sono spiegate sia nell'ultimo numero dei Quaderni Viola, sia nel libro edito dalla Libera Università delle Donne “L'emancipazione malata”.

Nella fase attuale si ripropone invece la vecchia logica per cui le donne pagano il prezzo più alto ed è soprattutto la loro esistenza a diventare più difficile. Sono coinvolti adesso i settori in cui le donne rappresentano in Europa i due terzi degli attivi (educazione, sanità, servizi sociali). Nel Regno Unito per esempio sono donne il 65 per cento degli impiegati del settore pubblico, dove si prevede un taglio di 500 mila posti entro il 2015. In Francia è stata individuata tra i giovani una tendenza che riporta indietro i rapporti sociali tra i sessi: tra l'inizio del 2008 e l'inizio del 2011 il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,2 punti per le donne e di 4,5 per gli uomini.

Inoltre aumenta quasi dappertutto il lavoro a tempo parziale, in cui le donne sono in una percentuale di quattro volte maggiore degli uomini e che nella maggioranza dei casi non è una scelta della lavoratrice.

La flessibilità, che le aziende utilizzano soprattutto per evitare l'assunzione di nuovo personale, rende più faticosa e difficile la gestione del tempo che per le donne corre spesso a una velocità maggiore . Con questi rapporti di forza infatti l'organizzazione flessibile del lavoro non si adatta certo ai bisogni delle singole donne, ma a quella della competitività e del mercato.

Particolarmente significative poi sono le misure contro le madri. Nel Regno Unito sono stati ridotti i sussidi alle donne in gravidanza; nella Repubblica Ceca i tagli hanno colpito i congedi parentali e i sussidi per le cure a domicilio; in Irlanda sono cresciuti vertiginosamente i costi degli asili nido (fino a 1000 euro); dappertutto si sopprimono o si lasciano senza fondi consultori, case di accoglienza, linee telefoniche. In Italia prima ancora che precipitasse la crisi del debito il governo Berlusconi si era distinto per aver cancellato la legge contro le dimissioni in bianco e aver aumentato l'età pensionabile delle donne. Segnaliamo inoltre che l'articolo 10 del contratto offerto da Viale Mazzini prevede che in caso di maternità il contratto può essere sciolto senza indennizzo e in violazione con l'articolo 3 della Costituzione.

Insomma vale per Europa intera, anche se in percentuali diverse, ciò che vale per il Regno Unito. E' stato calcolato che degli 8 miliardi di sterline di economie previste attraverso misure sulla fiscalità e sulla protezione sociale il 70% saranno prelevate dalle tasche delle donne.

 

Il mondo nelle mani dei giocatori d'azzardo

 

Sarà difficile orientarsi e decidere il che fare senza indagare sulle ragioni di fondo di questo stato di cose e sulle sue evoluzioni a breve termine. Lo tsunami che ha investito l'Europa ha la sua origine nella finanziarizzazione dell'economia e nella deregolamentazione della finanza, che hanno creato quella che è stata chiamata economia da casinò  o economia del gioco d'azzardo. La crisi è infatti cominciata negli Stati Uniti nel 2007 con i cosiddetti titoli tossici di cui le banche sono oggi stracolme e che le spingono a fare pressione sulle spese pubbliche per rifarsi delle perdite subite con i loro avventurosi investimenti. Gli Stati europei, come già quello statunitense, sono corsi in loro soccorso, regalando fiumi di soldi senza alcuna contropartita e con gli ovvi effetti sul debito. Aggravano inoltre la crisi del debito le manovre speculative con la compravendita di titoli a breve termine. Questa estate la Deutsche Bank  ha venduto gran parte dei titoli italiani, dando così l'impressione di un imminente pericolo di insolvenza. Con manovre del genere le banche si assicurano un aumento degli interessi, correndo poi....in soccorso degli Stati in crisi, cioè prestando ancora ma a più alti interessi.

Le agenzie di rating (quelle che attribuiscono i voti di affidabilità) contribuiscono attivamente alla speculazione. Basti pensare che  i titoli tossici avevano guadagnato le tre A  prima di avvelenare l'intero mercato finanziario.

Ma ci vorrebbe un volume per descrivere le malefatte dei mercati finanziari: le speculazioni, i paradisi fiscali, la corruzione e tutto ciò che la deregolamentazione ha prodotto.

Un documento firmato da 400 economisti (il Manifeste d' économistes atterrés) decostruisce tutte le “fausses évidences”, cioè tutti i luoghi comuni con cui si giustifica l'esistenza in vita di un sistema del genere. Chi lo desidera può leggerlo su  www.alencontre.org

 

L'Europa in modo particolare è completamente nelle mani delle banche, anche per l'assenza  o  la debolezza delle mediazioni politiche.  La Banca Centrale Europea, per esempio,    non può prestare soldi agli Stati; li presta invece al tasso dell'1% (elevato ad aprile all'1,5) alle banche che li prestano poi agli Stati a tassi di 4 o 5 volte superiori e in qualche caso anche di più. I piani di salvataggio sono poi concepiti come ricchi regali alle banche anche perché sono poi queste a deciderne le modalità. Il piano di salvataggio della Grecia è stato messo a punto dal patron della Deutsche Bank ed è stato  come se si fosse messo il ministero della salute sotto la tutela dell'industria del tabacco.

 

Il terrorismo ideologico di Bin Loden

 

La logica vorrebbe che per uscire dalla crisi si limitasse il potere ormai smisurato delle élites del capitale finanziario. E invece nei due paesi con i più gravi problemi di debito, la Grecia e l'Italia, sono in questo momento al timone due uomini di fiducia delle banche, Lucas Papademos e Mario Monti. Non ci chiederemo come mai in Italia un partito, la cui maggioranza continua a dirsi sinistra, sostenga con il proprio voto l'ex-international advisor della Goldman Sachs per non aprire una parentesi troppo lunga e poco funzionale. Vale la pena invece di dire qualcosa sugli argomenti più usati dai media, mai come ora ridotti a un coro uniforme.

 

Ci dicono per esempio che siamo costrette a ingoiare l'amara medicina del dottor Monti per la colpa di avere vissuto al di sopra delle nostre possibilità. L'argomento si smonta con una semplice considerazione. Il debito pubblico è cresciuto vertiginosamente in Europa proprio negli anni in cui i salari hanno perso potere d'acquisto, le spese sociali sono state tagliate e il lavoro è diventato precario. Le manovre varate in Italia dal 1992 (governo Amato) hanno imposto tagli e sacrifici per circa 500 miliardi di euro. Nel frattempo sono state ridotte le tasse sui grandi capitali, è cresciuta l'evasione fiscale, le imprese hanno ricevuto incentivi a pioggia con il pretesto dei posti di lavoro, che invece hanno creato in quantità sempre minore. E' assurdo quindi che lavoratrici e lavoratori debbano pagare un debito di cui non sono responsabili.

 

Ci raccontano che ci sarà una seconda fase, cioè che dopo i tagli arriverà il rilancio. A parte l'ironia fin troppo facile sulle seconde fasi che non arrivano mai, anche in questo caso smentire è abbastanza semplice. All'Italia Monti sta somministrando la stessa cura che le istituzioni europee  e il FMI hanno imposto alla Grecia, una specie di salasso come quello che un tempo i medici praticavano sui malati, accelerandone la fine. Del resto non esiste un solo esempio positivo della terapia di Monti e Papademos. I tagli infatti imprimono all'economia una dinamica depressiva, perché ovviamente producono la contrazione della domanda interna, mentre la competizione crescente rende problematico il recupero sui mercati internazionali. E d'altra parte i tagli non risolvono nemmeno il problema del debito, che infatti in Grecia all'inizio della terapia era il 120 per cento del PIL e oggi è al 170/180, anche perché si devono pagare ai “salvatori” tassi usurai. La depressione economica inoltre peggiora il rapporto debito-PIL, che è poi il vero problema perché in paesi in cui il debito è alto ma il PIL cresce, i guai sono molto minori.

Salviamo la Grecia dai suoi salvatori” è uno degli slogan più ripetuti nella stampa e nei dibattiti del movimento che resiste alle terapie della troika.

 

C'è da smontare infine un ultimo argomento. A dire il vero più che di un argomento si tratta di  vero e proprio terrorismo ideologico per il quale non pagare il debito comporterebbe il disastro e la catastrofe. Ma l'esperienza dimostra invece il contrario.

 

Da molti anni, cioè da quando la crisi ha colpito l'America Latina, ha preso vita un movimento per l'annullamento. Si è trattato di una vera e propria rivolta contro l'usura, che ha cambiato la vita di un continente.  E se non ci sono esempi positivi della cura Monti, ci sono invece solo esempi positivi del rifiuto di stare al gioco dei mercati finanziari.

L'Argentina era letteralmente precipitata nella miseria, finché il suo governo non si è deciso a sospendere i pagamenti e a rinegoziare il debito al 45% del suo valore. Esso ha infatti dissolto tutti gli incubi creati dai banchieri per terrorizzare i debitori.  Il paese non è restato fuori dal mondo, non è diventato il paria dell'economia mondiale, i suoi beni all'estero non hanno subito confische... Anzi, l' Argentina ha conosciuto una sia pur difficile ripresa economica.

In Ecuador il presidente Correa ha rinegoziato il debito con le banche statunitensi, ottenendo un risparmio dei due terzi di ciò che lo Stato ecuadoregno avrebbe dovuto pagare ai creditori. Naturalmente la contrattazione è stata possibile e vincente perché accompagnata dalla minaccia di non pagare. Correa si è servito dello strumento dell'audit, cioè di una verifica della legittimità del debito accumulato dal suo paese.

 

Un audit anche per l'Europa

 

Oggi un audit viene richiesto per il debiti europei da un appello partito dalla Francia e firmato da decine di migliaia di intellettuali, dirigenti sindacali e di movimenti, lavoratrici e lavoratori. La campagna RID  (Rivolta Il Debito), a cui i Quaderni Viola hanno aderito, ha cominciato a raccogliere firme anche il Italia.

La pretesa di affrontare il problema del debito annullandone una parte, rinegoziandone un'altra, pagando quello che è giusto pagare (per esempio quello con i piccoli risparmiatori) si fonda sulla nozione di debito illegittimo. Devono essere considerati illegittimi i debiti contratti in cambio di violazione dei diritti umani o per sostenere le speculazioni delle banche o senza che i popoli ne siano informati o per altre ragioni che i sostenitori dell'audit spiegano dettagliatamente.

Qui è possibile solo ricordare che nella Carta dell'ONU, nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, nella Convenzione di Vienna del 1983 e nella Dichiarazione sul diritto allo sviluppo esistono tutte le premesse etiche e politiche per considerare illegittimo gran parte del debito contratto dagli Stati europei. Tra questi l'Islanda è sulla buona strada, visto che lì già due referendum hanno rimesso in discussione la dittatura delle banche. 

Donne contro il debito

 

Le donne potrebbero essere promotrici in Italia di un movimento contro il modo in cui le istituzioni europee affrontano la questione del debito. Ne avrebbero tutto l'interesse, perché lo smantellamento del welfare le penalizzerà più che gli uomini. Ne avrebbero tutta la forza, se è vero che il primo colpo al governo Berlusconi  lo ha dato il 13 febbraio dello scorso anno proprio il loro sdegno. Ne avrebbero tutta l'autorità per il lavoro paziente che il femminismo ha fatto per anni al fine di comprendere e proporre.

Nelle discussioni per la stesura del quarto numero dei Quaderni Viola abbiamo avuto una specie di visione. Abbiamo immaginato uno sciopero di donne come quello che in Svizzera nel 1991 lasciò di stucco un paese non abituato ai conflitti sociali. Oppure una grande mobilitazione, come quella del 13 febbraio, ma questa volta sui bisogni che la terapia delle istituzioni europee cancella.

Sugli obiettivi non sarebbe difficile mettersi d'accordo, puntando su quelli più condivisi e condivisibili.

 

 

L'accordo congiunturale su alcuni obiettivi non è in contraddizione con una discussione caratterizzata da punti di vista diversi sulle logiche di fondo. Per esempio sul tema della maternità.

C'è in fatti in Italia un paradosso che rappresenta esemplarmente la realtà in cui siamo state gettate dalla storia. L'Italia è il paese in cui familismo e mammismo sono senso comune diffuso e filosofia di vita esibita da un ampio arco di forze politiche. D' altra parte è anche il paese d'Europa in cui la libera scelta di diventare madri incontra ostacoli di ogni genere. Tuttavia la questione della maternità non è facile da maneggiare. Talvolta il femminismo indugia su una critica del materno sacrosanta, ma che da sola non risponde alle domande attuali. Altre volte si adatta alla logica della conciliazione che semplicemente ripropone alle donne un lavoro parziale, isolato o frammentato in nome del loro desiderio di maternità.

Ora, se è giusto rivendicare misure di flessibilità su richiesta delle lavoratrici, non è giusto farne la filosofia e l'asse di una pratica delle donne sul tema.

Le lavoratrici spesso chiedono gli orari flessibili, il part-time o il telelavoro perché non è data loro alcuna alternativa e perché questo è il modo più semplice di affrontare il problema a livello individuale. L'alternativa è quella del lavoro condiviso, che diventi cioè preoccupazione dell'intera organizzazione sociale. In questa prospettiva la difesa e il rilancio dei servizi sociali, la pretesa di orari di lavoro che non ignorino la vita personale e l'esigenza di cura di se stesse/i  e degli altri, il rifiuto di leggi che precarizzano oltre ogni limite l'occupazione, un reddito di base per chi non trova lavoro... prospettano un altro orizzonte e altri rapporti di forza, all'interno dei quali anche la richiesta di flessibilità assume un significato diverso  e un diverso potenziale di liberazione per le donne e per gli uomini.

                

                                    

 

 

             I Quaderni Viola aderiscono alla campagna    WWW.RIVOLTAILDEBITO.ORG



Tags: Mario Monti  debito  Grecia  Argentina  Ecuador  

You are here