Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Libia: il fumo tricolore e l’arrosto

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Libia: il fumo tricolore e l’arrosto

Da mesi periodicamente si parla molto della Libia, ma quasi sempre in modo assurdo.

La destra (pur con il consueto e scopertissimo gioco delle parti, che serve a confondere ancor più le idee al “popolo democratico”, pronto sempre ad applaudire Fini quando si differenzia un po’ da Berlusconi o da Bossi) evita in genere i toni duri: gli accordi con la Libia sono un affare d’oro, da non mettere in pericolo urtando la suscettibilità del colonnello.

Sintomatica la divisione dei compiti tra i due giornali più vicini a Berlusconi: Il “Giornale” di Feltri usa gli argomenti del cinismo politico, enumera i molti interessi commerciali, politici, economici che legano Italia e Libia, rimprovera l'incoerenza di chi fa la morale a Berlusconi avendo in passato fatto onore ad Arafat, mentre Belpietro su “Libero” riconosce e capisce tutti gli argomenti di realpolitik già elencati da Feltri ma pone un limite morale a ciò che si può e non si può fare quando si tratta con un dittatore e un protettore di terroristi.

Comunque si mandano le frecce tricolori a Tripoli, come dono spettacolare che accompagna la visita di Berlusconi, salvo studiare con la classica doppiezza italica e cattolica di ridimensionarne la portata, e costruendo un finto dramma sul colore del fumo…  La farsa è cominciata con la scelta della data, intermedia tra la ridicola partecipazione al tradizionale rito della “perdonanza” che all’Aquila ricorda il povero Celestino V (poi saltata per il conflitto con i vescovi), e il giorno della vera ricorrenza della festa nazionale libica. Col pretesto di celebrare il primo anniversario dell’accordo italo libico, si è evitato così l’incontro del premier con il “terrorista” Abdelbasset al-Migrahi, appena liberato dalla Scozia, che sarebbe stato più probabile nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della proclamazione della repubblica.

 

Di al-Migrahi si parla molto, dando per scontato che sia stato davvero il colpevole, e sorvolando sul fatto che molti osservatori, anche degli Stati Uniti, avevano sospettato fortemente la Siria e non la Libia per l’attentato all’aereo di Lockerbie (Israele invece continua a indicare – in base ai suoi interessi di questa fase - una pista iraniana, a dimostrazione del fatto che di come si è svolto davvero quell’attentato non si sapeva e non si sa niente di preciso e quindi ognuno addita il suo particolare avversario del momento…).

Anche in questi giorni il “New York Times” (ripreso dall’“International Herald Tribune” il 26 agosto) ha ribadito con un articolo di Michael Slackman i dubbi sulla effettiva colpevolezza del caposcalo libico (accusato soprattutto perché avrebbe potuto facilmente lasciar imbarcare l’esplosivo, cosa che è ben lontana dall’essere una prova a suo carico). A Slackman il prof Vandewalle, uno dei giudici che hanno condannato al-Migrahi, aveva dichiarato che “la corte era stata sottoposta a un’enorme pressione” per condannare il libico, ammettendo che in caso di riapertura del processo, questo “sarebbe probabilmente finito con un’assoluzione”. (“il manifesto”, 27/8/09).

Secondo altri, la scarcerazione “umanitaria” è stata concessa proprio per evitare il nuovo processo, in una fase in cui le “enormi pressioni” non ci sarebbero state, una volta che Gheddafi è stato riammesso nei salotti buoni del capitalismo. In ogni caso è verosimile quello che ha riferito Seif al-Islam, il figlio prediletto di Gheddafi, sulle trattative intercorse ai massimi livelli (e non solo quindi col governo scozzese).

Si può concludere che, sia che al-Migrahi fosse stato davvero un terrorista, sia che fosse stato innocente, la sua liberazione è stata messa sul piatto della bilancia in cambio di qualche centesimo di sconto sul prezzo del gas o del petrolio (il Times ha precisato: la contropartita è stata la concessione dei diritti di sfruttamento di un maxigiacimento, per 15 miliardi di sterline…). Così – e non solo dalla Libia - si può ottenere tutto.

Giustamente, maestro della logica formale, il colonnello Gheddafi si è detto stupito per la reazione indignata alle accoglienze trionfali fatte ad Abdelbasset al-Migrahi al momento del suo arrivo in Libia, e ha ricordato l’accoglienza fatta a Sofia alle cinque infermiere bulgare che erano state condannate a morte per un presunto reato di diffusione dell’AIDS e che erano state rilasciate con l’impegno che scontassero una pena detentiva nel loro paese (che non hanno mai scontato). Per noi, dice Gheddafi, le infermiere erano colpevoli, come per l’Occidente era colpevole al-Migrahi, di cui la Libia ha sempre ribadito l’innocenza, e che è stato considerato vittima di un processo politico.

 

Il problema è che si continua a scandalizzarsi per il ritorno di al-Migrahi, ma tacendo dei crimini veri della Libia: le riconsegne di rifugiati politici ai loro governi, e soprattutto le espulsioni brutali di immigrati quando non servono più le loro braccia.  Si veda in proposito il documento del CeSPI, (Centro Studi di Politica Internazionale. DOC 7/09,  Lorenzo Coslovi, La regolarizzazione in Libia: verso una migliore gestione delle migrazioni?)

Nessuno dice che questi precedenti della Libia, e le terribili condizioni di detenzione di chi finisce nei suoi “centri di accoglienza” rendono assurdo e scandaloso che la si scelga come partner privilegiato per la gestione delle espulsioni dei migranti provenienti dall’Africa. O è proprio per questo che è stata scelta?

 

Ma la grande stampa “indipendente” oggi si occupa meno della Libia e più di Malta. Non so se è fondato il sospetto che dietro tante polemiche su chi è più responsabile delle tragedie in mare, ci sia anche un’aspirazione italiana a estendere le proprie acque territoriali a scapito della piccola isola, dimostrando l’incapacità della sua flotta di controllare il canale di Sicilia. Certo additare Malta come principale responsabile serve a far dimenticare le colpe del nostro paese. Di fatto nel Mediterraneo c’è stata una ignobile gara nel respingere gli sventurati in cerca di asilo. Ricordiamo i pescatori siciliani e tunisini sospettati di complicità con l’immigrazione clandestina, arrestati e processati per aver soccorso qualche natante, e i pescatori greci che invece di soccorrere i migranti, si impossessano dei loro gommoni (ne ha parlato Pavlos Nerantzis sul numero già citato del manifesto). E il comportamento del governo Zapatero, che per respingere i migranti usa il regno feudale del Marocco come Berlusconi la Libia…

Tragedie infinite, invano negate, che comunque vedono ogni giorno contraddetta la pretesa di assicurare in questo modo la “nostra sicurezza” con i respingimenti e le detenzioni: chiusa per un momento una via, se ne apre subito un’altra. Chi specula sulla irresistibile spinta migratoria dall’ex “Terzo mondo” in sfacelo, sembra che cominci ora a scegliere la Turchia come base di partenza, e a puntare a sbarchi su altre sponde del continente europeo e altri luoghi della stessa Italia, meno controllabili della piccola Lampedusa.

 

Postilla: Prima di tutto una precisazione: qualche compagno mi ha rimproverato un’eccessiva indulgenza (quasi una simpatia) verso Gheddafi nei due articoli precedenti. Credo di essere stato frainteso. Semplicemente non mi dimentico mai che i toni razzisti della grande stampa (penso al “Corriere della sera” che diede intere pagine alla Fallaci per vomitare retrospettivamente i suoi ricordi sugli incontri col colonnello libico) non sono casuali: hanno a monte la rimozione delle nostre responsabilità storiche. Penso alla protesta dell’ambasciatore a Tripoli Francesco Paolo Trupiano, che ritiene inopportuna perché “unilaterale” la mostra fotografica su “L’occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo”, inaugurata in questi giorni.

Gheddafi non sempre è coerente e spesso anzi molto contraddittorio, ma non più di tanti altri “capi” di paesi ex coloniali, verso cui c’è molta più indulgenza. Le loro bizzarrie e contraddizioni sono comunque uno dei lasciti della dominazione europea, che non ha certo dato buoni esempi.

A questo proposito segnalo che Angelo Del Boca, il grande storico del colonialismo italiano in Africa, che alla Libia ha dedicato pagine preziose, tra cui una biografia di Gheddafi frutto di lunghi colloqui col colonnello, si è indignato molto per un episodio a mio parere marginale e ridimensionabile. Si tratta di questo: Del Boca ha ricevuto nello stesso tempo dall’ambasciata libica a Roma l’annuncio della concessione di un’onorificenza per i suoi meriti di storico, e da Tripoli la notizia che una commissione di censori ha vietato il suo ultimo libro, A un passo dalla forca, perché avrebbe esaltato troppo il ruolo dei senussiti nella lotta per l’indipendenza. Giustamente Del Boca ricorda che lo stesso Omar al-Mukhtar, a cui si è riferito lo stesso Gheddafi nel recentissimo viaggio in Italia, era il capo della Senussia. Del Boca, richiamando l’atteggiamento di un grande africanista come Basil Davidson di fronte all’involuzione del “socialista” somalo Siad Barre, ha dichiarato che analogamente d’ora in poi si disinteresserà della Libia. Ma è una reazione sproporzionata: due atteggiamenti così diversi negli stessi giorni verso il lavoro di Del Boca provano solo una cosa: continuano gli scontri tra diverse fazioni nella Jahamairia libica, già emersi in diverse occasioni…

Casomai mi ha colpito che Angelo Del Boca, i cui testi storici hanno contribuito molto alla mia formazione di studioso, ma le cui divagazioni politiche nella sua recente autobiografia (Il mio Novecento, Neri Pozza, 2008 Milano) mi avevano preoccupato, non accenna minimamente alle ben più gravi incoerenze di Gheddafi, che mentre rivendica il passato eroico della lotta anticoloniale, collabora con l’Italia e altri regimi occidentali nello sbarrare le porte dell’Europa a chi tenta di sfuggire allo sfacelo dell’Africa.

(a.m. 2 settembre 2009)



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