Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Liberarsi dal debito

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Liberarsi dal debito

 

Due interventi in sintonia  con i miei ultimi articoli, scritti da due dei promotori di “Smonta il debito” www.smontaildebito.org/ e pubblicati oggi su “il manifesto”.

 

Gli avvoltoi sulla Grecia

 

Antonio Tricarico

 

Lo scorso martedì il governo greco, ormai uscente e “tecnico” dato l'empasse politico nel paese, ha preso la sorprendente decisione di ripagare in toto il valore nominale di 436 milioni di titoli del tesoro greco emessi dieci anni fa a tasso variabile ed ora in scadenza. Il beneficiario è stato quel  quattro per cento dei creditori greci che non hanno accettato i termini dell'accordo di ristrutturazione del debito di 206 miliardi di Euro avvenuto lo scorso marzo sotto la guida della troika della Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

A differenza della stragrande maggioranza dei creditori greci, incluse tante banche private tedesche e francesi, che hanno accettato i termini di un accordo che ha fatto perdere loro più della metà del valore nominale dei titoli del tesoro di Atene, diversi fondi speculativi di tipo hegde, cosiddetti “avvoltoio”, hanno scommesso dalla fine del 2011 che l'accordo sarebbe entrato legalmente in vigore perché sottoscritto da almeno i tre quarti dei creditori. Ma essendo loro una piccola minoranza che non firmava avrebbero ricevuto il pagamento dell'intero valore, senza sconti, alla fine dal governo greco. E così è stato.

 

Va sottolineato che comunque i titoli greci avevano raggiunto un valore reale quasi nullo nei libri contabili di fronte ad una situazione in cui la Grecia era valutata dalle potenti agenzie di rating già in default. Perciò incassare anche un 40 per cento del valore nominale dei titoli era una plusvalenza per i creditori, se la perdita era già stata scontata nei loro bilanci. Per altro quando è stato raggiungo a marzo l'accordo sul nuovo pacchetto di salvataggio della Grecia, dietro l'accettazione di ulteriori misure draconiane di austerità da parte del governo di Atene, dei 130 miliardi di Euro concessi più di 90 di fatto sono stati dati per ritornare subito a saldare appunto a prezzo scontato i crediti delle banche europee.

 

Ma alla fine del 2011 diversi fondi privati –  tra cui, secondo fonti della Bbc inglese, Elliot Associates del Regno Unito, Loomis Sayles e Blackrock degl Usa, la banca svizzera Julies Baer, il gestore di fondi francese Natixis, il tedesco StarCap, ed il lussemburghese Ethenea Independent Investors - l'hanno pensata ancora meglio degli altri. Hanno iniziato a rastrellare titoli spazzatura greci sui mercati secondari ad un valore irrisorio. In particolare hanno ricercato quella minoranza di titoli i cui contratti di vendita sono registrati a Londra e non in Grecia, perciò rimangono immuni da possibili cambiamenti retroattivi nella legge greca. E se il governo di Atene non pagasse potrebbe essere sfidato di fronte a corti internazionali, come nel caso dell'Argentina dieci anni fa. Così i fondi avvoltoio oggi passano all'incasso il 100 per cento del valore originario dei titoli. Un affarone. Infatti, il governo greco, stretto tra la minaccia di essere cacciato fuori dall'Euro ed il caos politico nel paese, non si è voluto prendere nessuna responsabilità nell'infiammare ancora di più le critiche internazionali contro la Grecia e quindi ha detto di sì al pagamento degli avvoltoi, per altro contravvenendo a quanto affermato in occasione dell'accordo di marzo.

 

La verità è che a Bruxelles e Francoforte è stato dato un tacito assenso, come ammette lo stesso Financial Times, per compiacere gli avvoltoi dei mercati. I 436 milioni di Euro non sono altro che una parte della prima tranche di 4,2 miliardi che l'Europa ha appena pagato ad Atene. Soldi dei contribuenti europei (anche di quelli tedeschi oggi così critici della Grecia) che vanno così direttamente a saldare gli extra profitti di pochi manager crudeli che operano tramite paradisi fiscali (inclusi quelli dentro l'Ue, come la City di Londra e Lussemburgo). E tutto questo è legale. In totale i creditori duri e puri che aspettano un pagamento in toto da Atene possiedono titoli per 6,4 miliardi di Euro. Si aggiunga anche che i fondi hedge operano con una significativa leva finanziaria, ossia prendendo a prestito gran parte dei loro soldi da banche private. Magari i titoli greci sono stati acquistati con soldi presi a prestito da banche che avevano avuto accesso alla liquidità offerta generosamente a tassi bassissimi dalla Banca centrale europea negli ultimi mesi. Ma non potremo mai saperlo, perché i soldi sono fungibili e circolano molto velocemente. Quello che sappiamo è che la miseria in Grecia aumenta grazie agli avvoltoi con il tacito assenso della Bce e dei governi europei.

 

(del CRBM, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, e di “Smonta il debito”. Articolo pubblicato su il manifesto, 17/5/12)

 

 

Per un'uscita dal debito dalla parte dei cittadini

di Francesco Gesualdi

 

Il nuovo vento che soffia in Europa forse ci permetterà di imboccare altre strade per la soluzione del debito. Un problema che va sicuramente risolto, sapendo però, che ci sono due modi per farlo: dalla parte dei creditori o dei cittadini. La politica italiana, assieme a quella europea, fin'ora ha scelto i creditori imponendoci sacrifici fatti passare come medicine per salvare l'Italia. Il ritornello lo conosciamo: siamo sotto costante esame dei mercati, se facciamo scelte a loro gradite abbiamo qualche possibilità di cavarcela, altrimenti saremo distrutti. Implicito riconoscimento che fra stato e mercati ormai non comandano più parlamenti e governi, ma banche, fondi di investimento, hedge fund. Ed ecco i politici ridotti a lacchè sempre pronti a lucidare le scarpe ai signori della finanza.

Ma il guaio è che non è sempre facile indovinare la cera più giusta, i mercati assomigliano a damigelle un po' viziate che si stancano subito del vestito appena indossato e con aria annoiata ne richiedono un altro. E se in un primo momento i mercati hanno brindato di fronte alla decisione dei governi di spremere le famiglie con un aggravio di tasse per garantire ai creditori interessi più alti, oggi si dimostrano insofferenti perché sanno che togliendo ricchezza alla gente si rischia di inceppare l'intero sistema, con danno anche per loro.

I tecnici economisti, quelli che sanno servire i mercati meglio dei politici, perché hanno studiato per questo, hanno fatto subito una proposta alternativa: non è dai redditi delle famiglie che dobbiamo ottenere il latte da somministrare ai mercati, ma dal taglio della spesa pubblica che, udite udite,. in Italia ha raggiunto gli 800 miliardi di euro, il 50% del PIL. Una vera bestemmia per i nostri dottori in economia, che si sbarazzerebbero volentieri di pensioni e assistenza alle famiglie (300 miliardi), sanità (100 miliardi), spese degli enti locali (240 miliardi), scuola (80 miliardi). Ma i tecnici d'oltre oceano hanno subito bocciato l'idea, niente po' po' di meno che per bocca di Lawrence Summers, già Ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa bianca. In un articolo apparso sul Financial Times del 30 aprile, ricorda che il taglio della spesa pubblica ha un effetto demolitivo sul Pil pari a una volta e mezzo. Come dire che a ogni euro in meno di spesa pubblica corrisponde un euro e mezzo di contrazione del Pil. In effetti non ci vuole la laurea per capire che anche la spesa pubblica rappresenta domanda per il sistema e ogni sua riduzione si ripercuote negativamente sull'intera economia. Così i nostri tecnici lavorano contro la crescita pur invocandola dalla mattina alla sera, al pari dei i mercati che coltivano il caos pur invocando la stabilità.

L'unico modo per uscire da questa politica fallimentare è un cambio di prospettiva. Dobbiamo smettere di inseguire i padroni della finanza e concentrarci sugli interessi dei cittadini. Allora scopriremo che la priorità non è il Pil e la crescita, ma l'equità e i servizi. Due percorsi che oltre a garantire beneficio a ogni cittadino, portano prosperità all'intera economia perché rimettono in circolazione ricchezze nascoste, tutt'al più utilizzate in operazioni speculative.

Fra le prime misure il congelamento del debito inteso come sospensione del pagamento di capitale e interessi per toglierci dalla tempia la pistola dei mercati e riportare subito il bilancio pubblico in pareggio senza aggravi fiscali. Congelamento a tempo, accompagnato da un'approfondita indagine popolare per capire come e perché si è formato il debito in modo da individuare eventuali parti illegittime che si ha il diritto di ripudiare definitivamente. A seguire una seria riforma fiscale per ottenere un aumento del gettito fiscale dai grandi redditi e dai grandi patrimoni che costituiscono comunque un sequestro di ricchezza parcheggiata in area improduttiva. E per finire una riqualificazione della spesa pubblica per sbarazzarci degli sprechi, intesi come privilegi e spese inutili, in modo da incanalare ogni euro verso il miglioramento dei servizi pubblici e il potenziamento degli investimenti pubblici in acquedotti, difesa del territorio, case popolari, scuole, ospedali, ferrovie locali. Ecco una politica che in poco tempo potrebbe creare un milione di posti di lavoro, come non può fare il “mercato” che, stretto com'è fra globalizzazione e competizione internazionale, è tanto se mantiene gli occupati che ha. La vera speranza occupazionale risiede nell'economia pubblica che se ben gestita può anche adoperarsi per rilanciare l'economia privata, non quella orientata all'esportazione come i dottori in economia continuano a dirci, ma quella votata all'economia interna, a partire dall'agricoltura, che di mangiare avremo sempre bisogno. Se le campagne disponessero di viabilità, trasporti, servizi scolastici, sanitari, e tutto il resto che serve per una vita civile, chissà quanti giovani potrebbero tornare a fare i coltivatori diretti specie se godessero di servizi di consulenza tecnica gratuita e naturalmente di credito agevolato. Il che apre tutta la questione del sistema bancario anch'esso da riformare in profondità affinché le banche smettano di essere scommettitori ubriachi che frequentano i casinò e tornino ad occuparsi di credito al servizio dell'economia reale in un'ottica di sostenibilità.

Un programma impossibile? Mercati, dottori in economia e lacchè della politica, diranno che si tratta di solo delirio. E delirio sarà finché ci faremo intimorire dalle loro minacce e dai loro ricatti. Me se avessimo il coraggio di osare, ci renderemmo conto che il nemico è solo una grande pupazzo di carta pesta costretto a farsi da parte se non vuole finire sotto i piedi di un popolo deciso a marciare.

 

(del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e di “Smonta il debito”, l’articolo è stato  pubblicato sul Manifesto del 17/5/12)

 



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