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Bihr: novità sulla crisi?

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Novità sul fronte della crisi economica?

Alain Bihr

Sono tre anni che non facciamo che spiegare perché e come si sia tesa la trappola dell’austerità neoliberista e stia strangolando progressivamente, ancorché in maniera diseguale, tutti gli Stati europei, soprattutto le classi popolari. Portate avanti con ostinazione da oltre trent’anni da parte dei governi, indipendentemente dal loro colore politico dichiarato, le politiche neoliberiste hanno combinato alto livello di disoccupazione cronica, sviluppo di posti di lavoro precari, austerità salariale (aumenti dei salari nominali inferiori agli aumenti di produttività), corsa allo smantellamento dei dispositivi di protezione sociale, con il conseguente aggravamento generalizzato delle disparità sociali di ogni genere, l’impennata dei redditi più elevati e la crescita dei grandi patrimoni, e con il parallelo estendersi della povertà e della miseria, il tutto attraverso l’accresciuta internazionalizzazione della circolazione del capitale in tutte le sue forme (la cosiddetta “globalizzazione”), che si è tradotta soprattutto nel mettere in concorrenza sfrenata il proletariato a livello mondiale.

Tutto questo, costellato da periodiche crisi finanziarie, l’ultima delle quali, quella cosiddetta dei subprime, avrebbe raggiunto dimensioni storiche (solo quella del 1929-1932 è paragonabile ad essa), inducendo gli Stati coinvolti a intervenire in modo massiccio per salvare il sistema finanziario ed evitare che la crisi finanziaria degeneri in depressione economica generalizzata, con questo salvataggio del credito privato, che porta alla fine alla crisi economica del debito pubblico: ampliamento dei passivi di bilancio e dei debiti statali, che rende sempre più problematico il finanziamento di questi ultimi.

Naturalmente, la prosecuzione delle precedenti politiche di austerità, ormai consolidate dall’esigenza di far fronte alla deregolamentazione delle finanze pubbliche a furia di tagli drastici delle spese e dell’innalzamento delle entrate fiscali, essenzialmente assicurate dall’aumento delle imposte indirette, non ha fatto che peggiorare la situazione comprimendo, se non deprimendo, il potere d’acquisto dei più, portando così l’economia dell’Unione europea a un regime di debolissima crescita, quando non di stagnazione, inframmezzata da fasi di recessione, gonfiando automaticamente le passività di bilancio e, quindi, i debiti pubblici che, pure, si dichiara di voler ridimensionare.

 

Prospettive di un neokeynesismo comunitario

Per uscire da questo circolo vizioso, pur rimanendo nel quadro del capitalismo, non esiste altra via se non quella di procedere a una politica di ripresa economica attraverso la domanda, combinando, secondo le normali ricette keynesiane, aumento del potere d’acquisto dei salari e investimenti pubblici.[1] La prima cosa richiederebbe, a seconda degli Stati interessati, di spostare dai 5 ai 10 punti del PIL dai profitti ai salari (diretti e indiretti), facendo attenzione al tempo stesso a preservare le possibilità di accumulazione del capitale, mettendo le mani essenzialmente sui dispositivi di ottimizzazione fiscale di cui fanno uso ed abuso le grandi imprese (soprattutto multinazionali), nonché sui redditi dei detentori del capitale (“salari” mirabolanti e stock-options dei dirigenti, interessi dei banchieri, dividendi degli azionisti, ecc.).

Un simile riequilibrio nella distribuzione del PIL dovrebbe intervenire a un duplice livello: a quello della formazione delle entrate primarie con l’aumento della massa salariale, e al livello della redistribuzione dei redditi tramite la riforma delle finanze pubbliche. L’aumento della massa salariale dovrebbe, a sua volta, combinare aumento dei salari diretti, aumento di quelli indiretti (prestazioni di assistenza e previdenza sociali) e creazione di nuovi posti di lavoro sia nel settore privato sia in quello pubblico, insieme alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro (a 32 ore, o a 28, settimanali).

Quanto alla riforma delle finanze pubbliche, questa riguarderebbe sia l’aspetto spese sia quello entrate fiscali. Queste ultime presupporrebbe una riforma fiscale che privilegiasse largamente la tassazione diretta rispetto a quella indiretta e aumentasse la progressività sia con l’ampliamento dell’imponibile (inserendovi gli elementi del patrimonio e dei redditi che ne sono esenti o ne restano fuori), sia con l’aumento dei tassi, creando aliquote supplementari. Quanto al lato spese, andrebbero favorite quelle immediatamente indispensabili (per alloggi, sanità…) e quelle più promettenti per il futuro (formazione, tempo libero, cultura). Il new deal tra salari e profitti dovrebbe poi andare insieme al rilancio degli investimenti pubblici, sotto forma di grandi lavori infrastrutturali che consentano il rinnovo di attrezzature collettive e dei servizi pubblici a lungo termine, ad esempio espandendo e accelerando l’indispensabile e urgente transizione energetica, combinando risparmio energetico, ricerca di ottimizzazione della spesa energetica e sviluppo delle cosiddette energie rinnovabili.

Evidentemente, dato l’attuale intreccio degli apparati produttivi e dei mercati in Europa, una politica del genere si potrebbe portare avanti solo al livello dell’Unione europea. Presupporrebbe quindi, come minimo, il coordinamento di politiche di bilancio e salariali tra i vari Stati membri, onde evitare che qualcuno cerchi di ricavare vantaggio dagli sforzi e dalle spese altrui senza contropartite, e soprattutto ampliare gli effetti di una ripresa simultanea. Implicherebbe inoltre che determinate spese infrastrutturali si assumessero a livello comunitario, attraverso l’aumento del bilancio specifico dell’UE e una riforma della BCE, per trasformarla in prestatore in ultima istanza nella zona euro. Sempre a questo livello, si potrebbero e sicuramente si dovrebbero mettere in piedi misure protezionistiche, per contrastare il dumping sociale ed ecologico degli “Stati emergenti”, a cominciare dalla Cina, e si potrebbe attivare una politica monetaria favorevole alle esportazioni grazie a una svalutazione di fatto dell’euro, disposti ad accettare una maggiore inflazione (cosa che, del resto, codtituirebbe una manovra per sgonfiare in parte i debiti pubblici).

 

L’eurocrazia lacerata

Il precedente scenario non ha niente di utopistico: la sua concretizzazione potrebbe rientrare perfettamente nel campo dei possibili, nel quadro dell’attuale delimitazione e struttura del capitalismo. Ce ne sono già, e da tempo, le condizioni materiali e istituzionali. Finora mancano – ma è fondamentale – le condizioni politiche.

A cominciare dal fatto che l’intera eurocrazia rimane, per ora, imperniata sui principi neoliberisti prima ricordati, malgrado i sempre più clamorosi effetti perversi delle politiche che ad essi si sono ispirate.

L’eurocrazia? Ci riferiamo al governo informale e non ufficiale ma perfettamente reale dell’UE, che comprende la Commissione europea e i suoi servizi, la direzione della BCE, la Corte di giustizia europea custode dei trattati europei, con i suoi relativi pseudopodi in tutti i governi nazionali, ma anche internazionali (i poteri che gestiscono le principali regioni e le grandi metropoli motrici dell’UE).

Comportandosi all’occorrenza da grandi sacerdoti, i suoi membri non hanno smesso di trarre dagli insuccessi delle loro politiche la conclusione che vanno raddoppiate ed estese, in quanto l’eccellenza dei loro principi avrebbe subito insuccessi per il solo fatto che la realtà economico-sociale non sarebbe stata ancora riformata abbastanza da potersi conformare ad essi e, quindi, renderne manifesta l’eccellenza. Perfetta tautologia! Evidentemente, la loro testardaggine non ha niente di disinteressato: i loro principi, viceversa, esprimono direttamente gli interessi della frazione attualmente egemone del capitale europeo e, più in generale, mondiale, quella che comprende i principali gruppi finanziari e industriali multinazionali, per i quali l’Europa non potrebbe essere se non un semplice “dipartimento” del mercato mondiale, che va lasciato aperto alla circolazione del loro capitale e messo sistematicamente in concorrenza con gli altri “dipartimenti”, in modo da crearvi le condizioni per lo sfruttamento il più vantaggioso possibile della manodopera presente al suo interno.

L’orgoglio di questa eurocrazia, la sua fede nell’eccellenza dei suoi principi, l’alto concetto che ha della missione di cui è investita (unificare l’Europa, convertendone i popoli alla religione neoliberista) hanno indubbiamente conosciuto una lacerazione a varie riprese nel corso degli ultimi anni. La laboriosa ratifica del Trattato di Nizza da parte dell’Irlanda (2001-2002), poi il rifiuto del progetto di trattato che instaurava una Costituzione per l’Europa ad opera della Francia e dei Paesi Bassi nel 2005, avevano già costituito la testimonianza dell’incredulità di alcuni popoli  nei riguardi della fede neoliberista, non appena si era data loro la possibilità di pronunciarsi tramite referendum. Anche qui, non si trattava se non di incresciosi incidenti di percorso, che avevano solo ritardato la marcai in avanti della crociata neoliberista che portava al Trattato di Lisbona (2007), non senza che quest’ultimo venisse in un primo momento rifiutato dal popolo irlandese.

L’aggravarsi della situazione economico-sociale secondo le concatenazioni cui abbiamo sopra accennato, porterà invece l’eurocrazia di fronte a una sfida di tutt’altra portata. È nota la celebre formulazione di Lenin che definisce la situazione rivoluzionaria nei termini seguenti: «Perché scoppi la rivoluzione, non basta, di solito, che “la base non voglia più” vivere come prima, ma è anche importante che “il vertice non possa più farlo”» (in Il fallimento della II Internazionale). È applicabile più in generale a qualsiasi situazione di crisi politica profonda, che presuppone effettivamente che “quelli che stanno in alto” non riescano più a governare come prima, mentre “quelli che stanno in basso” non accettano più di essere governati come prima. Ora, si stanno accumulando diversi segnali che lasciano pensare che le cose stiano andando sempre più in questa direzione oggi in Europa, sia al vertice sia alla base.

Innanzitutto al vertice. Mese dopo mese, tutti i governi dell’UE che hanno rigorosamente messo in atto le politiche neoliberiste auspicate dall’eurocrazia sono costretti a prendere atto che, lungi dal “rilanciare la macchina economica” e “fare uscire l’Europa dalla crisi”, queste politiche ve la sprofondano sempre più deprimendo la crescita, sviluppando la disoccupazione, scavando ulteriormente il baratro del debito pubblico, ecc. E la situazione si aggrava nella stessa misura del rigore con qui vengono applicate queste politiche.

Si veda la Spagna, dove la loro attuazione in fasi successive da parte del governo Zapatero, poi del governo Rajoy, ha portato il tasso di disoccupazione (ufficiale), nel primo trimestre di quest’annno, al 22% (e quello dei soli giovani sotto i 25 anni al 52%),[2] mentre il debito pubblico balzava dal 40% al 68,5% del PIL tra la fine del 2008 e la fine del 2011![3]

Non è migliore lo sviluppo della situazione in Italia, alla cui testa è stato posto, dalla stessa eurocrazia, uno dei suoi stessi membri, Mario Monti, ex membro della Commissione europea dal 1995 al 2004, prima di passare alla Goldman Sachs, la stessa che ha aiutato il governo greco a ritoccare i suoi conti tra il 2007 e il 2010: il suo arrivo al potere non ha impedito che il PIL italiano scendesse dello 0,2% e dello 0,7%, rispettivamente, nel III e IV trimestre del 2011, con la Commissione europea che prevede una contrazione dell’ordine dell’1,3% durante quest’anno, mentre il FMI si aspetta addirittura che potrebbe peggiorare, arrivando fino al 2,2%.[4]

Stando così le cose, il debito pubblico, che è passato dal 105,7% al 120,1% del PIL, rischia di aumentare ulteriormente, rendendone più difficile il rifinanziamento sui mercati. Per non parlare della catastrofica situazione sociale in cui i piani di austerità inflitti alla popolazione greca hanno sprofondato quest’ultima nel corso degli ultimi due anni: la Grecia è appena entrata nel suo quinto anno consecutivo di recessione, con il PIL che è sceso del 6,2% durante il primo semestre;[5] il saggio di disoccupazione ufficiale arrivava lo scorso febbraio a 21,7% (45% fra i giovani dai 15 ai 24 anni); in media, sono circa un migliaio al giorno i posti di lavoro che si sono persi nel 2011;[6] metà dei disoccupati lo sono da almeno un anno, mentre le indennità di disoccupazione sono anch’esse state ridotte a un anno; così stando le cose, il tasso di povertà, già fra i più elevati in seno all’UE (dell’ordine del 20% nel 2010), si è di sicuro aggravato drammaticamente: secondo Eleuftheros Typos (21 aprile), un greco su due non riesce più a pagare le fatture e otto greci su dieci dicono di non riuscire più a provvedere ai figli sul piano economico.

Si tratta di sviluppi che gli eurocrati possono al limite, sia pure a torto, considerare il prezzo da pagare per l’accesso dei popoli europei al paradiso neoliberista. Di contro, la situazione particolarmente allarmante delle banche europee, per quanto meno nota al grande pubblico, dovrebbe essere per loro di quelle che fanno provare sudori freddi e notti insonni. Fatto sta che queste banche sono tra i principali creditori degli Stati europei e, a questo titolo, hanno già dovuto incassare il costo del cosiddetto “salvataggio della Grecia” (l’annullamento di metà del debito pubblico di quel paese), nonché costituire provviste supplementari in vista dei rischi persistenti, e che si andranno aggravando per alcune, su altri crediti europei. Si capisce meglio, allora, la loro rincorsa ai circa 1.000 miliardi di euro che ha prestato loro, a un tasso ridotto (1%) in due volte (fine dicembre e fine gennaio) la BCE. È, infatti, soprattutto allo scopo di rifinanziarsi che sono stati usati quei giganteschi fondi dalla banche europee, poi per continuare a comperare titoli dei debiti sovrani, e solo in terzo luogo per sostenere la crescita dell’“economia reale” (le imprese, le pubbliche amministrazioni e le famiglie).

L’effetto è evidentemente quello di aggravare ancor più la loro esposizione al rischio di tracollo per questi debiti e la prospettiva è che la prossima crisi dell’indebitamento pubblico (in Spagna o in Italia) si duplichi in una crisi bancaria, che porterebbe non solo a rendere impossibile un altro prolungamento di credito agli Stati da parte delle banche, ma anche e soprattutto a provocare la contrazione del credito bancario, facendo sprofondare l’intera economia europea in una recessione sempre più grave.[7]

Due recenti segnali attestano questo aggravarsi della situazione e i crescenti timori degli operatori finanziari circa il futuro di interi settori del sistema europeo: la revisione al ribasso da parte di Standard & Poor’s, il 30 aprile, della valutazione di nove banche o gruppi bancari spagnoli, che continuano ad essere gravati da una montagna di crediti immobiliari discutibili o chiaramente irrecuperabili (184 miliardi di euro, secondo la Banca di Spagna), seguita da quella di Moody’s lo scorso 14 maggio di ventisei banche o gruppi bancari italiani, otto dei quali con due “voti” in meno, sei di tre e due addirittura di quattro, tutte colpite da una prospettiva negativa che annuncia prossime ulteriori revisioni al ribasso delle valutazioni.

A questa crescente impotenza di “quelli in alto” a continuare a governare come prima – vogliamo dire: a ottenere che le loro politiche neoliberiste producano gli effetti auspicati, in grafo di rinnovare le condizioni del loro predominio - si aggiungono per giunta i segnali di una persistente indisponibilità di “quelli in basso” a lasciarsi governare in questo modo. Per limitarci a quelli principali, ricordiamo gli scioperi generali a ripetizione da due anni in Grecia, il processo di sciopero generale in Francia nell’autunno 2010, i movimenti degli “indignati” di Madrid e di Londra durante lo scorso anno. Anche qui, niente di fondamentalmente minaccioso e ancor meno di irrimediabile dal punto di vista dei governanti: tutti questi movimenti sono stati contenuti o deviati; ma il loro persistere suggerisce chiaramente che il fuoco continua a covare sotto la cenere e che non è da escludere un incendio di maggiore ampiezza.

L’eurocrazia, alla fine, dovrebbe allarmarsi per il fatto che la coincidenza della propria difficoltà crescente nel continuare a governare secondo i canoni neoliberisti con il persistere della protesta dei popoli europei che non vogliono continuare a essere governati così, sta per moltiplicare le crisi politiche nel quadro del regime democratico dello Stato capitalistico. Ad esempio, da quando è esplosa la crisi dei debiti sovrani in Europa, non si contano più i governi che, a prescindere dal loro colore politico, sono stati cacciati dal potere, o per l’impopolarità delle misure che erano stati indotti a prendere nel quadro della gestione neoliberista di questa crisi, o per l’ incapacità di prenderle o di ricavarne i risultati sperati. Per limitarci solo all’ultimo anno, vi rientrano: il governo di Brian Cowen (Fianna Fail) in Irlanda, cacciato dalle elezioni legislative del marzo 2011; quello di Socrates (PS, Portogallo), costretto a dimettersi dal parlamento, avendo perso le elezioni del giugno 2011; nel  novembre scorso: quello di Papandreu (PASOK), schiacciato dalla pressione di piazza e da quella dell’eurocrazia; quello di Berlusconi (PdL), cacciato non per le sue scappatelle o i suoi affari giudiziari, ma per la sua impotenza nel procedere al risanamento delle finanze pubbliche italiane imposto dall’eurocrazia e da significativi settori industriali e finanziari italiani; quello di Zapatero (PSOE), anche lui incapace di raddrizzare la situazione economico-sociale spagnola e costretto ad affrontare il montare della protesta sociale; lo scorso marzo; in Slovacchia, quello di Iveta Radicova (Partito Democratico-Unione democratica e cristiana, sacrificata sull’altare del “piano di salvataggio”; esattamente come quello di Mark Rutte (Partito popolare per la libertà) nei Paesi Bassi, alla fine di aprile. La crociata più accesa dell’austerità di bilancio e dell’ortodossia neoliberista portata avanti dal cancelliere tedesco Angela Merkel le ha fatto per ora registrare un insuccesso dietro l’altro alle elezioni regionali: nello Schleswig-Holstein, poi in Nord Renania-Westphalia nelle ultime settimane, dopo quelle dello scorso anno ad Amburgo (febbraio), in Sassonia-Anhalt, Renania-Palatinato e Baden-Wurtemberg (marzo), poi a Brema (maggio), nel Macklemburgo-Pomerania occidentale e a Berlino (settembre); dopodiché, rischia di andare a completare l’elenco precedente con le legislative che si terranno in Germania nel settembre 2013.

Il problema però è che le squadre di governo che sostituiscono quelle così invalidate non tardano, anch’esse, a subire rapidamente l’usura del potere, discreditate a loro volta dalla mediocrità o dalla calamità dei loro risultati e dalla loro incapacità di rispondere alle aspirazioni dei rispettivi elettori, rimanendo prigionieri del gravame delle politiche neoliberiste. Quel che si profila all’orizzonte di queste alternanze tanto reiterate quanto sterili è evidentemente lo spettro dell’ingovernabilità degli Stati, che tra l’altro alimenta sia la volatilità dei comportamenti elettorali, l’astensionismo o l’indifferenza politica, sia il voto a formazioni populiste o di estrema destra. E si tratta di uno scenario che non rientra più nell’ordine delle probabilità, ma fa parte dell’immediata attualità in Grecia. Le ultime elezioni, contrassegnate da un lato dal crollo dei partiti (Nuova Democrazia e Pasok) che hanno amministrato di a turno il paese nel corso degli ultimi anni, responsabili quindi del suo stato attuale e che restano comunque fautori della prosecuzione della cura di austerità che lo sta dissanguando, e dall’altro dall’emergere dell’estrema sinistra (Syriza) e dell’estrema destra (Alba, o Aurora, dorata), non hanno portato al delinearsi di alcuna maggioranza, rendendo necessario organizzare nuove elezioni. Se, come è probabile, queste confermano e amplificano le tendenze presenti, la Grecia si ritroverà, a fine giugno, con un parlamento fortemente segnato da forze ostili ai piani di austerità imposti dall’eurocrazia e disposte a rompere con l’eurozona o con l’euro. Ora. si sa che qualsiasi defaillance greca (rifiuto o incapacità di far fronte alle prossime scadenze di rimborso del debito pubblico) sommergerebbe immediatamente l’intera eurozona nella crisi: l’uscita greca dall’eurozona renderebbe più fragili le banche tedesche, francesi, italiane, creditrici dello Stato greco, e le banche greche, che non sarebbero di conseguenza più in grado di comportarsi da acquirenti dei titoli dei rispettivi Stati, elevando di colpo i tassi d’interesse ai quali questi Stati devono finanziarsi sul mercato obbligazionario, contrattando però anche il credito destinato all’“economia reale”, ecc.

Vale a dire che la crisi politica nei diversi Stati europei rischierebbe allora di non restare nel quadro riparato e regolato dell’“alternanza democratica”, ma potrebbe sfociare, in vari Stati, in vere e proprie crisi di regime, minacciando lo Stato nelle sue stesse forme democratiche.

 

Le scarne possibilità di Hollande

È in questo contesto che è intervenuta l’elezione di François Hollande, il 6 maggio - che si spiega in larga misura con l’alternanza e completa l’elenco degli uscenti, già citato. Questo stesso contesto, tuttavia, circoscrive anche il campo di manovra, ristretto, che gli è stato lasciato – sempre supponendo, ovviamente, che ottenga la maggioranza parlamentare alle prossime elezioni politiche.

Tali misure comportano in particolare: impiego di quel che resta dei grandi fondi europei (FESR, ecc.) e aumento del capitale della Banca europea di investimento per finanziare grandi opere a livello europeo; lancio di eurobond (obbligazioni sottoscritte dall’UE come tale) allo stesso scopo; istituzione della BCE come prestatore in ultima istanza in seno all’UE, permettendole soprattutto di finanziare direttamente i debiti sovrani; il tutto riuscendo a trovare, almeno in parte, il modo di finanziarsi tramite entrate fiscali supplementari, grazie soprattutto all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie in seno all’UE.

Quale accoglienza potranno avere queste proposte? A priori, esse cozzano con le profonde convinzioni neoliberiste, di cui continua ad essere intrisa l’eurocrazia, che esercita la propria tutela sull’insieme dei governi europei, grazie in particolare a quei suoi membri che fanno parte di questi ultimi. Tuttavia, nelle ultime settimane, si sono levate dall’interno stesso di questa eurocrazia alcune voci che lasciano trapelare che le proposte francesi potrebbero essere non immediatamente né completamente respinte.

È José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, a dichiarare: “Condividiamo le convinzione che si debba investire nella crescita e nelle grandi reti infrastrutturali […] mantenendo al contempo la rotta del consolidamento di bilancio e della riduzione del debito”. Gli ha fatto eco Guido Westerelle (FDP, partito popolare), il ministro degli Esteri tedesco, a proposito della necessità di completare il Trattato sulla stabilità (la collaborazione e la gouvernance) attraverso un “patto per la crescita”: Idem da parte di Mario Monti,: “È fondamentale che l’Europa adotti con urgenza concrete politiche per la crescita”.[8]

Di certo, dichiarazioni del genere da parte di eminenti esponenti dell’eurocrazia, inimmaginabili solo qualche mese fa, significano che quello cui abbiamo prima accennato non è una terremoto passeggero, che perlomeno nelle loro vecchie certezze neoliberiste si è insinuato il dubbio e che le linee cominciano a spostarsi. Comunque, quelle certezze restano e continuano a tener fermo l’obiettivo che il complesso dell’eurocrazia si aspetta di raggiungere. Del resto, alcune delle precedenti dichiarazioni sono quanto meno ambigue. Se infatti tutti concordano sulla necessità di creare le condizioni di una nuova “crescita”, quel che intendono con questo, e soprattutto l’idea che hanno di queste condizioni, può dar luogo a interpretazioni radicalmente divergenti. Se infatti, sul fonte “hollandiano”, secondo la tradizione keynesiana, il rilancio deve partire essenzialmente dal lato della domanda (fondamentalmente quella delle famiglie e delle pubbliche amministrazioni), i seguaci dell’ortodossia neoliberista, che continuano a dare il là all’interno dell’eurocrazia, non ci sentono da quell’orecchio: mirano a un rilancio attraverso l’offerta, la cui condizione imprescindibile è il miglioramento della redditività delle imprese, esigendo soprattutto nuove misure di “liberalizzazione del mercato del lavoro”, in altri termini l’ulteriore peggioramento delle condizioni dell’occupazione, del lavoro e delle retribuzioni.

La cosa più probabile è, dunque, che ci si incammini non verso un pacifico gentleman’s pagreement concluso intorno a un tavolo, ma verso un braccio di ferro, una prova di forza, indubbiamente a diverse riprese, il cui primo round avverrà in occasione del Consiglio d’Europa dei 28 paesi dell’UE il 28 giugno prossimo. Per il momento, il suo esito non si può ancora stabilire. Dipenderà, nei fatti, meno dalla volontà di alcuni o di altri, che non dall’effetto di due fattori su costoro. Innanzitutto, lo sviluppo della crisi politica greca: se dovesse realizzarsi lo scenario precedentemente delineato del suo aggravarsi, in seguito a nuove elezioni che approdassero al rifiuto di riconoscere gli impegni finanziari e all’uscita dall’euro, la crisi finanziaria e bancaria che comporterebbe nell’UE, più che mai spinta in quel caso sull’orlo del baratro come costruzione istituzionale, e la prospettiva delle disastrose ripercussioni sull’“economia reale” fornirebbero evidentemente poderosi argomenti ai fautori del neokeynesismo.

Se però, e soprattutto, il popolo greco riuscisse così, nelle prossime settimane, a far vacillare seriamente l’eurocrazia fino a costringerla a rinnegare la propria fede neoliberista, sarebbe un modo per ricordare che tutto dipende, in ultima istanza, dall’ampiezza, dall’intensità, e dal perseverare della mobilitazione popolare contro le politiche d’austerità.

Sarebbe infatti proprio la mobilitazione popolare, a colpi di dibattiti pubblici, di diffusioni di volantini, di organizzazioni di blocchi di vie di comunicazione, di assemblee, di manifestazioni di piazza, di scioperi a ripetizione generali e non, di occupazioni di luoghi di lavoro, ecc., che dopo aver fatto cadere i precedenti governi greci, ridottisi al rango di lacchè dell’eurocrazia e della “trojka” (FMI, Commissione europea e BCE), invierebbe al parlamento greco una maggioranza inflessibile di fronte alle  loro ingiunzioni. Il “miracolo greco” potrebbe allora servire ancora una volta d’esempio per il resto d’Europa e incitare altre popolazioni a seguire la stessa strada, per dischiudere nuove prospettive, senza essere costretti ad attenersi al quadro del timido riformismo neokeynesiano di cui si è detto sopra.

(16 maggio 2012)

Traduzione dal francese di Titti Pierini

 

 



[1] Mi baso in parte, su questo, sulle proposte di Michel Husson, “Une stratégie européenne pour la gauche”, in Socialist Resistence, dicembre 2011 (http://hussonet.free.fr/srmh10f.pdf) e “Euro, en sortir ou pas”, in A l’Encontre, 18 luglio 2011 (http://alencontre.org/?p=3240, o http://hussonet.free.fr/socregfw.pdf ), nonché su Ozlem Onaran, “An internationalist transitional programme towards an anticapitalist Europe: A reply to Costas Lapavitsas”, in Socialist Resistence, aprile 2011 (http://socialistresistence.org/1936/debate-ozlem-onaran-replies-to-costas-lapavitsas).

[2] Cfr. “Indagine sulla popolazione attiva, Primo trimestre 2012”, in Notas de Prensa, 27 aprile 2012 (http://www.ine.es/daco/daco42/daco4211/epaO112.pdf).

[3] Eurostat, Communiqué de presse Euroindicateurs, n, 62/2012, 23 aprile 2012 (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-23042012-APFR2-23042012-AP/FR/2-123042012-AP-FR-PDF, Tutti i dati relativi alle finanze pubbliche degli Stati membri dell’UE sono tratti da questo documento.

[4] Les Echos, 6 marzo 2012.

[5] Eurostat, Communiqué de presse Euroindicateurs, n. 75/2012, 15 maggio 2012 (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-1502012-AP/FR/2-15052912-AP-FR-PDF).

[6] Ellenic Statistical Authority, Labour Force Survey monthly results, febbraio 2012 (http://www.statistics.gr/portal/page/portal/ESYE/BUCKET/A0101/Other/A0101_SJO02_TS_MM_01_2004_02_2012_01A_F_EN.xls).

[7] Cfr: Jacques Adda, “Le jeu dangereux de la BCE”, in Alternatives Economiques, n. 312, aprile 2012, pp. 88-89.

[8] Le Monde, 8 e 9 maggio 2012.



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