Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La lunga tragedia dell’Afghanistan

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La lunga tragedia dell’Afghanistan

 

Premessa

Ogni volta che ritorna al centro dell’attenzione internazionale, l’Afghanistan viene presentato dalla maggior parte dei commentatori semplicemente come una vittima di una volontà di conquista sovietica, e – soprattutto ora che si sta tentando di rimettere in piedi una larga coalizione sotto l’egida del vecchio re Zahir – il suo passato monarchico viene presentato come idilliaco. La realtà è più complessa, come vedremo sia ricostruendo le fasi della formazione dello Stato afghano, sia i suoi conflitti interni nel corso del XX secolo, ben prima dell’intervento sovietico.

Alcuni dati: chi può aspirare a conquistare l’Afghanistan?

Paese vasto più della Francia e oltre due volte l’Italia, l’Afghanistan ha una popolazione valutata oggi in genere tra i 20 e i 26 milioni di abitanti. Le forti correnti di rifugiati da un lato, e dall’altro l’afflusso di combattenti integralisti dal Pakistan, ma anche da diversi paesi arabi, rendono tuttavia molto difficile una approssimazione sufficiente, e provocano stime fortemente divergenti tra loro. Alla metà degli anni Cinquanta secondo il Calendario Atlante De Agostini la popolazione non superava i 12 milioni; nel 1973 uno studio governativo riduceva ancor più la cifra, calcolando 10.020.600 abitanti. L’annuario dell’ONU del 1977 parlava invece di 21.000.000 abitanti, ma due anni dopo fonti governative ne calcolavano 14.000.000. Quanto basta per concludere che oggi, anche grazie alla distruzione di ogni struttura amministrativa capace di valutare la popolazione residente, è praticamente impossibile sapere quanti sono gli abitanti dello sfortunato paese. Anche le cifre sul PIL pro capite sono incredibilmente divergenti, ma tutte inattendibili. In ogni caso le stime più ottimistiche collocano il Pil per abitante a livelli corrispondenti a un sesto di quello iraniano e a un quarto di quello del Pakistan.

L’Afghanistan ha conosciuto diverse invasioni e tentativi di conquista fin dall’antichità, a partire dalla spedizione di Alessandro Magno del 327 a.c. Subì la conquista araba nel 652, quella mongola nel 1221, e fu poi spartito tra gli imperi musulmani della Persia e dell’India. L’obiettivo dei conquistatori tuttavia non erano certo le modestissime risorse naturali del paese,[1] ma la collocazione strategica al centro di una delle più importanti vie di comunicazione terrestre, la “via della seta”.

Il “grande gioco”

Dopo secoli di isolamento, l’Afghanistan, che era stato unificato nel 1747 da un capo guerriero di Kandahar, Ahmad Shah Saddozai, si trovò alla metà del XIX secolo al centro del “grande gioco” tra Gran Bretagna e Russia, più o meno negli anni in cui veniva imposto al sultano di Costantinopoli di aprire i suoi porti alle merci britanniche, e al Celeste Impero di togliere ogni ostacolo alla penetrazione dell’oppio prodotto nei possedimenti britannici in India o in quelli francesi in Indocina. La Russia non aveva ancora realizzato la conquista dei khanati di Khiva, Boukhara, Kokand e Samarcanda, ma aveva più volte tentato di penetrarvi, per liberare schiavi russi, o con altri pretesti, approfittando dei contrasti tra quei piccoli ma ricchissimi regni. Come sempre la penetrazione era stata preparata da commercianti, cacciatori, esploratori (non missionari, dato il divieto di proselitismo vigente per i cristiani in tutto il mondo islamico).

Così, quando nel 1837 un agente britannico si rese conto che presso l’emiro Dost Muhammad a Kabul erano presenti emissari russi, e temendo che un alleanza tra lo zar e lo scià di Persia li portasse a conquistare congiuntamente l’Afghanistan (considerato la “porta dell’India”), i britannici inviarono un forte corpo di spedizione che invase il paese da sud con 9.500 uomini, quasi tutti indiani, occupando prima Kandahar e poi la stessa Kabul nel 1839, dove imposero un loro fantoccio, Shah Shuja Saddozai, come emiro. Ma nel 1842 gli occupanti dovettero fuggire precipitosamente di fronte al ritorno di Dost Muhammad, a cui successe il figlio Sher Alì.

La tragica ritirata, in cui perirono 16.000 tra britannici, indiani e servi afghani, ebbe un solo superstite. La Gran Bretagna ritenterà, ugualmente senza successo, l’impresa nel 1878, e poi ancora altre volte, mentre la Russia inaugurava la politica che sarà ripresa poi dall’URSS: evitare una conquista diretta e di offrire protezione a un Afghanistan indipendente, “Stato cuscinetto” tra i possedimenti britannici nel subcontinente indiano e le zone dell’Asia centrale conquistate dall’esercito zarista tra il 1863 e il 1898.

Tuttavia tra il 1884 e il 1886 le truppe russe entrano in Afghanistan per contrastare la penetrazione inglese e rischiano più volte uno scontro diretto, fino alla conclusione di un protocollo tra le due potenze nel 1887, che delimita le rispettive aree di influenza. Nel 1893 si arriverà a tracciare la “linea Durand”, che delimita la frontiera sud-est dell’Afghanistan, lasciando nell’impero indiano vasti territori abitati da pashtun (oggi incorporati nel Pakistan). Nello stesso periodo un nipote di Sher Alì, Abdur Rahman, conduce una Jihad per unificare le tribù pashtun e sottomettere le minoranze (tagichi, hazara, uzbeki, turkmeni, nuristani); quando muore, nel 1901, lascia un paese sostanzialmente unificato nei confini attuali al figlio Habibullah, il quale nel 1905 firma un trattato che lascia agli inglesi la rappresentanza diplomatica dell’Afghanistan. La Russia, sconfitta dal Giappone, deve accettare, accontentandosi di firmare nel 1907 a Pietroburgo una convenzione con l’Inghilterra, in cui rinuncia a considerare l’Afghanistan come parte della propria sfera di influenza, mentre la Gran Bretagna si impegna a limitarsi a rappresentare il paese a livello internazionale, senza interferire nella sua politica interna. Nella corte di Kabul il fratello dell’emiro Habibullah, Nasrullah, punta a spostare l’equilibrio a favore dei russi, mentre nel 1915 emissari turchi e tedeschi cercano invano di ottenere un impegno militare contro i britannici.

L’emiro “progressista” e la rivoluzione russa

Nel 1919 l’emiro Habibullah viene assassinato, ma il clan “progressista” dei Mohammadzai impone come successore suo figlio Amanullah, che per prima cosa fa arrestare Nasrullah e i cugini Mousahiban, accusati di complicità nel regicidio. Una terza invasione dell’Afghanistan da parte dei britannici, preoccupati delle ambizioni indipendentiste del nuovo emiro, viene respinta e si conclude con l’armistizio di Rawalpindi, che riconosce la completa indipendenza del paese. L’emiro dichiarò immediatamente la volontà di stabilire subito relazioni diplomatiche con la Russia sovietica con una lettera inviata a Lenin, “nobile presidente della grande repubblica russa”. Lenin rispose il 27 maggio con un telegramma in cui si congratulava con la lotta del popolo afghano contro “gli oppressori stranieri” e proponeva un reciproco aiuto contro futuri attacchi, che ovviamente era puramente simbolico date le condizioni in cui si trovava la repubblica sovietica in una fase difficilissima della guerra civile (in cui non riuscì a mandare aiuti neppure alla repubblica dei consigli ungherese, che li aveva richiesti).[2]

In quel periodo le relazioni sovietico-afghane sembravano ottime, e Lenin parlò più volte con simpatia del ruolo dell’emiro dell’Afghanistan, un sovrano feudale, che per la sua opposizione all’imperialismo britannico aveva un ruolo più positivo di tutti i deputati laburisti.[3]

Il 28 febbraio 1921 a Mosca veniva firmato un Trattato sovietico-afghano. I due paesi si impegnavano a lottare per la liberazione dei popoli dell’Oriente, e la Russia si impegnava a restituire all’Afghanistan, subordinatamente a plebisciti, i territori ceduti da quest’ultimo sotto costrizione alla Russia o a Bukhara nel secolo XIX. Era prevista inoltre la formalizzazione delle relazioni diplomatiche già avviate de facto, con l’apertura di ben sette consolati afghani nel territorio asiatico della repubblica sovietica, e di 5 sovietici in Afghanistan, che apparivano così sproporzionati rispetto alle reali necessità, che la Gran Bretagna li considerò una pura copertura di attività di sovversione rivolte all’India. [4]In realtà “nessuna organizzata campagna contro l’India rientrava negli scopi della politica sovietica”, che si limitava a una generica denuncia dell’imperialismo in suolo asiatico, osserva Carr, che conclude lucidamente che “ciò che era significativo in tutto questo non era l’estensione della propaganda per la rivoluzione mondiale, bensì il subentrare della Russia sovietica nel tradizionale ruolo russo come principale antagonista della Gran Bretagna nell’Asia Centrale”. [5]

Un difficile contesto internazionale

Ma molti problemi nacquero subito per varie ragioni: l’emiro Amanullah, pur avviando una politica progressista sul piano interno, non era certo un rivoluzionario, ed aveva espresso ad esempio la sua solidarietà a un suo simile, l’emiro di Buchara spodestato da una rivolta modernizzatrice della “Giovane Buchara” appoggiata dai sovietici, ospitandolo a Kabul..

Inoltre a complicare le cose c’era il gioco ambiguo della Turchia. I comunisti avevano salutato con entusiasmo la rivoluzione modernizzatrice e nazionalista di Kemal Ataturk con cui la Russia aveva subito stabilito stretti rapporti. In primo luogo si trattava di coerenza con l’atteggiamento di ferma opposizione ai trattati iniqui di Versailles e Trianon, che aveva portato la Russia sovietica a stabilire rapporti privilegiati con i paesi che ne erano stati vittime. In questo quadro furono ospitati a Mosca alcuni dirigenti turchi che si erano inizialmente rifugiati a Berlino, come Enver Pascià e Jemal Pascià. Quest’ultimo da Mosca aveva poi raggiunto Kabul come consigliere politico di Amanullah, pare su suggerimento sovietico, ma mentre tornava da un viaggio a Berlino fu assassinato da un armeno a Tiflis.

Enver Pascià invece, dopo essere arrivato a Mosca, fu poi spinto a recarsi a Baku per non irritare Kemal, che lo considerava un potenziale rivale. Enver giunse successivamente nell’Asia sovietica, sempre con il consenso di Mosca, per mediare tra i bolscevichi e i ribelli islamici “basmaci” (cioè banditi), ma appena arrivato nella regione di Buchara era passato apertamente dalla parte di questi ultimi ed era riuscito a unire le loro forze ai nazionalisti della “Giovane Buchara”, inizialmente alleati dei sovietici, ma attratti dall’ideale panturanico.. Egli aveva uno straordinario passato (ufficiale di carriera di notevole intelligenza e valore, era poi divenuto un abilissimo guerrigliero che aveva dato molto filo da torcere agli occupanti italiani in Libia). Ebbe un ruolo determinante nell’organizzare la rivolta islamica che imperversò nel Turkestan e che fu domata definitivamente sette o otto anni dopo la sua morte, avvenuta in combattimento il 4 agosto 1924.

Amanullah aveva seguito con contrastanti sentimenti questi sommovimenti, che a mano a mano che le rivolte dei basmaci venivano sconfitte portarono in Afghanistan moltissimi rifugiati, ovviamente anticomunisti.

Al di là del comportamento di singoli esponenti come Enver e Jamal Pascià, che in parte giocavano in proprio anche perché in polemica con Kemal, molti problemi vennero dal rapporto con la Turchia stessa sia perché, nel tempo stesso in cui stabiliva un’alleanza con Mosca, Kemal reprimeva spietatamente i comunisti turchi che pure lo avevano sostenuto nei momenti più difficili, sia perché intervenne pesantemente nel Caucaso contro gli armeni. La storia della formazione delle repubbliche caucasiche, dei loro complessi confini, con le varie enclaves come il Nagorno Karabach e il Nakhichevan, fu largamente condizionata dalle ingerenze turche.

L’accordo tra Mosca e Ankara fu realizzato sulla base della necessità comune di arginare il nazionalismo armeno, ovviamente carico di volontà di vendetta, ma anche per la necessità sovietica di utilizzare la Turchia per rompere l’isolamento internazionale, e l’impossibilità turca di annettere il Caucaso facendo leva sulle affinità culturali con gli azeri. Ma fu un accordo fragile, che non impedì una costante presenza di agenti turchi nelle regioni dell’Asia Centrale che il potere sovietico aveva cominciato faticosamente a riconquistare.

Qualcosa di analogo avveniva anche in un altro paese con stretti rapporti con l’Afghanistan, la Persia. Nel 1920 i bolscevichi avevano riconosciuto una “repubblica sovietica indipendente del Gilan” nella regione persiana confinante con l’Azerbaigian, nonostante l’ambiguità del suo leader, Kuchik Khan, che era stato un agente tedesco. Ma quando a Teheran un colpo di Stato portò al potere Riza Khan, che appariva l’equivalente persiano di Kemal e di Amanullah, i sovietici lo appoggiarono nonostante fosse evidente la sua forte ostilità a ogni idea di socialismo e comunismo. Kuchik venne sacrificato, e il giovane partito comunista teorizzò che la rivoluzione in Persia sarebbe stata possibile solo quando fosse stato completato il pieno sviluppo borghese. Subito dopo, negli stessi giorni in cui venivano firmati i trattati con Turchia e Afghanistan, veniva stipulato un trattato sovietico-persiano che da un lato annullava tutti i trattati ineguali stipulati dalla Russia zarista ai danni della Persia, con la conseguente rinuncia a tutti i privilegi, concessioni e proprietà del governo zarista in territorio persiano (con la sola clausola che non dovevano essere ceduti ad altre potenze), dall’altro prevedeva il diritto del governo sovietico a fare entrare truppe in Iran “a scopo difensivo”, nel caso sia di intervento di truppe straniere, sia di tentativi di crearvi “un centro d’azione per attaccare la Russia”. Il giovane partito comunista, non poteva far altro che trasferirsi a Bakù per lanciare da lì proclami contro l’imperialismo britannico e contro il governo dello Shah. Ma nell’aprile 1921 arrivava a Teheran il rappresentante sovietico F. Rothstein, che era stato nominato sei mesi prima senza essere accettato, in attesa che cessasse l’appoggio politico e militare alla separatista “repubblica sovietica del Gilan”. Era l’inizio di una politica estera sovietica che si muoveva sulle linee direttrici storiche dell’interessamento dello Stato russo a quell’area.

La caduta del re “progressista” Amanullah

Verso Amanullah l’atteggiamento sovietico era più semplice: non c’era nessuna classe operaia in Afghanistan, e quindi nessuna possibilità e necessità di costruire un partito comunista. In una lettera di istruzioni al rappresentante sovietico a Kabul il commissario agli Affari esteri Cicerin aveva raccomandato di non compiere il grave errore di cercare di impiantare il comunismo in quel paese. “Noi abbiamo detto agli afghani che non possiamo neppure per un istante pensare di imporre al vostro popolo un programma di società non corrispondente al suo stadio di sviluppo attuale”.

Tanto più che Amanullah sembrava riuscisse a fare di sua iniziativa meglio di quanto tentassero di fare i commissari sovietici nell’Asia centrale musulmana: inizio della scolarizzazione di massa nelle città, estesa anche alle ragazze, abolizione dei matrimoni imposti alle bambine dalla famiglia, proposta di un’Assemblea nazionale elettiva e non basata sui capi tribali tradizionali come la Loya Jirga proposta oggi dal redivivo re Zahir sotto la tutela degli USA e dell’Italia. La stessa moglie di Amanullah aveva avviato la campagna contro il velo comparendo in pubblico a viso scoperto. Ma come vedremo, la principale preoccupazione sovietica era la neutralità del paese, che mantenesse sicura quella lunga frontiera.

Le riforme tentate da Amanullah erano quanto bastava a scatenare la resistenza dei mullah e dei proprietari più conservatori, che vedevano di cattivo occhio il rapporto con l’URSS, sia perché forniva assistenza ai programmi di istruzione pubblica, sia perché il continuo flusso di rifugiati che sfuggivano la collettivizzazione forzata (che per popolazioni nomadi voleva dire prima di tutto sedentarizzazione forzata, anche allo scopo di poter esercitare un maggior controllo).[6] Tra il 1928 e il 1932 oltre 500.000 turkmeni, uzbeki, kazachi, kirghisi e hazara hanno varcato il confine affidandosi ai contrabbandieri, o traversando a nuoto l’Amou-Daria di notte, aggrappati a otri di pelle gonfiati. Non tutti erano grandi proprietari, e tutti descrivevano le atrocità commesse ai danni dei religiosi, le vessazioni imposte per impiantare a forza la cultura del cotone in zone in cui esisteva una fiorente orticultura e frutticoltura. Alcuni erano stati arrestati per “sabotaggio” per aver tentato di seminare del grano tra i filari di cotone, per sfamarsi.

Alle rivolte, soprattutto verso la fine degli anni Venti e all’inizio del terribile decennio del Trenta, era stata data una risposta durissima, usando gli stessi metodi con cui il gen. Graziani negli stessi anni piegava la resistenza della Cirenaica deportandone la popolazione in grandi campi di concentramento.[7]

La prime rivolte in Asia centrale non erano state determinate prevalentemente dalle motivazioni economiche e sociali (che provocarono invece l’esodo del 1928-1932), ma dal modo grossolano e violento con cui si cercò di “risolvere” il problema delle “sopravvivenze religiose”. Le intenzioni erano buone, i risultati non altrettanto, e l’esempio radicalizzò l’opposizione religiosa nell’Afghanistan. Amanullah, che pure aveva accolto relativamente bene i rifugiati offrendo loro delle terre incolte nel nord del paese, si trovò presto minacciato, poi scacciato da una rivolta del tagico Batcha-Saquao (il “Figlio del portatore d’acqua”), che peraltro finì per essere sconfitta soprattutto perché prevalentemente a base etnica tagica (la più grande delle minoranze, valutata a secondo delle fonti tra il 15 e il 25% dell’intera popolazione, non ha mai avuto la forza sufficiente per unificare il paese). Amanullah tuttavia è costretto all’esilio (si rifugia in Italia, dove morirà nel 1960), e viene sostituito da Nader Shah, appartenente al ramo Musahiban della stessa famiglia reale, più conservatore e considerato dieci anni prima responsabile dell’uccisione di Habibullah. Sembra che qualche settore dell’apparato sovietico e del Comintern abbia visto inizialmente di buon occhio la rivolta di Batcha-Saquao, considerata un vero movimento popolare contadino; ma l’orientamento che prevalse a Mosca fu poi di considerarla una manovra britannica e di appoggiare Amanullah, rassegnandosi poi a Nader, con cui nel 1931 verrà firmato un “patto di non aggressione”, che prevedeva l’impegno dell’Afghanistan a impedire qualsiasi attività dei rifugiati provenienti dall’URSS.

Nader Shah verrà a sua volta assassinato nel 1933 dalla famiglia Charkhi, sostenitrice di Amanullah. Anche il fratello di Nader, Mohammad Aziz, padre di Daud, futuro presidente della repubblica, viene ucciso a Berlino nello stesso anno. Un bell’ambiente, un bell’esempio della pace, giustizia e serenità che secondo i fautori della nuova crociata sarebbero regnate in Afghanistan prima dell’intervento sovietico!

In quel 1933 diventa emiro Zahir Shah, il “re” che vive a Roma dal 1973 e che oggi viene spolverato per farlo diventare il perno del regime antitaleban. Essendo allora giovanissimo, la reggenza venne assunta da Hashem Khan con i fratelli Shah Mahmoud e Shah Wali Khan, che instaurarono una vera dittatura conservatrice.

Ma all’URSS non importa troppo: basta che controllino i rifugiati e ne impediscano l’attività, e che l’Afghanistan rimanga neutrale (lo sarà effettivamente anche durante la seconda guerra mondiale).

Solo alla morte di Hashem Khan nel 1946, sostituito alla reggenza dal fratello Shah Mahmoud, la dittatura si attenua, consentendo l’apparizione nell’anno successivo del Wikh-e-Zalmayan (Gioventù illuminata), che riscuote molte simpatie in una parte della stessa Jirga (il nome della vecchia assemblea tribale è usato per un simulacro di parlamento), e da cui successivamente usciranno i fondatori del Partito democratico del popolo afghano (PDPA). Zahir Shah è sempre al margine, e gli elementi conservatori chiamano come primo ministro un uomo forte: l’ex capo della polizia e della guarnigione di Kabul, nonché ministro degli Interni, Mohammad Daud. Venticinque esponenti del Wikh-e-Zalmayan vengono arrestati, vietati i primi giornali apparsi da poco (con una tiratura massima di 1.500 copie…).

Tuttavia la frenesia antisovietica degli Stati Uniti, che hanno armato oltre misura il Pakistan, e insistono per far aderire l’Afghanistan al Patto di Bagdad, spingono il neutralista conservatore Daud ad avvicinarsi all’URSS, che offre senza condizioni un prestito di 25 milioni di dollari, e assistenza gratuita per la formazione di militari (soprattutto piloti), già iniziata da qualche tempo.

Nel 1963 un tentativo troppo brutale di assicurare ancora la supremazia dell’etnia pashtoun sulle altre provoca la caduta di Daud, e il re Zahir assume finalmente la pienezza dei suoi compiti regali, con trent’anni di ritardo rispetto alla nomina, dieci anni prima di essere spodestato dallo stesso Daud.

Nel nuovo contesto di una monarchia costituzionale regolata da una costituzione che era stata preparata da Daud, vengono indette per il 1965 elezioni sostanzialmente libere. In esse appare per la prima volta il PDPA, che si dichiara apertamente comunista e che ottiene 4 seggi su 216. La maggior parte degli eletti sono ancora i vecchi mullah e capitribù, spesso semianalfabeti. Il PDPA d’altra parte non è solo piccolo, è anche privo di una base popolare, e ha i suoi punti di forza soprattutto tra gli ufficiali formati in URSS, nell’apparato amministrativo, tra gli studenti del liceo di Kabul, dove presto però nascono nuclei maoisti, e nell’Università (che sarà però chiusa sine die dal buon re Zahir, che oggi viene portato a modello di democrazia). Il PDPA è soprattutto diviso in due frazioni che prendono il nome dai rispettivi giornali, Khalq (il popolo), di cui è esponente principale Nur Mohammad Taraki, e Parcham (la bandiera) di Babrak Karmal, più moderato e propenso a un lavoro di condizionamento del potere dall'interno. Le due frazioni che si scontreranno spesso con le armi, e i loro conflitti renderanno al tempo stesso più necessario e meno risolutivo l’intervento sovietico.

 Il colpo di Daud contro Zahir Shah

Emarginato nel 1963, e carico di rancori, Daud si appoggia sul Parcham, la frazione di Karmal, che non vuole o sa di non poter costruire un partito operaio “leninista” (cioè stalinista), e col progetto di un largo fronte nazionale e democratico ha raggiunto una buona fetta dei militari, che sono all’80% pashtoun, e sono sensibili alla propaganda del Parcham, i cui dirigenti vengono tutti dall’etnia maggioritaria (anzi dai suoi strati sociali agiati). Invece di puntare al rispetto e all’inserimento delle minoranze il Parcham alimenta il sogno di un grande Afghanistan attraverso il ricongiungimento con le regioni a maggioranza pashtoun incorporate nel Pakistan in conseguenza della linea Durand. Il Khalq invece ha una composizione plurietnica, e piuttosto piccolo-borghese: propone per il Pakistan un regime di autonomia per le varie nazionalità anziché la scomposizione e l’annessione, e se sogna la rivoluzione proletaria in Afghanistan, propone anche in caso di vittoria il mantenimento di una rigida neutralità. Babrak Karmal invece dichiara spesso in quegli anni di volere un legame più stretto con le “sponde radiose del socialismo”, che lascia pensare perfino a una richiesta di incorporazione nell’URSS. Ma Daud pensa comunque di poter utilizzare meglio la frazione di Karmal, e se ne serve per proclamare la repubblica mentre Zahir è in viaggio di salute all’estero.

Il Parcham usa il rapporto con Daud per far allontanare o anche uccidere alcuni uomini politici prestigiosi ma filooccidentali, come l’ex ministro Maiwandwal, che sarà assassinato in carcere. Ma Daud non vuole un futuro socialista per l’Afghanistan, e impone un regime basato su un partito unico, il Partito Nazionale Rivoluzionario di cui assume la presidenza, pur concedendo per il momento quattro ministeri a militari legati al Parcham, a cui deve il potere. Saranno tuttavia quasi tutti allontanati nel 1974 e nel 1975, allarmando l’URSS, che è costretta anche a ridurre i suoi consiglieri. La tattica gradualistica del Parcham, di penetrazione “morbida” negli apparati dello Stato, per avviare un processo di riforme concordate con le vecchie classi dominanti, e attenuare così le contraddizioni più stridenti della società, è fallita come tante altre esperienze analoghe che puntavano alla propaganda illuministica di idee in sé giuste rinunciando alla lotta di classe. Le classi dominanti non sono disposte alla minima riforma e anzi nel luglio del 1975 scatenano una prima rivolta nel Panshir contro Daud. Nei rapporti interni al PDPA si rafforza nettamente la frazione Khalq. L’URSS si impegna a fondo, con l’aiuto di dirigenti comunisti pakistani e indiani, per riunificare le due frazioni del PDPA, che fino al 1977 continuano ad accusarsi reciprocamente di tentativi di assassinio dei rivali e di complicità con la CIA. Potenza del “fraterno aiuto” dell’URSS, finiranno per riunificarsi ed eliminare congiuntamente Daud, salvo riprendere subito dopo a combattersi..

Le responsabilità dell’URSS nel colpo di Stato del 27 aprile 1978

L’eliminazione (e uccisione) di Daud giunse al termine di dieci giorni di scontri violentissimi, innescati dalla misteriosa uccisione di un sindacalista del PDPA, Mir Akbar Khyber, che fu subito attribuita alla dittatura e provocò il giorno dei funerali una grande manifestazione che attaccò l’ambasciata USA.[8] Anche se il colpo militare scattò al termine delle mobilitazioni di piazza, e risultò ben preparato (gli organizzatori erano uomini come il generale Abdul Qadir che avevano portato al potere Daud nel 1973, e che poi erano stati emarginati), molti osservatori anche a Washington ritennero che avesse colto di sorpresa Mosca.[9] Questa tesi è confortata prima di tutto dalla verifica che in quasi cinquanta anni l’URSS aveva sempre considerato come situazione ottimale il mantenimento di buoni rapporti con lo Stato afghano, quali che fossero i suoi governanti, purché accettassero il mantenimento di una solida neutralità con rapporti privilegiati e adeguate garanzie (si è fatto non a caso qualche confronto con il rapporto stabilito con la Finlandia dopo la seconda guerra mondiale).

Una testimonianza interessantissima viene da una fonte imprevedibile: l’ex dissidente Vladimir Bukovskij, che dopo averne passate di tutti colori (dal carcere all’ospedale psichiatrico),[10] era stato espulso dall’URSS e scambiato nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalán. A settembre del 1991, approfittando dell’atmosfera immediatamente successiva al golpe di agosto, poté parlare alla televisione russa insieme al nuovo capo del KGB Vadim Bakatin, e si offrì di collaborare a una ricerca negli archivi dell’URSS. Scoprì presto che quelli del KGB erano sostanzialmente inaccessibili (tranne nei casi in cui unilateralmente qualcuno decideva di far trapelare qualche documento attraverso canali graditi), ma poté lavorare a lungo in quelli del PCUS. Ai dirigenti della nuova Russia, tutti ex comunisti, serviva la testimonianza di un ex “oppositore doc” al processo sulla incostituzionalità del PCUS, mentre Bukovskij (che rideva di quell’accusa, dato che il PCUS faceva e disfaceva costituzioni a suo piacimento) approfittò dell’occasione per buttare l’occhio nelle carte che lo riguardavano. E grazie a un computer portatile con scanner incorporato (una diavoleria ancora sconosciuta ai custodi degli archivi) riuscì a copiare un gran numero di documenti e a portarli con sé.[11]

Il risultato è di grande interesse, e largamente contrastante con le opinioni ormai nettamente reazionarie e anticomuniste di Bukovkij (ma come stupirsene dopo le esperienze che ha fatto?). Ad esempio egli ha scoperto che il Polibjuro aveva più volte escluso categoricamente l’intervento militare in Polonia (che servì invece a Jaruzelskij per giustificare come “male minore” il suo Golpe, e ancor più in Afghanistan, finendo per esserci trascinato dalla debolezza degli “amici afghani”, di cui i massimi dirigenti sovietici non si fidavano affatto.

Un altro elemento che avvalora questa ipotesi è che al potere arrivò il leader dogmatico del Khalq, Nur Mohammad Taraki, che alla prima occasione (già a luglio dello stesso 1978) cacciò dal paese Babrak Karmal, Abdul Qadir e gli altri dirigenti del Parcham, che si rifugiarono in URSS o in Cecoslovacchia. L’epurazione forsennata dei quadri capaci da tutti i ministeri, l’introduzione di “riforme” affrettate che suscitano la reazione dei mullah, la sostituzione del vessillo nazionale con la bandiera rossa, l’insediamento di Taraki nel palazzo reale, dove riceve seduto sul trono, indeboliscono sempre più il governo.

I verbali esaminati da Bukovskij confermano che la sezione internazionale del PCUS aveva espresso fin dal 1974 un giudizio severissimo sulla “immorale lotta intestina” condotta dalle due frazioni del PDPA, e avevano raccomandato loro di sostenere Daud. Mancano i verbali sul 27 aprile, ma in quelli successivi il primo ministro Kosygin afferma, nel marzo 1979, che “sia Taraki che Amin ci stanno tenendo nascosto il vero stato delle cose”. Le informazioni che provengono dai consiglieri sovietici presenti nel paese fanno temere il peggio, e quindi si comincia a prendere in considerazione un “limitato” intervento militare; ma Kosygin afferma: “dovremmo far presente senza mezzi termini a Taraki e Amin gli errori che hanno commesso in questo periodo. In effetti continuano a far fucilare quelli che non sono d’accordo con loro, hanno eliminato quasi tutti i dirigenti di alto e medio rango del partito Parcham”.

La sfiducia nei dirigenti afghani è tale che il maresciallo Ustinov afferma nel Politbjuro che in caso di invio di truppe sovietiche, queste “non dovrebbero in nessun caso mescolarsi con quelle afghane”.[12]

Comunque le raccomandazioni dei sovietici non sono servite a molto: Taraki e Amin cercano di scalzarsi a vicenda, mentre si moltiplicano le insurrezioni in tutto il paese, stimolate da gesti stupidi del governo (come l’obbligo per i commercianti di Kabul di dipingere di rosso il negozio in occasione del primo anniversario della “rivoluzione” del 27 aprile), e rese facili dall’indebolimento delle stesse strutture repressive in seguito alle continue epurazioni. Ma sono soprattutto finanziate dagli Stati Uniti tramite i servizi segreti del Pakistan. Una parte dei movimenti insurrezionali sono invece legati all’Iran, ma sono radicati solo nella poco numerosa minoranza religiosa sciita. La Cina finanzia e arma vari gruppi, di cui solo alcuni sono propriamente maoisti. Fiumi di dollari e carovane di armi arrivano in Afghanistan da tutte le parti.

Il 16 settembre del 1979 lo scontro nel vertice del PDPA, anzi nel Khalq, dato che i due protagonisti appartengono alla stessa frazione, si chiude con l’uccisione di Taraki, di cui Hafizullah Amin prende il posto, continuandone la politica. In occidente si giura che sono stati i sovietici a ispirare il gesto. Nulla di più falso: nel dibattito nel Politbjuro del PCUS trascritto da Bukovskij il giudizio su Amin è severissimo, e si insinua che stesse addirittura cercando “contatti con esponenti dell’opposizione musulmana di destra e con i capi di tribù ostili al governo”. Duro il giudizio anche sulla disponibilità a “condurre una politica più bilanciata nei confronti delle potenze occidentali”, e addirittura a cercare “un cambiamento della linea politica dell’Afghanistan in senso favorevole a Washington”.[13]

Vero? Anche se se si trattasse di un processo alle intenzioni, o di una tipica accusa di stampo stalinista sulle possibili “collusioni”, non ci può essere dubbio sul fatto che Amin non fosse un uomo di Mosca. Il suo comportamento nei confronti dell’URSS viene definito “sempre più chiaramente falso e ipocrita”, e si dice che è disposto a scaricare le sue colpe sull’URSS. Più sinteticamente si conclude: “con Amin abbiamo quindi a che fare con un uomo amante del potere che si distingue per durezza e perfidia”.

Non c’è dubbio che fosse vero, ma va detto che fu ricambiato con analoga perfidia. Amin e prima di lui Taraki avevano chiesto fin da marzo l’invio di truppe sovietiche, dato che il loro esercito si stava sfaldando. Al rifiuto sovietico, per timore di complicazioni internazionali, avevano risposto insistendo perché ci fossero almeno dei contingenti provenienti dal Tagikistan o dall’Uzbekistan, in grado di parlare una lingua in uso in Afghanistan, con addosso divise afghane. Anche questa richiesta non era stata esaudita. Ma a dicembre, quando i dirigenti sovietici decisero di liberarsi dell’infido e incosciente Amin per installare il moderato Babrak, finsero di aver finalmente accolto la richiesta iniziale, inviando contingenti scelti in grado di mimetizzarsi tra gli afghani “per la sicurezza del palazzo presidenziale”. Non fu difficile trovare nel KGB delle repubbliche asiatiche confinanti qualche centinaio di uomini ben disciplinati. Dovevano solo infilarsi nel palazzo e assassinare il presidente (o meglio finirlo, perché in una scena degna di Bisanzio o dell’antica Roma, o di Ivan il Terribile, i cuochi sovietici avevano mescolato alle bevande analcoliche di una cena di rappresentanza un potente veleno). Il piano fu realizzato alla perfezione il 29 dicembre 1979.

Eliminato il pericoloso “amico”, le truppe speciali vennero ritirate e sostituite con biondissimi russi o ucraini o baltici, che dovevano combattere sul serio i ribelli, senza poter comunicare con loro: non mancavano già i sintomi di un possibile contagio delle idee islamiste, e c’erano i pericolosi precedenti delle truppe sovietiche influenzate dagli ungheresi nel 1956 e dai cecoslovacchi nel 1968. Nemmeno a pensare che le truppe sovietiche potessero cercare di convincere la popolazione! Si temeva esallamente il contrario. I militari quindi dovevano sparare e basta, e lo fecero senza tentare neppure una fase di guerra psicologica. Quanto agli afghani “democratici”, gli errori e gli orrori del primo anno e mezzo di governo del PDPA li avevano nel migliore dei casi demoralizzati, quando non addirittura spinti a passare con gli insorti contro gli “shuravì” i russi. E moltissimi dei giovani liceali entusiasti che erano andati fiduciosi ad alfabetizzare i villaggi delle montagne, erano stati assassinati prima che potessero educare qualcuno. Al posto del tentativo di una “rivoluzione dall’alto”, erano rimasti solo i carri armati, gli aerei da bombardamento, gli elicotteri, le mine antiuomo, per giunta scarsamente efficaci in un paese brullo e desolato, pieno di grotte profonde, di gole strettissime, e in cui non c’erano più amici locali da aiutare e che aiutassero…

E a differenza degli statunitensi nel Vietnam, a cui sono stati spesso a torto paragonati, i sovietici intrappolati in Afghanistan si trovavano di fronte un nemico armatissimo dagli occidentali, addestrato da istruttori della CIA o del Mossad o delle teste di cuoio britanniche, non i poveri contadini vietnamiti dotati solo della loro pazienza e dei modestissimi armamenti leggeri concessi col contagocce dagli stessi paesi “socialisti” che nello stesso tempo rifornivano svariate dittature del Terzo Mondo. La partita era inevitabilmente persa.

La sorpresa maggiore è venuta quando Gorbaciov, dopo aver tentato di vincere sul campo e averne verificata l’impossibilità, gettò il ritiro delle truppe sovietiche sul piatto della distensione. Il ritiro, preparato da gesti simbolici (il rimpatrio di alcuni reggimenti già nel 1986) e dalla sostituzione di Babrak Karmal con il capo dei servizi segreti Najibullah, che cominciò a cancellare le insensate misure prese da Taraki e confermate dai successori (la bandiera rossa al posto di quella nazionale, il nome di “repubblica democratica”, ecc.), si concretizzò tra il 1988 e il 1989, senza provocare l’immediato crollo del regime, che anzi per qualche tempo si rafforzò, in seguito ai violenti conflitti per il potere esplosi tra le diversissime componenti della resistenza dopo la partenza dei sovietici.

Tra il 15 febbraio del 1989 (data del ritiro degli ultimi contingenti sovietici, che ammisero che 13.310 di essi erano morti e 35.478 erano rimasti feriti, a volte mutilati irreparabilmente) e l’aprile del 1992, Najibullah resiste alla meglio, tentando invano di ottenere al governo di coalizione, che ha costituito con diversi ministri non comunisti già nel luglio 1988, un qualche appoggio internazionale. Quando crolla Kabul sotto i colpi dei mujaeddin, tenta di raggiungere la famiglia in India, poi chiede protezione all’ONU, che lo terrà rinchiuso per quattro anni senza tentare di salvarlo facendolo espatriare. Il 26 settembre del 1996 lo consegnerà senza fiatare al linciaggio degli “studenti islamici”, i taleban.

Con chi si doveva stare?

Difficile ricostruire la frenetica lotta tra le varie fazioni che si erano unite solo per cacciare i russi, e che subito dopo si sono sparate addosso distruggendo ogni città, ogni villaggio, ogni attività sociale nel paese. Il loro comportamento irrazionale e feroce, l’indifferenza per le sorti del paese, getta una macchia indelebile su chi li ha finanziati e armati, li ha difesi e presentati come eroi all’opinione pubblica internazionale, se ne è bellamente infischiato delle vessazioni che tutte le fazioni riservavano soprattutto alle donne, ma anche alla popolazione disarmata in genere.

E diventa evidente che se era impossibile “stare con i sovietici”, per i loro errori di analisi (e per i molti crimini compiuti nell’attuazione del loro impossibile tentativo di “salvare gli amici del PDPA”), non si può dimenticare che avevano resistito a lungo all’idea di intervenire, e lo avevano fatto tardi, quando già “i loro amici” avevano fatto guasti irreparabili. Lo avevano fatto non per “spirito di conquista”, ma per un riflesso di panico rispetto al rischio di trovarsi sguarniti ben 1600 km di frontiera che era stata ritenuta sicura per oltre cinquant’anni. Una logica difensiva sbagliata, distorta, del tutto assurda in epoca di missili balistici intercontinentali, ma una logica difensiva. Mentre le potenze occidentali che hanno armato per odio anticomunista gli integralisti di tutte le specie, compresi quelli arruolati da bin Laden in giro per il mondo islamico e oltre, come avevano armato i Basmacì negli anni Venti e Trenta, non hanno attenuanti.

A suo tempo in certi settori della sinistra era circolata un’idea bizzarra: che bisognava sostenere i mujaheddin perché erano in parte contadini poveri che lottavano contro una rivoluzione imposta dall’alto. Senza entrare nel merito della caratterizzazione sociologica degli integralisti, e senza usare il facile argomento dell’origine e appartenza sociale di bin Laden, va detto che si tratta di una considerazione infondata.

Il tentativo di riforme modernizzatrici (l’istruzione gratuita per entrambi i sessi, ecc.) era indubbiamente calato dall’alto, senza conoscere e capire bene l’arretratezza del paese. C’è una qualche analogia con la repubblica partenopea del 1799, fragile, con una direzione intellettualistica e aristocratica, aggrappata alla speranza dell’aiuto della Francia, che fu spazzata via dalle bande di contadini analfabeti aizzati contro i “signorini liberali” dal cardinal Ruffo di Calabria, che uccise, stuprò, consegnò al patibolo il meglio dell’intellighenzia napoletana e delle province, compresi alcuni religiosi e parecchie suore. Tutto questo in nome della “Santa Fede”, di fatto una specie di Vandea italiana. Sul conto dei rivoluzionari si possono mettere molti errori e debolezze, e soprattutto l’incapacità di operare una rottura netta con la loro origine aristocratica, ma per questo si poteva forse stare dalla parte delle bande sanfediste?

Il bilancio per l’URSS

L’URSS ha pagato carissimi i suoi errori, i crimini compiuti nel corso della repressione, immorali, inutili e controproducenti, e che hanno generato un grande numero di spostati con una “sindrome dell’Afghanistan” assai simile a quella del Vietnam (e non a caso sono stati promossi incontri tra le rispettive associazioni di reduci). In Afghanistan per giunta si produceva un ottima qualità di hashish, il cui uso è diventato comune tra i soldati sovietici (e ha stimolato il contrabbando tra gli ufficiali, che spesso accompagnavano piangenti una bara che invece del morto o accanto ad esso conteneva appunto hashish). Quindi la guerra ha introdotto anche una fonte di corruzione nell’armata rossa. Le organizzazioni della resistenza islamica ma anche quelle appoggiate dalla Cina, per finanziarsi hanno poi sviluppato su larga scala la più redditizia cultura del papavero da oppio, che gli stessi ipermoralisti taleban hanno continuato a proteggere, ma che aveva fatto in tempo a contagiare diverse aree dell’ex Unione sovietica.

Lo sforzo militare ed economico, risultato vano, l’effetto psicologico di una ritirata percepita come vergognosa da chi aveva creduto alla necessità del “fraterno aiuto”, mentre chi non ci credeva l’ha considerata il logico epilogo di uno sfacelo del gruppo dirigente, sono tutti fattori che hanno contribuito ad accelerare e a rendere più disastroso il crollo del regime.

Perché alla fine sono comparsi i taleban

I conflitti esplodono dopo la partenza dei russi, l’abbiamo già detto, perché è venuto meno il cemento comune della lotta agli “shuravì”. Ma perché alla fine il potere finisce nelle mani di un gruppo che non aveva neppure avuto un ruolo nella caduta del regime filosovietico, e che presenta caratteristiche di incredibile arretratezza culturale, nonché un’interpretazione del Corano che non ha paragoni non solo nel resto del mondo islamico (sunnita o sciita che sia), ma neppure nel resto dei gruppi integralisti?

Probabilmente, ha insinuato qualche commentatore, il loro primitivismo ha facilitato la vittoria su gruppi ben più articolati, ma screditati dalle continue lotte per il potere, in cui ritornavano in forma ancor più feroce i vecchi conflitti tribali. Una volta incoraggiata la distruzione di quanto era stato fatto – spesso malamente – in passato, erano infatti esplose enormi divisioni etniche, religiose, di legami con diversi protettori stranieri, di ambizioni personali.

Paradossalmente i taleban sono apparsi nel 1994 una garanzia di unificazione del paese e quindi di fine dell’interminabile conflitto fratricida (si presentarono alla prima apparizione come un gruppo che voleva assicurare la libertà di transito e di traffico nel paese!). Rimangono molti punti oscuri nella loro storia, che forse si chiariranno solo in base alla rapidità di un loro eventuale crollo, o alla capacità di mobilitazione che potrebbero avere in caso di invasione: si tratta di dati oggi del tutto imprevedibili.

Le negazione della cultura

Alcune delle caratteristiche della lotta, già tra le altre fazioni, prima della comparsa dei taleban, rivelavano il riemergere di identità tribali che negli anni sembravano essersi attenuate o superate, mentre si perdevano le più recenti identità di classe, politiche, sociali: è qualcosa che per certi aspetti  ricorda alcuni aspetti dei conflitti nella Somalia dopo Siad Barre, e in parte della stessa Albania nella fasi di maggiore sfacelo. Quanto al furore iconoclasta, all’antintellettualismo, all’odio per lo studio e  per l’arte, ha purtroppo molti precedenti nella storia (basti pensare alla Cambogia degli khmer rossi di PolPot, ma anche a certe manifestazioni della rivoluzione culturale cinese che se la prendevano con Beethoven, giustificate tranquillamente dai maoisti nostrani). Ma la distruzione dei Buddha non è qualcosa di mostruosamente inedito, come ci dicono i commentatori che vogliono giustificare come “missione di civiltà” le bombe e i missili su Kabul o Jalalabad?

È orribile, ma purtroppo non inedito: la nostra civiltà cristiana, difesa da tanti personaggi incredibili come Bush o Berlusconi, ha distrutto sistematicamente i templi delle altre religioni, non solo nei primi secoli ma ad esempio durante la conquista del Messico o del Perù, e poi in tante parti del mondo “colonizzato” e “civilizzato” (per non parlare delle chiese e dei templi distrutti tranquillamente senza troppi problemi a Dresda, Hiroshima, Colonia, nel quadro della “normalissima” guerra).

Nessuna giustificazione dunque per la stupida iconoclastia dei taleban, ma nessun diritto di parlare contro di loro in nome di una presunta superiorità della nostra “civiltà”.

 (bozza provvisoria, 7 ottobre 2001)                                          Antonio Moscato



[1] L’agricoltura è stata sempre confinata in poche valli moderatamente irrigabili, mentre la maggior parte del territorio, che ha un altezza media di 1200 metri sul livello del mare, è utilizzabile solo da una pastorizia nomade, in prevalenza di ovini, dato che il clima è tipicamente continentale, con scarse precipitazioni, e raggiunge punte altissime di calore di giorno e d’estate, mentre è a lungo sotto lo zero in inverno (la temperatura media di Kabul in gennaio è di – 2,8°).

[2] In autunno giunse effettivamente a Mosca un inviato di Amanullah, Mohammed Wali Khan, e a Kabul un rappresentante sovietico, Bravin, che era già stato console prima della rivoluzione. Dopo la morte di Bravin, assassinato a poca distanza dal suo arrivo nella capitale afghana, fu inviato Jacob Suric, e successivamente Fëdor Raskol’nikov, un dirigente bolscevico di primo piano, che era stato protagonista di una fortunata impresa che aveva scacciato gli inglesi dalla Persia settentrionale, recuperando la flotta russa del Caspio abbandonata nel porto di Anzali dallo sconfitto Denikin.

[3] In una lettera ad Amanullah del novembre 1919 Lenin salutava nell’Afghanistan “l’unico Stato musulmano indipendente nel mondo”, non considerando evidentemente come tali Persia e Turchia, che lo erano formalmente, ma erano parzialmente occupate da forze britanniche o di altri paesi dell’Intesa.

[4] In realtà Edward Carr, che conosceva bene la situazione reale anche per il suo passato diplomatico, osserva che al governo di Mosca servivano soprattutto per ottenere un riconoscimento del potere sovietico nell’Asia centrale.

[5] Edward Carr, La rivoluzione bolscevica. 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964,  pp. 1070-1071.

[6] Cfr. Roberto Gianmanco, La più lunga frontiera dell’Islam, De Donato, Bari, 1983, che contiene molte testimonianze dirette sulla lotta “contro le superstizioni” e sulle reazioni scatenate. Ovviamente sono utili anche i libri di H. Carrère d’Encausse, di A. Bennigsen e Ch. Lemercier-Quelquejay sull’argomento.

[7] Non è neppure da escludere che quell’esperienza sia stata coscientemente studiata e imitata: erano anni di stretti rapporti non solo economici tra l’URSS e l’Italia fascista. Vi fu perfino un invito a Italo Balbo, che era stato a Ferrara uno dei più feroci squadristi e uno dei “quadrumviri” che avevano organizzato la marcia su Roma, che (con grande imbarazzo e sdegno dei comunisti e antifascisti italiani) fu accolto ad Odessa con la banda, un arco trionfale e la presenza di tutte le autorità locali e molti capi militari. Cfr. Pier Luigi Bassignana, Fascisti nel paese dei soviet, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

[8] Va detto tuttavia che altri hanno sostenuto che l’assassinio di Khyber può essere stato commissionato (s’intende dall’URSS) per spingere le due frazioni del PDPA a mobilitarsi congiuntamente, sentendosi minacciate da Daud. Cfr.  Jean-Charles Blanc, Les communistes afghans, nel numero speciale 408-409 di “Les Temps Modernes” del luglio-agosto 1980, di quasi 400 pagine, dedicato all’Afghanistan.

[9] Cfr. A Dastarac e M. Levent, Afghanistan, l’éveil des nationalités, in “Le Monde diplomatique”, fevrier 1980.

[10] Egli stesso aveva raccontato la sua prima esperienza in un libro, Una nuova malattia mentale in URSS: l’opposizione (Etas Kompass, Milano, 1972).

[11] Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano, 1999. Il libro (che è di ben 850 pagine) è piuttosto sgradevole per gli sfoghi anticomunisti profusi largamente dall’autore, ma la sua lettura è utile per i moltissimi documenti trascritti. Tra l’altro Bukovskij era interessato soprattutto a trovare le tracce della sua vicenda, e ha scoperto con sorpresa che il massimo organo di direzione della seconda (allora) potenza mondiale aveva passato giorni a discutere di lui (che invece negli anni in cui nessuno osava sostenere la sua battaglia si sentiva isolato e sconfitto). Idem faceva per Solženicyn, e perfino per il grande violoncellista Rostropovic, colpevole solo di aver dato ospitalità all’autore dell’Arcipelago GULag. Per forza è crollata l’URSS, se con tutti i problemi che c’eranoi suoi dirigenti perdevano tempo a organizzare “spontanee manifestazioni di ripudio” nei confronti di pochi dissidenti…

[12] Ivi, p. 467.

[13] Ivi, p. 488.



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