Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Profumo di ipocrisia

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Profumo di ipocrisia

La scuola pubblica da anni è a pezzi, con insegnanti insufficienti, e per giunta appesi ogni fine estate all’ansia della roulette russa per ottenere una nuova supplenza annuale. A volte gli studenti devono portarsi perfino la carta igienica da casa, e quasi sempre le aule sono in condizioni penose. Ma il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, a cui la riforma Gelmini è parsa un’ottima cosa da non toccare assolutamente, come ha dichiarato assumendo l’incarico, oggi propone una nuova singolare “riforma”: un “premio al merito”, che in ogni scuola dovrebbe colmare di favori l’alunno migliore, nominato “studente dell’anno”. Gli altri? Si arrangino…

Già è ridicola l’idea di poter individuare questo studente modello: come valutare seriamente il merito, quando gli insegnanti sono pochi e largamente demotivati? È facile prevedere che il peso dei presidi sarà decisivo nella selezione: nel 90% dei casi si punterà su studenti zelanti e disposti a collaborare con le autorità. Me lo dice l’esperienza diretta. Prima di passare a tempo pieno all’università ho insegnato in diversi licei e istituti superiori,con esperienze analoghe: i tre presidi che ho avuto, prima a Roma, poi in Puglia, si distinguevano per stupido autoritarismo nei contronti degli studenti più vivaci e dei docenti non conformisti.

Dei presidi che ho avuto all’Università, ho già parlato ampiamente in un articolo, Onore al merito…, ispirato da un analogo tentativo di Brunetta (riferito all’insieme del pubblico impiego). Il merito non si esprime facilmente in numeri: e il compito di un buon insegnante dovrebbe essere non di giudicare e dare voti, ma di seguire i singoli studenti, e intervenire in modo particolare su chi ha difficoltà, quasi sempre per  problemi derivanti dall’ambito familiare o anche dovuti ai danni provocati precedentemente da insegnanti pessimi e distratti. Quanti studenti mi hanno confessato di aver sempre odiato la storia così come gli veniva insegnata!

Due o tre anni fa arrivò sui giornali il caso di quel professore menefreghista a cui gli studenti presentarono maliziosamente lo stesso svolgimento del tema di italiano, che avevano copiato dal più veloce della classe; il professore come di consueto finse di correggere mettendo i voti secondo i suoi pregiudizi, tra il cinque e il sette. Un caso limite, tanto è vero che arrivò su tutti i giornali, ma non così isolato come potrebbe pensare chi guarda da lontano e da fuori il mondo della scuola.

Ne ho visti tanti di colleghi indifferenti ai problemi degli studenti (specialmente di quelli con problemi di comportamento), che interrogano pensando ai fatti propri e dando poi un voto basato su un’impressione superficiale. Anche nell’università, che ci siano professori che non ascoltano e poi giudicano lo studente dal suono della voce e dalla disinvoltura con cui parla, era ed è ben noto: per questo il movimento degli studenti nel sessantotto, aveva imposto che i professori aprissero il libretto dopo aver annunciato il voto. Mi ero laureato ben prima del ’68 e quando ero studente avevo verificato io stesso come funzionava: al primo esame (durissimo) di Storia romana presi trenta, e poi lo ottenni praticamente sempre quasi automaticamente, ma sempre senza una lode fino alla tesi di laurea, mentre la compagna con cui avevo studiato e che pur essendo meno preparata di me aveva avuto trenta e lode (grazie a una maglietta molto scollata che aveva distratto e quasi ipnotizzato il professore) collezionò poi una lunga serie di trenta e lode negli stessi esami che facevo io.

Come professore non me ne sono mai dimenticato, e ho continuato sempre a non aprire il libretto prima del voto, anche se negli anni Ottanta di quella conquista studentesca si era persa la memoria; avevo poi verificato che alcuni libretti pieni di bei voti corrispondevano a volte a persone che parlavano facilmente senza dire niente e senza che certi professori distratti ci facessero caso. Quindi mi sembra difficile accertare il merito dello “studente dell’anno”. Chi lo farà?

Ma quello che mi irrita di più nel progetto di riforma della scuola e dell'università (il cosiddetto "pacchetto merito") di Francesco Profumo è che ha inserito anche una proposta davvero demagogica: il merito, andrebbe accertato in combinazione con il reddito familiare. Mi sembra poco serio, perché ho verificato spesso che almeno una parte dei fortunati che accedevano a borse di studio o posti letto nella casa dello studente, o ottenevano l’esenzione dalle pesanti tasse universitarie, ecc. erano visibilmente “signorini” con auto di lusso: erano figli di gioiellieri o commercianti evasori, solo loro rientravano nelle fasce esenti, così basse da escludere anche un operaio monoreddito. Una situazione particolare legata al mio punto di osservazione prevalente, Lecce? Non mi sembra che l’evasione fiscale sia un fenomeno circoscrivibile a una sola città, o solo alle regioni meridionali.

Ho già accennato che parte dello stato penoso della scuola e dell’università dipende anche dalle preoccupazioni dei docenti mal pagati e insicuri del loro futuro, dei ricercatori universitari precari che attendono dalla Facoltà un affidamento di un corso che dipende largamente dai baroni e genera vere e proprie clientele, escludendo chi non sta al gioco. Non è tagliando sui docenti che si può risolvere qualcosa dei molti mali di un’università in cui il potere baronale era stato appena intaccato dalle ondate di lotte studentesche, ma è sostanzialmente intatto.

Il mio disgusto per l’indifferenza di parecchi professori per i loro studenti non mi porta a accettarne il licenziamento, che ora la Fornero ripropone per tutti i dipendenti pubblici in base al suo assurdo criterio di “pari opportunità”: “licenziare anche gli statali come i privati”. Insomma, una legnata per tutti… La ragione di fondo è che a scegliere chi mandare via sarebbero proprio i mediocri che hanno occupato gran parte degli incarichi dirigenti, promuovendo i loro simili e allontanando o discriminando chi pensa con la propria testa. E questo anche nell’Università, dove pure c’è un gran numero di professori saliti in cattedra per le ragioni più diverse (ad esempio “cordate” familiari o partitiche, oltre alle consorterie accademiche). La ragione è che in tutti questi progetti di “premi al merito” è sottesa l’idea di mandare via chi ha una nota di “demerito”, e questo significherebbe un’ulteriore peggioramento anche per chi rimane…

Che fare allora per migliorare la scuola a tutti i livelli? Prima di tutto assumere gli insegnanti che mancano nella scuola secondaria, e anche nell’università, dove molti incarichi essenziali sono affidati a precari mentre baroni e baronetti si trincerano nelle loro posizioni di privilegio, consolidate dai rapporti con industriali e potere locale.

Profumo parla di una lezione di prova per qualificare gli insegnanti nei futuri concorsi. Ma è poca cosa, e non risolutiva: c’è sempre stata, quando c’erano veri concorsi, e non basta. Bisogna costruire subito un sistema di vera formazione dei docenti, di quelli nuovi appena usciti dall’università, ma anche di quelli inseriti precariamente da anni, e a cui farebbe benissimo un po’ di aggiornamento. Non la caricatura delle SSIS, i corsi di specializzazione che servivano solo a estorcere parecchio denaro a chi riusciva a iscriversi, ed erano affidati spesso a docenti pessimi ma ben inseriti nelle mafie universitarie. Ho visto i miei migliori laureati piangere nel raccontarmi l’assurdità di quei corsi, affidati agli insegnanti più mediocri, in cui non si insegnava niente, ma vigeva un rigido controllo delle presenze e della disciplina, che doveva servire a preparare docenti autoritari…

Non voglio sostituirmi ai tanti esperti che lavorano umilmente nella scuola a tutti i livelli, e che questi sedicenti riformatori non pensano minimamente di consultare e ascoltare. Ci sono già molte proposte, come settimane di aggiornamento periodico attraverso corsi intensivi per ciascuna materia, ovviamente gratuiti, compreso il vitto e alloggio, dato che sarebbero nell’interesse della scuola e della collettività, non degli insegnanti da aggiornare e qualificare.

Ma per farlo, bisogna cacciare il governo Monti, che non a caso ha scelto per il MIUR un uomo come Francesco Profumo, che come sottolinea l’ANDU (Associazione nazionale docenti universitari) era “organico al progetto di demolizione dell’università statale, democratica e aperta a tutti e di qualità”, che ha avuto come strumento la legge impropriamente chiamata “Gelmini”, di cui Profumo è stato in realtà uno dei principali artefici insieme alla Confindustria.

“Francesco Profumo ha il compito di perseguire con tutti i mezzi e ad ogni costo i peggiori obiettivi del progetto di smantellamento dell’Università statale: commissariamento del Sistema nazionale con l’ANVUR, commissariamento degli Atenei con i rettori sovrani assoluti e i loro CdA, espulsione degli attuali precari da rimpiazzare con nuovi e più numerosi precari, drastica riduzione dei docenti in ruolo, riduzione a non più di 20 degli Atenei che faranno didattica e ricerca, abolizione del valore legale dei titoli di studio e nel frattempo abolizione del valore del voto di laurea”.

L’ANDU ritiene che la prima necessità non sono i licenziamenti, ma quella di “dare stabilità alle migliaia di precari che risultano indispensabili alla didattica e alla ricerca. L’unico modo per farlo è quello di bandire SUBITO almeno 20.000 posti di ricercatore di ruolo (da trasformare in fascia docente), su fondi nazionali e con commissioni nazionali interamente sorteggiate (escludendo coloro che appartengono alle sedi dove sono stati assegnati i posti)”.

È significativo che c’è nell’Università chi si oppone decisamente a questa presunta riforma calata dall’alto. Per questo rinvio a: http://www.andu-universita.it/2012/06/04/blitz/

Questo progetto va combattuto a tutti i livelli, perché punta a cancellare altri residui diritti dei lavoratori, estendendo la precarietà all’insieme del pubblico impiego, come è emerso dalla sceneggiata della finta “polemica Fornero-Patroni Griffi” sui licenziamenti dei dipendenti statali, per “ragioni di equità”. Viene in mente uno slogan ritmato degli anni Settanta, che ironizzava sulle proposte di livellamento verso il basso avanzate dai sindacati confederali: “Come mai, come mai, sempre in culo agli operai? Ora i tempi son cambiati, anche in culo agli impiegati!” Allora c’erano gli ingenui che abboccavano, accettando l’attacco alle categorie “privilegiate” che avevano magari un meccanismo di scala mobile lievemente migliore di quello delle altre categorie… e abbiamo visto come è andata a finire.

Per questo ribadisco che non si può accettare nessun licenziamento. Tanto più che la scuola e l’università sono già ridotte all’osso, e il risparmio sarebbe proprio poco: l’obiettivo sarebbe solo quello di togliere di mezzo qualche voce critica…

(a.m. 5/6/12)



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