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L'illusione degli eurobond

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L'illusione degli eurobond

 

di Henri Wilno*

 

Al vertice europeo del 23 maggio, François Hollande ha messo al primo posto le euro-obbligazioni scontrandosi con l'opposizione di Angela Merkel. Anzitutto qualche precisazione di vocabolario. Per euro-obbligazioni (o eurobonds in inglese) si designano i titoli del debito pubblico che, anziché essere emessi, com'è attualmente, da ciascuno Stato separatamente, lo sarebbero a livello europeo.

I project-bond corrisponderebbero a prestiti destinati a realizzare progetti precisi di grandi opere riguardanti più paesi dell'Unione Europea (del tipo linea di Tav): un gruppo privato volontario per un progetto beneficerebbe di una garanzia pubblica europea per procurarsi fondi.

I project-bond sono già esistiti in passato e comparivano nelle 60 proposte di Hollande sotto il nome di «prestiti europei per il futuro». Le autorità europee sono già d'accordo per avviare il processo nel 2012-2013. Non è male, di per sé, che l'Europa prenda in carico grandi progetti. Si tratta di vedere quali, in funzione di quali bisogni essenziali delle popolazioni, e anche perché affidare questi progetti al privato ritenuto con buona logica liberista più efficiente del pubblico.

Gli eurobond, invece, significherebbero che tutti gli Stati europei (o piuttosto quelli della zona euro) ormai prendano a prestito in comune, cioè allo stesso tasso. Il che vuol dire che i mercati finanziari accetterebbero di prestare agli Stati considerati «fragili» (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia) a un tasso più basso di quello attuale. All'opposto, Germania, Francia ecc. beneficierebbero di condizioni meno favorevoli. Dunque gli eurobond sarebbero uno strumento di solidarietà.

Di fatto, coloro che decantano gli eurobond sono venditori di illusioni: gli eurobond possono esistere solo se le politiche di bilancio sono unificate a livello europeo. Ed è chiaramente la posizione dei dirigenti tedeschi: gli eurobond possono essere un «punto d'arrivo», una volta messo in applicazione il trattato di bilancio europeo (che Hollande dice di voler negoziare). Come ha detto il ministro tedesco delle Finanze, niente eurobond «fintantoché ogni paese conduce la propria politica di bilancio». In altre parole, tutti i paesi, quali che siano in futuro le maggioranze al potere, dovranno accettare il vincolo dell'austerità.

In più, gli eurobond, anche se un giorno esisteranno, non elimineranno la tutela dei mercati finanziari. Di fatto, mettendoli al primo posto, Hollande mostra chiaramente che non ha affatto intenzione di contestare i vincoli del trattato di Maastricht che impediscono alla Banca Centrale Europea di dare anticipi o prestare direttamente agli Stati.

La cosa più probabile è che le gesticolazioni francesi non porteranno ad altro che a disporre un ulteriore studio sugli eurobond. A contropartita di questi ipotetici eurobond e di qualche project-bond, François Hollande avallerà molto probabilmente il contenuto del trattato europeo (con qualche modifica formale). Si può a estremo rigore immaginare un «compromesso», ad esempio, su un pizzico di eurobond (qualche % delle emissioni di nuovo debito, ad esempio) con un sistema di garanzia particolare. In ogni caso, la finanza potrà continuare a prelevare il proprio tributo e i popoli europei continueranno a sopportarne il costo sociale. Eppure, dietro la scena di questo brutto teatro, la casa è in fiamme; la zona euro conoscerà la recessione nel 2012 mentre la situazione greca e la fragilità delle banche spagnole possono sfociare in una nuova bufera. E il nuovo presidente francese conciona su una questione accessoria anziché porre i problemi veri! E adattandosi al ricatto a cui è sottoposto il popolo greco.

 

*articolo apparso sul settimanale francese Tout est à nous del 31 maggio 2012 e successivamente su Solidarietà-Ticino.  La traduzione italiana è di Gigi Viglino.



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