Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Monti senza freni: perché?

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Monti senza freni: perché?

La brutalità del governo Monti-Passera-Fornero nell’annunciare ogni giorno nuove misure che hanno poco o niente a vedere con le cause della crisi del debito ma servono solo a smantellare ulteriormente i residui dello Stato sociale, ha una spiegazione semplicissima: sa di poter andare avanti senza preoccuparsi delle reazioni del sindacato o dell’apparire di una vera opposizione parlamentare. Ad esempio, dopo che la mozione di sfiducia personale alla Fornero è stata respinta a grande maggioranza, senza che mancasse un solo voto del PD, che credibilità possono avere le pur blande proteste di questo partito?

Per giunta è contemporanemente approdato al senato il disegno di legge per la revisione dello strumento militare, elaborato personalmente dal ministro-ammiraglio Di Paola, che è risultato un tecnico ad alta specializzazione nell’occultare parti cospicue della spesa militare (ad esempio le spese per armamenti e le “missioni all’estero) nei capitoli di altri ministeri. Ma questo pezzo di spesa pubblica non si tocca.

D’altra parte il governo è abituato a sentire fievoli proteste ad ogni taglio (che garantisce sarà fatto col bisturi e non con l’accetta, ma non si capisce che vantaggio c’è, se comunque c’è amputazione). Le regioni sospirano perché saranno “costrette” a ridurre ulteriormente il trasporto locale (e magari vanteranno come successo aver ridimensionato il piano di Moretti che prevedeva la soppressione anche di tutti i treni a lunga percorrenza, eccetto le varie frecce rosse, argento e bianche).

La responsabile del PD per gli Affari sociali, Margherita Miotto, dopo aver reclamato “un’operazione di revisione della spesa nel settore Sanità, ma… non certo per fare cassa con la Salute”, ha proposto microscopici ritocchi alla “spesa su beni e servizi, differenziando da regione a regione”, ma si è detta “perplessa sulla riduzione della spesa farmaceutica”. E ha chiarito che teme che i tagli possano essere pagati da produttori e distributori di medicine. Per carità! “Se si indebolisce un settore così importante come l’industria farmaceutica – ha dichiarato - si mette a rischio la ricerca”! Incredibile: solo lei non sa che dietro la maggior parte dei farmaci e delle forniture ospedaliere non c’è nessuna ricerca…

D’altra parte con la stessa logica la responsabile del PD per il settore si indigna per la proposta di ridurre del 2% (non del 20%!) i contratti con la sanità privata, per timore che si abbassi la qualità, che “invece deve essere pari a quella pubblica”. In che mondo vive? Mai sentito parlare degli scandali legati alle cliniche private, da Milano a Bari? Poco male se invece questa “riforma” comporterà il taglio di altri 30.000 posti letto, soprattutto con ulteriori chiusure di piccoli ospedali legati al territorio.

Naturalmente anche i sindacati confederali hanno emesso un gemito nell’ascoltare l’annuncio dei tagli lineari al pubblico impiego, spudoratamente senza collegamento alcuno con l’efficienza del settore, e quindi semplicemente finalizzati al risparmio. È misterioso come si collegherà ai criteri di merito tanto strombazzati finora la riduzione del 10% del personale dell’intero settore, e quella del 20% dei “dirigenti”, che per giunta non sono facilmente identificabili (tra i dirigenti ci possono essere pesci grandi e piccoli). Comunque i dirigenti saranno più garantiti degli altri comuni mortali, perché potranno andare in pensione con le vecchie regole pre-Fornero, scaricando quindi il costo dell’operazione ancora una volta sull’INPS, come accade per i tagli al personale della Difesa. Ne abbiamo già parlato: sottufficiali e ufficiali in sovrannumero non sarebbero “esodati”, ma oltre a un trattamento pensionistico di favore, potrebbero passare comunque ad altri ministeri, sul cui bilancio graverebbe il loro mantenimento.

Una misura aggiuntiva dovrebbe essere la riduzione del valore dei buoni pasto, che sono attualmente una parte della retribuzione. Non appare neppure particolarmente finalizzato al risparmio il taglio dei permessi sindacali, che però potrebbe dare un colpo alla struttura sindacale interna ai vari settori: potrebbe essere utilizzato ad esempio per togliere la terra sotto ai piedi a quei delegati risultati difensori troppo zelanti dei lavoratori.

Ma che paura possono fare le minacce della Camusso (“siamo pronti allo sciopero generale”) dato che le ripete da mesi? O di Angeletti, che non crede che lo sciopero generale si possa evitare, se ci saranno tagli lineari. Ma ci sono, a che serve il se? Bonanni poi, specializzato in roboanti discorsi da comizio, di fronte a un attacco così chiaro non trova di meglio che dire: “Giudizio sospeso, ma se il governo pensa di fare da solo vedremo anche noi cosa fare”. Mamma mia, che minaccia!

Se, se, se… E in questi mesi, che hanno fatto? Incontri col governo insieme alla Confindustria, col risultato che Monti può presentarsi come “mediatore” tra i sindacati e Squinzi che chiede più tagli alla pubblica amministrazione. Nessuno si ricorda che gli interessi di padroni e lavoratori una volta erano contrapposti… Nessuno ha il coraggio di chiedere che Marchionne, che dopo aver portato la FIAT al dissesto (per il crollo delle vendite, non della produzione!) minaccia ancora di tagliare un altro stabilimento, sia costretto a restituire i miliardi di euro che la FIAT ha avuto negli ultimi decenni.

E nessuno ha il coraggio di sbattere in faccia al governo i conti delle pensioni d’oro di tanti ministri, che non hanno avuto pudore a massacrare i pensionati normali. Basterebbe riprendere questo articolo di Salvatore Cannavò apparso su Il Fatto quotidiano dell’1 luglio 2012, e che ho ripreso da Il megafonoquotidiano. Riprenderlo e sbatterlo in faccia ai complici di questo governo, ogni volta che li incontriamo. Direttamente ai ministri è più difficile, viste le misure repressive sempre più capillari che la nostra democrazia malata prende sempre più spesso per impedire perfino il volantinaggio…  

Appendice

Le pensioni d'oro al governo

Il Consiglio dei ministri si appresta a varare la "spending review", cioè l'assalto al lavoro pubblico e al welfare. Ma chi decide i tagli incassa pensioni da centinaia di migliaia di euro. A partire dal "commissario" Enrico Bondi

 

Salvatore Cannavò (da Il Fatto quotidiano dell’1 luglio 2012)

Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro. Perché? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari. Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica. La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gianfranco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma. Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento del-l’Iva previsto da Berlusconi). E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili. Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “pressioni” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto. “Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo. Il sottosegretario sa bene di cosa parla perché è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera. A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato). Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana. Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”. Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il nome di Elsa Fornero. Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi. Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402.000 euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto. Ma quanti altri “cloni” di queste figure potrebbero essere salvati? Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato nel 2011 oltre 7 milioni di euro. Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni. Per non parlare di Piero Gnudi, con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni. Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.

Prof, generali e grand commis

Diamo ancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo. Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese. È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972. Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisoria”pari a circa 20mila euro mensili. È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale. Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea. Così come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordi annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario. Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario. Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011. Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica. Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi. Il “commissario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili. Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni. I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pensioni d’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero). Si tratta di una élite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila di media degli stipendi dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati. Nella fascia di pensioni superiori ai 4 mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro). I risparmi possono comunque essere molto alti. Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio). Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.

Come 30 esodati

ACQUISTANO così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011,stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese. Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato. A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi. L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima,su base retribuitiva, è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili. Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contributiva”. Il totale è di 33.668 euro netti mensili. Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro. Si pagherebbero almeno 30 esodati. Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni. Ma comunque un bel risparmio.

Salvatore Cannavò



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