Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Le premesse del crollo del PRC

E-mail Stampa PDF

Un bilancio amaro del dibattito truccato nel PRC

 

Ho ritrovato nel computer una lettera scritta nel gennaio 2004 a “Liberazione”, senza speranza di pubblicazione, e messa in circolazione in rete. Rileggendola oggi mi sembra si capisca meglio perché il PRC è sprofondato nel vuoto e la ripropongo.

 

Un “dibattito” che non sfiora i nostri problemi

 

Il dibattito esploso su “Liberazione” dopo alcune deliberate “provocazioni” della direzione è diventato rapidamente un tormentone inutile e dannoso, che ha portato alla luce una parte della enorme confusione che c’è tra una parte degli iscritti al PRC, non tanto per l’eterogeneità delle provenienze, quanto per l’assenza – fin dalla nascita del partito - di un dibattito sui grandi nodi teorici del nostro tempo, malamente surrogato dalle periodiche esternazioni del segretario.

Va detto che probabilmente le lettere pubblicate non riflettono esattamente lo stato d’animo del partito o almeno dei lettori del giornale per i criteri con cui vengono selezionate: diversi compagni lamentano che raramente riescono a vedere pubblicata una delle tante lettere mandate, sfondando il filtro del direttore, che a volte invece pubblica candidamente lettere della moglie (iscritta ancora ai DS), e spesso quelle di vecchi amici e tenaci elogiatori delle sue prestazioni a «Zapping oggi e ieri a TeleKabul...

Ma anche se non servono a un sondaggio statistico, il problema è che le lettere insulse pubblicate sono vere, non inventate, e portano alla luce una cultura poco distinguibile da quella dei lettori de “l’Unità”. Penso alle lettere di elogio del papa, o di Ciampi, o di ingenuo stupore se Ciampi non si muove come vorrebbero loro (perché non interviene a fermare il cavalier Banana?) o di patetica nostalgia per i bei tempi andati, quando c’erano i paesi socialisti e il PCI prendeva tanti voti e aveva tanti parlamentari (senza domandarsi come e per che cosa li utilizzava).

Come potrebbe essere diversamente se “Liberazione” ha rinunciato da sempre a svolgere una qualche funzione formativa? Tra l’altro, non è solo che manca un’attenzione specifica al problema, ma c’è di peggio: le segnalazioni librarie sono casuali, superficiali, spesso dettate da pressioni delle case editrici più potenti e fatte distrattamente e in fretta da alcuni che hanno il monopolio del settore e spesso invece di leggere attentamente il libro si basano sulla “quarta pagina di copertina” (cioè la presentazione del libro, ovviamente apologetica, fatta dall’editore). E’ un malcostume presente in quasi tutte le redazioni, ma dannosissimo in quella di un giornale di un partito comunista. Due esempi recenti: la presentazione del libro su Fidel di un certo Skierka, fatta senza accorgersi del suo carattere reazionario (in un partito che peraltro è pieno di esaltatori acritici dei peggiori difetti di Cuba, che hanno spesso spazio nelle lettere) e quella di un libro di Mario Deaglio sul “Postglobal” fatta in modo tale che un giovane comunista ha scambiato l’ex direttore del “Sole 24 ore” per un compagno e lo voleva invitare subito nella sua federazione...

 

La prima ondata di lettere è stata in risposta a un singolare testo scritto da Rina Gagliardi che, in genere colta e raffinata, in questo caso banalizzava un concetto caro al segretario che lo va profondendo in articoli, interviste, ecc.: non è più vero che la religione è l’oppio dei popoli.

Devo dire che tra chi le ha risposto c’ero anch’io, che evidentemente, pur vecchio, non sono riuscito ancora a interiorizzare l’aurea massima di Andreotti (“a pensar male si fa peccato, ma si coglie sempre nel segno”). Così avevo provato ad affrontare seriamente il tema, forte della mia lunghissima consuetudine con la storia e in particolare gli studi storico-religiosi, con una messa a punto metodologica e storica sulla questione della religione e dell’atteggiamento del movimento operaio verso di essa.

Ma non c’era spazio – mi è stato detto - se non per una letterina, sicché si poteva solo partecipare a una specie di referendum banalizzante degno di un gioco televisivo. E ovviamente non mi interessava. D’altra parte l’interesse per la questione dell’oppio o tranquillante dei popoli, è caduta presto, ed effettivamente non era particolarmente “urgente”, anche se aveva anch’essa implicazioni politiche pericolose, perché dietro di essa possono passare le sciocche ma diffuse illusioni sul ruolo di questo papa “per la pace”.

Sono affiorate molte altre cose, come l’incapacità di vedere dialetticamente il rapporto tra fede individuale e funzione complessiva della religione, mentre sono state rimesse in circolazione anche inopportune esaltazioni di altri papi, frutto di scarsa conoscenza (ad esempio Paolo VI, visto come riformatore e non come intelligente conservatore, come il normalizzatore dopo l’emergere di un grande  rinnovamento nel Concilio Vaticano II, che poteva diventare incontrollabile). Impossibile ricordare che era stato anche, come giovane prosegretario di Stato, l’abile tessitore del complotto del 25 luglio 1943, che doveva salvare il fascismo eliminando Mussolini e che era stato l’organizzatore della campagna anticomunista del 1948.

Lo ricordo bene non solo perché ne parlava una biografia di Paolo VI uscita subito dopo la sua elezione, con l’imprimatur ecclesiastico rilasciato dalla diocesi di Milano in una data in cui Giovan Battista Montini era ancora l’arcivescovo, ma perché recensii quel libro per l’Unità di cui ero collaboratore assiduo, e mi vidi censurare perché …era inopportuno toccare certi argomenti.

Così,mentre Montini avallava quella biografia, che rivendicava quel suo ruolo politico, i lettori dell’Unità non dovevano saperlo. Interruppi, pur restando ancora alcuni anni nel PCI, l’attività di recensore dopo questo episodio, e un altro peggiore avvenuto nella redazione del “contemporaneo”, supplemento mensile di Rinascita, dove mi tagliarono parecchie frasi fattuali (non di miei giudizi) sulle ambiguità del cattolicesimo francese di Mounier e Teilhard, e soprattutto mi cambiarono del tutto la conclusione, facendomi apparire un paladino del “dialogo”, e offrendomi la sola scelta (che ovviamente rifiutai) di ricorrere in tribunale). Vecchi vizi, di nuovo in auge?

Il secondo tema che ha provocato una valanga di lettere, è stato innescato da un’altra “provocazione”: la pubblicazione, senza una riga di commento o di spiegazione, di un articolo di Repubblica che dava per scontato che Bertinotti aveva imboccato la strada di Berlinguer, o peggio, e che stava cominciando la sua Bolognina o “Bad Godesberg” (termine ormai sconosciuto ai più, ma che alludeva al lontano congresso della socialdemocrazia tedesca in cui Marx fu gettato formalmente nel cestino, dopo molti decenni in cui era stato totalmente ignorato nell’elaborazione della linea del partito, ma mantenuto come riferimento ideale).

Questo dibattito ha appassionato di più un certo tipo di lettore: per intendersi si allude a quelli (e non sono pochi) che sarebbero restati per sempre nel PCI sotto l’illuminata guida di Occhetto, D’Alema e Fassino se costoro non avessero cambiato nome al partito (e d’altra parte quei compagni avevano ingozzato di tutto per tanti anni in cui, come ha dichiarato onestamente Macaluso, di comunista c’era solo il nome...).

Allarme rosso dunque per questi compagni: ma che vuole il segretario?

Io invece non mi scandalizzerei se, in seguito all’apporto di forze diverse, si ponesse davvero il problema di un nuovo nome; il problema è che oggi le forze diverse non ci sono, anzi si direbbe che si allontanino alcuni di quelli che al momento del referendum erano diventati nostri interlocutori; allora diventa comprensibile che ci si domandi perché è nato questo dibattito, cosa si vuole ottenere, dove si vuole arrivare.

Ma alla fine anche a me è venuto qualche sospetto sulla ragione recondita di quelle provocazioni: non sarà che sotto sotto ci sia ancora chi è convinto che il fine giustifica i mezzi? Il fine, ohimé, sarebbe arrivare con una forte visibilità mediatica alla coalizione con i riformisti.

 

Poi è esplosa la discussione sulla “nonviolenza” (senza trattino, pare sia da scrivere) che, ci si spiega, dovrebbe deve cambiare profondamente la nostra vita. Il problema sarebbe quello di spezzare la coppia, o spirale, “guerra-terrorismo”. Su questo hanno risposto bene Bernocchi, Cannavò, ecc.

Intanto anche in questo dibattito c’era pochissimo spazio per i compagni non dirigenti di primo piano (hanno lamentato tutti incomprensioni dovute ai tagli). Le due apparenti eccezioni, Livio Maitan e l’articolo collettivo sulla non violenza, si spiegano facilmente: Livio, oltre a godere di una vastissima stima, ha un accordo di collaborazione fissa col giornale, sicché rifiutare il suo intervento sarebbe apparsa un’inaccettabile censura, mentre la pubblicazione del testo dei quattro non si spiega tanto col ruolo di Cannavò come vicedirettore e portavoce nel giornale di una “sensibilità” particolare, quanto con quello di protagonista riconosciuto della difficile attività di coordinamento del “movimento dei movimenti” esattamente come gli altri tre; anche in questo caso sarebbe stato scandaloso rifiutare, e ci si è limitati a rispondere con alcune bassezze, tra cui la foto della giovane “kamikaze” di Gaza inserita come illustrazione del loro articolo, per associare la loro puntualizzazione a una ipotetica difesa del “terrorismo” (che nessuno fa).

Sulla non-violenza la mancanza di par condicio non dipende solo dal fatto che il segretario senza nessuna decisione di un qualsiasi organo formale si prende ben 4 pagine del giornale per le sue esternazioni, ma dal fatto che si è fatto un uso abbondante degli esterni, che ovviamente, per dovere di ospitalità, non hanno limitazioni di spazio. Nulla contro di essi ma ci permettiamo di ricordare ad esempio che non è un caso se Ingrao, dopo tante oscillazioni, non è mai venuto con noi nel difficile compito di costruire e anzi rifondare un partito comunista. È solo colpa nostra, o è il riflesso di diverse concezioni, e di uno scarso interesse per questo compito?

Anche la Menapace ha avuto grandi spazi, per parlare delle religioni, della sua concezione della pace, ecc. È una persona degnissima, con un itinerario politico e una formazione culturale molto diversi da quelli di molti di noi. Ma perché tanto spazio per lei, mentre è negato a compagni del partito, che non hanno galloni particolari per pretenderlo, ma solo una conoscenza più diretta dei problemi che questi dibattiti pongono all’insieme dei militanti?

Se Ingrao, o la Menapace, o Tronti, o Revelli avessero scritto queste cose altrove, li avrei letti con interesse e in ogni caso con rispetto, mi preoccupa che gli si dia tanto spazio da noi escludendo altri, e che vengano mobilitati degli esterni a “dare la linea” teorica ai militanti... Tra l’altro sia Tronti che Revelli avevano scritto per il Manifesto, e sono stato prontamente ripresi (il secondo con qualche taglio, purtroppo della parte migliore, perché in “Liberazione” non c’è posto in assoluto per gli articoli lunghi del Manifesto).

Va detto comunque che tutti loro hanno posto e si sono posti più problemi di quanti sembra che se ne ponga il segretario con le sue certezze. Leggendo in particolare l’ultimo intervento della Menapace ho pensato che chi l’ha sollecitata a scrivere si deve essere trovato un po’ come Pera quando ha invitato Nolte e si è sentito esprimere una dura condanna delle guerre di Bush e Sharon.

Ci dice ovviamente molte cose condivisibili, anche perché, se non lo si capisce dalle pagine di “Liberazione”, tutti quelli che sono preoccupati dalla piega di questo dibattito sono comunque ovviamente contro il terrorismo senza che ci si spieghi una cosa di cui da sempre siamo più che convinti, cioè che “il terrorismo isola chi lo fa e rende le masse spettatrici”. Se lei, e gli altri predicatori della non-violenza avessero dato un’occhiatina (per Ingrao, forse, bastava una ripassatina) al tanto esecrato Lenin avrebbero visto che questo era l’asse centrale della sua critica del terrorismo (ad esempio nei confronti di Fritz Adler, segretario della socialdemocrazia austriaca, che sparò al primo ministro nel 1916), e il criterio principale per valutare la validità o meno di una forma o di un’altra di lotta, compresa quella armata.

Le precisazioni fattuali della Menapace sull’Iraq (riconoscimento della legittimità della “guerriglia o della resistenza armata”, giudizio severissimo sui carabinieri di Nassiriya, che servono da copertura agli affari delle imprese italiane) sono del tutto condivisibili, e si contrappongono a certe sicurezze di Curzi e Gagliardi nel concludere che la resistenza non va fatta (formalmente dicono che non si permettono di criticare chi reagisce a un’aggressione o invasione armata “anche impugnando le armi”, ma subito dopo assicurano che “a parere quasi unanime” non c’è nessuna possibilità di vittoria della lotta e della guerriglia armata nel Medio Oriente...).

Ma poi la Menapace finisce per concludere anch’essa insinuando che la lotta armata porterebbe male: “le pur gloriose e legittime guerriglie e lotte armate di resistenza alle invasioni (Vietnam) o alla tirannia interna (Nicaragua, Cuba) hanno prodotto o regimi autoritari e inamovibili o addirittura l’andata al potere di governi di destra”.

Incredibile! Prima di tutto la Menapace, (il cui itinerario partì dall’interno della DC ma si è svolto poi per anni nel gruppo del manifesto) come tutti i compagni del Manifesto ha rimosso semplicemente la Cina (non esiste?), ma anche un po’ di altre cosette: nell’involuzione di Cuba (cominciata dopo la non casuale partenza di Guevara, cioè un bel po’ di anni dopo la vittoria) c’entra il peccato originale della lotta armata o invece il legame con l’URSS che si strinse a partire dal 1970-1971? E anche sul Vietnam, il ruolo dell’URSS come modello di partito e di Stato c’entra meno dell’aver dovuto prendere le armi per liberarsi?

E come mettere nello stesso fascio il Nicaragua, che tentò a lungo di tenere fede ad alcuni principi etici evitando ad esempio pena di morte e vendette, ma dovette combattere per anni contro un’aggressione potente e armata dal terribile vicino del nord? Tra l’altro tra le cause della sconfitta ci furono (oltre ai pessimi consigli ricevuti dall’URSS, dall’internazionale socialista, dal PCI di Berlinguer, sul “pluralismo economico”, cioè sulla libertà di speculazione che affamava operai e contadini) anche alcuni errori specifici, come l’aver dovuto creare negli ultimi anni, per fronteggiare l’aggressione ininterrotta, un esercito di leva in un paese che non l’aveva mai avuto e mal lo accettò. Ho sempre dovuto polemizzare con cubani (e difensori italiani acritici di Cuba) che attribuivano la sconfitta del 1990 al pluralismo politico, dimenticando che nel 1984 le elezioni erano state ugualmente pluraliste e i sandinisti avevano vinto col 64% dei voti, non mi aspettavo che si potesse oggi insinuare che nel 1990 hanno perso...perché nel 1979 avevano vinto con le armi una feroce dittatura!

 

Più scarno il dibattito sull’improvvisa apparizione di un “partito comunista europeo”, balzato sulla scena mediatica all’improvviso con un’impostazione e una scelta di interlocutori del tutto diversa da quella seguita fino a pochi mesi fa in incontri promossi dallo stesso PRC, e per giunta con esclusioni significative che sono in parte corrispondenti a veti (ad esempio del PCF verso le organizzazioni trotskiste francesi) e in parte alla necessità di non avere presenti a Berlino voci che ponessero problemi diversi da quelle di una partecipazione elettorale e di una candidatura a una fetta di finanziamenti europei.

Questo dibattito è stato poi quasi tutto riservato ad alcuni massimi dirigenti che si sono risposti per vari giorni con puntualizzazioni sulla legittimità o meno della procedura seguita che – date le incomprensioni e le versioni diverse fornite - hanno accresciuto il dubbio che perfino nella segreteria non si discuta veramente e con il tempo necessario sulle questioni fondamentali.

 Un problema dell’organizzazione del giornale

La questione dello spazio che su “Liberazione” non ci sarebbe per pubblicare contributi lunghi, non regge: molte pagine vengono sprecate ogni numero per una stupida pubblicità. Non alludo solo alle 12 pagine dedicate un giorno a reclamizzare FS e Autostrade e assessorati trasporti delle regioni “rosa” (che almeno pagavano, si spera, e forse è un risultato dell’esser divenuti “responsabili”) ma ai paginoni sugli abbonamenti per combattere la famosa “spirale guerra-terrorismo” o quelli sulle mele o i pomidoro (graziosi ma ripetitivi). Ci sono poi assurde rubriche fisse incredibilmente vuote. Da anni ad esempio M. R. Calderoni... ci parla ogni domenica del “peso dell’anima” o di altre stupidaggini che pesca sui rotocalchi o sui giornali femminili. Sempre le stesse, ovviamente, e sembra di aver già letto la stessa pagina la settimana prima. A chi e a che serve?

E le pagine dello sport, sono di una irrazionalità assoluta: se sei uno sportivo hai bisogno di leggere ben altro, e te lo cerchi altrove; se c’è un problema politico collegato allo sport gli si possono dedicare, ogni volta che si pone, anche quattro pagine. Ma la rubrica fissa non serve a nulla e sottrae spazio ad argomenti essenziali. Non credo che con essa si sia conquistato un solo lettore (a parte il giornalista assunto per scriverla).

 

Dare più spazio per un articolo lungo al giorno (di due o quattro pagine, con un uso più cauto delle foto, che a volte sono enormi e banali, e anche pescate qua e là senza riflettere (come quelle d’archivio che periodicamente illustrano articoli sull’inflazione, con cartellini dei prezzi non corrispondenti minimamente a quelli reali e che sembrano fornite da Tremonti), sarebbe un modesto palliativo.

Ma l’afflusso enorme delle lettere (a prescindere da come sono state selezionate) conferma che occorrerebbe un altro strumento, un bollettino di discussione sobrio e austero e quindi a basso costo che i compagni che si pongono i problemi potrebbero acquistare separatamente, e che eviterebbe l’appesantimento del giornale con tre o quattro pagine che sono un surrogato modesto del bollettino ma rendono pesantissima la lettura a chi cerca solo informazione. Le riviste ci sono (Erre, l’Ernesto, ora forse Alternative) ma servono ad un altro livello di riflessione, e bene o male sono separate e non molto intercomunicanti. vogliamo pensare anche a uno strumento che sia davvero sentito come utile da tutto il partito?

Antonio Moscato

 (22-1-2004)



You are here