Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Lo Stato deve solo pagare?

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Lo Stato deve solo pagare?

Appena ieri, segnalando la presa di posizione interessante di “Medicina Democratica”, osservavo che a mio parere non basta che “chi ha fatto il danno ripari”: bisogna mettere in discussione l’assurda privatizzazione di un settore vitale per tutta l’economia: l’ILVA deve essere recuperata allo Stato, e una grande inchiesta pubblica dal basso deve valutare quanto denaro pubblico Riva ha avuto, per pretenderne la restituzione totale.

Invece vedo che si discute ancora solo di come realizzare “un’ILVA sostenibile”, come fa Vendola, che vanta i successi dei controlli avviati dalla regione e, come è sua abitudine, accetta per vere le promesse governative di contibuti per il risanamento. Nella pagina accanto dello stesso “manifesto” un puntuale articolo di G. L. (Gianmario Leone) dimostra invece che quei milioni promessi dal governo sono un bluff, erano già stati stanziati da tempo, e non spesi, per generiche “bonifiche”, per non meno fumosi “interventi portuali”, che non c’entrano niente con le cause dell’inquinamento, mentre una parte era destinata a vaghi “interventi per il rilancio e la riqualificazione industriale”, una definizione che vuol dire tutto e niente. Dei 336 milioni annunciati, solo una minima parte era a carico di un privato, la TCL, una ditta cinese che gestisce parte del traffico container nel porto di Taranto.

Loris Campetti sullo stesso quotidiano ricostruisce bene la feroce carriera dell’industriale “rottamatore” Emilio Riva, ma non accenna a una questione elementare: che bisogno c’era di Riva per uno stabilimento modernissimo che quando gli è stato dato, aveva 25.000 addetti (a parte l’indotto e le ditte appaltatrici all’interno)? Che funzione aveva se non quella di intascare profitti ridimensionando brutalmente la manodopera in un’azienda che logicamente e giustamente era stata costruita dallo Stato, per assicurare acciaio a buon mercato all’intera industria italiana? E senza imporgli la minima preoccupazione per l’ambiente, ovviamente, e per la vita degli operai.

Sempre sul “Manifesto” Franco Arminio fa voli pindarici sulla valorizzazione della città antica (in abbandono da decenni, al punto che “sembra reduce da un bombardamento”), e del Museo archeologico, anch’esso per anni abbandonato per mancanza di personale, al punto che un intero piano era abitualmente chiuso al pubblico. Benissimo, ma sono problemi di ordine e dimensioni diversissime da quelle del far funzionare diversamente l’ILVA.

L’articolo di Ciccio Maresca Taranto: il padrone delle ferriere indicava esattamente cosa era necessario fare.

Tutti oggi dicono che “bisogna conciliare l’esigenza del lavoro e quella della salute”, degli stessi operai, oltre che dei cittadini di Taranto, e in particolare quelli del rione Tamburi, stretto quasi simbolicamente tra lo stabilimento assassino e il cimitero. Ma lo si dice da decenni. Avevo seguito quasi quotidianamente tra il 1969 e la metà degli anni Settanta (spostandomi da Bari dove vivevo), le vicende di quella fabbrica e del suo rapporto difficile con la città. Ai Tamburi ho anche abitato per qualche settimana, nel 1980, e ricordo che ogni mattina chi mi ospitava raccoglieva un secchio di polvere di ferro, carbone e altre schifezze sul balconcino. Capisco quindi il problema e conosco bene il conflitto.

Ma perché nessuno, a partire da Vendola, si domanda cosa ha fatto Riva, e a che cosa serve questo padrone? Perché la TV di Stato raccoglie la testimonianza di un operaio che a volto coperto dice che le emissioni di gas nocivi e di polveri tossiche avvenivano di notte, come d’altra parte documentato dai filmati e dei prelievi dei ROS? Possibile che non si ha il coraggio di proporre da sinistra l’impunità garantita (in primo luogo la non licenziabilità) per chi rivela questi crimini, come per chi fa scoprire le evasioni fiscali del padrone? Invece chi denuncia deve farlo a volto coperto (quindi senza nessun effetto legale) mentre legioni di pennivendoli si preoccupano per la salute dell’assassino Riva, minacciato, come al massimo può accadere ai padroni, di arresto domiciliare (cioè di passare qualche tempo in una delle lussuose ville comprate con i profitti ottenuti con la vita e la morte di tanti lavoratori e cittadini).

Ho detto che conosco da decenni la situazione dell’ILVA (che prima si chiamava Italsider). Quindi non sottovaluto l’effetto negativo del ricordo della sua gestione nel quadro delle cosiddette “partecipazioni statali” negli anni iniziali dello stabilimento. Ma come sottolineavano i nostri compagni di fabbrica, era perché lo Stato aveva messo gli enormi capitali necessari per acquistare le tecnologie più avanzate, ma aveva affidato la direzione a manager superpagati e preoccupati solo di sfruttare al massimo i lavoratori. Per questo le privatizzazioni (che hanno colpito nello stesso periodo Alfa Romeo, AlfaSud, Cirio ecc., e quasi tutte le maggiori aziende del gruppo IRI quando era presieduto dal boiardo di Stato Romano Prodi) sono state accolte senza troppe proteste, senza capire che si cadeva dalla padella nella brace. Il PCI e i suoi vari eredi avevano abboccato alla mitizzazione dell’intervento privato, che avrebbe dovuto portare capitali freschi e ha invece demolito interi stabilimenti, a volte (come nel caso FIAT, semplicemente per distruggere la concorrenza, impossessandosi del marchio).

La proprietà statale era stata mal gestita, anche perché lottizzata tra DC e PSI, con annessi partitini analoghi, ma i nuovi proprietari avrebbero tirato fuori subito gli artigli del vecchio padronato alla riscossa dopo gli anni in cui avevano dovuto subire l’offensiva operaia.

Discutiamone: più che di nazionalizzazione o statizzazione, parlerei (per l’ILVA ma anche per Alfa Romeo, Pomigliano, ecc.) di recupero da parte dello Stato. Senza indennizzo, fino alla quantificazione di quanto è stato dato ai nuovi proprietari, e quanto hanno speso realmente, con una commissione di audit. E la nuova gestione pubblica della fabbrica dovrebbe essere sottoposta non solo al controllo operaio di chi ci lavora, ma anche dei cittadini che ne respirano le emissioni. La fabbrica può e quindi deve vivere, ma solo se sottratta al profitto, e ricondotta alla sua funzione originaria, di volano per tutta l’industra metalmeccanica nazionale.

Ma non è una misura “tecnica”, è possibile solo a partire da una controffensiva operaia, in una prospettiva rivoluzionaria. Oppure pagheremo noi anche il salvataggio dell’ILVA per ridarla a Riva…

(a.m. 29/7/12)



Tags: Riva  Italsider  ILVA  Prodi  Alfa Romeo  

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