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Il linguaggio della rivoluzione

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Perché il linguaggio della rivoluzione ha una sua importanza

pubblicata da International Tahrir il giorno mercoledì 25 luglio 2012 alle ore 16.29 ·

 di Paul Sedra

Articolo originale "Why the language of revolution matters" su Jadaliyya.comhttp://www.jadaliyya.com/pages/index/6548/why-the-language-of-revolution-matters

Questo articolo è parte di una tavola rotonda organizzata da Jadaliyya su "Il linguaggio della rivoluzione in Egitto". 

Il 29 giugno, Mohamed Morsi si è presentato in Piazza Tahrir come il nuovo presidente dell'Egitto. Il momento non era certo privo di carica drammatica. "Voi siete tutti la mia famiglia, i miei amici" ha detto alle migliaia di persone riunite nella piazza ed ai milioni di spettatori televisivi. "Siamo qui oggi per raccontare al mondo intero che questi sono gli egiziani, questi sono i rivoluzionari, che hanno reso possibile questo momento epico, questa rivoluzione." Morsi ha indicato la folla ed identificato nella gente la fonte della sua legittimità: "Non vi è nessuno, nessun partito, nessuna istituzione o autorità al di sopra della volontà popolare." In effetti la sicurezza percepita dal nuovo presidente era così tanta che egli ha aperto la sua giacca indicando il proprio petto e dichiarando che aveva abbandonato il suo giubbetto anti-proiettili, come ha egli stesso asserito: "poiché io confido in Dio e confido in voi, e solo Dio temo. E sarò sempre totalmente responsabile nei vostri confronti."

Il giorno successivo il New York Times pubblicava un articolo dell'opinionista esterno Joshua Stacher, dell'università di Kent State, sotto il titolo di "Come le Forze Armate hanno vinto le elezioni egiziane". Nel pezzo, Stacher spiegava come il Consiglio Supremo delle Forze Armate avesse, nei fatti, utilizzato le elezioni presidenziali per rafforzare il proprio dominio sull'Egitto. Quel che era effettivamente emerso dal supposto processo di "transizione democratica" iniziato nel febbraio 2011 con il rovesciamento di Hosni Mubarak era infatti un colpo di Stato piuttosto che una rivoluzione. In realtà, continuava l'articolo, malgrado gli "ornamenti" da democrazia dati da non meno di cinque turni di votazione tra il marzo 2011 ed il giugno 2012, l'apparato statale per come era esistito sotto Mubarak era ancora intatto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate si era abilmente barcamenato e posto in una duratura posizione di dominio sul panorama politico in Egitto attraverso la negoziazione con particolare attori politici (la Fratellanza Musulmana prima fra tutti) e la marginalizzazione dei rivoluzionari delle proteste di piazza.

 Di certo, Stacher non è il solo a fornire questa valutazione della politica dell'Egitto post-Mubarak come una manna per i militari e un fallimento per la rivoluzione. Già dal 2 febbraio 2011, ben prima della cacciata di Mubarak, il professor Robert Springborg della Naval Postgraduate School aveva sostenuto (in modo stranamente profetico): "L'esercito avvierà ora negoziati con gli elementi dell'opposizione che sceglierà." Probabilmente, il professor Zeinab Abul-Magd della American University in Cairo e Oberlin College è stato colui che ha aperto la strada nello specificare, in particolare attraverso una serie di articoli per Al-Masry al-Youm ed Egypt Indipendent, gli interessi enormi che i militari hanno in gioco, come così come i meccanismi che il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sviluppato per proteggerli. I dubbi su quanto sia realmente accaduto in Egitto sono quindi così grandi, che gli analisti più seri della politica del paese rifuggono il linguaggio inneggiante alla rivoluzione a favore di termini che parlano di insurrezioni, rivolte o più semplicemente proteste.

Devo qui confessare che ho sempre insistito nell'utilizzo del linguaggio riferito alla rivoluzione, nonostante il fatto che io sia pienamente d'accordo con gli argomenti portati da Stacher e Abul-Magd. Insisto in questo utilizzo in larga parte perché il popolo egiziano stesso ancora fa uso di questo linguaggio rivoluzionario. Francamente, penso che sia fondamentale che continuino ad utilizzarlo, non da un punto di vista analitico, bensì da un punto di vista politico. Temo che abbandonare il linguaggio della rivoluzione equivarrebbe ad abbandonare le speranze, gli ideali e le aspettative che hanno accompagnato la cacciata di Mubarak.

Ignoriamo a nostro rischio e pericolo il carattere enormemente produttivo del linguaggio. Dopo aver raccontato come le macchinazioni del Consiglio Supremo delle Forze Armate e gli accordi dei Fratelli Musulmani abbiamo precluso certi sviluppi futuri, ci sarebbe opportuno ricordare cosa il linguaggio della rivoluzione abbia nei fatti attivato e reso possibile nell’Egitto post-Mubarak.

Mi meraviglio, da parte mia, dell’ispirazione che gli attivisti copti cristiani hanno tratto dalla rivoluzione; un’ispirazione che li ha spinti a sfidare non solo lo Stato egiziano, ma pure la leadership della loro Chiesa in modalità senza precedenti. In effetti, il linguaggio della rivoluzione ha creato nuove aspettative su ciò che è giusto e ingiusto, su ciò che è accettabile e inaccettabile nella vita pubblica. E mentre i politici possono fallire nell’essere all’altezza di queste aspettative, esse stesse rimangono non di meno di vitale importanza. Nella misura in cui il linguaggio della rivoluzione possa attivare un nuovo immaginario politico in Egitto, dovremmo abbracciarlo.

 Potrei essere accusato di assecondare, o addirittura promuovere, una delusione. Perché parlare di una rivoluzione dove ciò non si è verificato? Perché abbracciare un linguaggio in contrasto con la situazione in campo? Per evitare di venir considerato uno che vuole far passare tutto per rose e fiori, vorrei sottolineare che una valutazione ad occhi aperti degli equilibri di potere è indispensabile; e per questo siamo in debito con Stacher e Abul-Magd.

Forse il miglior esempio di ciò a cui sto cercando di arrivare può essere tratto dalla storia. Nel giro di pochi giorni saremo nel pieno del sessantesimo anniversario della rivoluzione del 1952. Tutti gli argomenti di contestazione all’attuale “transizione” egiziana come rivoluzionaria dovrebbero valere allo stesso modo, o forse addirittura doppiamente, per la rivoluzione del 1952. Infatti, al tempo, tale rivoluzione fu più vicina nelle modalità a come avviene un classico colpo di Stato, e senza dubbio divenne una rivoluzione solo dopo il fatto, o in retrospettiva.

Ciononostante, come Joel Gordon ha mostrato tramite il suo ottimo studio sull’Egitto di Nasser e, soprattutto, sulla relativa cultura popolare, il linguaggio della rivoluzione ha dato vita ad un immaginario politico nell’Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta che ha spianato la strada ad una espansione senza precedenti della mobilità sociale. Si trattava di una mobilità sociale che gli egiziani arrivarono ad esigere e richiedere, dovuta in non piccola misura alla cultura della rivoluzione sociale sviluppata e curata da scrittori, artisti, musicisti, drammaturghi e registi.

Questa cultura della rivoluzione sociale fu così convincente che gli egiziani fanno riferimento a quel periodo come una ”età dell’oro” della vita culturale del paese, e artefatti di quel tempo sono ripresi e reinseriti nell’attuale momento rivoluzionario.

Mi aspetto, con l'avvicinarsi dell'anniversario, che non mancheranno i ripudi della Rivoluzione del 1952, e a buona ragione. Ma a questo proposito, la rivoluzione del 1952 potrebbe offrirci una lezione, non sulle transizioni democratiche o sulle relazioni civili-militari, ma circa l’ampliamento dell’immaginario politico.

Traduzione di Leonard Gray

 



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