Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Presunto silenzio

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“Presunto” silenzio…

 

L’ipocrisia e la viltà della televisione di regime si è manifestato ancora: la protesta nei confronti dell’annuncio dell’avvio della proceduta per la beatificazione di Pio XII non si poteva tacere, perché veniva da Israele e anche dai rabbini italiani, ma è stata presentata in forma attenuata, parlando di “presunti silenzi” di quel papa.

Che assurdità: prima di tutto il silenzio non è un’opinione, è un fatto. Silenzio sulle stragi documentate in tutta l’Europa, e ancor più scandalose quando sono avvenute anche sotto gli occhi stessi del papa nella Roma occupata. Ci sono decine di libri inoppugnabili, ne cito uno solo, perché ancora facilmente reperibile: Ernesto Rossi, Pagine anticlericali, Erreemme, 1996 (distribuito dalla Roberto Massari, può essere acquistati sul sito http://www.enjoy.it/erre-emme/); contiene nell’ultima parte gli articoli che sull’Astrolabio smontavano tutte le falsificazioni di chi tentava di difendere Pio XII basandosi sulle testimonianze di chi – ebreo o antifascista - aveva trovato ospitalità in un convento.

Non c’era solo il silenzio di fronte all’antisemitismo (la protesta riguardava solo quando la persecuzione colpiva gli ebrei convertiti al cattolicesimo o i matrimoni misti), ma la benevolenza durante la guerra nei confronti dei regimi orrendi di Ante Pavelic in Croazia, o di mons. Tiso in Slovacchia, e l’aiuto accordato generosamente dopo la fine della guerra a non pochi criminali ustascia o nazisti, accolti in sedi extraterritoriali e aiutati a raggiungere il Sudamerica con parte dei loro tesori.

Ma mi fermo, riproponendo qui di seguito una recensione a una biografia di Pio XII recensita nel gennaio 2001 su Bandiera Rossa News.

Il papa di Hitler

 

Cesare Cases, recensendo il libro di John Cornwell, Il papa di Hitler, ha scritto che il merito principale del libro, rispetto alla maggior parte di quelli dedicati alla ricostruzione dei silenzi di Pio XII sullo sterminio degli ebrei, si deve al fatto che l’autore – a differenza dei precedenti – è cattolico. Ovviamente si riferiva al fatto che i dati essenziali sulla colpevolezza del Pastor angelicus, erano già noti. E questo è indubbiamente vero.

Ma il pregio del grosso lavoro di Cornwell (circa 600 pagine) non consiste solo nella riproposizione di tesi già conosciute, da un pulpito al di sopra di ogni sospetto, e con uno stile scorrevole (nonostante la traduzione qua e la zoppicante) L’autore infatti, avendo iniziato a studiare l’argomento proprio per confutare le critiche a papa Pacelli, aveva avuto le massime facilitazioni di accesso a una parte degli archivi riservati (in particolare i materiali raccolti dal gesuita tedesco Peter Gumpel per sostenere la causa di beatificazione), e proprio in base a questi ha cominciato a modificare la sua posizione. Egli descrive la sua svolta in questi termini: “A metà del 1997, quasi alla fine della mia ricerca, mi trovai in uno stato che posso solo descrivere come di shock morale. Il materiale che avevo raccolto, considerando la vita di Pacelli nel senso più ampio, non si risolveva in un proscioglimento, ma in un’accusa più ampia.”

Il cattolicesimo, profondo e impegnato, di Cornwell, lo ha spinto ad affrontare il ruolo di Pacelli non solo dal punto di vista delle vittime ebraiche, ma anche da quello del cristianesimo e della stessa Chiesa cattolica, in particolare tedesca, croata, slovacca, a cui ritiene sia stato apportato un danno gravissimo. Ricostruendo la biografia di Eugenio Pacelli fin dalla sua formazione, e dal suo precoce apprendistato nella diplomazia vaticana e nella cerchia dei collaboratori più stretti dei papi che lo hanno preceduto, egli gli muove l’accusa di essere stato corresponsabile di “una corsa a un potere pontificio senza precedenti”, in particolare come uno dei principali architetti del Codice di Diritto Canonico preparato per impulso di Pio X e varato nel 1917, che sanciva il potere assoluto del papa sull’episcopato locale.

In questo quadro Cornwell ricostruisce un aspetto poco noto: il ruolo di Pacelli nella preparazione del Concordato con la Serbia, firmato appena quattro giorni prima dell’attentato di Sarajevo che innescò la Grande Guerra. La Serbia, che aveva ben pochi cattolici al suo interno (erano appena 7.000 prima delle guerre balcaniche, ed erano divenuti 40.000 con le conquiste territoriali del 1912), era ben contenta di ottenere un riconoscimento e un appoggio dal Vaticano in cambio della concessione al papa del diritto di nomina dei vescovi, che era stata fino ad allora prerogativa dell’imperatore austro-ungarico. Inoltre il governo di Belgrado si impegnava a generose sovvenzioni al clero cattolico, a istituire nuovi seminari per formare sacerdoti in grado di insegnare la dottrina cattolica nella lingua locale. In cambio nelle chiese cattoliche si sarebbero recitate preghiere per il re di Serbia, e non più per l’imperatore, come avveniva dal tempo in cui questo era il protettore dei cattolici rispetto a ogni tentativo di riconquista ottomana.

Invano il nunzio apostolico a Vienna, e molti esponenti dell’episcopato austriaco avevano messo in guardia da tale passo, che ovviamente serviva al governo di Belgrado per le sue mire panslavistiche, dato che tranquillizzava i cattolici della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, e quindi aveva provocato (dopo le prime indiscrezioni sulle trattative segrete) vivacissime proteste (Cornwell ne riporta anche una dell’Arbeiter Zeitung, l’organo della socialdemocrazia austriaca!).

Il concordato di fatto contribuì ad accrescere la rabbia antiserba, che esplose poi con l’attentato di Sarajevo. Cornwell si domanda se Pio X si rendesse conto “del ruolo avuto dalla Santa Sede nell’accrescere le pressioni che portarono alla rottura tra l’Impero Austro-ungarico e la Serbia”, .ma osserva che la dichiarazione di guerra lo gettò, a quanto si dice, in una profonda depressione e poi alla morte, avvenuta il 20 agosto 1914, pare di crepacuore.

A quel concordato viene ricollegato quello del 1933 con Hitler, di cui viene ricostruita minuziosamente la lunga e faticosa gestazione. In quel caso Pacelli, nunzio in Germania, fu l’artefice esclusivo, anche a costo di calpestare il parere della chiesa tedesca, preoccupata non solo perché perdeva antiche prerogative di autonomia nella scelta dei vescovi, ma perché il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della sovranità pontificia era la soppressione del Partito del centro, ma anche di quasi tutte le attività dello organizzazioni cattoliche. Così fu neutralizzato il potenziale di protesta e di resistenza di 23 milioni di cattolici tedeschi, (34 milioni dopo l’Anschluss).

Cornwell sottolinea a questo proposito, ma anche in altri passi del libro (tra l’altro per quanto riguarda l’Italia occupata dai nazisti) che la chiesa cattolica aveva una grande forza politica e morale, che i nazisti non potevano ignorare, ma che non fu mobilitata. Ad esempio il progetto di Hitler di occupare il Vaticano per “mettere il papa al sicuro”, lontano dalle pressioni dei diplomatici alleati e dai pericoli rappresentati secondo lui dalla plebe romana, portandolo in Germania o in un minuscolo paese neutrale come il Liechtenstein, fu annullato dopo che Karl Friedrich Otto Wolff, il capo delle SS e della polizia tedesca in Italia, fece notare al Führer che la reazione popolare sarebbe stata probabilmente forte e pericolosa.

D’altra parte Cornwell registra con simpatia l’atteggiamento di singoli vescovi tedeschi che, nonostante le raccomandazioni di prudenza del Vaticano, denunciarono dal pulpito alcuni crimini di Hitler (soprattutto l’eutanasia e le sterilizzazioni forzate, o la deportazione di cattolici di origine ebraica), senza subire nessuna repressione. Quindi il silenzio del papa sulla deportazione e lo sterminio degli ebrei non dipendeva da viltà, come hanno sostenuto alcuni scrittori come Hochhuth, che non hanno approfondito la conoscenza della formazione di Eugenio Pacelli. Caso mai si doveva a quella che era la sua idea di “santità”, che Cornwell, cattolico, ricostruisce bene, ma che a chi non lo è appare un cieco fanatismo.

Il libro ricostruisce con abbondanza di dettagli la formazione religiosa e culturale del futuro papa (che secondo molte testimonianze insospettabili aveva deciso fin da giovane di arrivare sul soglio pontificio), in un ambiente retrivo e permeato di diffidenza verso tutto quello che metteva in dubbio l’assolutismo del papa-re. Ma anche la sua esperienza nella Monaco del 1919: la rivoluzione dei consigli gli apparve un orribile complotto di ebrei russi, sporchi e maleducati, che tentarono perfino di impossessarsi della sua bella limousine con lo stemma pontificio. Ed erano ebrei, sottolineava in tutti i suoi rapporti come nunzio. Casomai fu questa interpretazione della rivoluzione tedesca (e del suo cruento soffocamento, su cui non spese una parola) a determinare l’insensibilità del papa per la tragedia degli ebrei, che conosceva benissimo: con un paziente lavoro esegetico sugli undici volumi di documenti pubblicati per volontà di Paolo VI tra il 1965 e il 1981, Cornwell ha trovato la conferma che almeno un documento fondamentale, il Memorandum sul genocidio consegnato nel 1942 al nunzio apostolico a Berna da Gerhart Riegner; era giunto al papa, ma era stato tolto dalla raccolta di documenti che dovevano giustificare il suo silenzio. Con la pazienza da Sherlock Holmes (o di un protagonista dei romanzi del fratello, che scrive col nome di John Le Carré), ha trovato in una piccola nota di uno dei volumi una citazione del documento “inesistente”, che aveva in realtà potuto conoscere attraverso l’autore. Quanto basta per provare che l’affermazione che la sterminata raccolta conteneva “tutti” i documenti era falsa.

Ancor meno Pio XII poteva ignorare lo sterminio di serbi (ma erano “scismatici”…), zingari ed ebrei nella cattolicissima Grande Croazia (con Bosnia incorporata) da parte di quel criminale di Ante Pavelic, con la benedizione di Alojzije Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II nell’ottobre 1998 (su cui rinviamo al buon libro di Marco Aurelio Rivelli, L’arcivescovo del genocidio, Kaos edizioni, Milano, 1999). E invece ricevette in udienza tanto Pavelic che delegazioni di sbirri ùstascia, e dopo la guerra lasciò che i conventi di Roma servissero da base di smistamento e mascheramento, prima del viaggio verso l’America Latina, ai peggiori criminali di guerra croati (oltre che nazisti). In Vaticano fu portato il tesoro che gli ùstascia avevano rapinato alle loro vittime…

Ma la parte più importante del libro riguarda il vergognoso silenzio sulla deportazione ebrei romani, sulla quale Cornwell ha smontato molte leggende diffuse ad arte, anche ad opera di un diplomatico israeliano come Lapide, che con una dichiarazione di gratitudine voleva facilitare il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele da parte del Vaticano. Ha provato che il Vaticano non contribuì effettivamente a pagare il “riscatto” in oro richiesto dai nazisti, ha trovato testimonianze sulle pressioni che l’ambasciatore presso la Santa Sede della Germania nazista, il barone Ernst von Weizsäcker, fece per ottenere una parola del papa per fermare un atto che gli ripugnava. Insomma un nazista implorava un gesto che sapeva poteva essere utile, e Pacelli e la Curia se ne guardarono bene, e poi dissero che erano stati costretti a tacere per “evitare il peggio”.

Più che dalla paura per la propria sorte, tuttavia, Pio XII era mosso dalla paura dei comunisti che sapeva forti a Roma e nei dintorni, e che evocavano in lui il terrore di un’altra esperienza analoga a quella della Monaco del 1919. E inoltre, assumendo un reticente atteggiamento di equidistanza tra le due parti in lotta a livello mondiale, mentre l’ambasciatore della Gran Bretagna e l’inviato degli Stati Uniti (ugualmente ospitati in Vaticano) gli chiedevano una parola di condanna morale dello sterminio in corsa, il papa evitava di contribuire anche indirettamente al successo di una coalizione in cui c’era l’URSS…

In libro così ampio c’è perfino un po’ di spazio per note di colore. Ad esempio si ricostruisce come il giovane nunzio a Monaco finì nelle grinfie di quella suor Pasqualina, allora ventitreenne, che rimase per tutta la vita (soprattutto negli ultimi anni) una serva-padrona, che intrigava e trescava, bloccando perfino alcune visite. a lei sgradite. La fonte principale su di lei è la testimonianza di Elisabetta Pacelli, la sorella minore del papa, di fronte alla commissione per la beatificazione. La sorella di Eugenio Pacelli a quanto pare odiava cordialmente questa furba contadina bavarese che, nonostante diversi tentativi di allontanarla (soprattutto quando era lontanissima dall’età canonica prescritta dal Concilio di Trento per le “Perpetue”), si impose e rimase al fianco del papa per tutta la vita. Il papa le perdonò perfino uno scandaletto: fu vista in “un atteggiamento troppo confidenziale” con Riccardo Galeazzi-Lisi, il ciarlatano (in effetti un oculista) che forse per merito di suor Pasqualina fu promosso ad Archiatra pontificio, pur essendo ignorantissimo. Galeazzi-Lisi, anche se era stato destituito da Archiatra poco prima della morte del papa, per alcune cure fantasiosissime a base di cervello di scimmia che aveva suggerito, riuscì a infilarsi nella stanza in cui Pio XII stava agonizzando e a scattare qualche foto, venduta poi alla stampa a cifre esorbitanti.

Il penultimo capitolo, dal titolo significativo Pio XII redivivo, è dedicato alla continuità, anche dopo la rottura rappresentata da Giovanni XXIII, di quella concezione autoritaria introdotta da Pio X ed esasperata da papa Pacelli. Cornwell non è tenero con lo stesso Paolo VI, che tra l’altro fu uno dei principali collaboratori di Pio XII in anni decisivi, ed è severissimo verso Giovanni Paolo II, in cui vede un coerente continuatore, anche a livello teologico, di Eugenio Pacelli. Anche per questo il libro merita di essere letto, soprattutto da quella sinistra troppo prodiga di elogi a Giovan Battista Montini, ma perfino all’attuale pontefice.

Il libro si conclude con una rassegna dell’ampia bibliografia dedicata Al Pontificato di Pio XII e ai suoi silenzi, molto rigorosa ed equilibrata, anche perché coglie bene le ragioni dei limiti della maggior parte degli autori, che essendo, come notava Cases, in gran parte di origine ebraica, si preoccupavano soprattutto dei crimini contro gli ebrei, e non di quelli contro l’umanità e contro la stessa chiesa cattolica, che invece a John Cornwell, come cattolico sincero e non conformista e come democratico appaiono non meno gravi.

 

(John Cornwell, Il papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII, Garzanti, Milano, 2000, pp. 597, lire 42.000)