Movimento Operaio

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Con Dario Fo alla riscoperta di Majakovskij ... e dell'URSS degli anni Venti

 

di Antonio Moscato

 

Ho riscoperto questo mio vecchio articolo, che era stato molto importante per me e che era stato per un certo periodo inserito nelle mie dispense sull’URSS, perché me lo ha ricordato un compagno e amico (che un tempo mi aveva considerato suo maestro, mentre oggi sono io a considerarlo tale), a cui è venuto in mente mentre era sottoposto a un processo vergognosamente burocratico, che non ha esitato a considerare una colpa inammissibile il dissenso dal segretario. Il compagno è Sergio Bellavita, escluso ieri dalla segreteria nazionale della FIOM da una maggioranza risicatissima (vedi Fiom, la sinistra fuori dalla segreteria). A Sergio durante il dibattito erano tornate in mente le poesie di Majakovskij sulla burocrazia, ma non le aveva trovate sul sito. C’erano, ma ho faticato anch’io a ritrovarle, perché erano nascoste in un’appendice al mio lungo saggio Il vicolo cieco. Così ho deciso di tirarlo fuori e metterlo in evidenza, dedicandolo ovviamente a Sergio…

(a.m. 4/10/12)

 

Con Dario Fo alla riscoperta di Majakovskij ...

e dell'URSS degli anni Venti

Un contributo alla datazione dell'involuzione dell'URSS (1994)

 

 

È una piacevole sorpresa trovare in libreria, in veste gradevole e a prezzo modesto, un libro stimolante come quello propostoci da Dario Fo che “seleziona e condivide” i “messaggi ai posteri” di Majakovskij.[1] Tra l'altro introduce una piccola speranza in una possibile inversione di rotta degli Editori Riuniti, rispetto alla spoliticizzazione e agli alti prezzi degli ultimi anni.

Dario Fo ovviamente ripercorre le tappe del suo incontro con un poeta, pittore, guitto a cui evidentemente deve molto: “non posso dire che Majakovskij sia stato per me un maestro, un vate, ma sicuramente un compagno di viaggio, un sollecitatore di idee che hanno poi attraversato la mia opera”, scrive.

È proprio questa affinità che ha consentito una scelta così efficace in meno di duecento pagine. Così, accanto alle liriche “di entusiasmo rivoluzionario, di convinta partecipazione agli eventi” e al tempo stesso cariche di rabbia e aggressività, e soprattutto “mai banalmente trionfalistiche o didascaliche”, Dario Fo ha scelto un forte nucleo di poesie antiburocratiche, all'interno delle quali giustamente colloca il bellissimo poema Vladimir Ilic Lenin.

Accanto al piacere della riscoperta (ma sicuramente per moltissimi giovani oggi in realtà si tratta di un primo incontro con questo grande e inquietante poeta), questa selezione offre anche spunti per qualche riflessione sull'URSS, sulla sua storia, e sul delicatissimo problema della datazione della sua involuzione.

Ciò è tanto più importante in un momento in cui anche nel nostro partito, il PRC, - nel quadro di una corsa alla celebrazione acritica e all'accaparramento di Berlinguer - viene riproposto e a volte tra le righe condiviso il famoso giudizio sull'"esaurimento della spinta propulsiva dell'Ottobre", che era due volte sbagliato, sia per la straordinaria e permanente attualità della più grande rivoluzione della storia umana, sia per la implicita postdatazione dei fenomeni involutivi, che venivano fatti coincidere banalmente con la tardiva e parziale presa di coscienza iniziata nel PCI appena alla metà degli anni Sessanta, con decenni di ritardo, persino rispetto alle prime clamorose manifestazioni dei sintomi della crisi (dalla rivolta operaia di Berlino Est nel giugno 1953 a quella di Poznan e alla rivoluzione dei consigli operai di Budapest del 1956, assurdamente bollate per lungo tempo come "controrivoluzioni fasciste").

Ma seguiamo dunque Dario Fo e Majakovskij:

Una porta. Sulla porta

"Non si entra senza essere annunciati".

Sotto Marx,

impoltronato in una poltrona,

siede lungo e liscio,

con un alto stipendio,

l'investito responsabile.

Su di lui sta

un regalo di contrabbando, un gilet:

in una tasca,

una penna di sentinella;

nell'altra

sporge l'angolino di una tessera

con una lunghissima,

revisionata anzianità.

La giornata tutta

è una continua fatica per la mente.

Sulla fronte,

un pensiero impenetrabile:

presso chi

dovrà

sistemare la comare,

presso chi impiegherà il compare?[2].

Chi ha conosciuto bene l'Unione Sovietica negli ultimi anni non fatica a riconoscere uno dei tanti ipocriti burocrati che si trinceravano dietro un ritratto di Marx o di Lenin, e che hanno recitato giaculatorie "marxiste-leniniste" fino al giorno in cui sono passati fulmineamente a Eltsin e all'apologia di un libero mercato che non esiste ma copre i loro loschi traffici con le joint-ventures.

Si tratta tuttavia di una poesia del 1926: questo spiega alcuni particolari che potrebbero oggi apparire secondari o incomprensibili, come il gilet di contrabbando (negli ultimi decenni i contrabbandi della "nomenklatura" riguardavano beni ben più sostanziosi, ma allora, negli anni della fame e delle privazioni, era già uno schiaffo terribile all'etica proletaria), o la tessera “con una lunghissima, revisionata anzianità”, che alludeva alla miriade di funzionari che avevano aderito alla rivoluzione solo dopo la fine della guerra civile e si erano ricostruiti un passato impeccabile (caso emblematico quello del grande accusatore staliniano, Andrej Vyscinskij, che durante la guerra civile era stato menscevico e ostile alla rivoluzione, e che negli anni Trenta mandò al patibolo gran parte del comitato centrale bolscevico). Majakovskij è implacabile nello sferzare questo tipo di burocrate:

Da per tutto

ha sistemato

gentarella,

da per tutto

ha infilato

un battistrada.

Sa bene

a chi dare lo sgambetto

dove

avere una maniglia.

Ognuno è sistemato:

la fidanzata

nel trust,

il compare

al Gum,

il fratello

al Narkomat. [...]

Lui

alla parola

ha tolto ogni traslato.

Ha inteso alla lettera

"fratellanza dei popoli"

come felicità di fratelli,

di zie

e di sorelle.[3]

Questa poesia non è l'unica né tantomeno la prima a sferzare i costumi dei "comunisti": Lenin, che non amava la poesia di Majakovskij e in genere dei futuristi, fece in tempo ad apprezzare alcune delle sue denunce dei costumi burocratici. Ecco come ne parlava, ad esempio, in un discorso del 6 marzo 1922 ai comunisti presenti nel congresso dei metallurgici russi:

Ieri ho letto per caso nelle Izvestia una poesia di Majakovski su un tema politico. Non sono un ammiratore del suo talento poetico, pur riconoscendo la mia totale incompetenza in questo campo. Ma da molto tempo non provavo un piacere così grande dal punto di vista politico ed amministrativo. Nella sua poesia Majakovskj prende in giro le riunioni, e i comunisti che non fanno altro che riunioni e ancora riunioni. Non so quanto valga la poesia, ma per quanto riguarda la politica vi posso assicurare che si tratta della pura verità. [4]

Majakovskij descriveva minuziosamente le pratiche abituali già allora negli uffici "sovietici", come le intimidazioni al postulante ("Mancano i dati") finché il malcapitato capiva e depositava sul tavolo un pacchetto "di nuovi dati", cioè di banconote, sbloccando la pratica. Descriveva le macchine, le cene del burocrate con l'amante nei ristoranti di lusso, tracannando buon vino e dispensandole regali (dai profumi alle mutandine), che erano introvabili in quegli anni per una donna sovietica non inserita nel giro della corruzione.

A uno così,

l'incendio dell'Ottobre gli fa da paravento

mentre ruba migliaia di rubli operai.

È venuto da noi

per dilapidare nelle bettole

la miseria

sovietica.[5]

E Majakovskij dichiara con sdegno che potrà forse un giorno dare la mano perfino a un "bianco", limitandosi a ricordargli “la suonata / che vi hanno dato i nostri”, che non bisogna chiedere castighi per chi ha rubato pane, che si può anche perdonare a un assassino, ma nessuna pietà ci deve essere “per coloro che si sono appiccicati / alle nostre / file, / e quelli / che ai soldi / si sono appiccicati”:

Ma se

colui che ha rubato

questo rublo

col palmo

toccherà il palmo della mia mano,

io, prima la laverò,

e poi mi raschierò con la pomice

la pelle insozzata.

Noi ai bianchi

siamo riusciti a malapena a spezzare le corna,

ci zoppica

per ora

una gamba,

ma per noi,

affamati e rattoppati,

più pauroso

e abietto

di qualsiasi nemico

è il concussionario![6]

In un'altra poesia dello stesso anno, Fabbrica di burocrati, Majakovskij descrive un altro personaggio tipico:

Lo hanno mandato

per realizzare il regime.

Di medie capacità.

Di media età.

Nella mente, i piani.

nel cuore, la decisione.

Nella tasca, la penna

e la tessera del partito.

Va su e giù,

ordina con gesti energici.

Si vede subito:

un'era nuova comincia![7]

Accanto a lui una segretaria che “anche se bruciate / più ardenti del sole, / sistemerà / tutto quest'ardore nelle comunicazioni, / in un questionario, / e in una circolare”. Majakovskij protesta:

Con disgusto

vanno accolte

le scartoffie.

Ma appena

te ne lasci sedurre,

passa un giorno

e già hai la testa intalmudata

in cartacee assurdità. [...]

L'ardore

se n'è andato in inchiostro

senza traccia.

Il presidente

s'è attaccato

alla carta come una zecca...

Cos'è l'ambiente!

Proprio

una cosa infame!

Guardavo,

la faccia

più bianca del gesso,

attraverso le burocratiche tenebre.

Colava il sudore,

strideva la penna,

la mano era sfinita

e di nuovo s'affaticava,

ma senza fine

come una mole bianca

cresceva

la montagna di scartoffie.[8]

Il risultato è che “i deboli gemiti / della coscienza / di partito / il carico da evadere / soffoca / di giorno in giorno”. E il burocrate, “inondato tutto il paese / di inutili cartacce, / depone / la pancia / nella macchina, / ed eccolo / che verso la villa /corre tutto tronfio”.

Non è solo un'indignazione per uno stile insopportabile, a spingere il poeta a rifiutare “i resoconti” che “crescono nelle cantine”, sollevando “ettolitri di inchiostro”. C'è una percezione di un pericolo ben più grave:

Uno stuolo di funzionari

da una settimana all'altra

annulla

il tuono e l'opera

dell'Ottobre,

e a molti

perfino

spuntano di dietro

i bottoni

di prima del febbraio,

con tanto d'aquila.[9]

La conclusione, dopo questa inquietante osservazione sulla ricomparsa della vecchia mentalità simboleggiata dal metaforico rispuntare dei bottoni delle divise dell'epoca zarista “con tanto d'aquila”, è che “da ciascuno, / con un certo talento, / può venir fuori / un burocrate”, e che quindi il comunista, che “non è un uccello / e non ha bisogno di fornirsi / d'una coda di carta”, deve afferrare il funzionario “per la collottola / dalle scartoffie, / spedite a dritta e a manca, / perché [...] / non gli appannino / alla vista / il comunismo”.

 

Majakovskij presenta un vasto campionario dei meschini tipi umani che si affacciavano trionfanti sulla scena della Russia degli anni Venti. Ci sono i piccolo borghesi che ostentano il ritratto di Karl Marx accanto alla gabbia dei canarini, i maestri delle raccomandazioni a catena agli "amici degli amici", i professionisti dell'autocritica a scopo tattico che non sopportano le critiche vere dal basso, soprattutto se vengono dal "brontolare del giornale murale", e raccomandano ai sottoposti:

Scrivete

le vostre osservazioni

e inoltratele

per via gerarchica [...]

purché il critico

non sia

inferiore

al diciassettesimo grado.[10]

È un testo del 1928, in cui l'amarezza, lo sdegno e la disperazione si sono raddoppiati, come si intende bene dall'appello finale:

E mentre

i capi infilzano

chiacchiere democratiche,

in mezzo a noi

vivono

i devoti del silenzio: le pecore

della classe operaia.

Ma intanto

che taciamo da schiavi,

le orde

degli ex bianchi

si rafforzano:

infuriano,

violentano

e rapinano,

e agli indocili

ammaccano il muso.

La pelle / dei silenziosi

ha una struttura astuta:

gli sputi sul naso,

e loro si puliscono:

"Sul grugno

mica ha fatto rumore,

perché

dovremmo lamentarci?

Non vogliamo

dire addio

al nostro stipendiuccio."

Ribolliranno

mezz'ora

in un cantuccio,

poi di nuovo

cominceranno a tremare.

Ehi,

svegliatevi, voi che dormite!

Smaschera

da cima a piedi.

Compagno,

non devi tacere![11]

Dario Fo ha scelto dalla vastissima produzione antiburocratica di Majakovskij altri testi significativi: ad esempio, Il vigliacco descrive coloro che “nascondendo gli sguardi, / i loro gusti [...] / strisciano [...] / in un paese / glorioso / per gente ardita”:

Ogni capo

per essi

è un alto papavero. [...]

Con le orecchie lunghe un metro

- meno no,

assolutamente -

va dietro

al principale,

perché, ascoltate

le sue

opinioni,

domani

possa ripetergliele.

Ma, se

il superiore

le cambia,

lui

fa proprio

il parere del capo. [...]

Il vile

si copre

di carte

come d'una scorza.[12]

Il leccapiedi, che “si scalda / al sole / d'una tenera autorità” e la cui vita “fila in ordine”, appare ugualmente non solo un ripugnante tipo umano, ma un segno di un degrado che comincia ad apparire e risulterà irreversibile:

Il suo tesoro

è il suo talento,

la soave

capacità

di trattare.

Lecca il piede,

la mano,

lecca alla cintola,

più in basso,

come un cucciolo

lecca

la cagna,

come il micino

lecca la gatta.

E la lingua

per trenta metri

gli striscia fuori

quando vuol raggiungere

l'autorità,

tutta insaponata

che può perfino

radere

senza usare il pennello. [...]

Anche a lui

sono toccati

i gradi,

per il suo

sapersi allineare.

E in qualche posto

sono state affidate

a quanto pare,

le redini del potere.

Una volta

che la briglia

è già in mano,

si portano

tutti

a fare i leccapiedi,

si grida,

spruzzando saliva,

 "Rispettate,

bisogna rispettare

l'autorità".

Noi

guardiamo,

gemendo sconfortati,

come cresce

dai loro fratelli

l'arcigerarchia delle gerarchie

a scherno della democrazia.[13]

Poesie come queste, o opere teatrali come Il bagno, valsero a Majakovskij l'odio imperituro dei burocrati, che gli assicurò amarezze crescenti nell'ultima fase tristissima della sua vita, e poi il duplice oltraggio postumo: prima il comunicato ufficiale che spiegava che il suo suicidio non aveva “nulla in comune con l'attività sociale letteraria del poeta”, poi, dopo qualche anno di silenzio, il suo recupero come “il migliore e più geniale poeta dell'epoca”. [14]La definizione era di Stalin, che non aveva mai sopportato il poeta vivo, ma pensava che fosse utilizzabile da morto. Il risultato fu che “si incominciò a introdurre Majakovskij in modo forzato, come le patate al tempo di Caterina”, come scrisse Boris Pasternak.

Il suo suicidio non fu il solo di quegli anni. Paradossalmente, in una delle sue più belle poesie scelte da Dario Fo, Majakovskij aveva rimproverato affettuosamente Esenin per la sua morte, avvenuta alla fine del 1925, pur raccogliendo e parafrasando l'estremo messaggio del poeta, scritto col sangue sulle pareti dell'hotel Angleterre di Leningrado: “Non è nuovo morire in questa vita / ma più nuovo non è di certo vivere”. [15] Dell'addio a Esenin riportiamo l'inquietante conclusione:

La canaglia

Finora

s'è diradata poco.

Molto è il lavoro,

e occorre fare in tempo.

Per prima cosa

Bisogna

rifare la vita,

una volta rifatta,

si potrà esaltarla.

È un'epoca questa

piuttosto difficile per la penna. [...]

Per l'allegria

è poco attrezzato

il nostro pianeta.

Bisogna

Strappare

la gioia

ai giorni venturi.

In questa vita

non è difficile morire.

Vivere

è di gran lunga più difficile.[16]

La testimonianza di Majakovskij sulla sua epoca è tanto più preziosa in quanto viene dal più appassionato cantore della rivoluzione, ma è confermata da moltissime altre opere letterarie che in modo diverso hanno espresso l'inquietudine per quello che stava accadendo nella Russia postrivoluzionaria. Pensiamo ad esempio all'inquietante prefigurazione di Noi, il quasi dimenticato romanzo distopico di Zamjatin a cui attinsero a piene mani tanto l'Orwell di 1984 che l'Huxley di Un mondo felice. Pensiamo a Cuore di cane e soprattutto a Le uova fatali di Bulgakov, anch'esse opere scritte nei primissimi anni Venti, e che sembrano prefigurare quell'uso distorto della scienza da parte di una grossolana e cieca burocrazia che ha seminato di catastrofi ecologiche l'URSS staliniana e quella degli epigoni (più che a Cernobyl pensiamo alla desertificazione del Mar d'Aral, finalizzata all'introduzione della monocultura a cotone nell'Uzbekistan, che ha provocato a sua volta la distruzione di una delle più floride agricolture dell'Asia).

Ci sembra assurdo che tante voci prefiguranti, che tante testimonianze alte e disinteressate siano state ignorate per decenni. Eppure è così. E non è solo frutto di involontaria ignoranza, di una semplice e passiva mancanza di sapere: c'è al contrario in molti casi un non voler sapere, un rifiuto di fare i conti con tutto quello che non è comprensibile con i poveri schemi propagandistici che per decenni sono stati spacciati per "marxismo-leninismo". Mi sono scontrato recentemente con una incredibile volontà censoria di un editore "di sinistra", che ha tentato di espungere da un testo su Guevara regolarmente commissionato la maggior parte dei riferimenti alle intuizioni che il Che aveva avuto su limiti e contraddizioni del sistema sovietico, a partire dalla sua applicazione a Cuba, e che alla fine ha ugualmente mutilato il testo di alcune parti importanti (come le testimonianze dei consiglieri sovietici e cecoslovacchi), tentando di salvaguardare con la censura i suoi pregiudizi (conservo a futura memoria i fax con l'intera inequivocabile serie di proposte di tagli di intere pagine e perfino di frasi all'interno di una citazione). C'è dunque chi rimane sconvolto dalla scoperta che un giovane autodidatta come Guevara, sia pur a partire da un punto di osservazione privilegiato all'interno del sistema, avesse potuto cogliere i sintomi della crisi del "socialismo reale" fin dai primi anni Sessanta.

È ovvio che questi atteggiamenti (e pensiamo non solo a quell'editore, ma a non pochi intellettuali che sono assai popolari nella "base" del PRC, probabilmente perché forniscono semplicistiche conferme alle vecchie e infondate certezze che l'esperienza storica avrebbe dovuto spazzare via) si spiegano solo col rifiuto di confrontarsi con l'imponente documentazione sull'involuzione burocratica del sistema staliniano fornite sia da storici rigorosi, sia da una vastissima memorialistica, sia da quelle testimonianze indirette dei più vivaci e sensibili scrittori sovietici.

Inutile dire che chi ha voluto accecarsi fino al crollo del 1989- 1991, o che anche dopo ha finito per aggrapparsi a spiegazioni irrazionali sui "complotti" o i "tradimenti" di questo o quel dirigente, o a infondate illusioni riposte nei partiti "socialisti" sorti in Lituania, Polonia, Ungheria, ecc. da spezzoni dei vecchi partiti "comunisti" (a cui si attribuiscono i propri desideri e non le concezioni moderatamente liberiste, ma comunque filocapitalistiche, a cui quegli epigoni realmente si rifanno), ovviamente non si è mai degnato di esaminare laicamente la storia del lungo declino dell'URSS, e meno che mai di confrontarsi con le pagine veramente profetiche de La rivoluzione tradita, preferendo ripetere nei confronti di Trotskij le vecchie calunnie staliniane o le banalità mutuate reciprocamente dall'eurocomuni­smo e dalla "nuova sinistra".

Ma di quelle pagine, non meno che della testimonianza di Guevara, e di quelle di Majakovskij e degli altri scrittori sovietici che hanno impegnato la loro vita per la rivoluzione e che sono stati schiantati dalla sua involuzione, hanno bisogno le giovani generazioni, che non potranno ricostruire e rifondare il comunismo, la sinistra, il movimento operaio, senza una comprensione materialistica dei processi involutivi che l'hanno portato alla lunga serie di sconfitte e di fallimenti da cui dobbiamo faticosamente ripartire.

 

11 giugno 1994



[1] Vladimir Majakovskij, Messaggi ai posteri selezionati e condivisi da Dario Fo, a cura di Anna Bandettini, Editori Riuniti, Roma, 1994.

 

[2] Ivi, p. 49.

[3] Ivi, pp. 49-50.

[4] Lenin, Opere, v.33, p. 201. La poesia a cui si riferisce è La mania delle riunioni, in Vladimir V. Majakovski, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1958, v. II, pp. 17-19. Meno di un anno prima, il 6 maggio 1921, Lenin aveva scritto polemicamente a Lunaciarskij rimproverandogli di aver votato a favore di una tiratura relativamente alta (per quei tempi durissimi) del poema 150.000.000 di Majakovskij, sostenendo che doveva essere pubblicato in non più di 1.500 copie “per le biblioteche e i cer­velli balzani”. La lettera, pubblicata per la prima volta in una miscellanea di inediti nel 1957, è apparsa in Lenin, Opere, v. 45, Editori Riuniti, Roma, 1970.

[5] V. Majakovskij, Messaggi ai posteri, cit., p. 52.

[6] Ivi, pp. 52-53. Il titolo della poesia è appunto I concussionari.

[7] Ivi, p. 54.

[8] Ivi, pp. 55-56.

[9] Ivi, p. 58.

[10] Questa poesia non è presente nella raccolta curata da Fo, ma meritava di essere segnalata. Citiamo da Vladimir Majakovskij, Opere scelte, a cura di Mario De Micheli, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 66-67

[11] Ivi, pp. 68-69.

[12] V. Majakovskij, Messaggi ai posteri, cit., pp. 60-61.

[13] Ivi, pp. 64-65.

[14] Due mesi prima di uccidersi Majakovskij, che aveva coltivato per anni quell'idea, ma la aveva ormai presente come tentazione quotidiana, trovò la forza di recarsi a una conferenza per presentare una mostra su vent'anni della sua produ-zione. In tale occasione spiegò così il suo stato d'animo: “Ho voluto organizzare questa esposizione perché, dato il mio carattere polemico, mi si attribuiscono così numerosi e neri crimini, mi si accusa di tanti peccati veri o falsi, che talvolta ho il desiderio di partire per non importa dove, di andarmene per due o più anni, pur di non sentire queste voci malevole, questi insulti. Ma poi il giorno dopo riprendo il mio aspetto, abbandono il pessimismo, mi rimbocco le maniche e mi rimetto a far chiasso, rivendicando il mio diritto ad esistere come scrittore della rivoluzione, per la rivoluzione, il mio diritto a non restare da parte”. I corsivi sono miei, per sottolineare le frasi che annunciano discretamente le intenzioni suicide. La frase è citata da Mario De Micheli nell'Introduzione a V. Majakovskij, Opere scelte, cit., pp. 25-26.

[15] Citiamo il distico dalla bella antologia curata e tradotta (con testo a fronte) da Giuseppe Paolo Samonà: Sergej A. Esenin, Poesie, Garzanti, Milano, 1981.

[16] V.Majakovskij, Messaggi ai posteri, cit., pp. 158-159.



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