Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Magri, Ulm e lo stalinismo

Magri, Ulm e lo stalinismo

E-mail Stampa PDF

Magri, Ulm e lo stalinismo

 

Il libro di Lucio Magri Il sarto di Ulm merita una lettura attenta e paziente. Non ho dubbi che su questo libro bisognerà discutere a lungo. Mi pare di distinguere tuttavia due parti abbastanza diverse tra loro, e lo spartiacque è il 1956. È in quell’anno che tutti e due siamo entrati nel PCI e abbiamo cominciato a ragionare politicamente, anche sulla sua storia precedente. Per me si trattava, naturalmente, solo di una intensa militanza di base, anche se con qualche occasione di contatti diretti con il dibattito nazionale legati alla particolare sezione in cui ero impegnato, che aveva al suo interno Ingrao, Natoli e molti altri dirigenti del partito (delle vicende di questa sezione ho parlato qualche anno fa in una relazione a un convegno, che ora è nel sito col nome di Una sezione del PCI nel 1956). Magri invece è stato per decenni al centro della politica nazionale, prima come funzionario nell’apparato centrale, poi come dirigente nazionale del Manifesto, del PdUP e successivamente di nuovo del PCI. Il libro deve molto alle sue esperienze di direzione, ma anche ai cinque anni in cui, chiusa la “Rivista del manifesto”, e libero ormai da impegni immediati, Magri ha provato a ripensare con distacco le vicende vissute, e a scriverne.

Ho conosciuto personalmente Lucio Magri nel 1966, durante l’XI congresso, nel quale eravamo impegnati nella stessa battaglia; non su tutto, già allora, ci trovammo d’accordo in una discussione a cui l’avevo invitato nella mia sezione. In quel momento le differenze di valutazione tra noi erano state sulla strategia del PCI, in particolare nel sindacato, ma successivamente, pur leggendolo con interesse e apprezzando molto la sua intelligenza, ho verificato più volte una divergenza profonda su alcuni momenti cruciali della storia del movimento comunista, in particolare sui fronti popolari, e sulla svolta di Salerno. Anche se in modo più articolato e complesso che in altri scritti del passato, ciò riaffiora anche in questo libro.

Ho pensato quindi di parlare del libro in due diverse recensioni, soffermandomi prima di tutto su questi nodi su cui in definitiva abbiamo ragionato separatamente, ma entrambi da storici, studiando quel passato che era recente, ma che comunque non avevamo vissuto.

Non mi soffermo quasi, invece, sulle pagine iniziali del libro, in cui Magri rivendica il ruolo del movimento operaio in Europa dagli ultimi due decenni del XIX secolo e nei primi del Novecento. Sono del tutto condivisibili, e anche molto belle. È anche giusta la rivendicazione dell’intera storia del movimento socialista e comunista, visto come un tutto unico fino alla vicenda che scatena una divisione irreparabile, la prima guerra mondiale, una tragedia di cui Magri giustamente dice che è stata completamente rimossa, nelle ricostruzioni della storia oggi in voga, basate solo sulle idee e poco sui fatti.

Magri, che insieme a Chiarante arrivò al PCI dal “cattocomunismo”, quello vero che era nato nell’immediato dopoguerra in un settore della DC, non quello inventato da Berlusconi ed eternato da Vauro come “gattocomunismo”, ha ormai un giudizio severissimo sullo stalinismo (mentre altri con la stessa provenienza giustificavano più generosamente il gruppo dirigente sovietico). Si può discutere sulle delimitazioni cronologiche, sul fatto che Magri consideri meno grave lo sterminio dei kulaki, o più colpevole e ingiustificata la repressione degli ultimi anni di Stalin, ma non c’è nessuna indulgenza sulla sostanza.

“La repressione (…) si concentrò, - egli scrive - oltre che sui resti di un élite bolscevica ormai priva di influenza sulla società e sugli apparati, e sinceramente disposta alla disciplina, sul partito stesso e, nel suo insieme, su coloro che avevano seguito e applicato le scelte di Stalin e gli restarono fedeli” (p. 46).

Ma ancora più significativa l’osservazione che erano una novità orribile “le giustificazioni addotte come prove per i verdetti più crudeli, nei processi più importanti, e le confessioni estorte”: “Agenti provocatori, complotti terroristi, spie dei fascisti o addirittura dei giapponesi fin dall’origine”… Magri si stupisce che si continui a chiedere: “che cosa sapevate di tutto ciò?”. E si domanda: “come poteva qualcuno credere effettivamente che quasi l’intero gruppo di uomini che avevano diretto la rivoluzione d’ottobre già lavorassero per farla fallire, o che la maggioranza dei quadri sui quali Stalin si era affermato e che l’avevano seguito si preparassero a tradire?”.

È la domanda che io mi ero posto già nel lontano 1955 quando nel partito comunista argentino mi avevano messo in mano come un vangelo il Breve corso di storia del PCUS, ma effettivamente sono molti quelli che non se la ponevano e non se la pongono. In un commento sul sito del Manifesto a un mio articolo, c’è stato chi ha scritto indignato perché avevo accennato a Trotskji (insieme a Lenin e Rosa) come uno dei grandi pensatori marxisti: “è stato un grande sabotatore della rivoluzione, come riconosciuto dal movimento comunista internazionale”, ha scritto un certo Ruggero. Mi rimane la curiosità di capire a quale “movimento comunista internazionale” si riferisca, nel 2009… È spaventoso, ma almeno non è un professore universitario come Domenico Losurdo (con cui ho polemizzato non poco, ma forse non abbastanza, visto che è ancora molto venerato in certi settori della sinistra…).

Magri comunque coglie bene la differenza tra Stalin e Lenin, che ribadisce più volte, e cerca giustamente le premesse dell’involuzione non in una persona, ma nell’assedio ingiustificato da parte di tutte le potenze europee (la “guerra fredda è cominciata nel 1918”) e nella durezza della guerra civile in un paese arretrato.

I punti di divergenza cominciano da quando entra in scena Togliatti. Se segnalo polemicamente alcuni punti non è per “correggere un errore” dall’alto di una presunta competenza di “storico di professione” (lungi da me, d’altra parte lo sono diventato quasi per caso, avevo cominciato a studiare la storia del movimento comunista solo per spiegarmi la tragedia del 1956), ma per capire come anche un quadro della sua statura ed intelligenza ha “interiorizzato” alcune delle tante mistificazioni di quella che era la vulgata del PCI.

 

Poco convincente ad esempio il paragrafo sul “Genoma Gramsci”. È giusto difendere Togliatti dalle accuse dei cercatori di immondizie, e riconoscergli il merito di aver voluto salvare e pubblicare i Quaderni, pubblicandoli (con pochi tagli) in antologie tematiche che, ancorché non rigorose filologicamente, hanno facilitato la sua utilizzazione su larga scala. Poteva aggiungere che era un atto coraggioso: nell’intero movimento comunista di Gramsci si leggevano solo le lettere dal carcere, e lo si ricordava (post mortem) solo come vittima del fascismo, non come pensatore. I figli hanno confermato che sapevano che a Mosca era considerato un eretico e un traditore.

Magri per giunta sottovaluta, anzi dimentica, la rottura del 1926 tra i due, e sorvola sul fatto che l’uso politico nel PCI di Gramsci come “precursore” della linea di collaborazione di classe del secondo dopoguerra si è basata solo su un utilizzazione forzata di alcuni passi dei Quaderni e sull’oblio degli scritti politici “leninisti” del 1919-1926.

Ma non è ancora questo l’essenziale. Le divergenze maggiori sono su quattro punti:

 

1) Il Patto Ribbentrop Molotov. Su questo Magri ripete l’argomento principe di tutti i giustificazionisti, da Giorgio Amendola a Luciano Canfora: La Francia e la Gran Bretagna non si impegnavano per creare un fronte contro Hitler, e la stessa Polonia (che aveva un governo anticomunista e permeato dall’antisemitismo) escludeva un accordo antitedesco con l’URSS, quindi non c’era altro da fare che il Patto. Questo ragionamento, già in sé discutibile (è come se qualcuno, dopo aver chiamato invano i carabinieri per essere protetto da una banda mafiosa, si rivolgesse direttamente alla mafia…) dimentica alcuni piccoli particolari: non c’era solo il Patto ma i protocolli (allora segreti ma poi pubblicatissimi, anche se ancora ignorati dai più), che prevedevano la spartizione della Polonia e l’assegnazione all’URSS dei paesi baltici e della Finlandia come “zona di influenza”. Soprattutto c’era stata, un anno dopo, l’occupazione e annessione riuscita di Lituania Estonia e Lettonia, e quella tentata della Finlandia, col pretesto di una correzione dei confini per ragioni di sicurezza, ma con l’obiettivo di annetterla, provato dal governo fantoccio che era al seguito dell’Armata rossa. Il fallimento dell’operazione finlandese, che costò carissima e dimostrò la fragilità e inadeguatezza dei comandi sovietici dopo la strage del 1937 che aveva sterminato gli ufficiali più sperimentati nella guerra civile, incoraggiò Hitler, e lo spinse ad anticipare l’attacco all’URSS, che risultò effettivamente impreparata. Altro che “guadagnare tempo”…

Una risposta autorevole agli argomenti che Magri ripete l’ha data anni fa Fidel Castro, a volte indulgente su altri aspetti dello stalinismo, ma grande esperto di storia militare: “Da quando ho avuto coscienza politica e rivoluzionaria, analizzando questi fatti, mi sembrò un enorme errore di politica estera sovietica, commesso da Stalin alla vigilia della guerra. (…) Il patto di non aggressione anziché allungare i tempi, li ridusse, perché in definitiva si scatenò la guerra”.

E a proposito dell’occupazione della Polonia per “proteggere” ucraini o bielorussi, Castro aggiunge che fu un “grave errore” e dice che i cubani avrebbero agito diversamente: “Prima di dare l’idea che stessimo attaccando nella retroguardia un paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione ad attraversare il confine dalla nostra parte per proteggersi, non avremmo mai violato la frontiera di un paese e non vi saremmo mai scesi contro in armi, qualunque fossero le differenze ideologiche.”

Castro continuava poi elencando per una dozzina di pagine altri “errori madornali” di Stalin, dalla invasione della Finlandia alla passività nei tre mesi successivi all’invasione della Jugoslavia, che aveva un significato inequivocabile. (Fidel Castro, Intervista a Tomás Borge, Un chicco di mais, il Papiro, Sesto S. Giovanni, 1994, pp. 40-53).

 

Magri dimentica di accennare a un altro fattore che spiega questo accordo rovinoso sul piano politico (penso ai discorsi di Molotov sulla “politica di pace” della Germania nazista…), e inutile e dannoso sul piano strategico: per Stalin un governo democratico e uno fascista erano equivalenti. E non si può parlare di Hitler senza dimenticare le tremende responsabilità di Stalin nella sua ascesa.

Magri sottovaluta evidentemente l’impatto a lunga scadenza di quella politica banditesca. In primo luogo il lungo risentimento della Polonia spartita e decapitata (con la strage degli ufficiali polacchi a Katyn, che prova che non si pensava affatto a prepararsi alla guerra antinazista). Ma c’è altro. Quando Magri tenta una spiegazione della guerra fredda e dei consensi che ottenne in Europa, dice giustamente che Stalin nel dopoguerra (col paese da ricostruire, e altri, entrati da poco nella sua area di influenza, da riorganizzare) non voleva e non poteva invadere nessun altro paese. È vero, almeno in parte, ma non era difficile alimentare i sospetti: Stalin lo aveva fatto nel 1939-1940, occupando perfino pezzi di Romania (la Bessarabia perché era stata un tempo nell’impero zarista, ma anche la Bucovina che non ne aveva mai fatto parte), e aveva d’altra parte preteso nelle conferenze internazionali (dette di Yalta, anche lì ve ne fu una sola) che restassero all’URSS i territori della Polonia annessi nel 1939, e anche la Prussia orientale, più qualche pezzo qua e là per “rettificare” e “razionalizzare” i confini…

 

2) Le democrazie popolari. Magri coglie bene che nel progetto iniziale di Stalin non dovevano essere assimilate, ma gli sfuggono molti aspetti che si presentano già nella fase in cui vengono limitate le riforme strutturali, le nazionalizzazioni, la riforma agraria: ad esempio la violenza antisocialdemocratica, con l’unificazione con i comunisti imposta eliminando i dirigenti recalcitranti; la discriminazione anticattolica e antireligiosa; più in generale l’imposizione di un governo egemonizzato dai comunisti a paesi in cui il PC era al 17% e aveva poche migliaia di iscritti raffazzonati, come l’Ungheria, o dove il gruppo dirigente comunista era stato praticamente cancellato dalla repressione stalinista negli anni Trenta, come la Polonia. Su questo ho scritto molto, e nel sito ci sono due interi libri dedicati a questi due paesi, ma preferisco rinviare solo al testo, che mi sembra più sintetico e spero efficace, scritto in polemica con un libro del capofila della corrente “giustificazionista”, Luciano Canfora (nel sito, col titolo Togliatti e i dilemmi della politica.)

Per giunta Magri sbaglia (e lo ha colto la Rossanda nella sua recensione) nel separare più del dovuto Ungheria da Polonia (non entro qui nei dettagli, ma rinvio ai testi articolatissimi inseriti nel mio sito, basta “cliccare” sul nome dei due paesi). Per l’Ungheria mi sembra che Magri si basi essenzialmente su una fonte di origine burocratica, che insiste su una presunta componente aristocratica della protesta. Invece quel che spaventava i leader come Tito o Mao (non i “paesi” comunisti, come scrive Magri) erano proprio i consigli operai. Per la Cecoslovacchia del 1968 Magri lo ha capito meglio ( vedi pp. 242-245).

La rimozione e derubricazione a “fatti di Ungheria” di quella che fu la prima e la più grande rivoluzione antiburocratica, la cui soppressione in un bagno di sangue segnò il futuro di quel paese e di tutti gli altri del sistema, è analoga a quanto si faceva (e si fa ancora!) per la grande rivolta operaia di Berlino est del giugno 1953, liquidata come sussulto di nostalgici nazisti.

 

3) Il Partito nuovo. Magri ha conosciuto bene Togliatti con cui ha collaborato da vicino. Lo ha ammirato e lo ammira ancora, per certi aspetti non a torto, e lamenta che sia morto “in un momento cruciale, in cui si trattava di verificare la rotta”, cioè alla vigilia di quell’XI congresso che Magri considera l’occasione mancata di riflettere sulle trasformazioni profonde della società italiana. Magri scrive che il ruolo della personalità di Togliatti nella storia era rilevante, “per la coincidenza in lui del grande intellettuale e del grande politico (coincidenza di cui ormai si è perduta traccia); per le esperienze straordinarie e mutevoli su cui si era formato e che poi aveva vissuto (con Gramsci, l’Ordine Nuovo e la suggestione della Rivoluzione russa e del leninismo ancora vivente; la nascita del regime fascista, il VII congresso e la Direzione del Comintern, la guerra civile spagnola, l’epoca del terrore, la grande vittoria dell’antifascismo e la costruzione del partito nuovo; la stretta del Cominform, la destalinizzazione e la faticosa conquista di un’autonomia per affermare una «via italiana al socialismo»). (p. 239)

Mi pare però che Magri accosti e metta sullo stesso piano vicende diverse e ruoli diversi come quello di (cattivo) consigliere del Fronte Popolare in Spagna (su cui ho scritto tanto da non dover spendere altre parole) o nel grande terrore, di cui Togliatti fu il propagandista senza pudore, e anche quello di inventore del “partito nuovo”. Lasciamo da parte ora il giudizio su come fu utilizzato il partito nuovo durante l’esperienza di partecipazione al governo. Vorrei notare però che non si può attribuire al genio di Togliatti la trasformazione di un partito di quadri modellato su quello bolscevico in un “partito nuovo” in cui invece di militanti consapevoli c’era una massa passiva da indottrinare. La stessa cosa era stata consigliata nello stesso 1944 da Stalin anche a Thorez, tanto per chiarire da dove partiva l’idea, che corrispondeva alla scelta di rinunciare a una prospettiva rivoluzionaria nei paesi non assegnati alla sfera di influenza dell’URSS. E che tra l’altro ha radici lontane,  in quella “Leva Lenin” voluta da Stalin subito dopo i funerali del grande bolscevico, ignorandone le raccomandazioni: Lenin aveva proposto di ridurre il numero degli iscritti, Stalin lo ampliò con reclutamenti in blocco di lavoratori inesperti e impreparati, che furono subito imbottiti di “Brevi corsi” sul leninismo.

La questione si intreccia con quella degli scarsi risultati della partecipazione al governo di unità nazionale, che non può essere spiegata solo con “errori” di analisi e sottovalutazioni soggettive. Lo stesso Magri accenna al fatto che praticamente l’unico risultato positivo sarebbe stata la costituzione, tanto importante che, proprio per arrivare a un voto definitivo su una stesura quasi completata, il PCI avrebbe rinunciato a manifestare contro la cacciata dal governo nel maggio 1947. Sarò un inguaribile estremista, ma vorrei ricordare che di questa “bellissima” costituzione è stato applicato finora quasi soltanto l’art. 12, che descrive i colori della bandiera…

Mi piacerebbe che Magri tenesse conto, oltre che della vulgata appresa nelle stanze di Botteghe Oscure, anche della bella biografia, ignorata e dimenticata, di Aldo Agosti, in cui la dialettica tra elaborazione autonoma di Togliatti e le esigenze sovietiche è ben analizzata, anche alla luce di documenti originali (si veda la discussione su questo libro tra me, Santarelli e Cortesi, pubblicata nel sito col titolo Togliatti. In ricordo di Luigi Cortesi).

A mio parere il punto debole dell’apologia magriana di Togliatti è non solo la mancata riflessione sulle ragioni e sulla dialettica interna che portò al VII congresso del Comintern, esaltato oltre misura e prescindendo dai risultati ottenuti con i Fronti popolari, ma l’assenza di una comparazione tra l’esperienza italiana e quella francese, ad esempio, e anche di un confronto tra l’impostazione data dai comunisti alla resistenza in Italia, Jugoslavia e Grecia e la tattica che portò alla sconfitta la rivoluzione e con lei la stessa repubblica spagnola.

 

4) Sulla Grecia Magri ricostruisce correttamente la successione cronologica (all’inizio non c’è stata nessuna “insurrezione comunista”, come dice una leggenda dura a morire, ma una risposta, per giunta tardiva, a un attacco britannico). Ma la ricostruzione fatta da Magri dell’intesa tra Stalin e Churchill è assolutamente fantasiosa: “L’accordo segreto Stalin-Curchill, con le sue ridicole percentuali di influenza paese per paese, non garantiva molto, e lo stesso Churchill l’aveva fatto subito saltare in Grecia”. (p. 96)

Cosa ci fosse da ridere, non lo capisco, ma è tutto il periodo che è assurdo! L’accordo fu rispettato e come, tranne che per Ungheria e Jugoslavia, dove fu modificato a favore dell’URSS perché Churchill era un realista, e aveva preso atto della grande forza dei partigiani jugoslavi (tra i quali aveva mandato suo figlio come ufficiale di collegamento e osservatore fidato), e aveva constatato che l’Ungheria era stata occupata dall’Armata rossa già poche settimane dopo l’incontro di Mosca in cui era stato steso l’accordo.

Lo stesso Churchill nelle sue memorie sulla guerra ammette che il movente principale dell'intervento britannico in Grecia era la forza dei partigiani, che «riempivano il vuoto lasciato dagli invasori in ritirata» molto prima che le truppe inglesi riuscissero ad arrivare e non rispettavano «le solenni promesse fatte» di attendere appunto le forze alleate. (Winston Churchill, La seconda guerra mondiale, vol.11: L'onda della vittoria, Oscar Mondadori, Milano, 1970, p. 326-327).

Nella descrizione dei preparativi, Churchill sottolinea più volte di avere avuto l'assenso di Stalin. Non è solo un giudizio a posteriori, perché riporta integralmente una lettera inviata al suo Ministro degli Esteri il 7 novembre 1944 (un mese dopo il colloquio di Mosca con Stalin, un mese prima del massacro di Atene), in cui dice testualmente: “A mio giudizio, avendo pagato alla Russia il prezzo che abbiamo pagato per avere libertà d'azione in Grecia, non dovremmo esitare a impiegare truppe britanniche per aiutare il Regio Governo ellenico presieduto da Papandreu [il nonno dell’attuale premier NdR]. Truppe britanniche dovrebbero perciò intervenire senz'altro per impedire azioni illegali.”

Il "prezzo pagato" era la via libera concessa a Stalin per conservare tutti i territori ottenuti da Hitler nel 1939 e per inserire nella sfera di influenza sovietica Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, ecc., indipendentemente dall'opinione dei loro abitanti e dalla debolezza estrema dei partiti comunisti di quei paesi…

 

Ci sono altri punti, già nella prima parte del libro, su cui potrei fare qualche altra osservazione (ad esempio su alcuni accenni alla Cina, e su una ricostruzione della guerra di Corea che nel complesso condivido, anche se in entrambe manca qualcosa sul ruolo di Stalin, e sul suo atteggiamento ambiguo verso la rivoluzione cinese), ma li tralascio qui per concentrarmi sull’essenziale.

 

I quattro punti su cui mi sono soffermato sono sufficienti infatti a identificare un atteggiamento ancora prevalente in Magri: considera inevitabile quasi tutto quel che è accaduto prima dell’inizio della sua militanza. È vero che enuncia ogni tanto che un’altra strada era possibile: lo ha fatto in particolare parlando dei miseri risultati della partecipazione al governo nel 1944-1947. In quel caso si domanda: “non era possibile altro?” E si riferisce sia alla politica economica, sia alla ricostruzione dello Stato e dei suoi apparati. Ad esempio, scrive, si poteva “cominciare a mettere in pratica ciò che si stava scrivendo nella nuova Costituzione. Si poteva, ma non fu fatto, e neppure vigorosamente discusso”. A volte prende in esame le alternative possibili quando esamina il comportamento degli avversari. Ma lo fa sempre più spesso nella seconda parte e nelle conclusioni, in cui fa una apologia del tutto condivisibile della “storia controfattuale”, che non rimane solo a livello teorico, ma viene applicata a molte vicende che ha vissuto. Ma su questo, come ho detto, ritornerò più ampiamente nella seconda parte della recensione.

 

In molte parti del libro si direbbe che Magri sia rimasto a mezza strada. Per esempio a proposito del gruppo dirigente del PCI che condannò Tito dice come al solito che “non poteva evitarlo”, ma aggiunge che se non poteva non partecipare al linciaggio di Tito, avrebbe però potuto farlo “altrimenti”, per esempio evitando di dire che era una spia, che si era venduto agli americani, ecc… Ma questo sì che era poco verosimile: se c’era una campagna mondiale che ripeteva la calunnia era impossibile parteciparvi senza andare fino in fondo. Bisognava avere il coraggio di dire no. Le mezze verità non esistono, sono menzogne reticenti.

 

Magri, cita decine di volte il Gramsci dei Quaderni, e solo una volta, di sfuggita, il carteggio del 1926. In realtà lo fa per elogiare il “coraggio” di Togliatti, che invece tanto coraggio non era: ammise finalmente l’esistenza di quelle lettere, pubblicandole su «Rinascita», solo quando si rese conto che stavano per essere inserite da Giansiro Ferrata nell'antologia Duemila pagine di Gramsci. Finché erano state pubblicate da una rivista del “rinnegato Tasca” o da «Bandiera Rossa», che potevano essere liquidate come “calunniatrici”, Togliatti aveva fatto finta di niente. Magri farebbe bene a rileggersi quei testi.

 

Gramsci nella sua risposta personale, che forse non a caso Togliatti non trovava e non ricordava neppure nel 1964, quando pubblicò il resto del carteggio, aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio della lettera bloccata a Mosca: «questo tuo modo di ragionare [...] mi ha fatto un impressione penosissima», scriveva; infatti «tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo». La frase più dura, tuttavia, che lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici, investiva alla radice la mentalità di Togliatti: «Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi ed irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità» (l'intera corrispondenza è stata riprodotta con un'introduzione di Franco Ferri su «Rinascita - Il contemporaneo», 24 aprile 1970).

 

Bisognerebbe ripetersela tutti i giorni, questa frase, e rifletterci bene. È stata quell’accettazione fatalistica dell’esistente che tanto indignava Gramsci, a portare prima Togliatti a servire Stalin, e poi l’intero movimento comunista a sperperare un patrimonio accumulato nel corso di decenni di lotte. E anche tanta parte della “nuova sinistra” a rinunciare a lotte difficili ma non impossibili, solo perché la vittoria non era certa. Ma anche di questo parleremo meglio nella “prossima puntata”, a proposito delle occasioni perdute…



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Magri, Ulm e lo stalinismo