Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Una sezione del PCI nel 1956

Una sezione del PCI nel 1956

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Relazione di Antonio Moscato al convegno di Firenze sulle alternative di sinistra nel movimento operaio italiano (15-16 dicembre 2000).

Il 1956 visto da una sezione del PCI di Roma

 

La relazione introduttiva di Sergio Dalmasso, che condivido completamente, mi permette di omettere tutta la parte che avevo preparato sui fattori internazionali e nazionali che hanno preparato quella crisi così drammatica, che ha scosso profondamente il movimento comunista. Cerco di ricostruire invece a tutto tondo l’ambiente della sezione “Italia” del PCI di Roma (premetto intanto che il nome “Italia” deriva dal quartiere in cui era collocata, le cui vie e di piazze hanno i nomi di molte città d’Italia).

Non era una sezione qualsiasi, certo. Ad essa facevano capo dirigenti come Ingrao e Natoli (anche se nel 1956 erano ancora iscritti a una cellula della Direzione del Partito, la frequentavano e nella sezione erano comunque già iscritte la moglie e le due figlie maggiori di Ingrao, Celeste e Bruna). Nell’ambito della sezione c’era anche in via Pavia 4 una intera palazzina di proprietà del partito, che noi giovani chiamavamo il “Cremlino” o meglio “il cimitero degli elefanti” per la presenza di numerosi dirigenti ormai al margine, come la prima moglie di Togliatti Rita Montagnana, Paolo Robotti, Giuseppe Ossola, ecc. Vi aveva abitato fino alla morte anche Ruggero Grieco, e vi restava la vedova Lilja Okhocinskhaja Grieco, detta Lila, con un figlio della mia età (era stato compagno di classe alle elementari), che solidarizzava spesso con noi, mentre la madre era il bastione del conservatorismo staliniano nella sezione.[1] C’era anche, ma non a via Pavia, la vedova di Felice Platone (quello che definiva i trotskisti avventurieri e “tenutari di tabarin), Armida, con due figli nati ed educati a Mosca, che tuttavia sulle questioni italiane si avvicinarono a noi (soprattutto Rossana, oggi professoressa di russo all'Orientale di Napoli, mentre Dino rimase stalinista anche se condivideva molte delle nostre critiche alla linea del partito).

C’erano poi molte decine di funzionari della Lega delle cooperative, che non vedevamo mai e non pagavano mai le tessere e le quote, nonostante le loro retribuzioni piuttosto alte, ma comparivano in blocco nei Congressi a votare.

La sezione aveva più di 700 iscritti, ma sparsi in un quartiere grandissimo, che andava dalla zona residenziale adiacente a via Nomentana (dove il PCI era il quinto o sesto partito, scavalcato nell’ordine da MSI, DC, PLI, PSDI e PSI) alle zone di case popolari vicine alla stazione Tiburtina, dove eravamo il primo partito. Nel 1956 c’era anche una baraccopoli, “Campo Artiglio, dove si addensava un pittoresco sottoproletariato, che riuscimmo in qualche modo a organizzare alla fine degli anni Cinquanta, occupando alcuni palazzi sfitti, dopo che un incendio (appiccato dagli stessi abitanti, sull’esempio dei ghetti americani di quegli anni) aveva distrutto il campo. Inutile dire che votavano per noi quasi in blocco, e sottoscrivevano in modo commovente quello che potevano (ricordo una vecchia prostituta che una volta cercò di offrirci come “sottoscrizione” le sue grazie sfiorite, restando sorpresa del nostro cortese rifiuto).

La sezione doveva assicurare la presenza di scrutatori (allora designati dai partiti e non sorteggiati), di “rappresentanti di lista”, di staffette, in ben 72 sezioni elettorali, più o meno quelle che si trovavano in una città di 70.000 abitanti. Un compito non facile dato che il numero di militanti attivi nella vita normale della sezione superava in genere di poco la trentina, ma in periodo elettorale si resuscitavano le “anime morte”…

Tra i giovani dirigenti spiccava per la sua intelligenza Carlo Cicerchia, responsabile della “Agitazione e propaganda” (io, nonostante fossi iscritto da poco in deroga allo Statuto, dato che non avevo ancora 18 anni, ero il suo vice); diventerà poi un brillante dirigente della Federbraccianti, punto di riferimento per un gruppo di giovanissimi sindacalisti di sinistra, fino alla sua morte prematura negli anni Settanta.

Nel corso degli anni Sessanta comparvero Paolo Pietrangeli (che ci cantò in anteprima Contessa), Alberto Olivetti e Maria Luisa Boccia, Vittorio Sartogo, Augusto Illuminati, e molti altri. A volte erano iscritti ad altre sezioni ma frequentavano sistematicamente la nostra che era un oasi di vivacità intellettuale in un partito ancora molto chiuso. La sezione negli anni successivi (i miei ricordi si fermano al 1967, quando mi trasferii a Bari) organizzava almeno una volta al mese un dibattito politico di un certo rilievo, invitando esponenti della nascente sinistra del partito come Rossana Rossanda, Lucio Magri, Romano Ledda, responsabile esteri del partito, ma garantendo diritto di parola a compagni esterni al partito come Livio Maitan o Arrigo Cervetto.

Le relazioni più interessanti venivano trascritte e ciclostilate in un bollettino interno, di cui però qualche copia arrivava ad altre sezioni. A questo proposito ricordo che Ledda (che era iscritto da noi, dato che abitava nel famoso “Cremlino” di via Pavia, ma non frequentava abitualmente la sezione) si precipitò a implorare che facessimo sparire la trascrizione della sua relazione sulla situazione internazionale (nel quadro della preparazione dell’XI Congresso nel 1965), terrorizzato che altri dirigenti potessero leggere le sue interessanti e condivisibili critiche alla “coesistenza pacifica” chruscioviana: “ho famiglia”, ci disse e noi, anche se scandalizzati, distruggemmo il bollettino fino all’ultima copia.

Ma torniamo al tema che mi è stato proposto: come fu vissuto il “terribile 1956”. L’aspetto più sconvolgente fu che scoprimmo che l’andatura rigida ed eretta di Paolo Robotti non dipendeva dalla sua altezzosità come credevamo, ma dalle torture subite in URSS quando era stato arrestato per avere “prove” contro Togliatti (il KGB lo faceva anche nei confronti dei più fedeli collaboratori di Stalin come Molotov o Kaganovic, per tenerli sotto una permanente spada di Damocle). Robotti subito dopo il XX Congresso del PCUS rivelò nella sua cellula (la “Kirov”, se non mi sbaglio…) quello che aveva subito, e Cicerchia che era presente per la segreteria di sezione riferì la cosa ai compagni più vicini politicamente, commentando che il famoso libro apologetico di Robotti “In Unione sovietica si vive così” andava corretto in “In Unione sovietica si vive così così”. In quella stessa riunione anche Ossola raccontò di essere stato arrestato come “spia fascista” subito dopo l’aggressione nazifascista all’URSS. Va notato che Robotti, nel suo libro “La prova” uscito dopo la morte di Togliatti e in cui denunciava il rifiuto del segretario generale del PCI (che era anche suo cognato) di muovere un dito per salvarlo, e altri aspetti della sua vicenda, ha poi continuato a negare le torture fisiche di cui aveva parlato in cellula. Anche nel dibattito con Ambrogio Donini e Lucio Libertini che tenemmo in sezione dopo l’uscita del suo libro, ribadì che mai in URSS si erano usate costrizioni fisiche…

Quel dibattito riservò molte sorprese. Intanto Lucio Libertini colse bene, e Robotti lo ammise, il senso di quel titolo: la “prova” che aveva subito Robotti era analoga a quelle che Jehova inviò a Giobbe, facendogli disseccare le piante, morire le pecore, i cammelli, i figli, coprendolo di piaghe ripugnanti, per mettere alla prova la sua fede, e poi alla fine ricompensarlo. E infatti Robotti sostenne che egli non aveva mai smarrito la fede nel partito e in Stalin, e per questo aveva resistito, rifiutandosi di essere complice delle “illegalità” che “alcuni settori dell’apparato” compivano. Se tutti avessero resistito come lui, invece di confessare colpe inesistenti, tutto si sarebbe risolto…

Robotti era un personaggio incredibile. Io in quell’occasione tentai di fornire una spiegazione dell’involuzione burocratica che in pratica riassumeva le analisi di Trotskij ne “La rivoluzione tradita”. Robotti aveva conosciuto (e fatto morire con le sue delazioni, si saprà con certezza molti anni dopo) un gran numero di presunti trotskisti tra cui probabilmente ce n’era anche qualcuno vero, ma evidentemente non ne aveva mai ascoltato gli argomenti, e fu quindi colpito dalla mia spiegazione, e mi chiese di scrivergliela, perché voleva mandarla ai suoi “amici sovietici”. Donini, assai più smaliziato e mio carissimo amico (oltre ad essere il professore con cui mi laureai e di cui divenni assistente nel 1970) riconobbe bene i miei argomenti e disse ridacchiando che “i suoi amici” le mie tesi le conoscevano bene. Donini, va detto, sapeva bene già allora che ero trotskista, e lo sapeva a maggior ragione quando mi nominò assistente, dato che dal 1969 ero diventato uno dei dirigenti della sezione della Quarta Internazionale, dopo che ero uscito dal PCI.

Il dibattito dopo il XX congresso fu acceso anche in qualche altra cellula (non in tutte), compresa la mia che si chiamava “Cellula Stalin”, e mantenne tale nome anche per qualche anno dopo che ne divenni segretario, per rispetto ad alcuni vecchi compagni attaccatissimi sentimentalmente a Stalin, con l’intesa che avremmo eliminato il nome insieme a tutti gli altri del culto (tra cui Kirov, Ordjonikidze ed altre vittime di Stalin…) come facemmo quando riuscimmo a convincere tutti i vecchi compagni che anche se Chrusciov aveva impostato male la denuncia (con il metodo “staliniano” di scaricare su un solo uomo tutte le colpe, che erano di molti e di un sistema), il nome di Stalin andava tolto comunque.

Tra i vecchi compagni c’era anche uno, l’architetto Fulvio Gavarini, iscritto dal 1921, ed esule per anni in Svizzera e Francia, dove prima di laurearsi aveva fatto il muratore, che era anche più radicale di me nel chiedere i conti al gruppo dirigente che “lo aveva ingannato per decenni”. Se la prendeva non solo con Togliatti, ma anche con Umberto Terracini, di cui era amico personale, e che pure fu allora, fin dal marzo, uno dei dirigenti più espliciti nel condannare lo stalinismo, al punto che fu sottoposto a una specie di processo nella riunione di direzione del 29 marzo 1956, e biasimato anche se senza provvedimenti concreti (naturalmente questo non lo sapemmo che quaranta anni dopo, quando furono pubblicati i verbali delle riunioni di direzione.[2]

Nel 1956 la sezione ospitò per molte sere i dibattiti del Circolo Universitario, che si svilupparono tra ottobre e novembre e a cui parteciparono molti degli intellettuali romani che avevano firmato il “documento dei 101”. Le discussioni erano appassionatissime, specie dopo il secondo intervento sovietico in Ungheria, e si conclusero con l’uscita dal partito della maggior parte dei firmatari e degli altri iscritti al Circolo Universitario, tra cui Asor Rosa, Colletti, Sapegno, Caracciolo, Melograni, ecc. Quando nel febbraio 1957 rientrai da un lungo viaggio in Jugoslavia, dove avevo incontrato molti rifugiati comunisti ungheresi sfuggiti alla repressione sovietica, ma anche alcuni italo-jugoslavi che mi aiutarono a capire l’URSS attraverso una lettura “trotskisteggiante” di Stato e rivoluzione, mi incontrai con Giuseppe Paolo Samonà e verificammo che di tutti quelli che avevano partecipato a quelle riunioni eravamo rimasti praticamente nel partito solo noi due, e qualche stalinista. Gli altri, compresi quelli che poi per qualche anno assunsero posizioni di sinistra, erano momentaneamente approdati a posizioni socialdemocratiche (almeno così appariva a noi, ovviamente molto giovani e quindi abbastanza trancianti nei giudizi).

Scoprii così che Samonà leggeva come me le molte riviste che erano fiorite in quell’anno, ma pur apprezzando ad esempio Risorgimento socialista di Magnani e Libertini, eravamo stati entrambi attratti soprattutto dalla critica puntuale che Bandiera rossa faceva non solo dello stalinismo, ma anche dell’opportunismo del PCI. Samonà aveva già incontrato Livio Maitan, e mi propose di incontrarlo di nuovo insieme. Fui colpito subito sia dalla curiosità intellettuale di Maitan, dalle sue domande sulla vita della mia sezione (a cui solo più tardi cominciò a venire: nei terribili 1957-1958 sarebbe stato impensabile), ma anche dalla domanda che mi pose: mi chiese quanti compagni di una sezione in cui pure cominciavo ad avere un ruolo dirigente mi avrebbero seguito fuori del partito. Risposi che probabilmente nessuno di quelli che mi stimavano e che stimavo sarebbero usciti, e lui mi suggerì di continuare a lavorare in quell’ambito, in cui c’erano molti ottimi comunisti, che avevano solo bisogno di più tempo per riflettere e arrivare a conclusioni analoghe alle mie.

Continuammo a incontrarci frequentemente, senza nessun legame organizzativo ma trovandoci sempre d’accordo su tutto, finché diversi anni dopo ci domandò perché non entravamo nei GCR, dato che ci assumevamo i rischi del contatto (allora proibitissimo) e applicavamo la stessa tattica per costruire una sinistra nel partito, ma ci privavamo della possibilità di partecipare all’elaborazione della linea (eravamo in prossimità di un Congresso mondiale della Quarta Internazionale).

Così formammo la prima cellula “entrista” con molti altri compagni che si erano uniti a noi, tra cui Augusto Illuminati, Claudio Di Toro, Edgardo Pellegrini, Franco Bonifazi, Edy Arnaud, Eugenio Rizzi, Giulio Savelli, Franco Russo, Pio Marconi, e molti altri, tra cui Silvio Paolicchi. Paolicchi era meno giovane di noi, e veniva da un altro ambiente: lo avevamo “scoperto” leggendo con sorpresa i suoi netti giudizi sullo stalinismo nei resoconti del comitato centrale su “l’Unità”.  Era stato ufficiale e poi subito partigiano, deportato in Germania, al ritorno segretario della federazione di Pisa. Negli anni Sessanta Paolicchi era stato nominato presidente della Lega delle Cooperative, carica molto ben retribuita, che lui tuttavia chiese quasi subito di lasciare per tornare a lavorare direttamente per il partito, suscitando sbalordimento e sospetto nei vertici per questa sua decisione che rivelava un raro disinteresse per i soldi unito a una volontà di far politica davvero, e con una pericolosa autonomia di pensiero. Quanto bastava per sospettarlo!

Grazie a Livio Maitan, che era in stretto rapporto di collaborazione e amicizia con lui, io e Samonà conoscemmo anche Raniero Panzieri, di cui avevamo apprezzato la direzione del mensile del PSI “Mondoperaio”, in particolare per un numero speciale sul 1917 apparso nel 1957 (che, per la prima volta dopo decenni in una rivista “ufficiale” di un partito operaio, pubblicava anche uno scritto di Trotskij), e poi per le tesi sul Controllo operaio stese con Lucio Libertini.

I socialisti erano diventati un po’ la nostra salvezza, negli anni del “gelo” seguito al 1956: non solo per la presenza di una figura straordinaria come Panzieri, ma anche perché dopo la rottura con il PCI e la fine del periodo di tentata stalinizzazione erano riaffiorate a vari livelli posizioni coerentemente antistaliniste che riprendevano le analisi di Leone Trotskij sull’URSS.

Così nella mia sezione e in altre vicine, tra cui la “Nomentano” in cui operava il vecchio Domenico Marchioro, bellissima figura di militante che aveva cominciato la sua battaglia con un’opposizione decisa alla partecipazione alla Grande Guerra (e di cui allora non conoscevamo il passato), sorsero dei circoli “unitari”, grazie alla presenza di uno o due socialisti che venivano subito collocati in posizioni di prestigio, e ci permettevano di difendere iniziative “eterodosse” in nome dell’autonomia di un “organismo di massa”. Circoli che facevano di tutto, dagli spettacoli teatrali su testi didascalici di Brecht all’organizzazione di dibattiti, e che si diffusero grazie a un’iniziativa promossa da Luigi Squarzina ed Edoardo Bruno, l’Associazione del Teatro Popolare, che grazie a noi fece migliaia di tessere nelle sezioni della periferia romana, portando perfino edili semianalfabeti ad assistere per la prima volta a uno spettacolo teatrale (l’acquisto in blocco dell’intero teatro a prezzi di favore permetteva di far pagare i biglietti per l’Eliseo o l’Argentina a 500 lire in platea e via scendendo fino a 100 lire in loggione).

Così l’ARCI, senza i ricchi bilanci che avrebbe avuto successivamente e che già allora aveva (facendo meno cultura ma gestendo tombole e buffet) in Toscana ed Emilia, a Roma divenne un’organizzazione piuttosto forte, di cui ero segretario con un compenso part-time di 15.000 lire mensili.

Questo attirò l’attenzione su di me della direzione romana del partito. Avevo già partecipato con altri quattro compagni all’organizzazione di una festa provinciale dell’Unità (un’esperienza terribile, che non volli più fare, e che mi ha lasciato una profonda diffidenza anche verso le “Feste di Liberazione…).[3] Nonostante gli incidenti che ho ricordato nella nota precedente, mi ero fatto una buona fama di organizzatore, per il gran numero di tessere fatte. Così fui convocato dal segretario della federazione Paolo Bufalini e da Fernando Di Giulio, che mi proposero di prendere il posto di Enzo Modica, che lasciava l’incarico di responsabile culturale per passare in Direzione a dirigere la sezione Enti Locali. Mi fecero balenare prospettive attraenti (chi ricopriva quella carica in una federazione importante sarebbe stato nominato quasi sicuramente nel CC), e altre per me assolutamente respingenti e che a loro apparivano invece stimolanti (“dovrai riunire periodicamente gli scrittori comunisti, i pittori, gli avvocati, ecc.”); mi dissero anche (soprattutto quando mi richiamarono per una seconda volta) che non potevo respingere l’occasione che mi si offriva di “diventare un rivoluzionario di professione”. Anche se avevo solo 21 anni ero in grado di capire quanto fosse ridicola quella formulazione in un partito burocratizzato e tutt’altro che rivoluzionario come il PCI di quegli anni, ma ero anche abbastanza prudente per non scoppiare a ridergli in faccia.

Io comunque non volevo assolutamente diventare funzionario di partito, e avevo deciso di laurearmi (mi aveva convinto la mia compagna di allora, di parecchi anni più grande e con una lunga esperienza di funzionaria a fianco di D’Onofrio prima e poi di Giorgio Amendola, spiegandomi che dopo un anno o un mese, avrei cominciato a dire il contrario di quello che pensavo per non perdere il posto, se non avevo la possibilità di mantenermi col mio lavoro). Proposi invece al mio posto quello che era il mio “vice” nell’ARCI provinciale, Augusto Illuminati, ma Bufalini replicò scandalizzato che era impossibile: era un trotskista. Illuminati era più giovane di me e lo avevo “reclutato” io, ma il diverso atteggiamento dei dirigenti era dovuto al fatto che lui appariva (ed era) un intellettuale un po’ astratto, mentre io ero un militante instancabile, che andava ogni domenica a diffondere l’Unità, che faceva le tessere a casa ai tanti iscritti che non venivano mai in sezione, insomma ero uno che criticava, ma che reggeva più di altri i compiti anche sgradevoli della vita quotidiana di una grossa sezione.[4] D’altra parte, quando nel 1966, dopo l’XI Congresso del PCI, cominciarono a pensare veramente di espellermi (anzi annunciarono in qualche sezione periferica di averlo già fatto) non poterono farlo perché, a parte Lila Grieco, nessun compagno della sezione lo avrebbe accettato, a partire dalle due figlie di Ingrao allora attivissime (Celeste stava come me nella segreteria della sezione su posizioni vicinissime alle mie); anche lo stesso Pietro Ingrao e soprattutto Aldo Natoli, con cui avevo stabilito una vera amicizia nella collaborazione alla battaglia di opposizione nel Congresso provinciale avrebbero probabilmente reagito.

Ho riferito questo episodio solo per un aspetto, che mi sembra molto interessante. Pochi mesi dopo Augusto Illuminati veniva chiamato da Togliatti in persona, alla presenza di Bufalini (che aveva espresso quel giudizio in tono sprezzante davanti a me) e designato segretario provinciale della FGCI. Rimasi allora sorpreso, ma capii poi la lungimiranza di Togliatti: quasi tutti i giovani compagni trotskisti diventati funzionari cominciarono ad adattarsi opportunisticamente alla linea in cui non credevano. Che poi alcuni di loro successivamente, dopo l’esplosione del movimento studentesco, passassero bruscamente al maoismo (e Illuminati e Di Toro alla sua versione staliniana più deteriore!) conferma solo che negli anni di inserimento negli apparati erano stati “addomesticati” con successo (la rottura col trotskismo era il frutto dell’adattamento alla corrente allora trionfante nel movimento degli studenti, che pensarono capace di spazzare via il PCI). Ma questa è altra questione, che riguarda solo loro.

Invece quello che ho capito dopo è che con quella mossa Togliatti si riallacciava alla sua esperienza in Spagna, quando verso il movimento anarchico aveva dato come direttiva quella di dividerlo, assorbirne alcuni elementi chiamandoli anche a partecipare al governo, e colpendo gli irriducibili alla stregua dei “trotsko-fascisti”… Così Togliatti riuscì a dividerci e privarci di alcuni quadri capaci, mentre la politica stupidamente e ciecamente repressiva del PCF facilitò con l’espulsione di un intero settore della gioventù comunista la formazione di un’organizzazione rivoluzionaria, la Jeunesse Communiste Révolutionnaire, che avrebbe avuto un ruolo ben diverso nel “maggio francese” del 1968 (alcuni suoi dirigenti hanno resistito fino a oggi come rivoluzionari coerenti, arrivando – è il caso di Alain Krivine – ad essere eletto nel Parlamento europeo senza rinunciare a una sola delle sue convinzioni).

Tornando ancora per un attimo alla sezione “Italia”, vorrei ricordare che il suo progressivo spostamento a sinistra (che portò gli oppositori, raccolti intorno ad alcuni emendamenti di Aldo Natoli alle Tesi dell'XI Congresso, a diventare il catalizzatore della sinistra di tutta la federazione), si spiega anche e soprattutto con la sua grande attenzione agli avvenimenti internazionali di quegli anni di grande crescita di movimenti rivoluzionari soprattutto nel mondo coloniale. Eravamo impegnatissimi a sostenere la rivoluzione algerina, in polemica aperta col PCF che a più riprese avallava sostanzialmente la repressione e rifiutava l’indipendenza come prematura; ci mobilitammo contro l’intervento imperialista avallato dall’ONU contro il Congo di Lumumba, e ovviamente poi, per lunghi anni, a sostegno della rivoluzione indocinese, anche se quelli come me sapevano già che nel corso della lunga resistenza ai giapponesi e ai francesi gli stalinisti vietnamiti avevano ucciso i dirigenti trotskisti, che nel 1936 avevano avuto più deputati del partito comunista filosovietico (a cui erano legati peraltro allora da un insolito, anzi unico al mondo, accordo di Fronte Unico). Saperlo ci permise di non stupirsi delle involuzioni successive, ma non metteva in discussione la necessità di sostenere i vietnamiti che l’imperialismo USA aveva scelto per dare una lezione a tutti i movimenti di liberazione.

Avemmo poi la fortuna, per queste attività internazionaliste, di diventare un punto di riferimento per gli studenti di vari paesi che cominciarono a frequentarci. Tra questi parecchi somali, in genere studenti di medicina (un paio di loro diventarono ministri nella prima fase del regime di Siad Barre, da cui furono successivamente incarcerati), che partecipavano con notevole assiduità a tutte le nostre attività, comprese le festicciole da ballo che facevamo ogni settimana in una casa privata. Erano ragazzi e ragazze liberi e aperti, che rifiutavano di definirsi in base all’origine di clan (“siamo somali, e basta!”). Ma c’erano anche diversi cubani che studiavano al Centro Sperimentale di Cinematografia, e che divennero poi famosi registi; ci aiutarono a capire la dinamica tendenzialmente socialista della rivoluzione cubana ben prima che fosse apertamente proclamata, già nel 1959, quando ancora “l’Unità” sosteneva che si trattava di una rivoluzione democratica borghese…

Almeno nella mia formazione politica di “rivoluzionario di professione” (senza lo stipendio che mi offriva Bufalini..), ha contato anche questo. Non tutte le sezioni erano così, ma è bene sapere che nel PCI c’erano anche sezioni come quella.



[1]  Gli sforzi di Lila Grieco per combattere l’eresia nella sezione furono molteplici, ma vani e quasi sempre culminati nel ridicolo. Quando Augusto Illuminati fu espulso insieme a Silvio Paolicchi, ex membro del CC, per “slealtà e infedeltà” verso il partito (per una riunione informale su cui pare avesse riferito Pio Marconi, da allora soprannominato Spio), si aprì una discussione in sezione, anche se il provvedimento era stato preso dagli organi centrali di controllo (erano entrambi funzionari della direzione). Lila Grieco intervenne sostenendo che aveva capito da tempo che Illuminati era trotskista, perché una volta aveva citato Rakovskij o qualche altro trotskista sovietico. Marco Giorgini, un simpatico compagno iscritto a un’altra sezione ma sempre presente da noi perché era il fidanzato e poi marito di Celeste Ingrao, la interruppe dicendo che Rakovskij era stato riabilitato, e Lila, da buona conformista educata nell’URSS staliniana, rimase interdetta per un momento. Intervenne allora Alberto Olivetti, che disse ironicamente che quando era stato citato da Illuminati Rakovskij non era ancora riabilitato, e Lila si rasserenò esclamando “ecco, avevo ragione io”, mentre tutta l’assemblea scoppiava a ridere per una così candida manifestazione di fideismo.

[2] Quel terribile 1956. I verbali della Direzione comunista tra il XX Congresso del PCUS e l’VIII Congresso del PCI, a cura di Maria Luisa Righi, Introduzione di Renzo Martinelli, Editori Riuniti, Roma, 1996

[3] Mi ero battuto per inserire un programma culturale serio tra i comizi e le cene, e avevo ottenuto che tra l’altro ci fosse uno spettacolo teatrale decentissimo, la Moscheta del Ruzante, in versione italiana. La recitava un piccolo gruppo di autodidatti di ottimo livello, tra cui un tranviere e un’infermiera, che avevano debuttato nel primo “Teatro Tenda” che si fosse visto a Roma, in un tendone che era stato prima di un piccolo circo, e che era stato spazzato via da un temporale. Il pubblico tuttavia era del tutto impreparato, entrava ed usciva, spostava sedie con un rumore che un’acustica infelice amplificava enormemente, sicché gli attori erano in difficoltà e gli spettatori casuali e intermittenti passavano oltre senza capire molto. Poi accadde un incidente curioso: un edile siciliano che sembrava uscito da una vignetta con i suoi baffi giganteschi, accompagnato da una moglie quarantenne bella e opulenta che sembrava una bambolona, cominciò a urlare che si era fidato del partito comunista e aveva portato sua moglie a vedere uno spettacolo risultato immorale, perché si “parlava di corna”… Tentai di sospingerlo fuori perché non disturbasse, mentre la moglie non batteva ciglio (aveva ciglia lunghe e bellissime, anche se accompagnate da baffi poco meno appariscenti di quelli del marito), ma feci l’errore di dirgli non solo che quel testo era un classico della letteratura dialettale italiana, ma che non c’era niente di male se “parlava di corna”, dato che sua moglie non aveva bisogno del Ruzante per sapere che esistono le corna. Dovettero trattenerlo in sei o sette, perché voleva strozzarmi. Pazienza, ma quel che mi sconvolse fu che lo spettacolo, che doveva essere replicato nei giorni successivi, fu bloccato definitivamente, e io fui richiamato non per quel che avevo detto (lo sapevano solo i pochi che mi avevano salvato) ma per aver proposto uno spettacolo inaccettabile dalla morale proletaria! Poi, poco tempo dopo, fui richiamato perché un altro circolo ARCI, quello di Montesacro, ugualmente ospitato inizialmente dalla sezione del PCI, “un negro” aveva tentato di organizzare un corso di educazione sessuale. Il “negro” era un compagno comunista libico, condannato a morte da re Idris e rifugiato in Italia, che aveva il torto di essere un po’ più scuro di pelle degli altri libici.

[4] La diffusione dell’Unità però non rientrava tra questi, preciso. Non sono affatto pentito di averlo fatto dal 1956 al 1967, quando mi trasferii a Bari per l’Università ma anche per tenere i contatti con un settore “ingraiano” e trotskisteggiante che sembrava interessante, tra cui spiccava il futuro ideologo diessino Beppe Vacca…



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