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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> L’Islam politico in Medio Oriente

L’Islam politico in Medio Oriente

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Tre dissertazioni sull’Islam politico in Medio Oriente

di Farooq Sulehria

[Farooq Sulehria è un eminente giornalista radicale e membro di spicco del Labour Party Pakistan. È autore di “Rise of Political Islam“, un opuscolo dell’LPP, e traduttore in Urdu de “Lo scontro dei fondamentalismi” di Tariq Ali. La traduzione mi è stata inviata dal collettivo “Castelli per la Palestina” (http://castelliperlapalestina.noblogs.org/ ). ]

 

Fu un ebreo russo colui rimise in piedi il comunismo in Egitto ma i suoi sforzi vennero aiutati dal dipartimento dell’intelligence britannica, che nel 1919 riuscì ad ottenere una fatwa contro il bolscevismo da Shaikh Muhammad Bakhit, il gran mufti. L’effetto fu l’esatto opposto di ciò che avevano previsto: alcuni giornali attaccarono la fatwa e difesero i bolscevichi.

Sono venuti fuori parecchi discorsi riguardo alla fenomenale ascesa dell’Islam politico, definito anche come fondamentalismo islamico (“integrisme” in francese). Comunque questi discorsi spesso appaiono carenti quando si giunge a parlare dell’economia politica de “l’islamismo” e delle conseguenze della conquista del potere statale (Arabia Saudita, Iran, Sudan, Afghanistan) da parte degli islamisti. In queste dissertazioni o si sottolinea la collusione tra l’imperialismo ed il fondamentalismo, sebbene a ragione, o si fa notare il fallimento della sinistra e del nazionalismo arabo.

Per esempio Chomsky, in una conversazione con l’intellettuale libanese Gilbert Achcar, descrive l’Islam politico “principalmente come una reazione alle forze del disordine nel mondo”. Riguardo alla “principale fonte di instabilità nel mondo odierno” Achcar e Chomsky sottolineano che “è il comportamento del governo statunitense” (Chomsky ed Achcar 2007: 27). Parecchi a sinistra mettono in evidenza lo stesso punto.

Tuttavia il ragionamento di Chomsky ed Achcar – popolare tra i circoli di sinistra – non spiega l’incapacità dei fondamentalisti di battere i progressisti negli anni ’50 e ’60, quando le “forze del disordine” erano già attive in Medio Oriente. Ma, cosa più importante, ciò dovrebbe implicare che al-Qaida riporrà le armi una volta che queste “forze del disordine” cesseranno di disseminare “instabilità”. Gli islamisti vogliono portare avanti il loro programma jihadista fino al Giorno del Giudizio, a prescindere dalla presenza di forze che disseminino il malcontento.

Negli ultimi anni all’Islam politico nel Medio Oriente è stata spesso applicata la tesi di Huntington sullo “scontro di civiltà”, prevalentemente dalla destra. Ma nel 1964,  molto prima di Huntington, fu Bernard Lewis a sostenere che l’ostilità degli arabi verso Washington non era dovuta al rapporto con il sionismo. Pensava che l’Unione Sovietica fosse scampata a questa ostilità malgrado il suo appoggio alla creazione di Israele. Lewis riteneva che si potesse trovare una spiegazione migliore “se vedessimo l’attuale malcontento in Medio Oriente non come un conflitto tra stati o nazioni, ma come uno scontro tra civiltà. Il ‘Grande Dibattito’, come lo ha definito Gibbon, tra la Cristianità e l’Islam va avanti, sotto varie forme, fin dal Medio Evo”. (Yaqub 2004: 9).

Samuel P. Huntington ha sviluppato il concetto di “scontro di civiltà” in un articolo per Foreign Policy, mentre la spettacolare ascesa di bin Laden ha rafforzato questa tesi. Secondo Yaqub “il problema con la tesi dello ‘scontro di civiltà’… sta precisamente nel suo rifiuto disinvolto di queste lamentele concrete. Per i nazionalisti arabi durante la Guerra Fredda (e per gli islamisti in tempi più recenti) l’opposizione al sionismo e all’imperialismo occidentale era un motivo autentico per il sentimento antistatunitense, non una mera copertura per antipatie più profonde” (Yaqub 2004: 9-10).

Halliday imputa l’ascesa dell’Islam Politico alla “tipologia degli stati”. Ritiene che in paesi come l’Iran, l’Algeria, l’Egitto e la Turchia l’Islam politico “ha assunto la forma di una rivolta contro lo Stato” e che uno “Stato in via di forte modernizzazione è stato sfidato da movimenti di opposizione politica e sociale”. Comunque al-Qaida “è nata ed è cresciuta in paesi con stati molto deboli”. Egli cita come esempi l’Afghanistan e lo Yemen del Nord. “In questi casi non c’è stata una rivolta contro uno stato in via di modernizzazione ma piuttosto l’assenza storica di uno stato” (Halliday 2002a: 41).

Di recente è il Pakistan, dove non si può parlare della “storica assenza dello Stato”, ad essere diventato un santuario per al-Qaida. Inoltre sotto i comunisti era stato imposto il potere statale su quasi tutto l’Afghanistan malgrado l’intervento statunitense. Sia nel caso dell’Afghanistan che dello Yemen abbiamo visto che la caduta dei governi di sinistra ha coinciso con l’ascesa dei fondamentalisti e con un intervento straniero aggressivo. E con la riconciliazione con i fondamentalisti. Inoltre la mera assenza dello Stato non spiega l’intero problema a meno che non analizziamo le società alternative costruite dai fondamentalisti, che forniscono quei servizi sociali che infatti dovrebbero essere di responsabilità dello Stato.

Barber invece indica una condizione globale che porterà sempre più a costituire “un McMondo tenuto insieme dalle comunicazioni, dall’informazione, dall’intrattenimento e dal commercio” in cui i costumi austeri e premoderni dei jihadisti, che hanno acquisito un’influenza crescente tra i musulmani sparsi nel mondo, sono l’unica forma di resistenza efficace (Barber 2000:21-6).

La tesi di Barber va di moda, ma per più di un secolo il Medio Oriente ha visto la penetrazione delle forze della globalizzazione imperialista e non si spiega perché solo l’ultimo trentennio ha visto l’ascesa della destra religiosa, non solo in Medio Oriente ma anche nel cuore stesso della globalizzazione, gli USA, dove la destra cristiana è venuta fuori di colpo.

Comunque, per evitare una situazione alla Tristram Shandy in cui l’eroe non nasce prima della metà del libro, cerchiamo di definire il termine “Islam politico”.

 

Comprendere l’Islam politico

Secondo la definizione: “il fondamentalismo implica un ritorno alle radici islamiche, il che, in alcuni casi, significa una contestazione a secoli di interpretazioni accademiche di queste fonti” (Ciment 1997:62).

Achcar afferma che “di solito il termine ‘fondamentalismo’ non indica solo l’interpretazione letterale delle scritture religiose, ma anche il desiderio di imporla alla società, al governo e a chiunque deve rispettare queste regole… è un fenomeno globale, non solo riferito all’Islam. C’è il fondamentalismo ebraico, quello indù, quello cattolico, quello protestante etcetera” (Chomsky e Achcar 2007:34). Halliday ritiene che il “fondamentalista” potrebbe essere parzialmente compreso esaminando il suo opposto: il “modernista” (Halliday 2002a:53).

È alla luce di queste definizioni che si possono comprendere le tre narrazioni quì sviluppate. Il caso dell’Arabia Saudita, il primo stato fondamentalista dell’era moderna, le personifica tutte.

 

1. L’imperialismo è il padre del fondamentalismo

Il 5 gennaio 1957 il presidente degli Stati Uniti Eisenhower chiese al Congresso una risoluzione che lo autorizzasse ad offrire un maggior aiuto militare ed economico, ed anche la diretta protezione statunitense, a qualsiasi nazione del Golfo che volesse riconoscere il pericolo comunista. Due mesi dopo il Congresso approvò la risoluzione universalmente nota come “Dottrina Eisenhower”. Difatti la “Dottrina” era diretta contro il nazionalismo arabo (Yaqub 2004:1-2). Per salvare il Medio Oriente dal comunismo, Washington si rivolse all’Islam politico.

Per controllare qualsiasi movimento in questa direzione, Washington esplorò la possibilità di rafforzare Re Saud come contrappeso a Nasser. Dato il suo anticomunismo il re era una scelta logica, ed anche Saud era obbligato. Andò in visita in Iraq ed entrambi i monarchi furono d’accordo nel dimenticare le inimicizie del passato per andare contro Nasser (Madawi 2002:116). Quando Saud andò in visita agli Stati Uniti, nel gennaio del ’57, Eisenhower ruppe il protocollo per riceverlo direttamente all’aeroporto.  Al suo ritorno Saud estese la concessione gratuita della base di Dhahran per altri 5 anni (Halliday 2002b:54). Il corteggiamento statunitense dell’Islam politico contro il bolscevismo era in linea con il colonialismo britannico che lo aveva preceduto.

Fu un ebreo russo, Joseph Rosenthal, colui che ha rimesso in piedi il comunismo in Egitto, ma i suoi sforzi vennero aiutati dal dipartimento dell’intelligence britannica che nel 1919 riuscì ad ottenere da Shaikh Muhammad Bakhit, il gran mufti, una fatwa contro il bolscevismo. L’effetto fu l’esatto opposto di ciò che aveva previsto: alcuni giornali come l’Ahali, il megafono del fabianista Salamah Musa, ed il foglio nazionalista “Wadi-en-Nil” attaccarono la fatwa e difesero i bolscevichi (Batatu 2004:374-377).

In modo simile in Iraq, nel periodo di instabilità dopo il Wathbah del ’48 e l’Intifada del ’52 in cui il Partito Comunista Iracheno emerse come partito di massa, la religione venne invocata come argine all’avanzata del comunismo. L’iniziativa provenne in modo significativo dai rappresentanti del potere inglese. “Il comunismo – scrisse un funzionario dell’intelligence in una lettera alla polizia segreta dell’Iraq datata 20 aprile 1949 – non sarà mai sradicato completamente soltanto con ciò che potremmo definire come ‘metodi polizieschi’”. Tra i metodi “correttivi” raccomandati da Ray c’era ciò che chiamava “l’approccio religioso”.

Il 6 ottobre 1953 – mentre si cercava di seguire questa linea – Sir John Troutbeck, ambasciatore inglese in Iraq, ebbe un contatto diretto con il capo Mujtahid, Kashif ul-Ghata. L’ambasciatore disse allo sheik che “il combattimento contro il comunismo dipende dal risveglio degli ulema e dei capi spirituali” (Batatu 2004:694).

La dottrina di Eisenhower è stata provata per la prima volta in Giordania, dove i nazionalisti vennero schiacciati con forza da Re Hussein, appoggiato dai Fratelli Musulmani. Da allora in Giordania sono state limitate le libertà civili. Comunque all’epoca Eisenhower applaudì alla “valorosa lotta [di Hussein] per espellere gli elementi sovversivi dal suo paese e dal governo” (Yaqub 2004:135).

Prima, nel ’51, il parlamento iraniano aveva approvato la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company. Poco dopo Mohammad Mossadeq, il principale architetto della nazionalizzazione, venne eletto primo ministro. L’amministrazione Eisenhower era sospettosa dei suoi legami con Mosca, quindi venne rovesciato da un colpo di Stato diretto dalla CIA (Yaqub 2004:29-30).

Come al solito l’Ayatollah Kashani stava dalla parte dei golpisti. Come compenso per i suoi servizi l’agente CIA in Iran gli inviò diecimila dollari (Kinzer 2003:157-178).

Questi riferimenti storici aiuteranno almeno in parte a spiegare come l’imperialismo abbia generato Hamas, Hezbollah, l’Esercito del Mahdi, al-Qaida e gli Ayatollah iraniani. Edward Said fa notare che “la sola università palestinese che non è stata costituita con fondi palestinesi è la Gaza’s Islamic University (di Hamas), avviata da Israele per indebolire l’OLP durante l’Intifada.” (Said 1997, p xxxix).

Una volta Yasser Arafat disse che “Hamas è una creatura di Israele, che, all’epoca del Primo Ministro [Yitzhak] Shamir, gli diede denaro e più di 700 istituzioni tra cui scuole, università e moschee” (Napoleoni 2003:70).

Delle volte si attribuisce l’ascesa di Hezbollah all’Iran. Secondo Achcar un fatto di eguale importanza è che Israele “ha deliberatamente disarmato tutti i gruppi basati su ideologie laiche e con un’appartenenza plurireligiosa – comunisti, nazionalisti od altri. Invece non disarmarono le comunità, né quella sciita né quella drusa, senza parlare dei loro alleati cristiani” (Chomsky e Achcar 2007:29).

Il caso di al-Qaida è talmente noto da non riservargli spazio qui. Essendo una simbiosi delle agenzie di spionaggio statunitense, saudita e pakistana, negli anni ’80 al-Qāʿida è stata addestrata, rifornita di armi e denaro per affrontare l’Armata Rossa in Afghanistan.

 

2. I colonnelli e i comunisti

Negli anni ’50 il Medio Oriente fu scosso dal nazionalismo arabo e dal comunismo. Con l’aiuto dei comunisti i nazionalisti conobbero la loro prima vittoria in Egitto. Il 23 luglio 1952 gli Ufficiali Liberi presero il controllo del governo con un colpo di Stato quasi senza spargimento di sangue e venne abolita la monarchia. Promisero di sradicare la corruzione, di costringere gli inglesi a ritirarsi dal paese e di ridare dignità alla nazione. Muhammad Naguib era il leader ufficiale, ma il potere reale dipendeva dal colonnello Gamal Nasser. L’amministrazione Truman fu entusiasta del cambiamento poiché ritenne che il nuovo governo non avrebbe montato un sentimento anti britannico nella regione. Alla fine del 1954 Nasser emerse come leader pubblico e la sua filosofia panaraba (antisionismo, antimperialismo, giustizia sociale e neutralità) prese forma nel 1956 (Yaqub 2004:26-34). Introdusse le riforme agrarie, nel ’58 costruì l’unione con la Siria e diede un appoggio iniziale alla rivoluzione irachena (Ali 2002, p 95-107), dove gli introiti provenienti dal petrolio (tra il ’41 e il ’58) si erano aggiunti al potere finanziario dello Stato iracheno. Di conseguenza lo Stato divenne in larga misura economicamente autonomo dalla società, aumentando il rischio di una deriva dispotica. In contemporanea le royalties sul petrolio lo resero pericolosamente dipendente dalle compagnie petrolifere (Batatu 2004: 34).

Negli anni ’40 il comunismo divenne un elemento della vita dell’Iraq. Negli anni ’50 anche i partiti di destra assunsero una fraseologia marxista (Batatu 2004: 465-466).

Il 14 luglio del 1958 gli Ufficiali Liberi, guidati da Qāsim, presero il potere e dichiararono l’Iraq una repubblica. Subito dopo la rivoluzione scoppiò la lotta tra le fazioni ed una guerra di propaganda contro il Cairo. I nasseriani guidati da Abd al-Salam Arif tentarono un colpo di stato, poi sconfitto dalle truppe dei pro-Qāsim appoggiate dai comunisti. Ad ottobre i baathisti provarono ad assassinarlo (Ali 2004:71-80). Tuttavia Qāsim, ora dipendente dai comunisti, iniziò alcune riforme socio-economiche.

Venne introdotta una riforma agraria (1959-1961) che riduceva la proprietà della terra (il 56% dei terreni era posseduto da 3.000 latifondisti). Venne aumentata l’imposta patrimoniale (dal 40 al 60%) sui redditi superiori ai 20.000 dinar. Vennero introdotti i servizi funebri, le tasse di successione e l’equo canone. Venne regolato l’orario di lavoro. Si avviò a Baghdad un progetto edilizio di 10.000 case (poi rinominato Saddam City). Nel ’63 Arif e i baathisti presero il potere con un colpo di stato e Qāsim venne ucciso. Con l’aiuto della CIA diffamarono ed uccisero numerosi comunisti (Ali 2004:82-88).

Il Baath venne mandato via da Arif, ma riprese il potere con un altro colpo di stato nel ’68. A quell’epoca il partito Baath si era già consolidato al potere in Siria, ma con le proprie fazioni interne che continuarono a combattersi l’un l’altra fino al novembre ’70, quando Assad prese il controllo del paese e costrinse alla fuga il fondatore del parito, Michel Aflaq (Ali 2004:109-110). Il partito Baath, come partito laico e nazionalista, era stato fondato nel ’43 da Aflaq e Salāh al-Dīn al-Bītār, entrambi siriani (Ali 2002:111).

Una volta al potere il Baath iracheno represse comunisti, sciiti, curdi ed ogni possibile opposizione. Negli anni ’90 l’Iraq baathista invase un paese confinante, il Kuwait, conducendo alle sanzioni ONU che ne paralizzarono l’economia. Comunque l’economia irachena era già stata piegata dalla guerra contro l’Iran degli anni ’80 (Ali 2004:103-143).

Il dominio baathista si rivelò un incubo per gli arabi dell’Iraq. Nel periodo del dopo Saddam, quando si sono tenute le elezioni, i fondamentalisti sciiti vinsero facilmente poiché Saddam aveva sradicato ogni opposizione laica e la moschea era l’unico centro disponibile per l’attività clandestina. Il Baath si dimostrò incapace di unire l’Iraq e la Siria, per cui il suo nazionalismo arabo era difficilmente credibile (Ali 2004:112).

Il caso dell’Iraq non è diverso dall’Egitto o da qualsiasi altro paese arabo in cui i nazionalisti hanno preso il potere. Nel febbraio del ’58 Siria ed Egitto annunciarono la federazione. Anche Yemen e Libano si dimostrarono interessati, ma la federazione finì bruscamente (Ali 2002:106-112) mandando in frantumi il sogno nazionalista di unità araba. Nel ’52 vennero annunciati alcuni provvedimenti riguardo le riforme agrarie. La proprietà venne limitata a 300 feddan [1 feddan = 4200 metri quadrati NdT], ma 10 anni dopo soltanto due milioni di contadini ne avevano tratto beneficio poiché soltanto il 10% della terra espropriata poté essere distribuita. Per quel che riguarda gli operai si iniziò subito a reprimere gli scioperi del ’52: molto prima di Sayyid Qutb, due capi sindacalisti vennero impiccati per aver organizzato lo sciopero (Ali 2002:96).

Comunque è stato il coinvolgimento suicida in Yemen contro l’Arabia Saudita che ha contribuito in modo importante alla sconfitta dell’Egitto nella guerra lampo contro Israele nel ’67 ed ha sferrato il colpo finale alla politica nasseriana.

Con la morte di Nasser andò al potere Anwar Sadaat, cui successe, dopo un assassinio, Hosni Mubarak. Sebbene le riforme dell’era di Nasser vennero ritirate, le libertà democratiche, tolte sempre da Nasser, devono ancora essere ripristinate.

Ciò che Batatu (2004:461) ha osservato riguardo i nazionalisti iracheni resta vero in tutto il Medio Oriente:

“Negare al popolo il suo diritto costituzionale ad organizzarsi in partiti e sindacati elimina il nocciolo del movimento nazionale. Non puoi lottare con i più potenti imperi del mondo ignorando il potere delle masse.”

 

3. Il Jihad con i petrodollari

Secondo Napoleoni “le organizzazioni islamiche, molte delle quali sono legate a gruppi armati, possono attingere da una riserva di denaro che va dai 5 ai 16 miliardi di dollari statunitensi; solo il governo saudita dona ogni anno 10 miliardi attraverso il ministero delle Opere Religiose” (Napoleoni 2003:123).

Il finanziamento saudita va ben al di là del Medio Oriente. Ad esempio in Pakistan c’è Lashkar-e-Toiba (LeT), uno dei maggiori beneficiari della generosità saudita, che “gestisce un’immensa rete di servizi sociali, tra cui 20 istituzioni islamiche, 140 scuole secondarie, otto madrasse ed una missione medica da più di 300.000 dollari che include cliniche mobili, il servizio ambulanza e la banca del sangue” (Mir:147). Il quartier generale del LeT, costato 50 milioni di riyal, ospita “un’industria tessile, una fonderia, una falegnameria, una piscina e tre colonie residenziali” (Mir:147). Chi ha pagato il conto? Il dirigente del LeT dice che “un commerciante saudita, Ahmed, ha contribuito con 10 milioni di riyal” mentre “un altro sceicco saudita ha donato altri milioni per la costruzione della Dawa Model School” situata presso il quartier generale dell’organizzazione (Mir:148).

Sul regime saudita Hiro denuncia: “Il suo enorme supporto finanziario alla guerriglia afghana in lotta contro il regime marxista di Kabul è universalmente noto. Ciò che non è comunemente risaputo è l’invio di denaro ai gruppi di destra in Bangladesh, Malaysia, Indonesia e le Isole Maldive. Per tanti anni ha finanziato gli insorti eritrei contro il regime marxista in Etiopia. E nell’Africa non araba i soldi sauditi sono andati in Camerun, Chad, Gabon, Mali, Niger, Nigeria e in Uganda. In America Centrale hanno finanziato la Contra nicaraguense” (Hiro 2002:147).

I sauditi non sono i soli a sostenere i gruppi islamisti. L’appoggio dell’Iran ad Hezbollah è stato reso noto dai media. Solo nel 1990 il Kuwait, lo sceiccato ricco di petrolio, ha contribuito al fondo cassa di Hamas con 60 milioni di dollari, in un periodo in cui Hamas era coccolato per contrastare l’OLP (Kepel 2000:157). Hamas ha tratto beneficio tanto dalla generosità saudita quanto da quella iraniana. Secondo la Napoleoni: “Il bilancio di Hamas nei territori occupati è stimato intorno ai 70 milioni di dollari, dei quali circa l’85 percento viene dall’estero, mentre il resto è racimolato tra i palestinesi nei Territori Occupati. Sebbene ancora riceva circa 20-30 milioni di dollari all’anno dall’Iran e varie donazioni ad hoc dall’Arabia Saudita (nell’aprile del 2002 una maratona telethon ha raccolto 150 milioni di dollari per i palestinesi sotto assedio nei Territori) sempre più denaro viene dai palestinesi in Diaspora, dai donatori privati in Arabia Saudita e da altri stati del Golfo ricchi di petrolio.

Nel ’98, dopo esser stato liberato dagli israeliani, lo Sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale di Hamas, si mise in cammino per un viaggio di 4 mesi attraverso le capitali arabe. È stato accolto come un eroe e raccolse più di 300 milioni di dollari in donazioni” (Napoleoni 2003:71).

Inoltre i petrodollari si traducono in posti di lavoro per milioni di lavoratori provenienti da tutto il mondo musulmano. Prendiamo ad esempio il caso del Pakistan: “nel solo 1983 il denaro spedito a casa dagli emigrati nel Golfo ammontava a 36 milioni di dollari, in confronto con un totale di 375 milioni dati al Pakistan con l’aiuto estero” (Kepel 2000:71).

L’Egitto è un altro paese musulmano dipendente dalle rimesse provenienti dai paesi del Golfo. Tre milioni di lavoratori egiziano stavano lavorando nei paesi del Golfo inviando a casa 4 miliardi di dollari (Hiro 2002:85).

Attraverso questo processo milioni di uomini “durante i loro contratti di lavoro a breve termine in Arabia Saudita sono stati esposti ad opinioni islamiche e conservatrici” (Hiro 2002:87). Anche se questi lavori offrono un sollievo temporaneo per quei regimi minacciati da rapidi tassi di crescita della popolazione, portano con sé delle conseguenze: i paesi che esportano forza lavoro verso il Golfo devono aprire le porte al wahhabismo, che arriva sia sotto forma di moschee, madrasse, banche del sangue ed enti benefici, sia come società d’investimento e banche. In determinati paesi come il Sudan e l’Egitto “l’attività bancaria islamica” proveniente dal Golfo ha fortemente contribuito all’ascesa dell’Islam politico.

La Faisal Islamic Bank of Egypt, fondata nel ’77, è un caso tipico. Il suo amministratore delegato era un principe saudita. Secondo Kepel “in Egitto inizialmente queste istituzioni vennero incoraggiate da coloro che stavano al potere, che ci vedevano l’opportunità di ottenere l’appoggio della classe media religiosa. Dedussero che se tale classe avesse messo il proprio denaro nelle banche islamiche ed avesse ottenuto dei profitti sostanziosi sarebbe stata meno propensa ad unirsi ai gruppi d’opposizione radicali guidati dagli islamisti. Di contro i membri della classe media si sarebbero integrati economicamente ed avrebbero trovato in ciò il loro interesse nel perpetuare un sistema politico che gli permetteva di arricchirsi.

Ma nell’88 lo stato egiziano pose fine a questo processo poiché temeva che avrebbe permesso al movimento islamista di accumulare un bottino di guerra e di dare l’indipendenza finanziaria ai Fratelli [Musulmani]. Di conseguenza venne lanciata una campagna contro le banche tramite la stampa, sugli stessi giornali che prima avevano pubblicato pagine e pagine di pubblicità per loro conto, così come interviste ai loro amministratori delegati e le fatwa loro favorevoli” (Kepel 2000:279-80).  Nel ’93 i sauditi offrirono del denaro al governo di Mubarak a patto che incoraggiasse l’islamizzazione della società egiziana. Un’organizzazione saudita, al-Rayan, pagava 15 sterline egiziane (circa 5 dollari) al mese alle studentesse affinché indossassero il velo (Napoleoni 2003:119).

Tra l’80 e l’85 l’investimento islamico in tutto il mondo musulmano subì un’espansione spettacolare, conducendo alla creazione di centinaia di società d’investimento islamiche che offrivano profitti annuali vicini al 25% (Kepel 2000: 279-80).

La Napoleoni indica altre due banche: “al-Barakaat è un conglomerato finanziario internazionale con base in Somalia e con ramificazioni in 40 paesi, tra cui gli Stati Uniti.

Ogni anno fino al settembre 2001, quando i suoi fondi vennero congelati dalle autorità, l’ufficio statunitense trasferiva almeno 500 milioni di dollari di profitti internazionali all’ufficio centrale di borsa situato negli Emirati Arabi Uniti. La rete di bin Laden riceveva un 5% fisso di questi ricavi, equivalente a circa 25 milioni di dollari. Invece al-Taqwa è una banca con forti legami con i gruppi islamisti. È stata costituita nel 1987 a Nassau con un capitale di 50 milioni di dollari, di cui i due terzi provenivano da organizzazioni fondamentaliste islamiche. Uno degli azionisti più importanti era la fratellanza musulmana al-Islah del Kuwait. Tra le altre attività aveva finanziato le campagne elettorali dei candidati islamisti nelle elezioni comunali egiziane. La banca è attiva in più di 30 paesi” (Napoleoni 2003:160).

 

Il caso dell’Arabia Saudita

Nel gennaio 1902 Abdul Aziz ibn Saud non solo riconquistò Riyadh dal clan rivale, i Rashid, ma ristabilì per la terza volta la dinastia Saud (Holden e Johns 1981:1-7).

I Saud, cammellieri, sono diventati oggi una famiglia appartenente al jet set, ma i loro obblighi verso il wahhabismo, un culto revivalistico attribuito al predicatore del diciottesimo secolo Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb, non sono venuti meno. Al-Wahhāb era un fanatico revivalista proveniente dall’oasi-città di Al-’Uyayna che era impaurito nel vedere l’Arabia affondare nella corruzione. Le sue conclusioni furono che la soluzione doveva essere un ritorno all’Islam puritano, con la forza se necessario (Lacy 1984:59).

L’attuale stato saudita non sarebbe sorto così facilmente se ibn Saud non avesse corteggiato l’esercito degli Ikhwan (“Fratelli” in arabo). A partire dal ’12 (Holden e Johns 1981:69) gli Ikhwan erano beduini che accettarono le basi del wahhabismo e lasciarono tutto per vivere l’Egira di ibn Saud. Gli Ikhwan avrebbero flagellato tutti coloro che ritardavano i propri doveri religiosi (Madawi 2002:57-59).

Comunque anche gli aiuti britannici ebbero un ruolo chiave nella vittoria (Madawi 2002: 43). Dopo che ibn Saud ebbe assoggettato tutti i rivali gli Ikhwan divennero un ostacolo. Effettivamente erano una minaccia a causa dei loro cento insediamenti, sparsi in tutto il paese a partire dal ’26, e per la capacità di mobilitare dai 50.000 ai 60.000 uomini in armi. Perciò, con una serie di battaglie nei due anni successivi, vennero annientati. I trasporti motorizzati forniti dagli inglesi si dimostrarono di nuovo un grande aiuto nel domarli (Halliday 2002b:57). Anche la RAF giocò un ruolo importante (Madawi 2002: 69).

Con queste vittorie il 22 settembre 1932 ibn Saud proclamò il Regno dell’Arabia Saudita (Madawi 2002:71). Per la prima volta nella storia moderna il fondamentalismo islamico si era costruito uno Stato. Quando i puritani sottomisero il paese avevano organizzato le esecuzioni pubbliche di 40.000 persone ed eseguito 350.000 amputazioni: in un paese di quattro milioni di abitanti (Unger 2004: 68). Il 14 febbraio 1945 avvenne l’incontro storico tra Roosevelt ed ibn Saud, durante il quale iniziò il rapporto “sicurezza in cambio di petrolio” (Unger 2004:3).

Il 9 novembre 1953 ibn Saud morì. L’incoronazione del principe Saud avvenne senza problemi. (Madawi 2002:76-109). Comunque nel ’54 ci fu un ammutinamento isolato nell’esercito. Ad Al-Hasa nel ’55 furono rinvenuti degli opuscoli di ispirazione comunista e vennero trovati degli slogan contro la monarchia scritti sulle mura del palazzo a Riyadh. Nel ’56 i lavoratori della Aramco scioperarono per tre giorni, venendo schiacciati senza pietà: 200 furono arrestati mentre tre attivisti vennero uccisi a legnate (Holden e Johns 1981: 183-88). Quelli erano i giorni in cui il nazionalismo arabo di Nasser e gli ideali socialisti erano stati afferrati dall’immaginazione araba, e l’Arabia Saudita non costituiva un’eccezione.

Quando nel settembre ’56 Nasser andò in visita a Riyadh (Madawi 200:116), nel periodo precedente alla Crisi di Suez, in migliaia si recarono ad accoglierlo. Per la prima volta, durante la Crisi, il petrolio saudita venne utilizzato come arma, sebbene con riluttanza. Questa fu l’ultima grande decisione di Saud: dal marzo ’58, in seguito alle pressioni statunitensi, il potere passò al principe ereditario Feisal (Halliday 2002b:55).

Feisal introdusse qualche riforma sociale: venne abolita la schiavitù, si pose importanza all’educazione femminile e nel ’65 venne introdotta la televisione. Comunque evitò deliberatamente di rafforzare le forze armate (Halliday 2002b:56).

La dinastia saudita rimase marginalizzata nel mondo arabo fino alla fine degli anni ’60, eclissata dal nasserismo ed ostacolata dalle casse relativamente vuote. Comunque nella Guerra dei sei giorni tra arabi ed Israele dimostrò di essere un punto di riferimento dando inizio al declino dei nazionalisti e proclamando l’ascesa del fondamentalismo.

Due fattori giocarono un ruolo decisivo: l’incapacità dei nazionalisti nell’apportare un cambiamento sociale e politico significativo e, in secondo luogo, un flusso inaudito di petrodollari. Tra il ’65 e il ’75 il PIL saudita crebbe da 10,4 a 164,53 miliardi di riyal (Madawi 2003:120).

L’Arabia stava guadagnando più denaro di quello che poteva assorbire, permettendo a Feisal di aumentare generosamente le spese, stimolando l’attività economica e beneficiando i mercanti. La classe media vide un’opportunità all’interno del sistema. I petrodollari non stavano soltanto trasformando il panorama architettonico e sociale del deserto: i nuovi miliardari stavano forgiando nuovi legami con il capitale globale.

Con l’afflusso dei petrodollari nei vent’anni successivi circa 84.000 sauditi investirono la cifra stupefacente di 860 miliardi di dollari nelle imprese americane (Unger 2004:28). La famiglia texana dei Bush ebbe grossi benefici da questi investimenti (Unger 2004:295-98). Il petrolio assegnò un ruolo nuovo ai sauditi nella politica internazionale: venne usato come arma nella guerra Arabo-Israeliana del ’73, accrescendo la loro figura di paladini della causa araba. Ciò contrariò Washington: nel gennaio ’75 Kissinger minacciò di usare l’esercito se si fossero trovati di fronte “ad un vero e proprio soffocamento del mondo industrializzato” come risultato di un embargo petrolifero (Holden e Johns 1981: 373).

Questo attrito tra USA e Arabia saudita fu temporaneo, dando una possibilità di ripensamento. Già nel marzo ’74 la minaccia di abbandonare l’OPEC fu fondamentale nel mantenere bassi i prezzi (Madawi 2002: 141), dimostrando la devozione dei sauditi all’imperialismo.

Il 25 marzo ’75 Feisal venne ucciso e suo fratello Khalid divenne re. Quando andò sul trono l’economia stava facendo miracoli: in quell’anno il reddito nazionale era di 6.806 milioni di dollari. Il Secondo Piano di Sviluppo prevedeva una spesa della cifra mozzafiato di 141.000 milioni (Holden e Johns 1981: 390-96). Durante il suo regno (1975-1982) cominciarono a svelarsi le contraddizioni tra l’islam di facciata ed il benessere. Due eventi ne furono il simbolo. Mishaal, una principessa, fuggì con un amante, Muhalla. Vennero presi mentre fuggivano e vennero decapitati entrambi. Il 20 novembre ’79 la Sacra Moschea fu occupata da uomini armati guidati da Juhaiman bin Muhammad Utaibi. Il suo fratellastro, Abdullah al-Qahtani, annunciò di essere il tanto atteso Mahdi. Questo dramma sanguinoso che costò centinaia di vite terminò il 5 dicembre con la resa e l’eliminazione della banda (Holden e Johns 1981: 511-26).

Anche sul piano regionale i sauditi hanno rivestito un ruolo importante come alleati degli Stati Uniti: hanno lautamente finanziato l’Iraq nella sua guerra contro l’Iran con circa 25,7 miliardi di dollari (Madawi 2002:157). Finanziarono i Mujaheddin che combattevano l’Armata Rossa in Afghanistan. Negli anni ’80 Fahad successe a Khalid, e non fu così fortunato: il prezzo del petrolio subì un declino e giunse il periodo dell’austerità. Nell’85, per la prima volta dal 1972, i prezzi di elettricità e gas aumentarono del 70%. Il saudita medio risentì dell’impennata dei prezzi ed anche l’esplosione demografica al tasso del 3,6% fece sentire il re sotto pressione. Iniziò un processo di sauditizzazione e l’Islam venne dimenticato. La deportazione dei lavoratori immigrati significò che nell’85-’86 vennero improvvisamente cacciate 300.000 persone (Madawi 2002:150-52).

Cominciarono ad apparire le divisioni sociali ed economiche: la élite ricca consisteva nel circolo chiuso della famiglia reale, della nobiltà tribale e della classe commerciale. I giovani della classe media divennero disoccupati e frustrati, ed alcuni di loro risposero alla chiamata di Osama [bin Laden] (Madawi 2002:154).

Il 2 agosto 1990 l’Iraq invase il Kuwait, con il conseguente arrivo nel paese di oltre 50.000 soldati statunitensi che portarono ad un acceso dibattito. Le domande centrali erano: i sauditi possono ricevere l’aiuto dei non musulmani per andare contro i musulmani? Un tale governo può essere islamico? I discorsi del dottor Safar al-Hawali dell’Università della Mecca e le conferenze di Salman al Awdah dell’Università di Riyadh ebbero un impatto di massa. Il 6 novembre ’90 45 donne violarono il divieto di guida a Riyadh. Il Mutawwi’a [Comitato per l'imposizione della virtù e l'interdizione del vizio NdT] le chiamò “troie comuniste”. Gli Ulema incolparono le truppe statunitesi che portavano con se la cultura occidentale. I gruppi associati a bin Laden, l’Advice and Reform Committee (ARC), sembravano l’opposizione reale. Nel ’96 delle bombe esplosero vicino ad un’installazione militare statunitense e alle torri di al-Khobar, uccidendo degli americani.

Nel 2000 un aereo di linea saudita in rotta verso Londra venne dirottato da due sauditi che chiedevano scuole, ospedali e stato sociale (Madawi 2002:165-85). Dopo aver eliminato l’opposizione laica durante gli anni ’50, i sauditi stavano affrontando quei fanatici religiosi che avevano coccolato e che continuavano a coccolare in tutto il mondo musulmano. Questi fanatici additavano la corruzione del paese e consideravano l’ulteriore islamizzazione della società come la soluzione a tutti i mali. Comunque una descrizione semiufficiale del paese dice questo (Yamani 1997:20): “Al giorno d’oggi l’Arabia Saudita è una delle più grandi economie di mercato in Medio Oriente. Non ci sono controlli sulla valuta né il dogma socialista. Si dà importanza al settore privato e la sua influenza è incoraggiata ogni giorno. Probabilmente ciò è dovuto alla dottrina islamica che è maggioritaria nel regno. L’Islam prescrive che tutta la ricchezza è posseduta da Dio, e l’individuo è un agente cui viene affidata parte di tale ricchezza, e che poi viene giudicato per il modo in cui la usa”.

Il libero mercato in salsa saudita raggiunge il suo apice nell’industria mediatica dove, prendendo in prestito una frase di Sreberny (2000: 63), “Mickey Mouse, le Spice Girls ed il Corano entrano in collisione” letteralmente. Sulla scia della Prima Guerra del Golfo c’è stata una vera e propria rivoluzione televisiva per quanto riguarda la disponibiltà dei canali. Sreberny afferma che la Guerra del Golfo (1990) ha portato una copertura 24 ore su 24 della CNN, che ha trovato un pubblico avido di notizie e ha creato un cambiamento nell’industria dei media su scala regionale. I reali sauditi furono tra i primi, sebbene non fossero i pionieri, a lanciare dei canali TV privati. la MEBC, precedentemente conosciuta come MBC con base a Londra, e Orbit, con base a Roma, furono tra i primi canali privati ad avvicinarsi alle frequenze mediorientali. Orbit, un canale criptato, chiuse il canale BBC World Arabic perchè stava trasmettendo “La morte dei Princìpi” (Sreberny 2000: 63-71) [Un documentario critico sull'Arabia Saudita NdT]. Al Ra’is venne cancellata in modo simile. Ma Star Academy è stata mandata in onda da LBC-Sat, dove il principe saudita Talat aveva degli interessi economici (Kraidy 2008: 189-99). L’Arabia Saudita è il più importante consumatore di film per la televisione egiziani; da allora tali film esitano ad affrontare alcune tematiche sensibili per lo stato saudita (Haferz 1994: 8-9).

Nei progetti finanziati dai sauditi non si possono mostrare i baci o il bere alcoolici. Un cronista egiziano lo ha definito “la beduinizzazione della cultura araba”. L’altro aspetto della cultura mediatica e la sua “jihadificazione”. Al-Manar TV, gestita da Hezbollah, è il primo esempio, ma anche Hamas, la Fratellanza Musulmana, Jihad Islamico e la moltitudine di gruppi salafiti gestiscono sia canali televisivi che siti web. Anche il mondo mediatico e virtuale jihadista viene in larga parte oliato dai petrodollari.

 

Conclusione

È difficile coniare una definizione onnicomprensiva dell’Islam politico. Malgrado ciò si può essere d’accordo sul fatto che gli islamisti progettano di mettere in pratica il loro programma con la coercizione, se necessario. La loro ascesa negli ultimi trent’anni è dovuta a vari fattori, alcuni al di là dell’ambito di questo saggio, ma possiamo analizzare questo fenomeno solo se si guarda al contesto storico.

È parimenti importante comprendere l’economia politica dell’Islam politico. È evidente che gli islamisti erano marginalizzati quando erano disponibili delle alternative di sinistra e nazionaliste fattibili. Hanno riempito il vuoto lasciato dalla sinistra/dai nazionalisti in Medio Oriente. Nella loro ascesa il patrocinio imperialista (sia manifesto che coperto) li ha aiutati ad ottenere il loro status attuale. Inoltre l’imperialismo non è in conflitto con il fondamentalismo, ma è solo una sua parte, andata “male” o fuori controllo, che Washington e i suoi alleati stanno combattendo. Bin Laden/Hamas/Hezbollah sono un caso simile a Frankenstein, mentre i rapporti tra sauditi e statunitensi rimangono saldi. Perciò la tesi de “lo scontro di civiltà” difficilmente supera il test.

 

Da VIEWPOINT ONLINE, n°44, 1/4/2011 http://www.viewpointonline.net/

 

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Pubblicato in falastinhurra

Traduzione da International Viewpoint a cura del collettivo Castelli per la Palestina

 



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