Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Non violenza

E-mail Stampa PDF


Contributo al dibattito su “Guerra, terrorismo, non violenza” (2003)

di AntonioMoscato

 

Questo testo, che registrava con sorpresa un pesante arretramento del dibattito nel PRC, è complementare a quello, già inserito nel sito col titolo Le premesse del crollo del PRC, che è di poco successivo.

 

Il dibattito che si è svolto il 28 novembre 2003 nel circolo del PRC di Brindisi tra me, Angelo Leo e Michele De Palma, ha appassionato i compagni, ma ha rischiato di inasprirsi perché la scarsità del tempo (dovevamo partire sia io sia Michele) impediva di sviluppare adeguatamente gli argomenti, che venivano così spesso fraintesi. Giusta è stata quindi la decisione di riprenderlo con più tempo e prepararlo con testi scritti. Questo è dunque il mio contributo.

La frase di Michele che ha suscitato le reazioni più appassionate (e un po’ scandalizzate) mie e di qualche compagno del circolo, è stata quella sull’impossibilità di vittoria per una lotta armata (sia essa di palestinesi, dei curdi o degli iracheni) nelle condizioni attuali di estrema “asimmetria” tra la forza preponderante dell’imperialismo statunitense e degli imperialismi europei che – sia pur recalcitrando -  lo fiancheggiano.

Dato che ero stato frainteso quando avevo detto che mi sembrava analoga agli argomenti della socialdemocrazia tedesca quando censurò l’ultimo scritto di Engels, (sembrava un insulto ma non lo era, o non voleva esserlo, dato che la socialdemocrazia tedesca era molto più a sinistra, più marxista e più rivoluzionaria nel 1895 di gran parte della stessa sinistra italiana di oggi), rinunciai a rispondere ancora su questo terreno, limitandomi a leggere questi versi di Bertolt Brecht.

 


 

(…) Leggete la storia e guardate

in fuga furiosa invincibili eserciti.

 

In ogni luogo

fortezze indistruttibili rovinano e

anche se innumerabile era l’Armada salpando,

le navi che tornarono

le si poté contare.

 

Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta

e giunse così una nave alla fine dell’infinito mare.

 

 

Oh bello lo scuoter del capo su verità incontestabili!

Oh il coraggioso medico che cura

l’ammalato senza speranza!

 

Ma d’ogni dubbio il più bello

è quando coloro che sono

senza fede, senza forza, levano il capo e

alla forza dei loro oppressori

non credono più! 

 

da Bertolt Brecht, Lode del dubbio


 

Non era una fuga nella letteratura, ma un argomento a mio parere essenziale (non a caso ogni anno distribuisco questa poesia ai miei studenti). Il nemico più grande di ogni progetto di trasformazione del mondo è il fatalismo, è la parola “impossibile”.

Le difficoltà di un processo di pace sono tremende, le avevamo discusse insieme e ci eravamo trovati d’accordo: strapotere militare dell’imperialismo e del suo principale alleato nell’area, lo Stato di Israele, uso scandaloso dei media a danno di chi lotta per la sua libertà, e a vantaggio degli oppressori, ecc. Non era questa la questione, dunque.

Casomai c’era una preoccupazione per un uso onnicomprensivo della parola “terrorismo”, sia nei confronti di azioni innegabilmente terroristiche perché rivolte deliberatamente contro civili (come le auto bomba alle sinagoghe di Istanbul, o alcune delle azioni suicide in supermercati o discoteche di Tel Aviv o Gerusalemme) e altre che sono azioni militari contro un esercito occupante con tutti i mezzi disponibili, compreso l’attacco alla caserma di Nassiriya, dove abbiamo poi saputo che la bandiera dei carabinieri “umanitari” era decorata con l’emblema della RSI... Mi ha sorpreso che per certi aspetti perfino D’Alema si sia collocato per un giorno più a sinistra di molti nostri compagni ammettendo che molti atti non dipendono da motivazioni religiose o etniche e che in realtà è la radicalizzazione dello scontro ad allargare la disponibilità alla lotta armata antiamericana di migliaia e migliaia di persone che non erano prima disponibili ad appoggiare Bin Laden...

A volte queste azioni armate coinvolgono anche dei civili, ma sono “danni collaterali” imprevisti, esattamente come quelli provocati dalle bombe degli invasori se e quando sono dirette a obiettivi veramente militari (e lo sono raramente). Distinguere tra 250 kg di esplosivo contenuti in una bomba sganciata da un aereo o collocati in un’autobomba mi sembra sbagliato (casomai la differenza c’è perché chi sgancia la bomba da un aereo non rischia nulla, e chi la porta in un’auto ha la quasi certezza di morire anche se non ha scelto deliberatamente il suicidio).

Già ricordare questo ci ha fatto bollare da Michele De Palma come “sostenitori del terrorismo di Hamas”, di cui nessuno di noi aveva parlato. Se avessi avuto il tempo di rispondere, casomai avrei precisato che anche del vero “terrorismo” vanno spiegate le ragioni: non per appoggiarlo ma appunto per “spiegarlo”, fuori del coro demonizzante che parla di barbarie congenita attribuita a una vocazione dell’Islam, o riunisce in un unico progetto diabolico di Al Qaeda le più diverse manifestazioni, compresa la lotta nazionale del popolo ceceno iniziata nel 1770 e mai del tutto piegata. Il terrorismo non è mai “autogenerato”: basta ricordare che per lunghi periodi, ad esempio durante la prima fase della prima e della seconda Intifada e nella prima fase successiva alle grandi speranze suscitate dagli Accordi di Oslo, Hamas e Jihad avevano rinunciato a queste azioni, che sono ricominciate come risposta agli assassinii mirati, ai bombardamenti indiscriminati, alla sistematica violazione di quei pur modestissimi e insufficienti accordi.

Questo non vuol dire “appoggiare” o “giustificare il terrorismo”, ma semplicemente sottrarsi a un isterismo che a volte ha contagiato anche alcuni giornalisti di “Liberazione”, contro i quali protestò sdegnata una compagna esemplare per esperienza di vita e lucidità come Marisa Musu, che alla causa palestinese aveva dedicato gli ultimi anni della sua esistenza.

Non di questo tuttavia parlavamo, ma del fatto che colpire obiettivi statunitensi, italiani, ecc., è non solo legittimo, ma necessario per indurre gli invasori a più miti consigli. Casomai qualcuno di noi ha ricordato l’esperienza algerina, e la risposta “dateci i vostri aerei e carri armati, e vi daremo le borse esplosive” data a chi si scandalizzava per le ragazze algerine che, vestite all’europea, portavano la morte nei bar dei francesi per rispondere colpo su colpo ai massacri nella Casbah. Lo abbiamo ricordato per sottolineare che in certe fasi, le risposte da dare agli oppressori sono quelle che si hanno a disposizione (come fu fatto anche in via Rasella, non dimentichiamo). E l’abbiamo ricordato per sottolineare che poi, con una combinazione di lotta armata (con le armi disponibili e non con quelle desiderabili) e di lotta di massa, compreso lo sciopero generale, si può vincere (mentre lo sciopero generale da solo non basta , come ha ricostruito magnificamente Gillo Pontecorvo  nella La battaglia di Algeri). Mentre da tempo immemorabile c’è chi dice che vincere non si può, come faceva il PCF, che poi votava i crediti di guerra ai torturatori di Massu.

Ma io, che in quella serata l’ho appena accennato, aggiungo che non abbiamo il diritto di decidere al posto di altri le forme di lotta che gli oppressi ritengono di dover utilizzare. La maggior parte delle forme di lotta efficaci hanno aspetti orribili: ne aveva piena consapevolezza lo stesso Lenin quando affrontava il dilagare della “guerra partigiana” negli anni del riflusso della rivoluzione del 1905. In uno scritto del 1906 egli osservava che le forme di lotta devono essere scelte in base alla loro efficacia anche per l’educazione delle masse, e non per “ragioni di principio”. Se volete, riprenderò l’argomento in un’altra occasione. Se è legittimo dichiararsi “non leninisti” come fa Michele, meno logico è farlo senza aver letto Lenin come il 90% dei militanti del nostro partito.

E a questo proposito ritorno su un altro argomento sfiorato in quel dibattito brindisino: mi va bene se i palestinesi impegnati nella lotta decidono tra loro democraticamente, sulla base di un’analisi concreta degli effetti, di mettere al bando certe forme di lotta perché facilitano il compattamento della popolazione israeliana intorno ai criminali che dirigono il loro paese, ma non mi va bene che al posto loro lo facciamo noi, per presunte “ragioni di principio”.

Gli stessi attacchi alla popolazione civile israeliana entro i confini del 1948 (non a quella delle colonie, che può essere equiparata a una forza militare di occupazione, sia perché tutti sono armatissimi fin dall’infanzia, sia per i frequenti attacchi criminali a ogni palestinese che si trovi a portata), potrebbero essere messi al bando dai palestinesi (e ne sarei felice), ma non possono tuttavia essere considerati frutto di scelte irrazionali e folli (anche se chi li compie è mosso spesso da una tremenda disperazione e cerca di rispondere senza troppo riflettere a chi ha ucciso i suoi cari) bensì di una valutazione politica, affine a quella degli algerini tra il 1956 e il 1962: bisogna che gli israeliani sappiano che non possono vivere tranquilli sulla terra che hanno usurpato nonostante la loro enorme supremazia militare, bisogna che capiscano che non ci sarà nessuna “misura di sicurezza” che possa fermare gli attentati. Per fermare la spirale di morte è necessaria la prospettiva di una pace giusta basata sul riconoscimento dei diritti calpestati dei palestinesi, e sulla restituzione di quanto è stato strappato con la violenza delle armi nel 1967.

Il nostro partito non è abituato a discutere molto i problemi teorici: basti pensare alle improvvisazioni sull’Impero che avrebbe reso “superato il concetto di imperialismo”, praticamente imposte a quella parte della maggioranza che non le condivideva ma le ha dovute accettare per non mescolarsi con chi prendeva a pretesto quel dibattito per ostacolare la “svolta” iniziata con la caduta del governo Prodi e sancita dal congresso (salvo dimenticarsene poi per strada...). Oggi quella discussione è semplicemente sparita sotto le verifiche dell’esperienza di questi anni in Afghanistan e Iraq...

E allora vengo alla questione dell’impossibilità di liberarsi con una lotta armata data la sproporzione di forze. Ho rivisto la citazione di Engels che avevo fatto a memoria (a distanza di molti anni dall’ultima rilettura) e penso che sia utile metterla a disposizione dei compagni sia per chiarire che non volevo certo usare il termine “socialdemocratico” per insultare Michele, sia per fornire un esempio di una metodologia materialista.

Il testo di Friederich Engels è l’Introduzione alla prima ristampa di “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di K. Marx, ed è del 1895. Era stato pubblicato, prima che in volume, sull’organo centrale della socialdemocrazia “Vorwärts!”. Engels si era infuriato, anche con il suo amico Kautsky, per le censure che il suo testo aveva subito, lamentando che gli avevano “fatto un brutto scherzo”, perché il redattore aveva “estratto tutto ciò che poteva servirgli in difesa della tattica ad ogni costo pacifica e contraria alla violenza, che gli fa comodo predicare da un po’ di tempo, soprattutto ora che a Berlino si preparano le leggi eccezionali. Ma io raccomando questa tattica solo per la Germania d’oggi, e anche qui con riserve di carattere essenziale. In Francia, Belgio, Italia e Austria non è possibile seguire questa tattica nella sua interezza e in Germania può diventare inadatta domani” (I brani delle lettere sono tratti dalla nota introduttiva di Luciano Gruppi a Marx-Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 1255-1956, mentre i brani che seguono sono tratti dallo stesso volume, alle pp. 1270-1271). Come vedete, ancora una volta risulta che per il marxismo la scelta delle forme di lotta è “tattica”, cioè legata alle circostanze concrete di un determinato paese e momento storico.

Nel testo, di una ventina di pagine, Engels mette a punto i cambiamenti intercorsi nei trent’anni successivi alla pubblicazione di quello straordinario scritto di Marx, comprese le innovazioni negli armamenti. Scegliamo un solo brano, molto significativo, riportando poi il periodo successivo amputato dagli ideologi della “non violenza ad ogni costo” e “per principio”. A questo pensavo quando, ricordandolo, ho offeso involontariamente Michele De Palma, che invece ha tutto il diritto di essere non solo “non leninista”, ma anche “non marxista”, cioè non materialista, ma non deve irritarsi se uno glielo fa rilevare.

Ecco il passo in questione:

“Ma da quel tempo si sono verificati moltissimi altri cambiamenti, e tutti a favore dell’esercito. Se le grandi città sono diventate notevolmente più grandi, gli eserciti si sono accresciuti ancora di più. Parigi e Berlino non si sono quadruplicate dal 1849 ad oggi, ma le loro guarnigioni si sono più che quadruplicate. Per mezzo delle ferrovie queste guarnigioni possono più che raddoppiarsi in ventiquattr’ore, e in quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di questa massa di soldati enormemente accresciuta è diventato incomparabilmente più efficace. Nel 1848 il fucile non rigato a percussione; oggi il fucile a ripetizione di piccolo calibro, che tira quattro volte più lontano ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido. Allora le palle massicce e gli obici dell’artiglieria scarsamente efficaci, oggi le granate a percussione, di cui una basta per mandare all’aria la migliore barricata. Allora il piccone del genio per far breccia nei muri divisori, oggi le cartucce di dinamite.”

Come vedete, nessun abbellimento della realtà, nessun trionfalismo, nessuna illusione sulle possibilità di facile vittoria, ma un’attenzione alle difficoltà (d’altra parte lo scritto non si sofferma solo sui mutamenti intercorsi nelle tecniche militari, ma anche e soprattutto sulle esperienze politiche successive al 1848, non ultima la Comune). E l’analisi delle difficoltà degli insorti è spietata.

“Dal lato degli insorti, al contrario, tutte le condizioni sono diventate peggiori. Una insurrezione che attiri le simpatie di tutti gli strati popolari è difficile che si riproduca; nella lotta di classe non avverrà infatti mai che tutti gli strati medi si raggruppino in modo così esclusivo attorno al proletariato da far quasi scomparire il partito della reazione raccolto intorno alla borghesia. Il “popolo” apparirà quindi sempre diviso, e verrà perciò a mancare una leva potente che fu tanto efficace nel 1848. Se è vero che dalla parte degli insorti vi sarà un maggior numero di uomini che hanno compiuto il servizio militare, tanto più difficile sarà però il loro armamento. I fucili da caccia e di lusso degli armaioli – se pure la polizia non li avrà resi precedentemente inservibili asportando un pezzo dell’otturatore – anche in una lotta a piccola distanza non reggono assolutamente al confronto coi fucili a ripetizione dell’esercito. Fino al 1848 ci si poteva fabbricare da sé con polvere e piombo le necessarie munizioni; oggi la cartuccia è diversa per ogni fucile, e tutte si assomigliano solo per essere un complicato prodotto della grande industria, e quindi impossibile a improvvisarsi, di modo che la maggior parte delle armi sono inservibili se non si posseggono le munizioni adatte ad esse. Ed infine i nuovi quartieri delle grandi città, costruiti dopo il 1848, a vie lunghe, diritte e larghe, sembrano fatti apposta per l’azione dei nuovi cannoni e dei nuovi fucili. Sarebbe pazzo il rivoluzionario che scegliesse di sua volontà i nuovi distretti operai del nord e dell’est di Berlino per una lotta di barricate”.

Questo brano appariva una condanna inequivocabile di quello che fino a qual momento era stato considerato un dovere del movimento operaio: la preparazione di una risposta a un tentativo di Colpo di Stato reazionario. Le proteste di Engels vennero ignorate e solo molti decenni dopo furono trovate le lettere in cui denunciava il “brutto scherzo” e poi il testo originale con le parti tagliate dai redattori fu pubblicato (ma solo nel 1932, quando la maggior parte dei danni derivanti dall’attribuzione a Engels di un ruolo di predicatore della “non violenza” erano stati fatti). Va detto che ciò non aveva impedito il successo della rivoluzione russa, di quella tedesca e di quella austro-ungarica (queste due poi inviate presto in un binario cieco dalle socialdemocrazie egemoni in quei paesi)...

Ma vediamo il passo successivo, la cui amputazione cambiava del tutto il significato dell’analisi puntuale e realistica fatta da Engels sulle nuove difficoltà che il proletariato doveva affrontare.

“Vuol dire ciò che nell’avvenire la lotta di strada non avrà più nessuna funzione? Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal 1848 le condizioni sono diventate molto più sfavorevoli ai combattenti civili, e molto più favorevoli all’esercito. Una futura lotta di strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto se questa situazione sfavorevole verrà compensata da altri fattori. Essa si produrrà perciò più raramente all’inizio di una grande rivoluzione che nel corso ulteriore di essa, e dovrà essere impegnata con forze molto più grandi. Ma allora queste, com’è già avvenuto nel corso della grande Rivoluzione francese, e poi il 4 settembre e il 31 ottobre a Parigi, preferiranno l’attacco aperto alla tattica passiva delle barricate”.

Il 4 settembre allude all’insurrezione di Parigi del 1870, e il 31 ottobre a un altro episodio della rivoluzione francese del 1870-1871 culminata nella Comune. Ma come abbiamo già accennato, gli episodi in cui la lotta rivoluzionaria assume anche caratteristiche di lotta armata nonostante la sproporzione iniziale delle forze sono molti, prima e dopo questo scritto di Engels (basti pensare alla battaglia di Santa Clara del dicembre 1958 in cui Guevara con poche centinaia di uomini armati alla meglio sconfisse – ovviamente grazie all’appoggio della popolazione -  oltre 5.000 militari di Batista forniti perfino di un treno blindato).

Ma lasciamo questo discorso, che serve solo a escludere l’argomento dell’impossibilità di una vittoria contro forze preponderanti. Quanto alla conseguenza dell’aver  scelto “per principio” la via pacifica, prescindendo dalle contraddizioni di classe che rendevano inevitabile lo scontro, e hanno quindi lasciato all’avversario la scelta dei tempi e dei modi con cui sferrare l’attacco a masse enormi, entusiaste e impreparate, di esempi ce ne sono moltissimi, ma basta ricordarsi almeno delle tragedia che hanno colpito nel 1965 l’Indonesia e nel 1973 il Cile (in entrambi i casi con partiti comunisti che dal governo seminavano fiducia negli eserciti e consideravano estremista ogni iniziativa per fronteggiare il Golpe imminente).

Altre cose dette da Michele De Palma non varrebbero neppure la pena di essere confutate: ad esempio il richiamo alla fine dell’URSS dovuta alla eccessive spese militari. Su questo ho scritto diversi libri, anche e soprattutto prima del crollo dell’URSS, in cui sostenevo l’insensatezza di una competizione su un terreno dannoso per l’URSS e utile per gli Stati Uniti. Ma che c’entra? Riguardava una competizione tra Stati, uno imperialista e l’altro mostruosamente burocratizzato e diretto negli ultimi decenni prima di Gorbaciov (che ne raccolse l’eredità senza avere la capacità di concepire un’alternativa) da una gerontocrazia ottusa. Tuttavia Michele ha un attenuante: dopo che il problema dello stalinismo era stato enunciato in modo positivo anche se insufficiente a Livorno nel 2001 e poi nelle Tesi dell’ultimo congresso, la riflessione su di esso e sulla sua eredità non è andata avanti, cosicché nel partito ci sono ancora non pochi “giustificazionisti” che difendono anche l’indifendibile delle esperienze del “socialismo reale” (appiattendole in una visione a-storica che richiamandosi alla rivoluzione d’ottobre finisce per avallare o banalizzare la tragedia dell’involuzione successiva), ma anche molti che con la stessa superficialità e lo stesso metodo a-storico proiettano l’ombra del Gulag e delle foibe sulla rivoluzione e sullo stesso pensiero materialista.

Il vero problema centrale che Michele pone è comunque un altro: palestinesi, iracheni, curdi, ceceni, ecc. devono e possono rinunciare alla lotta armata? E che dovrebbero fare allora, porgere l’altra guancia agli oppressori o appellarsi a Madre Teresa di Calcutta?

Un’altra strana argomentazione riguarda l’atteggiamento defilato della Francia rispetto al conflitto, che Michele ha attribuito a una forte pressione popolare: falso, per tutto il primo periodo le manifestazioni popolari contro la guerra in Francia e in Germania sono state di gran lunga meno numerose di quelle svoltesi in Italia, Spagna e Gran Bretagna, proprio perché l’atteggiamento dei governi francese e tedesco venivano scambiati per genuini, mentre corrispondevano a ben altre ragioni: in entrambi i casi a tensioni e concorrenza interimperialista, e in Germania anche a esigenze tattiche della SPD nei confronti della PDS (che aveva condiviso le scelte antioperaie della socialdemocrazia ma nella prima fase si presentava come decisamente ostile alla guerra, e che in effetti in questo clima ha perso voti ed è stata cancellata dal parlamento). La Francia è d’altra parte, in continuità con la tradizione gollista, interessata a un forte esercito europeo, che alimenti la sua industria bellica anziché andare a beneficio di quella statunitense:

Quanto alle cause delle molte sconfitte della rivoluzione palestinese, mi era capitato di rado di sentire un argomento così aberrante come quello portato da De Palma, che la attribuisce alla scelta della lotta armata. Casomai si deve alla opportunistica decisione dell’OLP di Arafat (nel 1970 in Giordania e nel 1975-1976 nel Libano) di “non interferire nelle vicende interne di quei paesi”, in cui invece i palestinesi finirono ugualmente per essere coinvolti, ma alle condizioni e nei tempi scelti dal nemico. Se si fosse usato questo criterio della non ingerenza negli affari di altri Stati, i garibaldini e lo stesso Piemonte non avrebbero portato a termine l’Unità d’Italia. Anche su questo ho scritto diversi libri, e curato la pubblicazione di quelli di altri autori, arabi e israeliani, che mi piacerebbe fossero discussi invece di essere ignorati da compagni che poi finiscono per ripetere le argomentazioni del “buon senso comune” alimentate dai mass media.

Mi sembra poi che il compagno De Palma sottovaluti l’effetto su una possibile conclusione positiva di questa guerra (anche nel senso di una dissuasione nei confronti di chi prepara nuovi attacchi ad altri “Stati canaglia”) del moltiplicarsi dell’insicurezza dei militari USA, britannici e italiani, sotto i colpi di una guerriglia ancora disorganizzata ma già efficace. E mi dispiace scoprire che parecchi altri dirigenti del PRC la pensano come lui, e hanno subito le pressioni del clima di isterismo nazionalista scatenato dopo Nassiriya partecipando - senza potersi dissociare visibilmente - a varie iniziative discutibili: i funerali di Stato degli “eroi di Nassiriya” (altra cosa sarebbe stata una visita a tutte le famiglie dei caduti); le iniziative confederali “contro il terrorismo” a cui partecipavano i due poli...

Ma questa è un’altra questione, che forse non dipende tanto da un’analisi sbagliata della situazione, quanto dalla decisione di approdare comunque, a ogni costo, a un’intesa politica nazionale con un centro sinistra che su questo terreno ha dato non solo l’ennesima prova di complicità con il governo, ma che ha molti suoi esponenti da tempo organicamente legati all’imperialismo italiano. (7/12/2003)