Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tutti uniti, tutti insieme?

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Tutti uniti, tutti insieme…

Le vicende, non nuove purtroppo, che stanno mettendo a rischio la presentazione elettorale alternativa al centrosinistra promossa dapprima da ALBA e da “Cambiare si può”, e in cui si sono inserite poi le componenti “arancioni” che hanno cominciato ad alterarne il senso, considerando superflue le delimitazioni rispetto al PD, mi ha spinto a rivisitare il bilancio di altre esperienze unitarie fallite o deviate rispetto al progetto originario. Alcune recenti, altre che devono apparire “preistoriche” per i molti giovani compagni che si sono mobilitati in questi mesi: in particolare quella delle elezioni del 1972, in cui emerse un milione di voti alla sinistra del PCI, dato non insignificante, anche se disperso in quattro liste e distribuito in modo ineguale a livello geografico, per cui perfino il partito che ottenne più voti, il PSIUP, rimase senza rappresentanza. Dopo quelle elezioni gran parte delle forze alla sinistra del PCI cominciarono una rozza autocritica consistente spesso nel buttare il bambino e tenere l’acqua sporca.

Ho deciso quindi di riproporre un articolo, il primo in assoluto scritto per il sito, che faceva un bilancio di quelle esperienze. Dato che era stato molto letto, ne riproduco qui solo alcune parti, ma chi vuole – magari per rileggerlo oggi alla luce della nuova esperienza del tentativo di trovare una nuova forma di unità- lo trova facilmente così: Tutti uniti, tutti insieme... Scusa, ma quello non è il padrone?.

Tutti uniti, tutti insieme...Scusa, ma quello non è il padrone?

Beh, certo, perché no? In fondo l'avevamo proposto noi stessi di Sinistra critica, tante volte: certo nel 2008, prima di essere costretti a presentarci da soli in fretta e furia, con un simbolo improvvisato in una settimana e un nome che andava bene come area interna al PRC ma era meno efficace all'esterno. E l'avevamo riproposto per le europee, partecipando anche a diversi incontri con lo stesso PRC, senza esito.

Ma poi capiamo subito che parliamo di due cose diverse. La maggior parte dei compagni del PRC che incontriamo, ci dicono di voler mettere insieme tutta la sinistra, ma quando poniamo l'unica condizione di non appoggiare una maggioranza col PD, l'IDV e simili, rimangono stupiti. Durante gli incontri col PRC per un'eventuale presentazione comune, erano sorpresi che ponessimo il problema dell'apparentamento con Penati o con altri personaggi del genere. Che c'entra, ci dicono, noi facciamo l'accordo per le europee, per il resto poi vediamo... a seconda delle situazioni...

Si direbbe che i confini della sinistra siano molto ampi, per loro, e che non capiscano ancora che a fare alleanze con esponenti padronali non si fa che sprofondare più in basso e perdere ogni credibilità.

In ogni caso tentiamo, con pazienza, di ricordare che non un secolo fa, ma alle politiche del 2008 la lista dell'Arcobaleno aveva messo insieme praticamente tutti quelli che il PD aveva rifiutato, e il risultato era stato veramente penoso. Anche un anno prima, il 9 giugno 2007, il rifiuto di manifestare con presunti estremisti (come noi...) contro Bush, in una mobilitazione che era contro la guerra, ma inevitabilmente anche contro il governo Prodi che alle "guerre di Bush" collaborava con zelo, per fare un'unità di sigle eterogenee su parole d'ordine inevitabilmente ambigue e reticenti, aveva dato già risultati premonitori: la manifestazione "unitaria" di partiti e organizzazioni della sinistra governativa, aveva quasi più sigle che persone, in una grigia e triste adunata di ceto politico in piazza del Popolo, mentre quella "alternativa" e combattiva riempiva di molte decine di migliaia di persone le strade di Roma.

Ma di esperienze del genere ce ne sono state tantissime negli ultimi decenni: l'unità, esaltata come bene supremo dal PCI, era servita dapprima nel 1944-1947 per frenare le aspirazioni della maggior parte dei protagonisti della resistenza al fascismo, e per far sperperare il grande potenziale di lotta che si era manifestato clamorosamente a partire dagli scioperi del marzo 1943. Bisognava restare uniti... con il re prima, poi con la DC e i liberali... Così quella prima esperienza di unità interclassista si era conclusa con un bilancio fallimentare. Su cui però si è sempre taciuto nelle rievocazioni retoriche e nostagiche…

Poi dopo gli anni della sconfitta e del "miracolo economico" sulla pelle dei lavoratori, negli anni Sessanta, anche per effetto del contesto internazionale mutato per la vittoria della grande (anche se lontana) rivoluzione cinese, e di quella cubana (la prima in un paese occidentale "così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti"), e più in generale per i riflessi della grande ondata di decolonizzazione, dal Congo all'Algeria, al Vietnam, era emersa una nuova generazione meno sensibile alle proposte di unità interclassista, che aveva avuto un ruolo da protagonista nelle lotte studentesche e operaie, e nella trasformazione del sindacato a partire dai consigli di fabbrica e da altri strumenti di unità di classe e dal basso.

Senza l'emergere di questa nuova generazione sarebbe stata impossibile l'ondata operaia del 1969. Ma come aveva già tragicamente sperimentato a sue spese la grande Rosa Luxemburg, non è possibile improvvisare in extremis lo strumento indispensabile a uno sbocco positivo delle lotta, un partito rivoluzionario ben radicato tra le masse.

Così errori soggettivi, ingenuità, conflitti settari tra i primi raggruppamenti alla sinistra del PCI, con la conseguente incapacità di proporre credibilmente ad esso un fronte unico proletario, hanno permesso alla burocrazia un recupero (facilitato dalla gestione delle confederazioni affidata in quegli anni alle sinistre sindacali, i Trentin e Garavini per la CGIL, Carniti per la CISL, Benvenuto per la UIL). Per la ricostruzione di quel periodo rinvio a diversi scritti presenti in questo sito, come  La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerraoIl PCI al bivio, ma credo sia utile ricordare un'altra esperienza che può insegnarci molto in questa fase.

Le formazioni sorte alla sinistra del PCI (e del PSI, ovviamente), pur essendo cresciute notevolmente in quegli anni di mobilitazioni, avevano mostrato scarsa attenzione alle prime elezioni successive alla prima fase di grandi lotte, le regionali del 1970, in cui lo stesso PCI aveva avuto un risultato non entusiasmante. Ma la situazione politica aveva cominciato poi a deteriorarsi, e nel 1972, nel quadro di un ripensamento sulle semplificazioni estremiste di due o tre anni prima, si era aperto un forte dibattito nella "nuova sinistra". Va detto che l'estremismo vero o presunto veniva superato fin troppo: ad esempio la maggior parte di coloro che avevano mostrato indifferenza o avevano rifiutato l'esperienza dei consigli dei delegati, ora cominciavano a riscoprire il sindacato, ma non tanto per darvi battaglia, bensì per allinearsi dietro la sinistra sindacale, prodiga di riconoscimenti e di cooptazioni. Ma senza rinunciare al settarismo nei rapporti tra le organizzazioni… E in questo modo avevano affrontato le elezioni politiche del 1972. Per un'informazione su quella scadenza elettorale, rinvio al testo integrale di questo articolo, in cui è inserita una scheda tratta dall’autobiografia di Livio Maitan, che si trova più o meno a metà dell’articolo:  Tutti uniti, tutti insieme... Scusa, ma quello non è il padrone?

Naturalmente rinvio anche all’ultima parte del mio articolo, che spiegava meglio per chi non lo aveva vissuto, quel momento. Maitan accennava ad esempio che in quelle elezioni, saremmo stati, per parte nostra, “favorevoli a una lista comune dell’estrema sinistra. Senonché altre organizzazioni ponevano condizioni difficilmente compatibili con questa scelta, e la stessa proposta del Manifesto cadeva nel vuoto, con il prevalere di posizioni astensionistiche (alcuni, come Mario Capanna, invitavano invece a votare per il PCI). I risultati erano senz’altro deludenti: in mancanza del quorum (secondo la legge di allora, era necessario almeno in un collegio) nessun candidato veniva eletto e Valpreda restava in carcere”. Io aggiungevo:

Perché penso che quell'esperienza del 1972 possa insegnarci qualcosa? Prima di tutto perché il risultato negativo era dovuto in primo luogo a un settarismo reciproco e al rifiuto di una convergenza tra gruppi che avevano idee e programmi molto simili: tutti erano ancora maoisti, più o meno sofisticati, tutti con concezioni del sindacato oscillanti tra il rifiuto estremista con la creazione di strumentini "cinghia di trasmissione" e l'adattamento opportunista alla sinistra sindacale riformista. Il Manifesto voleva utilizzare quel voto per affermare la propria egemonia sull'arcipelago dei gruppi, e anche per piegare le resistenze astensioniste di molti suoi militanti, attraendoli con la prospettiva settaria di un'affermazione egemonica nei confronti degli odiati rivali. I quali, a loro volta, compresi alcuni dei gruppi che avevano manifestato inizialmente la disponibilità a trattare per la formazione di una lista comune, risposero all'unilateralismo del gruppo dirigente del Manifesto approdando all'astensionismo attivo, o al voto al PCI.

E c'è un'altra analogia: anche se divisi, in parte per ragioni poco comprensibili (tanto è vero che pezzi significativo di tre delle formazioni presenti, PSIUP, Manifesto e l'MPL, nato come proiezione politica di un settore radicalizzato delle ACLI, si sarebbero uniti nel PDUP, appena superata la crisi postelettorale), i risultati complessivi delle formazioni che si presentarono a quelle elezioni non erano insignificanti. Se si sommano i voti del PSIUP (648.763), del Manifesto (224.288), del MPL (120.061), risulta che quasi un milione di elettori (per l'esattezza 993.112, che diventavano 1.078.950 se si aggiungevano anche i voti del PCIml) avevano appoggiato liste alla sinistra del PCI. Nessun deputato era stato eletto, data la legge elettorale che imponeva il raggiungimento del quorum pieno  in almeno una circoscrizione, ma era pur sempre un buon punto di partenza... Invece ci fu il panico, il PSIUP si sciolse e molti suoi dirigenti e militanti confluirono nel PCI, insieme a discreti spezzoni delle altre formazioni. Ci vollero diversi anni per ritrovare la strada per ripartire (salvo fare in parte gli stessi errori...)

Conclusioni

Per questo in questo momento difficile, in cui le manovre “poco alternative” di alcuni che hanno occupato lo spazio mediatico a nome nostro, si chiamino De Magistris o Ingroia, o peggio ancora Di Pietro, rischiano di snaturare prima e poi di far fallire l’impresa o di renderla del tutto insignificante ai fini della ricostruzione di una sinistra capace di agire in modo indipendente, mi è parso utile ricordare quell’esperienza, che provocò subito dopo un riflusso di tanti compagni che si erano illusi, e che accettarono rassegnati l’esistente o abbandonarono per sempre l’impegno politico. Molto più importante capire che, come scrive Andrea Ricci in Rovesciare la tavola…, il dibattito che si sta sviluppando è interessante più che per il suo contenuto, per la ripresa di un contatto tra di noi, che mancava da anni. (a.m. 20/12/12)