Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il muro e la Stasi

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C’era una volta la DDR

 

Una studiosa australiana della cultura tedesca ha scritto un libro singolare e avvincente, a metà tra l’inchiesta sulla polizia segreta Stasi (abbreviazione di Staatssicherheit, Sicurezza dello Stato)e la testimonianza diretta della sua scoperta delle ferite lasciate dal regime stalinista della Repubblica Democratica Tedesca (RDT, in tedesco DDR). Arrivata a Berlino e a Lipsia per la prima volta appena cinque anni dopo la caduta del muro, Anna Funder ha seguito dapprima le vicende di alcune delle vittime della repressione, di cui è diventata amica, lasciandosi poi coinvolgere fino al punto di ricercare le tracce di alcuni esponenti del principale strumento del regime.

“La Stasi era l’esercito interno con cui il governo manteneva il controllo. Suo compito era sapere tutto di tutti, usando ogni mezzo. Sapeva chi erano quelli che venivano a farti visita, sapevano a chi avevi telefonato, sapeva se tua moglie ti metteva le corna. Era una burocrazia metastatizzata in tutta la società tedesco orientale: allo scoperto o al coperto, c’era dovunque qualcuno che riferiva alla Stasi su parenti e amici, in ogni scuola, ogni fabbrica, ogni caseggiato, ogni bar.”

La Funder osserva che tuttavia, ossessionata dai dettagli, la Stasi fallì clamorosamente nel prevedere la fine del regime, e fu “rovesciata come un calzino” tra il 1989 e il 1990: “un giorno organizzazione di spie staliniste, il giorno dopo museo.

Di musei anzi ce n’è più di uno, negli edifici adibiti ad archivi, prigioni, ecc. Una dura lotta ha impegnato le vittime per poter accedere agli enormi archivi, che in quarant’anni avevano raccolto “l’equivalente di tutti documenti della storia tedesca a partire dal Medioevo”. Disposti uno accanto all’altro i fascicoli che la Stasi teneva sui suoi concittadini, avrebbero formato una fila di 180 chilometri.

Le difficoltà cominciarono dalla distruzione affrettata di molti fascicoli negli ultimi giorni (ma non bastarono le macchine tritadocumenti, né i camini, e molti documenti stracciati manualmente in decine di pezzi furono trovati raccolti in sacchi, e dopo alcune esitazioni affidati a un centro per la ricostruzione dei puzzle a Norimberga. In un promemoria fornito alla Funder risulta che per ricostruire i documenti portati lì, 40 addetti impiegherebbero 375 anni. In realtà nel centro lavorano solo 31 addetti…(p. 232)

Ma i primi ostacoli sono stati frapposti dalle autorità della Repubblica federale, che aveva deciso di utilizzare parte del personale della Stasi, e anche di nascondere le molte complicità nella repressione, ad esempio dei funzionari che negli anni immediatamente precedenti il 1989 erano stati incaricati di acquistare la libertà di alcuni “fortunati” detenuti, e che avevano usato criteri non sempre limpidi e al di sopra di ogni sospetto per scegliere.

La parte più interessante del libro riguarda i colloqui con alcuni esponenti della Stasi, a volte identificati attraverso canali informali, in altri contattati con un annuncio su un quotidiano di Potsdam (“Cerco per interviste ex funzionari e collaboratori non ufficiali della Stasi. Pubblicazione in inglese, si garantiscono anonimato e discrezione”). Alcuni rifiutano subito, una volta saputo che non è previsto un compenso, altri minacciano, o ridicolmente le porgono vecchi opuscoli ufficiali e perfino una copia del “Manifesto dei comunisti”, ma altri hanno accettato di parlare. C’è di tutto. D’altra parte bisogna tener conto che “nel Terzo Reich hitleriano c’era un agente della Gestapo ogni 2.000 cittadini, e nell’URSS di Stalin un agente del KGB ogni 6.000 persone circa”. Invece nella DDR c’era un agente o informatore della Stasi ogni 63 persone, e se si aggiungono gli informatori part-time o occasionali “alcune stime portano la percentuale a un informatore ogni 6,5 cittadini”. C’era da scegliere.

Comunque un apparato simile non è servito a niente. Anzi!

Paradossalmente proprio l’eccesso di reclutamento di confidenti, non particolarmente entusiasti e anzi sottoposti a ricatti di vario genere (e in genere anche mal retribuiti) rendeva inefficace il meccanismo. La Finder ha trovato ad esempio in un fascicolo del 1989 un rapporto di un giovane tenente che “avvertiva i suoi superiori che nei gruppi di opposizione della chiesa c’erano così tanti informatori che le loro manifestazioni apparivano molto più forti di quanto fossero in realtà” (p. 173).

Su questa “ironia della sorte” (“avendo gonfiato le fila dell’opposizione, la Stasi stava dando alla gente il coraggio di continuare a dimostrare contro di essa”) dovrebbero riflettere tutti i nostalgici del “socialismo reale” e anche quei sostenitori acritici del regime cubano che riferiscono compiaciuti le notizie della presenza in tutti i gruppi di oppositori di agenti infiltrati della Seguridad (l’organismo cubano creato con la consulenza degli stessi “specialisti” che avevano organizzato la Stasi e gli altri organismi dello stesso genere, tutti alla fine ugualmente inefficaci, presenti dalla Romania alla Polonia all’Albania…).

Questa comunque non è una novità: era emersa subito dopo il crollo del muro, quando molti militanti dell’opposizione e anche noti scrittori risultarono presenti in quegli elenchi di collaboratori della Stasi che non erano stati distrutti in tempo. Perfino la Tavola Rotonda (Runden Tisch, il consorzio di attivisti di destra e di gruppi clericali con cui il regime agonizzante cercò di negoziare la propria sopravvivenza) era piena di informatori della Stasi: “Ciononostante, quando alla sua prima assemblea, il 7 dicembre 1989, il Runden Tisch approvò una risoluzione in cui chiedeva che fossero indette libere elezioni e che la Stasi venisse sciolta sotto il controllo dei civili, la maggior parte degli informatori votarono a favore”. Anna Funder ritiene che la ragione principale fosse la preoccupazione di “mantenere la copertura” ma non è da escludere che una parte dei collaboratori della Stasi, arruolati per costrizione o necessità, votassero con piacere quelle misure (p. 65).

Nei musei costruiti nelle ex sedi della Stasi la Finder ha trovato di tutto, da un’esposizione di oggetti particolari (macchine fotografiche o microfoni nascosti in una borsa, in un vaso da fiori, un thermos, una giacca a vento, ecc. ) fino a informazioni su tecniche di controllo di dissidenti basate sull’irradiazione di oggetti (dai manoscritti agli abiti, dalle scarpe alle auto) per risalire ai destinatari dei manoscritti e ai contatti dei sospetti. Secondo lei la morte per rare forme di tumore di Rudolf Bahro, Jürgen Fuchs e altri scrittori sarebbe dovuta all’uso di queste tecniche. Anche se “non era stata trovata alcuna prova che le radiazioni fossero usate per uccidere”, risultò comunque che “erano state impiegate con incosciente disinteresse per la salute della gente”. (p. 66 e 168)

La Funder descrive poi, in base a testimonianze dirette, le terapie che avevano mantenuto in vita a lungo la leadership più anziana del mondo (i “marxisten senilisten”) con massicce dosi di ossigeno, iniezioni di cellule di pecora, ecc. Ma non c’è in questo molta differenza con quel che accadeva nell’URSS di  Breznev o nella Cina di Deng (p. 58).

Lo stesso si può dire a proposito dei palazzi dipinti a metà, lasciando in cemento scoperto quel che non era visibile dal retro della limousine dei capi (“non avevano abbastanza pittura per arrivare fino in cima”). Ma neppure questo inganno o autoinganno dei capi era una prerogativa della sola DDR(p. 164).

Casomai è veramente inedita la storia di Hagen Koch, che era diventato il cartografo ufficiale del capo della Stasi Erich Mielke dal momento in cui si decise il tracciato del muro. Aveva tuttavia subito ricatti e umiliazioni, comprese interferenze nella sua vita privata, e aveva accumulato un vero odio verso i superiori. Nel 1985, esasperato perché gli avevano negato la possibilità di partecipare ai funerali del padre a cui era presente con un permesso la sorella emigrata in occidente, chiese e sorprendentemente ottenne di lasciare la Stasi passando all’esercito. Portò con sé una banale targa in plastica che elogiava il lavoro culturale svolto dalla sua unità. L’aveva nascosta e aveva negato di averla presa. Nel 1989 la tirò fuori dal nascondiglio e l’affisse nel suo studio, come un ingenuo trofeo. Nel 1993 aveva rilasciato un’intervista in cui aveva spiegato cos’era la targa al cameraman che la voleva staccare perché disturbava con i riflessi la cinepresa. Due giorni dopo si presentarono due uomini della Treuhand (l’organismo preposto alla svendita delle imprese statali tedesco-orientali ai privati) che lo accusarono di furto. Dopo lunga trafila, si scoprì che per lo scarso valore della targa (16 marchi!) il “furto” era caduto in prescrizione, ma fu ugualmente denunciato per la falsa testimonianza resa ai dirigenti della Stasi. Dichiarando di non sapere dove fosse la targa aveva commesso “un reato contro la legge in vigore nella DDR”, ed era “responsabilità della nuova Germania assicurare il perseguimento dei reati commessi nella ex DDR” (pp. 157-159). In realtà si tentava di colpirlo per aver vuotato il sacco davanti alla televisione.

La Funder ha trovato anche conferme sull’esistenza di un’associazione (“Insiderkomitee” per il riesame della storia del ministero della Sicurezza dello Stato, è il suo lungo nome) formata da ex dirigenti della Stasi che “lottano contro la denigrazione”, a volte con metodi violenti e intimidatori.

Il libro si legge bene anche per le tante bellissime storie personali, piene di tragedie, di contraddizioni, di complessi di colpa, di ingenuità, ma anche di Östalgie, nostalgia dell’Est, cioè del passato. Anche tra chi in quel passato ha tanto sofferto. Un libro che si può leggere come un romanzo, ma che purtroppo non è un romanzo…

 

Anna Funder, C’era una volta la DDR, Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 256, € 15

 

12 aprile 2005

Antonio Moscato

 



Tags: Stasi  DDR  muro di Berlino