Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Riflessioni a sinistra

E-mail Stampa PDF

Riflessioni a sinistra

 

Ho segnalato nell’articolo precedente sull’Ecuador (A lezione dall’Ecuador) quanto si potrebbe imparare qui in Italia dal metodo trasparente usato in quel paese per arrivare a definire candidature e  programmi elettorali. Ma vorrei segnalare un'altra cosa su cui riflettere: è possibile confrontarsi senza lacerazioni anche in presenza di ipotesi diverse nella stessa organizzazione. Ad esempio in Sinistra Critica pochi mesi fa c’era stato un congresso appassionato, conclusosi con un risultato di parità tra le due posizioni espresse nei documenti. Tutto il dibattito era stato pubblicato sul sito di Sinistra Critica.

In questa fase era stato difficile organizzare come di consueto un solo seminario invernale, come gli altri anni, e ce ne sono stati invece due a distanza di una settimana, che riflettevano sia diverse aree geografiche, sia e soprattutto gli orientamenti congressuali. Diversi, ma non chiusi, e non senza possibilità di scambi proficui.

Un esempio: inserirò presto vari materiali dal seminario a cui ho partecipato in questo fine settimana, tra cui una mia relazione su alcuni aspetti di un possibile programma anticapitalistico, e in particolare su nazionalizzazioni, controllo dal basso, ecc., che sto risistemando e sarà pronta tra pochi giorni, ma intanto riprendo volentieri dall’altro seminario una relazione di Lidia Cirillo che ho trovato utile e stimolante, soprattutto nelle indicazioni per un itinerario di autoformazione. Ho tagliato solo la parte conclusiva, più legata a problemi di organizzazione interna e della stampa, che è meno interessante per i visitatori del mio sito. (a.m. 14/1/13)

 

CHI UCCIDERA' IL CAPITALISMO?

 

di Lidia Cirillo

 

Il romanzo del giovane scrittore statunitense Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata” racconta il viaggio di tre persone, la cui vita insensata acquista un senso quando tutti e tre incontrano il proprio passato. Uno dei tre soltanto, un ebreo americano giunto in Ucraina alla ricerca di qualcuno, gli va incontro consapevolmente. Gli altri due semplicemente accompagnano il turista attraverso un paese, che sembra anch'esso privo di una memoria capace di spiegare il presente. Alla fine del viaggio scopriranno entrambi che il passato del loro cliente è anche il proprio. Il titolo infatti è solo la metà di un pensiero del protagonista: ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.  Quando ho dovuto dare un titolo al mio contributo al congresso, senza troppo pensare, mi è venuta in mente l'analogia. Forse per acquisire un senso la vita di Sinistra Critica ha bisogno anch'essa di un po' di quella luce.

Sono naturalmente avvertita sull'errore di considerare la memoria come custode della verità e del suo carattere di costruzione interessata, selettiva ed emotiva. Devo constatare però che coloro che ne hanno criticato il mito, hanno potuto decostruire le false memorie solo facendo appello a qualcosa di più vero celato dietro le mistificazioni.  Non so se sia proponibile il luogo comune per cui chi non ha memoria del passato si condanna a ripeterne gli errori. So invece per certo che la costruzione della memoria è una funzione della costruzione di senso, senza la quale anche un'esistenza politica è insensata come la vita del più anziano dei protagonisti del romanzo di Foer. Ci vede benissimo ma è convinto di essere cieco, perché non può più vedere il suo passato, cancellato da un evento traumatico. Alla fine del viaggio un incontro gli ricorderà che lui, vecchio ucraino antisemita, è in realtà un ebreo sfuggito al massacro nazista in un villaggio poi raso al suolo.

Per altro è evidente che la memoria è una posta in gioco dei conflitti ideologici che accompagnano il conflitto sociale e gli danno significato. Nel 1989 le celebrazioni dei 200 anni della rivoluzione francese fu caratterizzata dal paradosso per cui un coro di intellettuali, media, partiti si levò contro l'evento di cui si stavano festeggiando in gran pompa i due secoli. La rivoluzione del 1789, in cui comunque sono nati inno nazionale e bandiera, cari alle forze politiche conservatrici, fu additata come la causa di ogni male e l'inizio di ogni illusione distruttrice. Chi maneggia il potere non sottovaluta la memoria e non esita quindi, se serve, a negare anche la propria. Sul negazionismo si fondano l'ascesa in Europa dell'estrema destra e l'influenza stalinista in ambiti giovanili, che potrebbero invece interessarci.

 

 

Rielaborare il passato, perché serva a un'operazione di costruzione di senso, non è cosa facile. Alcuni scambi di battute in riunioni o sulla lista che ha preparato il seminario sono stati troppo brevi perché ci si potesse fare un'idea dei rispettivi umori. Senza polemizzare perciò per ora con nessun* spiego gli approcci che mi sembrerebbero inadeguati. Non credo per esempio che il nostro compito sia di rimettere in discussione Trotskji o di chiederci se il “trotskismo” ci serva. La prima ragione è che i problemi di Sinistra Critica non derivano certo  da una presunta ortodossia. Ha finito col prevalere infatti in questi anni una prassi empirica, sottoposta soprattutto alla pressione  di preoccupazioni tattiche e organizzative, influenzata da subculture altre, a cominciare da quelle importate dal PRC. Così per esempio si spiega la reazione alla proposta di cancellazione del simbolo, più da base del vecchio Partito comunista che da organizzazione marxista rivoluzionaria.

L'ortodossia non è causa ma effetto: della pigrizia intellettuale, della sottovalutazione della capacità di coesione di un pensiero forte, dell'incomprensione che in certi momenti esso può rappresentare la principale attrattiva.

La seconda ragione è che la rimessa in discussione di Trotskij, a quel che mi risulta, rappresenta da tempo uno degli sport preferiti dai “trotskisti” da Deutscher a Bensaid, perfino ad Aldo Bronzo, che pure ha votato per gli emendamenti e che nella sua ponderosa e pregevole opera sul Partito comunista cinese critica i gravi limiti dell'approccio di Trotskij alla rivoluzione maoista. Ad altri che meritoriamente non hanno né venerato né imbalsamato.

Inoltre riterrei poco funzionale alla costruzione di qualcosa che al pubblico giovanile, a cui di preferenza ci rivolgiamo, vengano comunicate le critiche prima che abbiano un'idea sia pure vaga del valore della battaglia dell'opposizione di sinistra allo stalinismo. Ogni identità ha la sua storia e ogni storia ha le sue genealogie, i suoi eroi e le sue eroine, anzi i suoi “arcangeli” come li chiama Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di biografie.   Non si tratta di costruire miti, ma solo dare a Cesare quel che è di Cesare: Trotskij è stato un grande rivoluzionario, un teorico e un critico letterario di valore, un individuo dotato di un coraggio da leone e il protagonista di una delle storie più drammatiche del Novecento. Come capita in modo particolare a quelli che hanno la pretesa di cambiare il mondo, il suo contributo non è stato privo di errori, ritardi e inconcludenze. Dovremmo perciò lasciare Trotskij dove lo abbiamo messo insieme a molti altri, nel Pantheon dei rivoluzionari del Novecento, chiudendo una tormentata storia che non abbiamo alcun interesse a riaprire, provocando forse divisioni al nostro stesso interno.

 

La proposta non contraddice le considerazioni con cui ho aperto la mia relazione, ma ne chiarisce il significato. Sarebbe davvero l'inizio della fine, se la nostra discussione si trasformasse in una specie di regolamento di conti della parte della vecchia generazione legata alla Quarta con le proprie credenze e le proprie disillusioni. Si tratta invece di rielaborare il senso complessivo della storia del movimento operaio del Novecento e di tradurne una prima approssimazione in termini semplici. In questa logica e quando uno specifico discorso per essere coerente e veritiero lo richieda, esercitarsi poi in tutte le critiche, autocritiche e furori iconoclasti necessari.

La vicenda del marxismo rivoluzionario e della Quarta Internazionale è meno lineare di quel che si crede. I “tre tradimenti della tradizione” di Felice sono giochi da bambini, se paragonati alla realtà. Nell'accezione di Felice la parola “tradimento” cambia provocatoriamente segno e indica intuizione e scelte in contraddizione con paradigmi, aspettative e comportamenti precedenti. La rivoluzione russa del 1917 tradisce i fondamenti dell'ipotesi di lavoro dei bolscevichi, la rivoluzione cinese tradisce quella russa e la rivoluzione cubana tradisce entrambe. Ma questo discorso vale anche per la Quarta Internazionale. Basti pensare alla riflessione autocritica seguita alla rivoluzione cinese del 1949; al passo indietro rispetto alla fondazione della Quarta rappresentato dall'entrismo; al forte accento (per nulla tradizionale rispetto alle principali preoccupazioni di Trotskij) messo sulle rivoluzioni anti-coloniali con il ruolo svolto in Algeria e più tardi con gli scritti di Lowy sul nazionalismo; all'assoluta internità al femminismo e all'apertura del terreno di ricerca e di lotta ecologista. Tutto questo ovviamente tra errori e illusioni, ma non è questo che conta; quel che conta è che le rivendicazioni di continuità non vanno mai prese alla lettera, sono spesso strategie di sopravvivenza con funzioni di rassicurazione.

Se volessimo tracciare le linee del milieu in cui molt* di noi continuano a militare, potremmo farlo solo per approssimazioni successive, corrispondenti con mutazioni e rotture. Bisognerebbe riferirsi in prima approssimazione a un'area di intellettuali militanti e di raggruppamenti politici che ha guardato alla rivoluzione del 1917 come a un evento liberatorio, ma ne ha poi criticato l'involuzione burocratica, conservatrice e dispotica.

Questa definizione non è tuttavia sufficiente, perché include una realtà marginale e di ridotte dimensioni, ma ricca di pratiche e vulgate diverse. L'alta concentrazione di discorsi in conflitto tra loro rivela la presenza di una percentuale eccedente di intellettuali, ciascuno con le proprie aspirazioni di maitre à penser e con i propri moventi narcisistici.

Il milieu di cui parlo, si distingue dall'area più ampia del marxismo rivoluzionario perché ha ingaggiato da subito un corpo a corpo con lo stalinismo, vivendo per intero una vicenda tragica e complessa e di ogni periodo facendo bilanci in gran parte corretti. L'operaismo per esempio nasce in Italia con un peccato originale forse psicologico, prima ancora che politico,  cioè con la rimozione della vicenda successiva al 1917. Il conflitto tra stalinismo ed opposizione di sinistra viene ridotto quasi a una bega interna al movimento operaio. Nessuno lo teorizza ovviamente, ma i pochi accenni alla storia del Novecento sembrano avere più o meno questa logica. Lo sguardo si sposta sulla struttura, sull'innovazione tecnologica e sull'organizzazione del lavoro. Anche giustamente in quel contesto e in quel clima culturale, ma con la separazione dagli altri di un elemento della realtà che da solo non dà ragione dei conflitti sociali.

Il milieu si distingue inoltre da se stesso perché acquisisce a un certo punto nelle proprie riflessioni e nelle proprie pratiche la coscienza dei limiti di mummificazione e insettarimento, legati a una marginalità troppo prolungata. Anche la presenza viva e attiva nelle lotte del '68 e degli anni successivi necessariamente produce una serie di piccole fratture, perché i movimenti hanno bisogni e linguaggi propri che penetrano nel corpo dell'organizzazione, lo colonizzano e lo trasformano. Basti pensare al fenomeno, apparentemente secondario, della sessuazione del discorso e dell'asterisco che sospende la possibilità di identificazione sessuale, secondo i desideri delle persone LGBTQ. Queste abitudini sono rivelatrici di presenze autorevoli in un corpo politico organizzato e vengono immediatamente sospese, quando non ci sono più, anche per la difficoltà a renderlo compatibile con una prosa scorrevole. Per quel che mi riguarda le riduco al minimo e con una funzione di lampeggiatore, il cui messaggio appunto è quello della presenza di politiche femministe e LGBTQ.

 

Rielaborare il passato, perché davvero serva a un'operazione di costruzione di senso, presuppone ovviamente la sua conoscenza, assai meno diffusa del minimo indispensabile.

 Non si tratta di aprire un cantiere di studi storici, anche se la rivista potrebbe avere una sezione sul tema. Il problema politico immediato è quello di rivolgergli le domande giuste. Per esempio la relazione tra auto-organizzazione, partito e Stato – che è uno dei nodi delle rivoluzioni operaie – deve essere adeguatamente inquadrato, se si vuole che a noi giunga quel tanto o quel poco di luce.

Sull'auto-organizzazione dalla Comune in poi è fondata la possibilità del lavoro salariato di esercitare il potere; essa rappresenta cioè la struttura di base del nuovo Stato operaio. L'ipotesi di un'organizzazione economica e sociale senza Stato, che viene talvolta da ambienti dell'antagonismo, si fonda sull'equivoco di pensare uno Stato sul modello di quello borghese o burocratico. Il marxismo rivoluzionario ne ha un'immagine diversa. L'idea non vive in maniera lineare nel XIX e XX secolo e in una certa misura questo la rende più interessante perché il pensiero ogni volta la recupera dall'esperienza concreta della lotta di classe. Trotskij la riprende con lucide formulazioni nel 1905, Lenin nel periodo tra il febbraio e l'ottobre 1917, la Quarta Internazionale ne fa il tratto distintivo della propria idea di democrazia socialista.

La morte dei soviet come forma dell'auto-organizzazione è da attribuire al partito? E' una spiegazione che non spiega, perché in parte almeno rovescia i nessi di causa ed effetto. Le spinte alla burocratizzazione connaturate ai partiti operai trovano il sostegno nella debolezza dell'auto-organizzazione, oltre che nella drammaticità della situazione dell'URSS a un passo dal crollo per la guerra civile, la crisi economica, la carenza di tecnici ed esperti.

Non basta ricordare i limiti del partito perché la medaglia ha due facce e auto-organizzazione e partito sono un binomio inscindibile nelle dinamiche rivoluzionarie del secolo scorso.  La domanda giusta non riguarda quindi un'auto-organizzazione sottovalutata, ignorata o ridotta a procedura. Ringrazio Felice di avermi fornito la citazione per ricordare una discussione del 1977 sulla possibilità di renderla permanente. Ma l'auto-organizzazione permanente non viene scoperta nel 1977: ripeto, essa è il fondamento su cui si basa l'ipotesi di un possibile esercizio del potere da parte di una classe subalterna. E' che di fronte alla verifica dell'eccezionalità e della transitorietà dell'auto-organizzazione, ci si interroga sulle condizioni necessarie alla sua permanenza. Ricordo, non so se in quella discussione o in altre, che Mandel parlò dell'esigenza di una fase di esercizio al potere, aprendo consapevolmente il problema di chi sarebbe stato il pedagogo. Per quel che mi riguarda penso che la domanda  posta negli stessi termini del '77 non abbia risposta e che porla quindi oggi sia deviante o allunghi il percorso di una riflessione che ha tempi stretti per la nostra condizione e per il contesto di crisi economica e politica.  Il problema (come ho cercato di dire nel mio contributo al congresso) è che la vicenda del Novecento, vissuta dall'angolo di visuale delle aspettative rivoluzionarie, risolve negativamente interrogativi che avevano un senso il secolo scorso.

Nell'ultima delle sue polemiche, quella raccolta nel libro “In difesa del marxismo”, Trotskij accetta lucidamente la possibilità per lui astratta, ma formulabile sul piano teorico, che la classe operaia non disponga della necessaria autonomia per prendere nelle proprie mani il potere. L'ipotesi è astratta perché Trotskij la mette immediatamente da parte nella consapevolezza esplicita che essa cambierebbe molto, anzi dice “tutto” e sotto la pressione di una situazione drammatica, che gli impone problemi di altra natura e preoccupazioni di non accrescere il disorientamento e il disinganno. Si noti che contrariamente a Ferrando e Grisolia Trotskij non crede che il partito possa risolvere il problema dei limiti della coscienza di classe. Se invece lo si crede, allora la storia del Novecento appare necessariamente dominata da forze del tutto irrazionali. Un'area del trotskismo dogmatico e settario di ogni rivoluzione tradita, mancata attesa e non giunta dà sempre la stessa spiegazione, cioè l'assenza del partito rivoluzionario. E quasi sempre questa assenza è attribuita a errori: al pablismo, al centrismo sui generis, all'eterodossia, alla perdita del santo Graal del programma transitorio etc. Al di là del merito, l'idea che le sorti dell'umanità siano affidate alle vicende di un microcosmo, dei suoi umori e dei conflitti tra narcisi maschili che lo dilaniano, è semplicemente demenziale.  Questo modo caricaturale di intendere il rapporto tra partito e coscienza di classe non può essere attribuito alla Quarta né a Mandel e a sua volta Mandel non può essere inchiodato a un libretto concepito per scuole quadri di giovani rivoluzionar* in formazione. Cito la citazione che mi ha fornito Felice  “La classe non può trionfare senza un partito d'avanguardia. Ma il partito d'avanguardia è a sua volta il prodotto della classe, sebbene non solo di essa. Esso può giocare un ruolo solo se ha l'appoggio della parte più attiva della classe. A sua volta senza favorevoli condizioni oggettive né la classe può produrre un tale partito d'avanguardia, né quest'ultimo può condurlo alla vittoria. Infine, senza consapevolezza di questi problemi, nessun partito d'avanguardia sorgerà, anche in condizioni favorevoli, e la possibilità di vittoria per la rivoluzione saranno irrimediabilmente perdute per un lungo periodo.”

 

Se l'interrogativo sulla permanenza si è risolto negativamente , esso va riformulato in termini positivi: chi ucciderà il capitalismo? quale aggregato sociale ha la forza materiale e mentale per realizzare i bisogni qualitativi del prete eretico, del filosofo e dell'intellettuale militante?

Una precisazione è indispensabile. La problematica sollevata dal documento di tesi del congresso, sia pure in maniera inadeguata, non è quella dei “nuovi soggetti”. Già negli anni Settanta mi era capitato di dover osservare che la formulazione era per lo meno impropria, essendo nato il femminismo prima di Karl Marx, i movimenti delle persone omosessuali nella Repubblica di Weimar e quello delle minoranze nazionali in periodi diversi ma comunque lontani.

Gli attori del conflitto sono sempre gli stessi, il capitale e il proletariato, classi dominanti e classi subalterne, coloro che hanno interesse a perpetuare uno stato di cose e quelli che avrebbero invece l'interesse a rovesciarlo ma la loro composizione, i loro rapporti, i contesti storici e geo-politici sono differenti. Naturalmente un*proletari* può essere donna, gay, immigrato ecc. e questa connotazione ulteriore rappresenta un problema politico e apre la tematica delle intersezioni, a cui il documento di tesi appena accenna.

L'interrogativo formulato in termini positivi può essere più o meno questo: una diversa composizione di classe può rendere possibile ciò che non lo è stato nel Novecento?

L'interrogativo formulato in termini positivi può essere più o meno questo: una diversa composizione di classe può rendere possibile ciò che non lo è stato nel Novecento?

Un articolo di Diego Giachetti  sull'ultimo numero del “Ponte” [già sul mio sito col titolo Giachetti. I dilemmi di Trotsky NdR] mi ricorda che Trotskij aveva già impostato il problema nel modo giusto. Sempre nell'ultimo dei suoi scritti, difendendo la possibilità di una rivoluzione, aveva ridefinito il concetto di classe contro ogni facile schematismo “...la classe consiste in vari strati, passa attraverso differenti stadi di sviluppo, viene a trovarsi in diverse condizioni, è soggetta all'influenza di altre classi”.  L'esperienza ha poi dimostrato che stadi di sviluppo, condizioni, rapporti con altre classi sono decisivi nel determinare protagonisti, programmi e forme organizzative. L'incomprensione della rivoluzione maoista deriva proprio dall'aver pensato alle dinamiche dei conflitti in Cina, avendo dinanzi agli occhi il modello di quelle russe, di cui era stato protagonista.  Dalla vicenda cinese viene anche un'altra lezione: non è vero che le sconfitte non possano essere aggirate e che bisogna vincere di nuovo dove si è perso per ricominciare.

Dopo la mortifera sconfitta subita dalla classe operaia, la rivoluzione ricomincia dall'ambiente contadino ed è tutt'altra rivoluzione. 

 

La risposta all'interrogativo “chi ucciderà il capitalismo? “, la più importante lasciataci dagli esiti del conflitto di classe,ovviamente la daranno gli esiti dei conflitti sociali e non a breve termine. A noi non resta che cercare di comprendere meglio la realtà in cui globalizzazione e finanziarizzazione ci hanno gettati. I mutamenti della struttura economica, i processi di proletarizzazione e pauperizzazione di settori attribuiti un tempo al ceto medio e le sconfitte della classe operaia di fabbrica, consegnano alla nostra attenzione un corpo sociale composito e privo di un centro, la cui attività si manifesta con forme di organizzazione e di lotta diverse: vecchie e nuove oppure talmente vecchie da sembrare nuove come le jacqueries delle periferie urbane ad alta densità di immigrazione.  L'attività di Sinistra Critica empiricamente si è già adattata ai moti del corpo sociale e non avrebbe potuto essere diversamente, visto che i suoi militanti ne sono parte. Ma l'incapacità di teorizzare ha abbandonato a se stesso ogni singolo intervento o ha tentato di tenerli insieme con rituali e simboli troppo deboli per resistere alla dispersione.

Non si tratta di idealizzare un bel niente. La tendenza delle lotte ad auto-organizzarsi non deriva solo dalla presenza sulla scena politica di attori più capaci di assolvere i compiti che l'organizzarsi da sé e per sé comporta. In larga misura è l'effetto dell'ultimo stadio dell'involuzione di partiti e sindacati  che produce la frammentazione delle resistenze, l'evaporazione dei movimenti  e le difficoltà di politicizzazione.  Tuttavia contrapporre a questa realtà la forza strutturale e politica della classe operaia di fabbrica del Novecento è semplicemente grottesco. Come se potessimo scegliere o avessimo il dono di resuscitare il passato. A noi tocca partecipare alle lotte così come le incontriamo con i loro protagonisti, le loro forme e la loro variegata diversità. Non possiamo nemmeno stabilire davvero una scala di priorità, come pure sarebbe legittimo perché l'esigenza di internità alla fine costituisce una scala più o meno corrispondente alla collocazione sociale di ciascun militante.

 

A mio avviso si deve leggere la vicenda del marxismo rivoluzionario in generale e della Quarta Internazionale in particolare per ciò che davvero è stata,  cioè il prodotto di una serie di rotture, salti e contaminazioni in cui l'elemento di continuità è stato rappresentato soprattutto dall'essere  milieu, rete di relazioni personali e politiche, esperienze comuni a cui potersi riferire, angolo di visuale, abitudini virtuose e viziose. I milieu sono quindi fluidi, si spostano, vengono ridisegnati dai mutamenti dei contesti e dalle scelte soggettive. Chiedersi “da dove ricomincio” significa perciò porsi il problema di ridefinire le coordinate del milieu.  Non credo che esso sia rappresentato dal lavoro teorico di Bensaid, indispensabile ma non sufficiente, prima di tutto perché ad altri contributi è possibile e necessario attingere e in secondo luogo perché un “buon luogo” è fatto appunto di relazioni e di pratiche, oltre che di riflessioni.

Come è ovvio il milieu si sposta indipendentemente dalla nostra azione e a noi tocca per ora prima di tutto comprendere la logica e la natura degli spostamenti. Dire che il movimento operaio non c'è più significa prendere atto che non esiste più la costruzione storica che, soprattutto nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, aveva determinato rapporti di forza senza precedenti per i subalterni nella vicenda della società di classe. E dire che non si ricostruirà significa che in quella costruzione non c'era alcuna logica necessaria, per cui si possa teorizzare che le ragioni che l' hanno determinata siano destinate prima o poi a ripetersi. Ciò che si ricostituirà, se si ricostituirà qualcosa capace con la medesima capacità di funzionare da argine alle logiche distruttive del capitalismo, sarà tutt'altro e non è detto che possa essere intitolato con la medesima formula. Per altro, la formula “movimento operaio” era già discutibile del Novecento, perché nella costruzione a cui prestava il titolo, la classe operaia era subalterna, anche se in alcuni momenti in grado di condizionare le scelte burocratiche. Movimento operaio in senso proprio è stato il movimento legato nel XIX secolo a un'altra composizione di classe, quella di un forza lavoro dotata di una maggiore autonomia nell'organizzazione processo produttivo e con subculture e ambiti di aggregazione propri.

E' evidente che la dissoluzione di un certo orizzonte rimette in discussione l'esistenza di una Quarta Internazionale, la cui numerazione tra l'altro è tutta al suo interno. Sarebbe un errore tuttavia credere che questo sia l'handicap: quello che è obiettivamente un relitto del XX secolo ha assolto al contrario la funzione positiva  di mantenere in relazione esperienze e percorsi intelligenti e i nostri problemi derivano invece da tutt'altro. Ma è ovvio che sia destinata a svolgere questa funzione sempre meno e sempre peggio.

Il milieu va ridisegnato anche in base a un'altra considerazione. Si sono realizzati negli ultimi decenni movimenti di separazione e avvicinamento secondo logiche diverse dal passato e che hanno prodotto più ampi spostamenti delle coordinate al cui interno potrebbe collocarsi l'eventuale buon luogo. Gruppi un tempo appartenenti alla Quarta o che mantengono con essa un rapporto formale si sono fusi con gruppi provenienti da altre culture, mentre altri si sono sciolti o si sono sdoppiati. Le riflessioni più intelligenti spesso di sono collocate alla periferia per la debolezza e i ritardi del centro; sono maturate riflessioni autocritiche non integrate nel pensiero collettivo e che non sono comunque riuscite a costruire senso e a diventare vulgate.

La crisi dell'organizzazione internazionale è stata in parte celata dai successi della sezione francese e le sue attuali difficoltà non si spiegano né con il fatto di aver continuato a vivere nel quadro di un'internazionale fuori contesto, né al contrario con la colpa presunta di avere sciolto la sezione in un corpo più ampio. Nella guerra di classe, come in ogni guerra, la vittoria dipende molto dalla capacità di mettere in atto le strategie opportune, facendo la scelta giusta al momento giusto. La crisi si è sviluppata tutta all'interno della scelta elettorale, anche se questa poi ha comportato le difficoltà e  i cul de sac in cui spesso si trova un'organizzazione rivoluzionaria in contesti che rivoluzionari non sono.

Analoghi moti interessano ciò che resta della sinistra del Novecento: frammentazione, dispersione, ricomposizione secondo linee diverse dal passato, mentre dal corpo sociale emergono nuove e molteplici forme organizzative. Nelle resistenze che si sono manifestate in Europa e negli stati Uniti le combinazioni tra le forme residuali (sindacati, partiti, gruppi politici, intellettuali militanti e culture) e ciò che di nuovo si è costituito sono instabili e variabili. E non consentono a mio avviso di individuare una logica unica e certa.

Il testo di tesi dell'ultimo congresso ha sottolineato l'auto-organizzazione per le due ragioni, a cui ho già accennato. La prima è per il suo valore strategico, perché nessuna classe può essere classe, se priva di un'adeguata autonomia.  La seconda è perché la composizione di classe e l'involuzione dei vecchi apparati burocratici producono una molteplicità di lotte auto-organizzate con cui, volenti o nolenti, bisogna misurarsi senza mediazioni. Tuttavia non è affatto detto che il secondo fenomeno sia l'embrione del primo: allo stato attuale delle cose è solo il segnale di una possibile dinamica, ma appunto possibile soltanto. Può invece anche accadere che, di fronte a un aggravarsi della crisi e dei suoi effetti politici e ideologici e di fronte all'impossibilità di vincere, queste forme si estinguano.

Di questa travagliata vicenda infatti non possono essere certi gli esiti : le forme organizzative le decidono i soggetti del conflitto di classe e l'incertezza sulla loro identità non può che tradursi in incertezza sulle loro forme organizzate future.

Questo significa che alle espressioni dell'attività delle classi subalterne bisogna avvicinarsi con modestia e spirito laico e senza sostituire un modello ideologico con un altro. A noi tocca essere nelle lotte, in tutte le lotte in cui riusciamo a essere in qualche modo interni: le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat, del San Raffaele, della Maflow e dello spettacolo; quella dei precari, delle donne e degli studenti; quelle per l'acqua, contro la TAV e in difesa di qualche residuo spazio democratico usurpato... ma bisogna anche teorizzarne le ragioni, perché se non si elaborano spiegazioni razionali di un agire necessariamente lo si indebolisce e lo si rende precario. Per quel che mi riguarda rimando al mittente l'accusa di movimentismo, che mi viene rivolta da qualche non acuto commentatore dei fatti nostri. Se lo fossi non sarei restata per 46 anni in un ambiente ossessionato dal desiderio di costruire il mitico partito rivoluzionario. Ho espresso piuttosto una preferenza personale nella divisione dei compiti, perché trovo divertente l'attività di movimento e noiosa gran parte di quella di partito.

Il movimentismo però è un approccio alla lotta di classe che sottovaluta il progetto: l'esigenza di un suo filo conduttore pure nelle rotture e nelle evoluzioni; la costruzione di canali organizzativi attraverso i quali possa ricevere dal corpo sociale per poi restituire; la sua capacità di essere punto di riferimento di lotte e di movimenti, che altrimenti non entrerebbero in contatto; il suo compito di elaborare la proposta di un'altra forma di organizzazione sociale ecc.    Il problema è ciò che di tutto questo può pre-esistere alle dinamiche dei soggetti che ne sono protagonisti.  E ciò che può pre-esistere non è deciso una volta per tutte, ma è storicamente determinato. Nei primi anni Novanta la sezione italiana della Quarta Internazionale ipotizzò la possibilità di ricominciare dal politico e partecipò alla nascita di Rifondazione, certo sottovalutando i fenomeni di involuzione dei frammenti e degli spezzoni che si ricomponevano in un nuovo partito, ma con una scelta che non aveva alternative.   Nell'attuale contesto - o per meglio dire con ciò che abbiamo poi compreso del contesto che si è venuto a creare negli ultimi due/tre decenni – la fluidità e l'incertezza ci impongono un'adesione al presente, che porta laddove il presente si manifesta, cioè nei sommovimenti del corpo sociale nelle loro specifiche e diverse espressioni.

 In una situazione in cui esiti e attori del conflitto sono tanto incerti, non ha senso costruire unaforma così connotata come partito, come partito incapace di assolvere i compiti che di solito si attribuiscono a un partito e come partito con un'identità che evoca altre e ben meno nobili storie.

Tanto più quando simboli e preoccupazioni organizzative sostituiscono i compiti che spettano a un'organizzazione rivoluzionaria, cioè quelli dell'elaborazione, della crescita e della diffusione di un progetto.

 

 

La costruzione di un nuovo milieu, del buon luogo e quindi un percorso da costruire con alcune acquisizioni intellettuali e iniziative preliminari:

 

 bisogna prendere atto che le difficoltà di Sinistra Critica hanno avuto origine dall'aver prolungato un'esperienza, (quella del PRC) che già era fallita, dando all'esterno l'immagine di una rifondazione della rifondazione e quindi di partitino, su cui inevitabilmente hanno pesato i deludenti risultati elettorali. Dal PRC e dalle sue storie è inoltre arrivata una maggioranza di iscritti con livelli di militanza assai bassi, che in parte sono andati perduti e in parte tenuti insieme da un faticoso lavoro, che in qualche caso ha assorbito tutta o quasi l'energia della parte attiva dell'organizzazione.

Prendere atto che nelle difficoltà di Sinistra Critica hanno avuto un ruolo decisivo anche i limiti di direzione, che ovviamente non vanno addebitati agli esecutivi e ai coordinamenti o, almeno, non a loro soltanto. Ne è responsabile tutta la parte attiva di Sinistra Critica e in modo particolare i compagn* più espert* che si  sono disinteressati, auto-emarginati o hanno dedicato il 90 per cento della loro attenzione al proprio specifico ambito di lavoro sindacale, di movimento o di gruppo locale.

[La relazione passa quindi a definire proposte di riorganizzazione della stampa e del gruppo dirigente, che ho omesso perché hanno un interesse esclusivamente interno, come ho accennato nella mia breve presentazione. a.m.]