Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il Manifesto scende in campo

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Il Manifesto scende in campo

Se qualcuno sperava ancora in un Manifesto che nella nuova situazione mantenesse aperto il dibattito tra tutte le componenti della sinistra, sarà rimasto subito deluso. Da un lato ci sono aperture immotivate a Bersani, la cui ridicola battuta (“i caccia non sono una priorità”) viene presa sul serio, come se non fosse un’equivalente del classico “né aderire né sabotare” dei socialisti opportunisti alla vigilia dell’entrata dell’Italia in guerra nel 1914-1915. In realtà, nel momento in cui gli Stati Uniti bloccano gli F35 perché insicuri, a Bersani non costa niente dire di rinviarne l’acquisto… a quando gli Stati Uniti li avranno sbloccati… Che eroismo! È la vecchia tattica dell’opportunismo sindacale, di chiedere solo quel che si sa che la controparte sta per concedere. Ma per il Manifesto il titolo è “Il PD si converte: lavoro, non F35”… E naturalmente nella stessa pagina dà grande spazio al suo vecchio idolo, Mario Tronti, ritornato com’era logico nelle file del PD, ai cui margini sosta da sempre, scambiato per un estremista solo per il suo linguaggio oscuro.

Ma poi nella pagina del dibattito (“Community”) il manifesto pubblica ben due attacchi a Ingroia. Garbati nella forma, ma rivelatori entrambi di un’accettazione passiva dell’esistente. Parto da Giulio Marcon: ha qualche dubbio sull’esaurimento della spinta propulsiva di Hollande… Quando c’era stata? Ma questa è un’osservazione marginale, il punto è che con una serie di se, se, se, Marcon immagina che al PD e alla sua coda SEL basterebbe “conquistare l’autosufficienza politica e numerica” (ma sono davvero la stessa cosa?) per rendere possibile di “cambiare strada rispetto al passato”. Si domanda perché quella strada che oggi si vorrebbe cambiare era stata imboccata, e non da poco tempo?

Giulio Marcon ammette di vedere tutte le difficoltà, il contesto europeo accettato come vincolante, ecc., e sa che “anche un governo nella migliori condizioni possibili – con un centrosinistra autosufficiente – sarebbe costretto a molte mediazioni (anche al ribasso) rispetto alle politiche per il cambiamento per cui ci battiamo”. Quale “centrosinistra autosufficiente”? Quello reale, farcito di esponenti della destra come Mucchetti o Galli ed altri provenienti in tutte le regioni da Confindustria, o uno sognato?

Il mondo di Marcon è fantastico: è stata la “crisi del sistema politico”, entità astratta, a impedire una “riforma del sistema della rappresentanza”, non l’interesse del PD a mantenere il Porcellum per calcoli miopi, analoghi a quelli che lo hanno portato a cercare tutti gli inciuci possibili con il centrodestra, ben prima che arrivasse Monti.

Marcon insiste che si può vincere se si evita lo scontro tra “identità irriducibili” alimentato da “polemiche di schieramento”, ma ha idee assai larghe su chi può rappresentare un fatto nuovo con la sua entrata in parlamento: per lui basta essere “esponenti di associazioni, sindacati e di movimenti (nel PD, in SEL, in Rivoluzione civile, ma anche nella lista Monti e nel Movimento 5 Stelle)”. Sic! Che bocca buona! E con tutti questi si potrebbe concepire “la costruzione di una cultura comune del cambiamento anche tra chi a sinistra ha preso posizioni diverse” (e magari sta nella lista Monti?).

Naturalmente, per criticare chi non trova tanto di sinistra la collocazione scelta da lui, Marcon spiega che poi, nel Parlamento, “non ci si può accontentare di identità consolatorie e di una semplice testimonianza”. Magari quelli che lo hanno preceduto avessero fatto questo, si sono annegati nella melma, e per questo stiamo dove stiamo… E la chiave è, di fatto, che per evitare di far solo testimonianza… bisogna governare, e ovviamente non si può fare da soli.

Di Bevilacqua dico subito che anche lui deride chi non si accontenta del centrosinistra, parlando di chi propone “una formazione di più adamantina radicalità”, versione sofisticata del “volete fare i puri e duri” che mi sono sentito dire sempre nel PRC da quelli che erano contenti di sguazzare in certi pantani, e hanno portato quel partito alla catastrofe.

Ma il resto dell’articolo, cominciato con signorilità, si tramuta in un pesante attacco a Ingroia: “che cosa c’entra con i movimenti da cui provengono Alba e Cambiare si può? E che cosa c’entra la sua candidatura con le pratiche ‘dal basso’ rivendicate dai movimenti sino all’altro giorno?” A questo, a cui aggiunge altre pesanti critiche, assimilandolo tout court ai partiti tradizionali che ricorrono alla popolarità mediatica di un qualche personaggio, contrappone l’icona di Vendola, “un uomo politico che in molti stimiamo” e che sarebbe “molto più interno alla storia della sinistra radicale di quanto non sia Ingroia”. Peccato che in quella storia ci sia stato col massimo di cinismo e di tatticismi. Poi Bevilacqua ammette che può essere che SEL non riesca a condizionare il moderatismo del PD, ma che importa? Non lo possiamo abbandonare.

Ma poco prima Bevilacqua, sempre pensando a come condizionare il moderatismo del PD, ne ha ripreso un argomento principe, il ricatto del voto utile: “Si può dare il voto a chi rischia di farci perdere e di lasciarci in purgatorio per altri 10 anni?”

Il fastidio di questi autorevoli intellettuali nei confronti della “semplice testimonianza”, o della “adamantina radicalità”, ricorda analoghi anche se più rozzi atteggiamenti con cui in “Cambiare si può” si liquidavano quelli che dubitavano della scelta di Ingroia come Líder máximo”. Estremi che si toccano? No. Semplicemente atteggiamenti diversi tra loro, ma che hanno in comune una concezione volgarmente elettoralistica, che non sospetta neppure quale fosse quella del marxismo classico, Lenin incluso, che non disprezzava la partecipazione al voto quando c’era un minimo di condizioni per farlo, ma la concepiva prima di tutto come un’occasione per raggiungere strati altrimenti passivi, un termometro per misurare i mutamenti dello stato d’animo delle masse e, in caso di elezione di una pattuglia di deputati, un’occasione per usare il parlamento come tribuna. Senza cedere alla fretta di arrivare nella mitica “stanza dei bottoni”, senza imbarcarsi in una coalizione interclassista, bisognosa della decorazione di qualche forza radicale… Pensando al futuro, e costruendolo, senza adattarsi al presente.

1)  Movimenti in parlamento

di Giulio Marcon

Le prossime elezioni del 24-25 febbraio possono essere un'occasione di cambiamento, si può uscire dal ventennio berlusconiano. I margini sono stretti, le difficoltà molte e, per chi è legato alla "politica dal basso", nella società civile e nei movimenti, sarebbe sbagliato affrontare questa sfida appiattiti sulla realpolitik da un lato, o chiusi in una logica di autoreferenzialità dall'altro, in una schizofrenia politica tra tatticismo e testimonianza. Bisogna guardare al merito dei problemi e alle strade che si possono percorrere per cambiare. La drammaticità della crisi italiana ed europea (nel 2013 in gran parte dei paesi europei, tra cui l'Italia, cade il reddito, aumenta il debito, crescono disoccupazione e povertà) richiama tutti a misurarsi con un programma di cambiamento possibile.
Queste elezioni sono il varco possibile di un cambio di rotta.  Si potrebbe essere pessimisti: in Olanda, dopo la speranza di uno spostamento a sinistra, c'è una "grande coalizione" tra liberali e socialdemocratici, e lo stesso potrebbe succedere in Germania a settembre; in Francia, Hollande sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. L'Italia potrebbe non sfuggire alla medesima sorte, consegnando l'Europa a una stagnazione politica e a una depressione economica che farebbe avvitare la crisi, anche quella sociale e politica, su se stessa. Eppure la partita è ancora aperta: se il centro-sinistra vincesse nettamente alla camera e anche al senato (e se Sel, la sinistra del centro sinistra, ottenesse un buon risultato), conquistandosi l'autosufficienza politica e numerica, allora sarebbe possibile - con tutte le difficoltà e strettoie immaginabili - cambiare strada rispetto al passato. E sarebbe importante, allora, che anche chi non si riconosce in quella coalizione vedesse in questo risultato una discontinuità importante, da valutare senza preclusioni.
Naturalmente c'è il merito delle scelte che anche un centro-sinistra vincente dovrebbe affrontare e da cui non potrebbe sfuggire: il contesto e i vincoli europei, le politiche restrittive e di bilancio fin qui imperanti, la questione del debito pubblico. Difficoltà che non impedirebbero tuttavia di sperimentare politiche diverse, come quelle che propongono i socialdemocratici tedeschi (allentamento dell'austerità) o il sindacato europeo (politiche espansive e di intervento pubblico). Si aprirebbe uno spazio politico di iniziativa niente affatto scontato. Nulla di tutto accadrebbe se vincesse il centro-destra o se dal voto uscisse uno stallo, con il centro-sinistra costretto a venire a patti con Monti e i centristi. E per questo non è utile continuare a evocare (quasi a spingerlo) il Pd nelle braccia di Monti, sperando di conquistare qualche voto di opposizione in più. La radicalità politica e la forza dei movimenti devono essere usate contro le derive moderate di una parte della coalizione e per mettere al centro la via d'uscita a sinistra della crisi, sostituendo alla "Agenda Monti", un'agenda del lavoro, dei diritti, dell'ambiente.
Sappiamo bene che la politica di governo si muove su un piano diverso dalle campagne dei movimenti. Anche un governo nelle migliori condizioni possibili - con un centro-sinistra autosufficiente - sarebbe costretto a molte mediazioni (anche al ribasso) rispetto alle politiche per il cambiamento per cui ci battiamo. Per questo occorre tenere alta una mobilitazione sociale e sindacale, capace di spingere le politiche verso la nostra Agenda del cambiamento che ha come priorità una grande politica per il lavoro e la riconversione ecologica dell'economia; la redistribuzione di reddito e ricchezza con un fisco che colpisca profitti e patrimoni, e non il lavoro; la riduzione del ruolo della finanza; la difesa del welfare e dei diritti.
Il ruolo della società civile e dei movimenti diventa allora fondamentale. La crisi del sistema politico ha impedito una riforma del sistema della rappresentanza. Per riequilibrare il rapporto tra partiti e società è necessario un forte allargamento della partecipazione. Nei mesi scorsi le primarie del centro-sinistra sono state un'importante occasione di partecipazione di massa, e tuttavia ci hanno ricordato i limiti dei meccanismi della rappresentanza: nella selezione dei candidati le logiche di organizzazione del consenso, gli apparati di partito e i comitati elettorali contano ancora più dei contenuti. Figure della società civile come Giuliana Sgrena o il coordinatore della Rete Disarmo Francesco Vignarca sono rimaste escluse. Lo stesso è avvenuto in altre liste.
Eppure - anche in questo contesto negativo - sta succedendo un fatto nuovo: un numero consistente (20-30) di esponenti di associazioni, sindacati e di movimenti (nel Pd, in Sel, in Rivoluzione Civile, ma anche nella Lista Monti e nel Movimento 5 Stelle) può realisticamente entrare in parlamento. Naturalmente i rappresentanti dei movimenti eventualmente eletti - e io mi candido come indipendente per Sel - non devono essere fiori all'occhiello di politiche sbagliate, e ci sono valori non negoziabili come la pace, i diritti umani, la democrazia. Ma, dentro il parlamento, non ci si può accontentare di identità consolatorie e di una semplice testimonianza. La partita si gioca sulle possibilità di cambiamento concreto.
Nel mio libro "Come fare politica senza entrare in un partito" (che Paolo Cacciari ha citato sul manifesto del 16 gennaio), alcuni anni fa scrivevo che il problema non è se giocare il derby tra partiti e società civile, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta - togliendo qualcosa ai partiti per darlo ai movimenti e facendo qualche referendum in più -, ma come ampliare lo spazio pubblico della politica, della democrazia e della partecipazione, con una pratica della rappresentanza non subalterna al dominio dei mercati. Sicuramente un compito di coloro che, venendo dai movimenti, approderanno in parlamento sarà quello di portare avanti una "legge sulla partecipazione politica" che raccolga queste sollecitazioni.
Anche per questo, come sostiene l'articolo che ha aperto il dibattito di Sbilanciamoci.info su "La Rotta d'Italia", bisogna «vincere per cambiare strada», sconfiggere il centro-destra e Monti, e mettere il centro-sinistra e gli esponenti dei movimenti e della società civile che andranno in parlamento nelle condizioni di fare quella che Guglielmo Ragozzino sul manifesto del 12 gennaio ha definito "la buona politica". Partiamo dai nostri contenuti: uscire dalla crisi, un'Europa democratica, al primo posto il lavoro e l'uguaglianza. Non si tratta semplicemente di dare più voce ai movimenti nel nuovo parlamento, o di inseguire la rappresentazione mediatica della politica. Si tratta di introdurre alcuni cambiamenti possibili, a partire dalle misure proposte in questo dibattito su "Le cose da fare nei primi cento giorni". Il cambio di rotta necessario deve trovare la via di interventi concreti: la cittadinanza ai figli degli immigrati, un programma di piccole opere, la stabilizzazione dei lavoratori precari, il ritorno delle tutele sindacali, misure per la sostenibilità ambientale, il taglio degli F35. Ce lo ha insegnato in questi anni il lavoro di campagne come Sbilanciamoci!.
Si può vincere alle elezioni e si può cambiare rotta se guardiamo alla politica in questo modo. Non uno scontro tra identità irriducibili, alimentato dalle polemiche di schieramento, ma la costruzione di una cultura comune del cambiamento, anche tra chi a sinistra ha preso posizioni diverse. L'impegno è di vincere per cambiare, e non è molto utile preconizzare una paventata continuità che assume le sembianze della profezia che si autorealizza. La scommessa per tutti noi è costruire un blocco sociale post-liberista e una politica che sappia sostituirsi all'egemonia che il liberismo in salsa italiana ha avuto per vent'anni. Sta a tutti noi riuscirci.

 

2)    Né Ulivo né Arcobaleno

di Piero Bevilacqua

In un lucido articolo sul manifesto del 18 gennaio, Paolo Favilli muove delle critiche ad Asor Rosa, Mario Tronti e me in merito alle nostre comuni collocazioni elettorali a favore del centro-sinistra. O, per meglio dire - perché detta così sarebbe troppo banale - mette in evidenza le contraddizioni tra le analisi e le visioni teoriche dei tre suddetti sul capitalismo (e la situazione italiana) e la conseguente "scelta" di voto. Intervengo non perché ci siano particolari ragioni di replica - l'articolo di Favilli è un modello di garbo e di correttezza - ma perché mi consente, grazie alla cortesia del manifesto, di chiarire alcune cose che hanno un valore politico più generale. Nel ragionamento di Favilli, come in quello di altri compagni che sono intervenuti su tale punto, mancano alcuni elementi del quadro che lo rendono parziale. Nel ragionamento di Favilli, come in quello di altri compagni che sono intervenuti su tale punto, mancano alcuni elementi del quadro che lo rendono parziale. Ora qui dico, com'è giusto, solo per me. Egli parla, ad esempio di "scelta" elettorale in contrasto con la radicalità delle posizioni teoriche.. L'espressione scelta rappresenta, a mio avviso, una realtà che non c'è ( o che non c'era del tutto quando io ho espresso la mia "decisione" di voto): vale a dire come se avessi avuto la possibilità di scegliere tra due schieramenti. Il centro-sinistra, da una parte e dall'altra una sinistra finalmente in grado di perseguire gli obiettivi a cui aspiriamo. Purtroppo, né io né Favilli né tutti gli altri abbiamo davanti tale alternativa. L'arrivo di Ingroia ha mutato un po' lo scenario, ma su questo punto mi soffermerò più avanti.

Altro dato trascurato è che quando si decide di dare un voto, perché è in atto una competizione, si dove tener conto che c'è in campo un avversario: il quale potrebbe vincere e fare arretrare ancora di più il quadro generale del paese e le stesse condizioni della nostra lotta. Si può dare il voto a chi rischia di farci perdere e di lasciarci in purgatorio per altri 10 anni? Diciamolo chiaro: oggi molti possono dare il voto tranquillamente a Ingroia perché non c'è il rischio di perdere le elezioni a favore del centro-destra.

Devo aggiungere un altro elemento assai trascurato. Da queste comprensibili e legittime critiche manca sempre l'elemento fondamentale: il contesto. Favilli, che è storico come me, sa bene che la nostra disciplina, come dice P.E.Thompson, è la «scienza del contesto», ricostruzione delle azioni umane nel loro tempo ed entro i vincoli delle loro possibilità. E allora come possiamo dimenticare in quale situazione storica si svolge il turno elettorale?

Siamo in mezzo alla bufera di una crisi di cui non si vede la fine e l'Italia non è la Francia. E' un paese il cui rango internazionale si è enormemente abbassato negli ultimi anni, con una classe dirigente fra le più sbiadite e inette dell' Occidente. L'Italia rischia enormemente nei prossimi mesi e nei prossimi anni, sia lacerazioni incomponibili al suo interno, sia attacchi speculativi, sia ulteriori e irreparabili processi di emarginazione in Europa e nel mondo. E un elemento della sua debolezza è anche (oltre al moderatismo pavido del Pd) la frantumazione continua e illimitata della sinistra. Non bisogna tener conto responsabilmente di questo?

Ora, se è vero che il centro-sinistra rischia di replicare la non proprio gloriosa esperienza dell'Ulivo, non minori probabilità esistono che a sinistra si rifaccia - non solo nelle procedure, come sta già accadendo - ma anche nei risultati, l'ingloriosissima esperienza dell'Arcobaleno. A sinistra esiste un arcipelago pulviscolare lacerato e diviso che cerca faticosamente una qualche unità, e che è arrivata assai debole e impreparata alla competizione elettorale. Oggi ha trovato Antonio Ingroia e mi auguro che la sua candidatura possa aiutarla a entrare nel parlamento. Ma anche sul merito di questa investitura occorre ripetere delle considerazioni già avanzate da altri. Ovviamente, non discuto la figura di Ingroia, magistrato di rango e persona di grande generosità e coraggio. Peraltro, ha lasciato una carica internazionale prestigiosa, appena agli inizi, per guidare in Italia un'avventura dagli esiti incerti. Ma Antonio Ingroia è uomo di istituzioni, impegnato quanto si vuole, utilissimo per la sua competenza nella lotta politica, ma che cosa c'entra con i movimenti da cui provengono Alba e Cambiare si può? E che cosa c'entra la sua candidatura con le pratiche "dal basso" rivendicate dai movimenti sino all'altro giorno? E' evidente che la procedura della sua candidatura e della formazione delle liste in nulla si discosta da quella dei partiti che ricorrono alla popolarità mediatica di un qualche personaggio per rendersi visibili. Dunque, un altro partito a sinistra, l'ennesimo, e anche questo un "partito del leader". Dov'è l'alternativa?

Dall'altra parte c'è il centro sinistra, che non è solo Pd, c'è anche Vendola, un uomo politico che in molti stimiamo. E, se mi è consentito, molto più interno alla storia della sinistra radicale di quanto non sia Ingroia. Ora, si tende a sottolineare l'impossibilità che Sel riesca a condizionare il moderatismo del Pd. E' probabile che ciò succeda. Dobbiamo allora abbandonare Vendola e puntare tutte le nostre carte su una formazione di più adamantina radicalità? Quando ancora non era apparso Ingroia, io ero per rafforzare quanto c'era già sul campo. Non "sceglievo", ma appoggiavo, per così dire, l'esistente. Ma oggi? Non spetta certo a me dare indicazioni di voto, né scoraggiare nessuno dal votare Rivoluzione civile. Ma, ammettiamo (e speriamo) che tale formazione superi, almeno alla camera, lo sbarramento della legge elettorale. C'è da chiedersi: che margini di manovra politica avrà in parlamento? Può da sola contrastare le politiche neoliberistiche oggi imperanti in Italia ed Europa? E' evidente che farà la sua opposizione, ma se vuol realizzare qualcosa dovrà cercare di allearsi e condizionare le scelte del Pd. Esattamente ciò che deve fare Sel. E non sarebbe preferibile, anche per Rivoluzione civile, che il governo di centro sinistra sia più autonomo dal centro di Monti, con un senato pienamente controllato?

E infine una considerazione sulle prospettive della sinistra radicale come movimento. Una volta messo in piedi questo "partito elettorale", che cosa ne sarà di Alba, chi ricucirà le lacerazioni, le rotture che si sono nel frattempo create all'interno dei gruppi, fra le persone? Chi riprenderà la ricerca di nuove vie, nuovi modi di fare politica, lo sforzo di creare nuove forme di organizzazione e di connessione valide per tutta la sinistra? Per il momento, se tutto andrà bene, avremo l'ennesimo partitino di sinistra. Certo, meglio che niente.
(www.amigi.org)

 

 



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