Movimento Operaio

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Testimonianze sullo stalinismo

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Testimonianze sullo stalinismo

Premessa: cosa non si può non sapere sulla repressione staliniana

Sono sorpreso anch’io, che sull’URSS ho scritto qualche libro, e ne ho letti moltissimi, di scoprire qualcosa di veramente nuovo e utile in una nuova pubblicazione. Eppure è così: Sospetto e silenzio di Orlando Figes (Mondadori, Milano, 2009) mi ha colpito, e spinto a una lettura non affrettata. Ero sorpreso anche perché non mi era piaciuto affatto il suo primo lavoro, di mole monumentale, ma con molte banalità e luoghi comuni anticomunisti: La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa, 1891-1924, Corbaccio, Milano, 1997.

Anche se ignorata o rimossa da parte della sinistra, esiste da molti anni anche in italiano un’ampia selezione della enorme memorialistica di sopravvissuti al Gulag. In genere si pensa soltanto a Arcipelago Gulag, che viene però più facilmente rifiutato insieme alle concezioni conservatrici e anche reazionarie a cui l’autore, inizialmente comunista critico, è approdato alla fine della sua vita travagliata. Ed è già un grave errore: uno scrittore va valutato per quello che scrive, non per le sue concezioni, altrimenti dovremmo gettar via Dostoevskij e Balzac, per non parlare di Mario Vargas Llosa. E Alexander Solzhenitsyn è un grande scrittore, almeno per due romanzi come Il primo cerchio o Divisione cancro (Reparto C, nell’edizione Einaudi curata da Vittorio Strada).

Arcipelago Gulag non è un romanzo, ma un’immensa e insostituibile documentazione frutto del ruolo assunto dall’autore per aver potuto pubblicare legalmente in URSS nel 1962, nell’ultimo periodo di Chrusciov, il primo (e per decenni, l’unico) romanzo ambientato nei campi di lavoro, Una giornata di Ivan Denisovic. Un romanzo breve che oggi può apparire modesto anche perché allora probabilmente limato per superare la censura, ma che provocò un’emozione straordinaria trasformando Solzhenitsyn in un punto di riferimento per tanti sopravvissuti e ancor più per chi nel periodo staliniano aveva perduto un familiare e non sapeva nulla della sua sorte.

In Arcipelago Gulag ci sono pagine fastidiose in cui Solzhenitsyn espone le sue idee conservatrici, e i suoi anacronismi (per lui sono la stessa cosa una fucilazione sbrigativa nel contesto della drammatica lotta per la sopravvivenza nel caos della guerra civile, e lo sterminio a freddo di intere categorie dapprima sociali o politiche, e poi con un terrore preventivo e indiscriminato), ma ciò non toglie nulla al valore documentario e anche letterario di questa opera monumentale.

Ma non c’è solo Solzhenitsyn! Ci sono i due volumi di Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine, c’è Undici anni nelle prigioni e nei campi di concentramento sovietici di Elinor Lipper, il bellissimo L’epoca e i lupi di Nade~da Mandel’stam, Gli anni del grande terrore di Anatolij Rybakov, Gli straordinari Racconti della Kolima di Varlam Šalamov, di cui sono uscite tre edizioni, e ora una singolare integrazione documentaria (Varlam Šalamov, Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti, Mondadori, Milano, 2009) che contiene i verbali dei tre processi in cui lo scrittore fu condannato, recuperati, molto tempo dopo la sua morte, dalla pazienza certosina di una curatrice.

Vorrei ricordare il dimenticatissimo Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in URSS del nostro Dante Corneli, un libro che fu fortemente voluto da Umberto Terracini, a cui si deve anche l’impegno per far “riabilitare” e uscire dall’URSS questo “redivivo”, condannato nell’Italia fascista a venti anni per aver ucciso un fascista in uno scontro del 1921, e che scontò in URSS ventiquattro anni tra carcere e confino per la sola colpa di aver votato nel 1925 una mozione dell’Opposizione di sinistra. Ma per qualche ritocco stilistico dell’editore (La Pietra, Milano, 1977) non piacque a Corneli, che proseguì la sua opera pubblicando a sue spese preziosi libricini (i suoi samizdat), che distribuiva personalmente nelle edicole e nelle librerie. Tutti i libri usciti successivamente sull’argomento devono molto a questo straordinario autodidatta.

Ma si potrebbe continuare per decine di pagine, centinaia se non ci si limita all’Italia. Io stesso, negli anni, di libri sul periodo staliniano ne ho accumulati tanti da riempire quasi completamente una parete della mia biblioteca.

Ci sono opere sorprendenti, come quella curata da Vitalij Šentalinskij, che aveva avuto l’intuizione che negli archivi della NKVD ci dovevano essere preziosi manoscritti confiscati ai maggiori scrittori sovietici al momento dell’arresto. Šentalinskij cercava inizialmente le tracce di Babel e Mandel’štam, ma ha finito per trovare anche i fascicoli di alcuni scampati, come Bulgakov, seguito con attenzione dai servizi anche se restava libero per decisione di Stalin, e Gor’kij, che non ne esce benissimo (Vitalij Šentalinskij, I manoscritti non bruciano, Garzanti, 1994).

Interessante il piccolo libro di Pavel Chinsky, La fabbrica della colpa. Microstoria del terrore staliniano (Bruno Mondadori, Milano, 2006), dedicato alla ricostruzione minuziosa del “caso” di Izrail’ Savel’evic Vizelskij, un ingegnere chimico che si ostinò tenacemente a non confessare alcuna colpa, resistendo fino alla morte senza collaborare, e tentando di ottenere giustizia da Stalin.

Ci sarebbero anche opere d’insieme scritte da autori non sovietici, come quella monumentale di Robert Conquest, Il grande terrore (BUR, Milano 1999), detestata dai giustificazionisti nostalgici del “socialismo reale”, o quella più superficiale di Anne Applebaum, Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori, Milano, 2004), ben documentata sugli anni Trenta ma zeppa di anacronismi e di sviste per quanto riguarda il primo decennio e le caratteristiche della prima fase della rivoluzione. Peraltro dall’uso minuzioso delle fonti emerge comunque involontariamente l’infondatezza dell’amalgama tra il periodo staliniano e le asprezze della guerra civile. Ad esempio emerge che se i primi campi voluti da Trockij e Lenin di cui esiste documentazione riguardano prigionieri di guerra cechi in rivolta, e sono esattamente analoghi ai campi esistenti in tutti i paesi belligeranti, risulta poi dalle testimonianze riportate fedelmente l’enorme differenza di campi e prigioni rispetto al Gulag: ad esempio fino al 1929 “ai prigionieri era consentito uscire liberamente dalla prigione. Organizzavano sessioni di ginnastica mattutine, avevano istituito un’orchestra e un coro, creato un «circolo» fornito di riviste straniere e di una buona biblioteca”. Ovviamente nei decenni successivi, era impossibile avere non solo libri o riviste, ma perfino un pezzo di carta…

Ancor più scorretto e arbitrario il recentissimo Il laboratorio del Gulag di Francine-Dominique Liechtenhan (Lindau, Torino, 2009), aggravato da una faziosissima prefazione di Emmanuel Le Roy Ladurie, che forzando ulteriormente gli anacronismi dell’autrice, non solo se la prende con Lenin, ma insinua che “a inventare la «cosa» fu forse Trockij… quel caro Trockij i cui retrivi discepoli oggi, unendo le varie tendenze, raccolgono il 10% dell’elettorato francese…” Un bell’esempio di “rigore storico” per un allievo di Braudel… Tanto per dare un’idea di questi anacronismi, la Liechtenhan aveva detto che la creazione del primo “campo a destinazione speciale” risale al 13 Ottobre 1923, “quando Lenin è ancora in vita”: peccato che egli avesse perso conoscenza irreparabilmente il 9 marzo di quell’anno. Ma Le Roy Ladurie, non contento, lo retrodata addirittura al 1921…

Preferisco quindi basarmi sulla documentazione di prima mano, di sopravvissuti al Gulag, anche se spesso non sfuggono anche loro alla tentazione di mescolare la testimonianza o la creazione letteraria con lunghe e poco interessanti ricostruzioni psicologiche dei presunti moventi di Lenin (penso ad esempio al romanzo Tutto scorre…di Vasilij Grossman, peraltro notevole, e che è il proseguimento ideale del grande Vita e destino dello stesso autore. Entrambi pubblicati da Adelphi).

Una pregevole eccezione è però rappresentata dalla Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande terrore, (Einaudi, Torino, 2006) di Oleg Chlevnjuk, un giovane ricercatore russo (nato nel 1956) che su fonti documentarie sovietiche ricostruisce rigorosamente l’origine e le trasformazioni dei campi.

In ogni caso credo di dover fare un’altra eccezione segnalando alcuni libri di autori italiani, in genere frutto di una preziosa collaborazione con l’associazione russa Memorial: In primo luogo GULag. Il sistema dei lager in URSS, a cura di Marcello Flores e Francesca Gori, Mazzotta, Milano, 1999. Intanto contiene alcuni saggi importanti di autori russi come Lev Razgon, Victor Zaslansky, ecc, e ha una vastissima bibliografia (325 titoli) curata da Hélène Kaplan, ed è corredato da un’ampia documentazione fotografica. L’altro è Gulag. Storia e memoria, a cura di Elena Dundovich, Francesca Gori, Emanuela Guercetti, uscito dapprima nel 2003 negli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, e poi nei Saggi dell’Universale Economica Feltrinelli nel 2004. Un libro prezioso.

Nella nota bibliografica segnalo anche una parte dei libri dedicati alla tragedia dell’emigrazione italiana in URSS, sulla scia dell’opera pionieristica di Dante Corneli, iniziata come testimonianza individuale “dovuta” ai compagni che non sono tornati, e proseguita poi esplorando l’Archivio di Stato a Roma alla ricerca di rapporti delle spie fasciste che imperversavano a Mosca, e che seguivano attentamente il mondo dei rifugiati.

Ho dovuto fermarmi qui, con la rassegna, altrimenti non sarei mai arrivato al dunque: ne posso ricordare ancora solo un paio, quello di Jacques Rossi (Com’era bella questa utopia. Cronaca dal Gulag, Marsilio, Venezia, 2003), il comunista polacco di origine francese, diventato funzionario del Comintern e condannato nel 1937 per spionaggio a favore della Francia e della Polonia, che ha raccontato la sua odissea durata 19 anni in un libro che richiama molto (in parte ricalcandoli, anche se con diversa capacità letteraria) i racconti della Kolima di Varlam Šalamov; e la straordinaria testimonianza di Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler (il Mulino, Bologna, 1995), l’unica dei duemila comunisti tedeschi e austriaci consegnati dall’URSS a Hitler nel 1940 che è sopravvissuta e ha potuto raccontare quindi la sua esperienza.

 

Il senso di questa rapida panoramica è semplice: chi voleva, poteva conoscere tutto sull’universo concentrazionario.

Ma questo nuovo libro, Sospetto e silenzio, sorprendentemente, aggiunge una nuova riflessione sulle ripercussioni della repressione staliniana sulla psicologia dei sopravvissuti e soprattutto dei familiari delle vittime.

La ricerca era partita dalla ricostruzione della sorte di alcune famiglie, tra cui quella di Konstantin Simonov, per anni scrittore di regime e caratterizzato da una certa viltà: egli non intervenne neppure in difesa di mogli, amiche e amici travolti dal terrore, e accettò perfino di unire la sua penna alla canea antisemita dell’ultimo periodo di Stalin; Figes ne ricostruisce la logica, e registra che in parte si riscattò difendendo o aiutando materialmente alcuni intellettuali dissidenti, negli anni immediatamente precedenti alla sua morte, avvenuta nel 1979.

Di alcune famiglie - spesso molto vicine al potere staliniano - le vicende sono seguite in un arco di tempo molto lungo, anche grazie ad archivi privati conservatisi miracolosamente, o ricostruiti dopo il 1956. Ma il libro ha una forza che gli deriva dall’impianto corale, dovuto alla collaborazione di tre sezioni dell’associazione Memorial (di Mosca, San Pietroburo e Perm) che hanno portato a un migliaio le testimonianze utilizzate.

L’attenzione di Figes è rivolta a tutti gli aspetti umani: molto belle, ad esempio, anche se a volte fin troppo indulgenti, le ricostruzioni delle contraddizioni di Simonov, che al momento della destalinizzazione e del suicidio di Aleksandr Fadeev che l’aveva diretta a lungo, era vicepresidente della potente Unione degli scrittori.

Il titolo Sospetto e silenzio si capisce bene fin dalle prime pagine, da una vicenda su cui Figes ritornerà a lungo. Quella di Antonina Golovina. Aveva otto anni quando il padre fu arrestato in quanto “kulak”, e lei fu confinata con la madre e due fratelli più piccoli nella lontana regione siberiana dell’Altaj. Quando il padre finì di scontare la pena, si trasferirono a Pestovo, “una cittadina brulicante di ex kulak e delle loro famiglie”. Umiliata dal bullismo di alcuni compagni di scuola, trovò insegnanti che invece di proteggerla la insultavano, “dicendole di fronte a tutta la classe che «la sua razza» era quella dei «nemici del popolo, i maledetti kulak»: di certo avete meritato la deportazione, e spero che vi sterminino tutti”. Voleva gridare, ma una paura ancor più grande la spinse a tacere. Per tutta la vita.

Brillante e intelligente, proseguì negli studi appoggiata da altri insegnanti, e da alcuni dirigenti del Komsomol che “chiusero un occhio sulla sua provenienza sociale perché apprezzavano il suo spirito di iniziativa”. Finiti gli studi secondari, adottò una strategia assai rischiosa: si procurò documenti falsi per trasferirsi a Leningrado, nella facoltà di Medicina, che le sarebbe stata altrimenti preclusa. Lavorò all’Istituto di Fisiologia per quarant’anni, iscrivendosi al partito comunista, di cui continuò a fare parte fino allo scioglimento nel 1991.

Antonina nascose la verità sulle sue origini perfino ai due mariti, con ciascuno dei quali visse per oltre vent’anni. Lei e il primo marito, Georgij Znamenskij, rimasero amici per tutta la vita, ma raramente parlavano del passato delle rispettive famiglie. Nel 1987 una zia di Georgij andò a trovarla e si lasciò sfuggire che il nipote era figlio di un ammiraglio zarista giustiziato dai bolscevichi. Per tutti quegli anni, senza saperlo, Antonina era stata sposata con un uomo che, come lei, aveva trascorso l’infanzia nei campi di lavoro e negli insediamenti speciali. (p.4)

La data è importante: nel 1987 era esplosa la glasnost’, e la zia si era lasciata andare. Ma Antonina ancora non si fidava. E ancora per alcuni anni non disse nulla al secondo marito, un estone di nome Boris Ioganson. Solo agli inizi degli anni Novanta, dopo il crollo e lo smembramento dell’URSS, cominciarono a parlare, e Antonina seppe che anche Boris “proveniva da una famiglia di nemici del popolo”. Suo padre e suo nonno erano stati arrestati nel 1937. Nel clima di rigetto almeno formale dello stalinismo, con le forti critiche espresse dai media alle repressioni, “cominciarono finalmente ad aprirsi”.

Ma di questo non parlarono con la figlia Ol’ga, maestra di scuola, perché temevano un colpo di coda dei comunisti e pensavano che, se fossero tornati gli stalinisti, il fatto di non sapere nulla l’avrebbe protetta. Fu solo alla metà degli anni Novanta che Antonina a poco a poco vinse finalmente la paura e trovò il coraggio per rivelare alla figlia della sua famiglia di Kulak (p. 4-5)

Questo episodio, che risulterà non unico o eccezionale, è giustamente messo all’inizio del libro, e ne spiega il titolo: Sospetto e silenzio…

Il libro vuole raccontare la storia segreta di tante famiglie come quella dei Golovin, e ci riesce. È ancora più agghiacciante delle descrizioni degli aspetti più evidenti del terrore, gli arresti, i processi insensati, la violenza gratuita, gli eccidi per raggiungere la “quota” assegnata. Scoprire come la repressione penetrava in profondità nella vita familiare delle persone.

Com’era la vita privata dei cittadini sovietici negli anni del regime staliniano? Che cosa pensavano e sentivano davvero? Che tipo di intimità era possibile negli angusti appartamenti in coabitazione in cui viveva la maggior parte della popolazione urbana, dove una stanza era condivisa da un’intera famiglia e spesso da più di una,e ogni conversazione poteva essere udita nella stanza accanto? (…) Milioni di persone vivevano come Antonina in un continuo stato di paura perché i loro familiari avevano subito la repressione. (…) A quali compromessi dovevano scendere per superare il marchio d’infamia della loro «biografia compromessa» e farsi accettare come membri di una società uguali a tutti gli altri? (…).

La sfera morale della famiglia è il principale campo di ricerca di Figes, che esamina “i modi in cui essa reagì alle varie pressioni del regime sovietico. Come si potevano conservare le proprie tradizioni e la proprie convinzioni e trasmetterle ai figli, se contrastavano con gli obiettivi e i principi morali del sistema, inculcati nella generazione più giovane attraverso la scuola e istituzioni come il Konsomol?” Inculcati accettando e condizionando, oppure respingendo ai margini i giovani marchiati dal peccato originale della provenienza sociale…

Ovviamente sapevo bene, e ne avevo anche scritto in Intellettuali e potere, della corresponsabilità familiare punibile, anche solo per un silenzio su presunte colpe paterne, fin dai 12 anni… Ma in questo libro viene rievocata concretamente, ricostruendo tanti casi dolenti, a partire dalle vicende di quelli che vennero strappati ai nonni e messi a forza in terribili orfanotrofi-riformatorii per le presunte colpe dei padri. Qualcosa che ricorda la sorte dei figli dei desaparecidos argentini…

E uno dei dati più inquietanti riguarda una concezione incredibile della responsabilità collettiva, che in molti casi faceva ricadere le conseguenze di una punizione già in sé assurda sia sui figli più piccoli, incapaci di capirne il senso o sui vecchi genitori di chi veniva proclamato “nemico del popolo”, a cui veniva tolta la tessera alimentare e la casa.

Molte delle testimonianze raccolte ci parlano più spesso di una colpevolizzazione che di una indignazione e di un’almeno embrionale protesta.

Una conseguenza del regime di Stalin che perdura ancor oggi è il carattere riservato e conformista della popolazione. (…) Ai bambini veniva insegnato a tenere la lingua a freno, a non parlare con nessuno della propria famiglia e a non giudicare né criticare nulla di quanto vedessero fuori casa.

In una società in cui si pensava che la gente venisse arrestata perché parlava troppo, le famiglie sopravvivevano grazie alla riservatezza. Imparavano a condurre una doppia vita, nascondendo agli occhi e alle orecchie dei pericolosi vicini, e talvolta ai propri stessi figli, informazioni e opinioni, fedi religiose, valori e tradizioni familiari, consuetudini e fatti della vita privata in contrasto con le norme pubbliche sovietiche. Imparavano a parlare sottovoce.

La lingua russa ha due parole per definire chi parla sottovoce: una indica «chi sussurra per paura di essere udito» (šep uš ij) e un’altra «chi fa l’informatore o parla alle spalle del prossimo» (šeptun). Questa distinzione trae origine dal lessico degli anni di Stalin, quando tutta la società sovietica era costituita da «sussurratori» di un tipo o dell’altro. (pp. 6-7).

Già questo preambolo di Figes, che ricerca le caratteristiche e il lascito dello stalinismo non solo nella violenza più brutale e diretta, ma nello stravolgimento generale della società, al punto di ingenerare l’idea (scorretta e in realtà fuorviante, ma attraente) di un “mutamento genetico” del popolo russo, dovrebbe essere sufficiente per mettere a tacere le stolte giustificazioni di quella tragedia, magari in base a un ridimensionamento del numero delle vittime dirette.

Avevo sempre pensato che i Canfora, i Burgio, i Losurdo, o il loro ultimo adepto, Giorgio Galli (di cui ho recensito severamente su Limes online il penoso libro su Stalin), impegolandosi in un conteggio dei morti degno dei negazionisti dello sterminio nazista, o accettando la menzogna staliniana sul Patto Ribbentrop-Molotov firmato “per guadagnare tempo”, dimenticassero le conseguenza morali e non solo materiali del terrore nei confronti dei comunisti, e del biennio di complicità con Hitler. Pensavo ad esempio che questi “nostalgici” dimenticavano la prima vittima dello stalinismo, il partito comunista, che da organizzazione di rivoluzionari coscienti fu trasformato in caserma, o meglio prigione, con carcerati e secondini. Ma, confesso, mettevo un po’ in secondo piano le distorsioni profonde nella vita quotidiana dei russi, anche di quelli sfuggiti all’arresto (anche se sapevo di Bulgakov o Šostakovi , che hanno passato tante notti con la valigetta pronta, in attesa che qualcuno bussasse) o di quelli sopravvissuti a lunghi anni di Gulag, e dei loro familiari.

Cercherò di seguire la traccia del libro, anche perché la suddivisione in capitoli contribuisce a tracciare quella periodizzazione del periodo staliniano che è indispensabile per sfuggire agli anacronismi rilevati in tanti autori.

Ma prima di lasciare l’introduzione, vorrei segnalare una nota metodologica molti utile. Per anni gli storici indagavano quasi esclusivamente sulla sfera pubblica, la politica, l’ideologia, ecc. L’individuo compariva quasi solo come autore di lettere alle autorità.

La sfera privata della gente comune era in larga parte celata alla vista. Il problema, ovviamente erano le fonti. La maggior parte delle “collezioni private” negli ex archivi del soviet e del partito appartenevano a noti personaggi del mondo della politica, della scienza e della cultura. I documenti di tali raccolte venivano selezionati con cura dai proprietari per essere donati allo Stato, e riguardavano soprattutto la loro vita pubblica. Tra le molte migliaia di collezioni private esaminate nelle prime fasi delle ricerche per questo libro, meno di una decina rivela qualcosa della vita familiare o privata. (p.7)

Le ragioni erano varie, ma tutte riconducibili alla prudenza e al sospetto, che ingeneravano silenzio. Anche i testi di memorie pubblicati in Unione Sovietica o accessibili negli archivi sovietici prima del 1991, rivelavano ben poco (con qualche eccezione per quelli pubblicati nella seconda metà degli anni Ottanta, nel periodo della glasnost’). E c’è un altro problema, che Figes analizza in modo convincente.

I memoriali di intellettuali emigrati dall’Unione Sovietica e di sovietici sopravvissuti alle repressioni staliniane editi in Occidente non sono meno problematici, pur essendo stati accolti come la “voce autentica” di chi “fu messo a tacere” che narra l’esperienza del terrore staliniano vissuta da semplici cittadini. All’inizio degli anni Ottanta, al culmine della guerra fredda, in Occidente l’immagine del regime staliniano era dominata dai racconti di sopravvivenza dei membri dell’intellighenzia, soprattutto quelli di Evgenija Ginzburg e Nade~da Mandel’štam. (…) Questa visione morale (…) ha avuto una profonda influenza sull’enorme numero di memoriali scritti dopo il crollo del regime sovietico, e un forte impatto sugli storici, che dopo il 1991 erano più inclini a mettere in rilievo le forze della resistenza popolare alla dittatura staliniana. Ma sebbene dicano il vero riguardo ai molti sopravvissuti al terrore, in particolare ai membri dell’intellighenzia, ferventi fautori degli ideali di libertà e individualismo, questi memoriali non rappresentano i milioni di persone comuni, tra cui anche numerose vittime del regime staliniano, che non solo non ne condividevano la libertà interiore o il sentimento di dissenso, ma anzi, al contrario, accettavano in silenzio e interiorizzavano i valori fondamentali del sistema, si conformavano alle sue leggi pubbliche e, forse, collaboravano alla perpetrazione dei crimini. (p.8)

Figes analizza con umanità e senza moralismi questi atteggiamenti. Per la maggioranza delle persone, osserva, comprese molte vittime del regime staliniano, “integrarsi nel sistema sovietico era un mezzo per sopravvivere, un passo necessario per tacitare i propri dubbi e i propri timori che, se espressi, avrebbero potuto rendere la vita impossibile” (in senso letterale).

Credere nel progetto sovietico e collaborarvi era un modo per dare un senso alle sofferenze che, senza una finalità superiore, avrebbero potuto ridurli alla disperazione. Come disse un altro figlio di kulak, condannato a molti anni di confino in quanto nemico del popolo e che pure rimase per tutta la via uno stalinista convinto, “credere nella giustizia di Stalin… rendeva più facile accettare la punizione, e faceva svanire la paura”. (p.9)

È questo che rende particolarmente utile questo libro, che combinando con rigorosa cautela storia orale e documenti, ricostruisce non i “dettagli esteriori” del terrore e dell’esperienza del Gulag, ma il “mondo interiore delle famiglie e degli individui”. Sospetto e silenzio segue la vicenda di centinaia di famiglie, di diversa estrazione sociale e provenienti da città, cittadine e villaggi di tutta l’Unione Sovietica. Di esse, “alcune subirono la repressione, mentre altre, quelle degli agenti dell’NKVD o degli amministratori del Gulag, furono coinvolte nel sistema di repressione”. Ci sono anche famiglie che non furono toccate direttamente dal terrore, ma dal punto di vista statistico il loro numero risulta piuttosto esiguo.

La principale pecca del libro, è che non è sempre facile seguire le storie delle famiglie che si intrecciano e ritornano in capitoli diversi (dato che questi sono organizzati in base a criteri prevalentemente cronologici). L’autore stesso consiglia di connettere i brani ricorrendo all’Indice dei nomi. Abbastanza faticoso farlo per la famiglia allargata di Konstantin Simonov, la cui vicenda occupa un centinaio di pagine sparse tra la 12 e la 633… Ma è come un libro nel libro, e lo scopo complessivo di Figes è di tracciare un grande affresco della società sovietica, non una serie di ritratti. Tuttavia, in appendice, è fornito un albero genealogico delle famiglie più ricorrenti, e anche un inserto fotografico molto bello.

Figli del 1917 (1917-1928)”

 

Il solo pregio di questa prima parte è quella di ricostruire il clima eroico e informale del primo decennio del potere sovietico, anche se ci sono ancora abbondanti tracce dei pregiudizi e delle faziosità che avevano caratterizzato il primo libro di Figes (La tragedia di un popolo, cit.).

Mi è sembrato assai efficace un aneddoto raccontato da Elizaveta Drabkina, che di Lenin fu amica e collaboratrice (e ci ha lasciato un bel libro, tradotto anche in italiano, su Gli ultimi giorni di Lenin, Tindalo, Roma, 1970). Elizaveta nel 1917 aveva dimenticato com’era fatto suo padre, scomparso nella clandestinità dodici anni prima, quando lei aveva solo cinque anni. Ora si erano incontrati perché la Drabkina era diventata segretaria allo Smol’nyj, e aveva saputo qual’era lo pseudonimo del padre, Sergej Gusev, divenuto presidente del Comitato militare rivoluzionario del Soviet di Pietrogrado, ma non lo aveva cercato per farsi riconoscere, dato che in quegli ambienti “si presumeva che ogni bolscevico sacrificasse i propri interessi personali alla causa comune”, ed era considerato “filisteo” occuparsi della vita privata mentre il partito era “impegnato in una lotta decisiva per la liberazione dell’umanità”. Ma un giorno Elizaveta lo aveva incontrato nella mensa dello Smol’nyj. Dopo aver mangiato la razione di zuppa di cavolo e avena, lei, appena diciassettenne, aveva ancora molta fame, e aveva notato un uomo prestante in divisa mentre mangiava la stessa misera zuppa di tutti “tenendo il cucchiaio in una mano, mentre nell’altra stringeva una matita con cui firmava i documenti che i suoi collaboratori gli mettevano davanti.

D’un tratto sentii chiamarlo: “Compagno Gusev!”.

Ah! – pensai - allora quello è mio padre!” All’improvviso, senza pensare a quello che facevo, mi alzai , uscii da dietro il tavolo, mi feci strada fino a Gusev, e dissi: “Compagno Gusev, ho bisogno di lei”.

Voltò verso di me il viso stanco, con gli occhi arrossati per la mancanza di sonno. “La ascolto, compagna!”

Compagno Gusev, sono sua figlia – dissi – mi dia tre rubli per mangiare”.

Evidentemente era stanco al punto che di quanto gli avevo detto sentì solo la richiesta dei tre rubli.

Prego, compagna”, disse, e infilata la mano nella tasca interna della giacca estrasse il portafoglio, ne tirò fuori una banconota verde, nuova e frusciante, da tre rubli. La presi, lo ringraziai e ordinai un altro pasto. (p. 14)

L’aneddoto piacque tanto a Lenin, che se lo fece raccontare più volte. Elizaveta oltre a essere la segretaria di Jakov Sverdlov, lo straordinario compagno che resse la segreteria del partito bolscevico con poche decine di collaboratori (mentre dopo la sua morte, nel marzo1919, l’apparato con Stalin si gonfierà a dismisura), era diventata una mitragliera della Guardia rossa, e aveva combattuto nell’Armata rossa. Col padre riuscirà poi a ristabilire un minimo di rapporto, e per un certo periodo vissero in uno stesso appartamento. L’episodio effettivamente rende l’idea del clima di quegli anni: non tanto per il sovraccarico straordinario di fatica e preoccupazioni del padre, ma per un dato da non sottovalutare: il presidente Gusev-Drabkin mangiava la stessa sbobba alla stessa mensa di tutti gli altri. E la giovane funzionaria Elizabeta aveva fame come tutti, non c’erano razioni speciali, e non aveva neppure tre rubli per un’altra zuppa…

Nel dicembre 1936 Elizaveta Drabkina venne arrestata come trotskista, e condannata a cinque anni di reclusione nel carcere di Jaroslavl’. Ma già nel 1939 la sua condanna era stata portata a quindici anni, da scontare nel campo di lavoro di Noril’sk, nelle miniere di carbone, dove rimase menomata nell’udito per un’esplosione e fu trasferita nel settore tecnico, incaricata di tradurre libri e manuali stranieri. Invano tra il 1941 e il 1945 fece per quattro volte domanda di essere inviata al fronte…

Scheda. Il rigonfiamento dell’apparato

L’inizio del rigonfiamento precede la nomina di Stalin a “segretario generale”, fatta proprio per “coordinare” un apparato che cresceva vertiginosamente.
In una lettera del 25 settembre 1922 Lenin aveva detto brutalmente: “il nostro apparato è una tale porcheria che bisogna ripararlo radicalmente”. In un'altra lettera del maggio 1921 aveva parlato di “m... schifezza del nostro apparato di direzione”. In un’altra lettera del febbraio 1922 diceva che “in queste “sezioni” (se così si chiamano tali istituzioni presso il CC) vi sono in posti importanti degli stupidi e dei pedanti. […] Noi stessi, (“lottando contro il burocratismo”…) ce ne creiamo uno sotto il naso dei più vergognosi e dei più stupidi. Il potere del Comitato centrale è grandissimo. Le sue possibilità sono immense. Distribuiamo il lavoro a 200-400 mila funzionari di partito e, per mezzo loro, a migliaia e migliaia di senza partito. E questa gigantesca opera viene completamente rovinata dal burocratismo ottuso!”. (I passi citati sono tratti da: Lenin, Opere, vol. 45, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 587, 116 e 472. In quel volume, pubblicato dopo la morte di Stalin, ci sono decine di altri passi che vanno nella stessa direzione).
La lettera era indirizzata a Vjaceslav Molotov, che fu per tutta la vita il principale collaboratore di Stalin. Si noti che le dimensioni dell’apparato sfuggivano a Lenin, tanto è vero che la cifra presumibile oscillava tra 200 e 400 mila. Nei primi anni dopo la rivoluzione, la segreteria del partito affidata a Sverdlov contava invece poche decine di militanti efficienti e soprattutto coscienti.
Invece sotto la guida di Stalin, oltre a ingigantirsi, l’apparato aveva cambiato natura: “Abbiamo nelle sfere più alte del potere non si sa esattamente quanti, ma almeno qualche migliaio, al massimo qualche decina di migliaia dei nostri. Tuttavia alla base della gerarchia centinaia di migliaia di ex funzionari che abbiamo ereditato dallo zar e dalla società borghese, lavorano, in parte coscientemente in parte incoscientemente, contro di noi”. Il passo, tratto dal volume XLV dell’edizione russa, è citato in Moshe Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969, p. 19. Vale la pena di confrontarlo con i versi di Majakovskij che ho citato nell’articolo Con Dario Fo alla riscoperta di Majakovskij ...e dell'URSS degli anni Venti, oggi nel sito all’interno del testo “Il vicolo cieco”. Trionfo, involuzione e tragedia del movimento comunista.
Sui cambiamenti non solo quantitativi del partito rimane insuperabile il libro di Giuliano Procacci, Il partito nell’Unione Sovietica. 1917-1945, Laterza, Roma-Bari, 1974, purtroppo introvabile se non in qualche rivendita dell’usato.

 

La ricostruzione delle vicende di quel primo decennio in questo capitolo presenta una sfasatura tra le testimonianze riportate, da cui emerge in genere il quadro di una terribile povertà condivisa, e le ricostruzioni storiche di Figes, ricalcate sul suo libro precedente e intessute da frequenti luoghi comuni non documentati: ad esempio sul ruolo personale di Trotskij a Kronštadt. Ricalcando quanto aveva scritto nel suo libro precedente, Figes confonde i marinai insorti nel 1921 con quelli del 1917, che in gran parte avevano lasciato la base, diventando preziosi quadri dell’Armata Rossa. Figes ignora quanto era stato spiegato dettagliatamente più volte dal capo dell’Armata Rossa, che appunto, proprio perché si era scontrato pochi mesi prima con i marinai della fortezza nel dibattito sul sindacato, ritenne inopportuno partecipare all’assalto (di cui peraltro si dichiara corresponsabile politicamente per averlo votato nel X Congresso del partito). Né Figes riporta la proposta di realizzare qualcosa di simile a quella che si chiamerà NEP fatta da Trotskij già nel febbraio 1920 e respinta dal Polibjuro; su questa invece è molto corretta la ricostruzione di Andrea Graziosi nel primo volume della sua Storia dell’Unione Sovietica: Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. 1914-1945, il Mulino, Bologna, 2007, pp. 134-135.

Non convince che nelle ricostruzioni di quel decennio Figes parli spesso genericamente di mutamenti avvenuti gradualmente “nel corso degli anni Venti”. Quando? Nel 1921 o nel 1929? C’è una bella differenza. Ad esempio, lo stesso Figes accenna di sfuggita che in quel periodo “a ex SR e menscevichi era ancora consentito di lavorare nel governo sovietico”.

Contrariamente a quanto riportato in molti dei libri d’insieme sulla repressione, dal libro emerge inoltre chiaramente che per tutti gli anni Venti, a parte le vicende drammatiche della guerra civile e l’episodio di Kronštadt (su cui, per chiarire che non lo sottovaluto né lo approvo, rinvio a quanto ho scritto ed è reperibile oggi sul sito sotto il titolo “Trotskij e Kronštadt”), si riportano molti episodi di intolleranza religiosa e politica, di fanatismo e di conformismo, ma non di repressione violenta ed esecuzioni. Nulla di comparabile a quello che accadrà dopo l’invio dei principali oppositori in esilio, e poi nel corso degli anni Trenta.

Anche i dati quantitativi dovrebbero pesare: nel primo pur tanto drammatico decennio in cui l’esistenza del potere sovietico era stato spesso in bilico e doveva difendersi da molteplici attacchi esterni, i prigionieri si contano in decine di migliaia, a partire dalla fine degli anni Venti in centinaia di migliaia, e tra il 1937 e il 1953 in milioni (non mi interessa entrare nella logica del calcolo esatto di quanti milioni: quando si raggiungono queste dimensioni, cambia poco per il giudizio morale).

Orlando Figes d’altra parte sottolinea soprattutto i mutamenti graduali di mentalità, come quello che risulta dalla testimonianza di quello che definisce “un idealista del Komsomol”, Mihail Bajtalskij. Egli aveva “corteggiato a lungo una ragazza ebrea di nome Eva, segretaria della locale sezione del Komsomol” e aveva finito per convincerla al matrimonio, nonostante le scarse occasioni di intimità tra i due, dovute soprattutto allo zelo fanatico con cui Eva si dedicava al suo lavoro, considerando una distrazione inammissibile avere rapporti intimi (al massimo Mihail poteva sperare di tenerle una mano riaccompagnandola a casa rubandole un bacio). Dopo il matrimonio ebbero un figlio che chiamarono Vi (dalle iniziali di Lenin!), ma il matrimonio si ruppe quando nel 1927 Bajtalskij fu espulso per “trotskismo” e costretto da Eva ad andarsene di casa. Nel 1929 fu arrestato. L’intolleranza, dunque, aveva preceduto di due anni la repressione.

Ripensando a quelle vicende negli anni Settanta, Bajtalskij ha detto di ritenere che Eva fosse una brava persona, che aveva però messo da parte la propria bontà per “senso del dovere verso il partito”. Tra i bolscevichi ce n’erano tanti come Eva, e la loro totale accettazione delle valutazioni espresse dai dirigenti del partito non venne meno quando la rivoluzione lasciò il passo a una repressione spietata e alla distruzione di una parte notevole dei quadri più maturi e critici. Egli osservava:

Queste persone non degenerarono, anzi, al contrario, cambiarono troppo poco. Il loro mondo interiore rimase quello di prima, impedendo loro di vedere quanto era cominciato a cambiare nel mondo esterno. La loro sfortuna era il conservatorismo (lo definirei “conservatorismo rivoluzionario”), espresso nella loro immutata devozione …alle norme e alle definizioni acquisite durante i primi anni della rivoluzione. Persone simili si lasciavano addirittura persuadere a confessare di essere spie per il bene della rivoluzione. E molte si convinsero, e morirono credendo che comportarsi così fosse necessario alla causa rivoluzionaria. (p. 38)

Bajtalskij forse era troppo indulgente non solo nei confronti dell’ex moglie. Negli anni Settanta aveva incontrato un vecchio stalinista, suo compagno nel Komsomol degli anni Venti, diventato ingegnere in una fabbrica ai tempi di Stalin, di cui era un fanatico sostenitore.

Non difendeva il dittatore (conosceva i fatti), anche se credeva ancora in molte delle sue affermazioni, per esempio riguardo alla colpevolezza di Tuha evskij e di altri “nemici del popolo”, e rifiutava di metterle in discussione. Bajtalskij giunse alla conclusione che il vecchio amico non si aggrappasse a un’ideologia stalinista, quanto piuttosto all’orgoglio per le qualità che lui stesso aveva in quegli ardenti anni giovanili. Non voleva rinunciare alle sue convinzioni degli anni Venti e Trenta, ormai diventate parte integrante della sua personalità, e rifiutava di ammettere che proprio quelle qualità avessero favorito la sua “disponibilità interiore ad accettare tutto, proprio tutto, persino l’esecuzione dei suoi compagni più cari. (p. 551)

Figes fornisce parecchi altri esempi, ma io stesso ho conosciuto bene uno degli scampati alla repressione, Paolo Robotti, il cognato di Togliatti, che continuava nella seconda metà degli anni Sessanta a sostenere che se tutti avessero resistito come lui alle torture, l’ondata repressiva si sarebbe sgonfiata e a giustificare l’ingiustificabile in URSS (su Robotti rinvio a quanto scrivevo nell’articolo “Il 1956 visto da una sezione del PCI a Roma,” ora nel sito). Va aggiunto solo che, quando ne ho scritto, non aveva ancora visto i documenti (riportati in particolare nei Dialoghi del terrore, cit.) che provano che Robotti non fu solo vittima, ma anche zelante delatore prima e dopo quei sedici mesi di detenzione…

In ogni caso emergerà chiaramente, dalla stessa costruzione del libro, che Figes, pur riportando sintomi inquietanti risalenti agli anni Venti, non ha dubbi: la “grande svolta” è successiva. Quando afferma che “le epurazioni iniziarono ben prima dell’ascesa al potere di Stalin”, si capisce che fa una grande confusione, ignorando una delle caratteristiche essenziali dello stalinismo, il mutamento semantico, che attribuisce valori diversi alla stessa parola. Il “centralismo democratico” ad esempio, era stato concepito da Lenin al momento della riunificazione con i menscevichi dopo la rivoluzione del 1905 come garanzia per i bolscevichi, che nel partito riunificato erano in minoranza, e non ha niente a che vedere con le misure vessatorie introdotte da Stalin contro il diritto delle minoranze di esporre le proprie tesi in periodo congressuale. L’egualitarismo era diventato “egualitarismo piccolo borghese” e quindi combattuto; il diritto di frazione che aveva caratterizzato il partito operaio socialdemocratico russo e che era stato “temporaneamente sospeso” nel 1921 viene negato, il “frazionismo” diventa il crimine supremo, da espiare anche con la morte.

Così Figes, esploratore di tutti gli archivi possibili, ma che evidentemente non si è confrontato pazientemente con la ricchissima raccolta degli scritti di Lenin, non capisce che il termine “epurazione”, proposto effettivamente da Lenin, si riferiva all’allontanamento di quegli arrivisti e carrieristi che erano entrati nel partito verso la fine della guerra civile, una volta consolidatosi il potere sovietico. Lenin aveva richiesto più volte di ridurre le dimensioni del partito, ma dopo la sua morte Stalin al contrario organizza una “Leva Lenin” che raddoppia gli iscritti al partito facendovi entrare in massa operai senza alcuna esperienza, che verranno poi adeguatamente “indottrinati” con i “Principi del leninismo”. Viceversa comincerà l’allontanamento dei militanti più formati. (Si veda sopra la scheda sul “rigonfiamento dell’apparato”). Allontanamento, comunque, non uccisione o incarcerazione. D’altra parte da molti punti di vista, dalla seconda metà degli anni Venti lo stalinismo si consolida e si rafforza, ma incontrando forti resistenze che dureranno fino al 1934, quando l’assassinio di Kirov attribuito all’opposizione spezzerà ogni resistenza a Stalin. L’ho ricostruito attentamente nel IV capitolo di Intellettuali e potere in URSS, ora nel sito, dedicato appunto a quel drammatico anno di svolta, in cui ci fu nel XVII congresso l’ultimo tentativo di sostituire Stalin, che aveva accumulato catastrofi provocando una carestia spaventosa con la collettivizzazione forzata e aprendo la strada a Hitler con la tattica imposta al partito comunista tedesco e all’intera internazionale.

La grande svolta (1928-1932)”

Il capitolo sulla grande svolta invece coglie bene l’origine dell’accelerazione autoritaria, e anche la data è ben scelta. Non solo e non tanto per il salto qualitativo rappresentato dall’esilio di Trotskij nella lontana Alma Ata (dopo la morte di Lenin gli oppositori erano stati allontanati da Mosca, ma col pretesto di incarichi di partito in regioni più o meno remote), quanto per l’inizio della collettivizzazione forzata e dell’offensiva contro i kulak. I danni furono enormi, non solo per gli effetti tremendi sull’economia agricola, da cui l’URSS non si riprenderà mai del tutto e a cui abbiamo accennato, ma soprattutto per gli effetti sulle centinaia di migliaia di quadri inviati nelle campagne per imporre con la violenza la collettivizzazione, sia che come Pasternak ne rimanessero sconvolti, sia che si adattassero in pieno a quella barbarie. Anche su questo non mi dilungo, ne ho parlato spesso altrove; gli esempi portati da Figes sulle ripercussioni a distanza di anni e di decenni sui figli di quei kulak veri o presunti, sono comunque impressionanti. Ci sono anche testimonianze su come, decenni dopo, chi provava a ritornare nel villaggio natale almeno per rivederlo, veniva accolto con ostilità da chi aveva preso la sua casa e i suoi beni (alcuni episodi richiamano alla memoria l’accoglienza riservata nel 1945-1946 da molti polacchi agli ebrei scampati al genocidio).

Questa parte, che è sostanzialmente corretta e come al solito ricca di testimonianze dirette, andrebbe letta da chi di quel periodo non ha capito niente, ma continua a elogiare i meriti di Stalin. C’è chi continua a ripetere che egli non avrebbe voluto quel che è successo… Costoro si appigliano magari all’ipocrita articolo sulla Vertigine dei successi, con cui il Vozd scaricava un po’ di responsabilità sugli esecutori degli ordini, e incoraggiava i contadini a tentare di uscire dai Kolchoz, per riprendere subito dopo la repressione più feroce identificando chi aveva tentato di farlo. Questi giustificazionisti sono i neanderthaliani della sinistra, in via di estinzione, e potremmo ignorarli.

Più diffusi i pontefici di centrosinistra, che si affrettano a ripetere che Trotskij avrebbe fatto come e peggio di Stalin, e che comunque con la collettivizzazione non ha fatto che applicare la linea proposta dall’Opposizione di sinistra. Ignoranza o stupidità o malafede? L’Opposizione di sinistra proponeva fin dai suoi primi documenti del 1923-1924 di incoraggiare i contadini poveri a entrare in cooperative attraverso incentivi materiali, soprattutto orientando l’industrializzazione verso prodotti necessari ai contadini. E lo proponeva in quegli anni, in cui le distorsioni provocate dalla NEP e dalla parola d’ordine “Arricchitevi!” avevano cominciato a divenire palesi ma non si erano consolidate.

Stalin, allora strettamente legato a Bucharin, rifiuta nettamente e ignora il problema fino a quando, cinque anni dopo, è diventato esplosivo. Allora non rimane che la violenza. Ma confondere la proposta politica dell’Opposizione con la violenza della collettivizzazione forzata di Stalin è un po’ come considerare equivalenti un rapporto intimo consensuale e uno stupro a mano armata.

Figes evita questa confusione e afferma che durante la NEP “quasi tutti concordavano sul fatto che la collettivizzazione doveva essere un processo graduale e volontario. (…) L’improvviso cambiamento di linea politica fu imposto da Stalin nel corso del 1929” e fu un colpo sferrato contro il suo ex alleato Bucharin.

In realtà la svolta era cominciata nel maggio 1928, ma diventa visibile solo un anno dopo, quando il conflitto con Bucharin, Rykov (capo del governo) e Tomskij (presidente dei sindacati) non è più nascosto dietro bizantini attacchi a un misterioso e non identificato “pericolo di destra” evocato da un anno. Figes osserva che l’accelerazione della collettivizzazione è la conseguenza della decisione di imporre tassi di crescita sempre più alti.

Gli investimenti dovevano triplicare, la produzione di carbone raddoppiare e quella della ghisa (che nella versione originale del piano, doveva aumentare del 250 %) quadruplicare entro il 1932. In un accesso di frenetico ottimismo, in larga misura condiviso dalla base del partito, la stampa sovietica propose lo slogan “il piano quinquennale in quattro anni”. Proprio questi tassi di crescita utopistici costrinsero il partito ad accettare la politica staliniana della collettivizzazione di massa come l’unico sistema per assicurarsi l’approvvigionamento di generi alimentari a basso costo, condizione indispensabile per sfamare la manodopera industriale in rapida espansione (oltre che per procurarsi capitale vendendoli all’estero).(p. 81)

Come è noto, la produzione agricola crollò invece a livelli bassissimi. I contadini, prima di essere forzati a entrare nel kolchoz macellavano le loro bestie mangiando per l’ultima volta abbondantemente, e nascondendo le carcasse sotto il frigorifero naturale della neve. A volte venivano deportati senza che si trovasse il nascondiglio, che veniva scoperto – ormai in putrefazione – quando nei villaggi semideserti era scoppiata la primavera. Così furono distrutti 14 milioni di bovini, un terzo dei suini e degli ovini. Circa due milioni e mezzo di kulak e “assimilati” (per essere considerati tali bastava, anche se poverissimi, aver manifestato dissenso o dispiacere per la sorte di un parente o amico) furono deportati in quella prima fase.

La collettivizzazione aiutò l’industrializzazione solo in altro modo: con la generalizzazione del lavoro schiavistico, che compare in quegli anni su larga scala e viene usato soprattutto per infrastrutture come i canali tra il mar Bianco e il mar Baltico, o tra il Volga e il Caspio, e per le miniere nell’estremo nord inospitale.

Secondo Stalin, la guerra contro i kulak era inscindibile dalla campagna per la collettivizzazione; egli respingeva l’idea di utilizzare i kulak come braccianti, come proponevano alcuni dirigenti: “Quando si taglia la testa – sosteneva – non si piange per i capelli”. D’altra parte nel complesso le iniziative di resistenza non furono moltissime. Anche se vi furono villaggi in cui gli abitanti si opposero alle quote, insistendo che lì non c’erano kulak ed erano tutti ugualmente poveri, e altri in cui si rifiutarono di consegnarli, o cercarono perfino di difenderli quando arrivavano attivisti per arrestarli, in altri ci fu una “passiva rassegnazione dettata dalla paura”.

In alcuni luoghi furono gli stessi contadini a scegliere i kulak. Tenevano un’assemblea di villaggio e si limitavano a stabilire chi dovesse andarsene (particolarmente vulnerabili erano gli agricoltori soli, i vedovi, gli anziani). Altrove vennero estratti a sorte. (p.85).

Figes riporta la testimonianza di Dmitrij Streleckij, un giovane nato in una grande famiglia contadina della regione di Kurgan, in Siberia, che rimase un fervente stalinista, e manifestò sempre un ingenuo attaccamento al partito, in cui cercherà di entrare più volte dopo la fine della deportazione. Dmitrij ricorda il modo in cui gli abitanti del villaggio scelsero i suoi genitori perché fossero deportati come kulak.

Non vi furono ispezioni o calcoli. Si limitarono a venire da noi e a dirci: “voi ve ne dovete andare”. Serkov, il presidente del soviet di villaggio incaricato dell’espulsione, spiegò: “Ho ricevuto l’ordine [dal comitato di partito del distretto] di trovare 17 famiglie di kulak da deportare. Allora ho costituito un comitato di contadini poveri e abbiamo trascorso la notte a scegliere le famiglie. Nessuno nel villaggio è abbastanza ricco da avere i requisiti, e non ci sono molti anziani, quindi abbiamo scelto semplicemente 17 famiglie. E voi siete tra quelli”, ci disse. “Per favore, non prendetela come un fatto personale. Che altro potevo fare?” (Ibidem)

Figes ricostruisce in altre pagine il fenomeno complessivo, riportando valutazioni diverse sulla dimensione delle deportazioni: tra il 1929 e il 1932 in un modo o nell’altro avrebbero lasciato le loro case circa dieci milioni di contadini, la maggior parte stipati in carri bestiame, altri incolonnati a piedi, alcuni vivendo da fuggiaschi. Bambini e anziani morivano come mosche. Ma forse il racconto dell’ingenuo Streleckij è più efficace nel rendere le infinite tragedie umane nascoste dietro quelle cifre.

La sua famiglia venne espulsa dalla fattoria in cui viveva da cinquant’anni, la casa distrutta, gli attrezzi agricoli, carri, cavalli e mucche trasferiti al kolchoz, mentre gli oggetti più piccoli, la biancheria, le stoviglie, furono prese dai vicini. Le icone di famiglia spezzate e bruciate. Tutti erano stati ammucchiati in una stalla, in attesa del trasferimento verso un campo forestale degli Urali: partirono in 14, i nonni con tre dei figli e vari nipoti. Uno degli zii di Dmitrij era stato escluso dalla deportazione, perché era un veterano dell’Armata Rossa che aveva combattuto nella guerra civile, ma un anno dopo era stato “scelto” anche lui come kulak, per una seconda quota di deportati, e aveva avuto solo un’ora per prepararsi e scegliere qualcosa da portarsi. I nonni intanto erano morti nel corso del primo anno. Dmitrij Streleckij ricorda con amarezza che al momento della partenza non avevano potuto portare niente.

Perdemmo tutto. Che cosa potevamo sperare di riporre in un’ora? Papà voleva prendere i suoi bastoni da passeggio (uno aveva il pomo d’argento), ma le guardie non glielo consentirono. Inoltre tolsero l’anello e la catena d’oro a mia madre. Fu un furto bello e buono. Ci lasciammo alle spalle tutto: casa, fienili, bestiame, biancheria, abiti e porcellane. Avevamo soltanto qualche straccio, e ovviamente, noi stessi, i nostri genitori, figli, fratelli e sorelle, la vera ricchezza vivente della famiglia. (p.87)

Ricordo al lettore distratto che Dmitrij è rimasto stalinista fino al 1956, fino a quando, cioè, uno dei collaboratori e complici di Stalin spiegò cos’era stato il dittatore…

Figes riporta anche testimonianze (tante) di chi stava dall’altra parte. Lev Kopelev, un giovane comunista che aveva partecipato ad alcune delle atrocità perpetrate contro i contadini ucraini, aveva ammesso di essere entrato con iniziale entusiasmo come volontario in una brigata del Komsomol che nel 1932 requisiva il grano ai kulak, prendendo tutto quello che avevano, sino all’ultima pagnotta. Ripensando a quell’esperienza negli anni Settanta, dopo aver conosciuto da vittima l’esperienza del Gulag, Kopelev ricordava le urla dei bambini e l’aspetto dei contadini “terrorizzati, imploranti, pieni d’odio, di una passività apatica, consumati dalla disperazione o infiammati di una ferocia temeraria al limite della pazzia”.

Era un tormento vedere e udire tutte quelle cose. Ancora peggio parteciparvi… E io mi persuadevo, mi davo delle spiegazioni. Non devo cedere a una pietà debilitante. Stavamo provvedendo a una necessità storica. Stavamo compiendo il nostro dovere di rivoluzionari. Stavamo procurando il grano alla patria socialista. Per il piano quinquennale.

Kopelev nel suo bilancio ricorda gli sforzi che faceva per subordinare il proprio giudizio morale (che definiva “verità soggettiva”) ai fini morali superiori (la “verità oggettiva”) del partito. Anche quando cominciava a provare orrore per quello che stava facendo, si “inchinava alla volontà del partito: la prospettiva di rinunciare a questa posizione in nome di valori “borghesi” come “la coscienza, l’onore e lo spirito umanitario” lo atterriva. “La cosa di cui avevamo più paura era (…) di cadere nel dubbio o nell’eresia perdendo la nostra fede illimitata”. (p. 173).

Non era il solo. Perfino Boris Pasternak, che era rimasto sconvolto da quel che aveva visto durante la collettivizzazione, nell’aprile 1935 aveva scritto a Ol’ga Frejdenberg:

Eppure ti confesserò che più passa il tempo, più, nonostante tutto, sono pieno di fiducia in tutto quello che si sta facendo qui da noi. Molte cose colpiscono per la loro barbarie e ad ogni piè sospinto ti attende una sorpresa. Ma nonostante tutto, se si tiene conto delle risorse russe, rimaste sostanzialmente intatte, mai si è guardato così lontano e in modo così degno, basandosi su idee vive e non stagnanti. (p. 172)

Anche Nade~da Mandel’štam ricorda che lei e il marito, il grande poeta Osip, che nel 1934 sarebbe stato arrestato e ucciso per una poesia su Stalin letta in una cerchia di dieci amici stretti (di cui uno, evidentemente, era un delatore), a volte avevano pensato più meno la stessa cosa, e avevano espresso il timore “che la rivoluzione li avrebbe lasciati indietro se non si fossero accorti di tutte le cose meravigliose che stavano accadendo”…

Figes riporta molti casi di questa identificazione con l’ideologia del regime anche da parte di chi stava per essere colpito dalla repressione, e perfino, abbiamo visto, da parte di alcune delle vittime.

Ma già in quella prima fase del terrore, non mancarono episodi di resistenza più o meno efficacemente organizzata. Pochi rispetto all’immensità del territorio e della popolazione coinvolti, ma non insignificanti: nel solo biennio 1929-1930 la polizia registrò 44.799 “disordini gravi”. Centinaia di comunisti e attivisti spediti nelle campagne per imporre la collettivizzazione e deportare i kulak, furono uccisi e molte migliaia aggrediti e bastonati.

C’erano manifestazioni contadine e tumulti, assalti alle istituzioni sovietiche, tentativi di incendio e attacchi alle proprietà dei kolchoz, proteste contro la chiusura delle chiese. Era quasi una replica della situazione creatasi alla fine della guerra civile, quando in tutto il paese le insurrezioni contadine avevano costretto i bolscevichi a rinunciare alle requisizioni e a introdurre la NEP, ma questa volta il regime sovietico era abbastanza forte da soffocare la resistenza (anzi, molte rivolte contadine del 1929-1930 furono provocate dalla polizia per far uscire allo scoperto e sopprimere i “kulak ribelli”. (p. 89)

È un passo esemplare: da un lato, al di là dell’opinione di Figes e della maggior parte degli storici occidentali anticomunisti o comunque mai stati comunisti, emerge chiaramente la differenza tra il periodo della guerra civile e la collettivizzazione. Le requisizioni del 1918 erano imposte dalla necessità di sopravvivere, quelle del 1929 avevano lo scopo di “sopprimere i kulak o presunti tali. La differenza nella repressione non dipende dal fatto che “il regime sovietico era abbastanza forte” (una repressione di quelle dimensioni, con la crescita esponenziale delle polizie, è in genere sintomo di debolezza, non di forza), ma semplicemente che era un’altra cosa di quello del 1918. La scheda sui contadini, estratta dalla mia dispensa “Il vicolo cieco”, fornisce alcuni elementi di riflessione.

Scheda: Il rapporto città-campagna nel 1918
Il conflitto tra i contadini e i soviet non era ideologico, ma concretissimo (ed era anzi un conflitto di interessi tra città e campagna). I contadini avevano coltivato la terra conquistata nel corso della rivoluzione prima di tutto per soddisfare i propri bisogni. Gli appezzamenti ottenuti erano quasi sempre troppo piccoli per assicurare un surplus sufficiente a rendere conveniente un viaggio per collocare le eccedenze in zone lontane dove rendevano di più (ad esempio in una zona cerealicola ovviamente il grano vale poco, perché tutti ne hanno), e in ogni caso il caos dei trasporti, dovuto agli effetti prolungati della guerra, e a quelli incipienti della guerra civile, rendeva meno interessante uno sforzo per aumentare la produzione oltre il fabbisogno familiare.
La conseguenza fu che le città furono affamate come mai durante la guerra. I soviet di fabbrica organizzarono spedizioni nelle campagne per procurarsi cibo, con le buone o le cattive maniere. I contadini venivano pagati con i nuovi rubli stampati dal potere sovietico, di cui tuttavia diffidavano a causa dell’inflazione galoppante (non era una situazione solo russa ma di tutta l’Europa del primo dopoguerra, con il famoso caso limite della Germania). Per i contadini non erano che pezzi di carta, sicché preferivano i vecchi rubli zaristi (e lo Stato sovietico fu costretto per questo a stamparne un certo quantitativo, che naturalmente si svalutavano non meno degli altri). Il problema vero è che vecchi o nuovi rubli non avevano un quantitativo equivalente di prodotti industriali da acquistare, per il crollo della produzione dovuta al blocco dei porti da parte delle potenze antisovietiche, alla mancanza di carburante, di pezzi di ricambio, alla difficoltà di far giungere sul luogo di produzione le materie prime per il caos dei trasporti. La produzione scese al 13% di quella del 1913, e quelle poche fabbriche che funzionavano erano per giunta destinate a sostenere lo sforzo militare imposto dall’aggressione e dalla guerra civile che divampava.
Non era facile distinguere le responsabilità esterne e le cause profonde di questa situazione: per molti contadini è più semplice dire “i comunisti sono cattivi, i bolscevichi erano buoni”. Se non si univano stabilmente ai “bianchi” è solo perché il programma di questi puntava apertamente a cancellare la riforma agraria; ma molti contadini tenteranno di combattere gli uni e gli altri formando le famose bande “verdi” poi mitizzate dagli anarchici.

Lenin e i contadini

Tra le varie calunnie che sono state rimesse in circolazione nella grande operazione anticomunista del cosiddetto Libro nero del comunismo, curato da Stéphane Courtois e rilanciato in Italia da Mondadori (con la grande sponsorizzazione di Berlusconi) c’è il mito di un Lenin spietato e pronto a sterminare i contadini perché refrattari al comunismo. In realtà nelle Opere di Lenin, che raccolgono anche i più piccoli appunti presi durante il convulso periodo della guerra civile, si trovano molti scritti che provano il contrario (e non si dimentichi che non erano destinate alla pubblicazione). La stessa frase sui bolscevichi buoni e i comunisti cattivi era stata detta per stimolare alla riflessione sulle cause di una crisi di relazioni che poteva essere tragica per la rivoluzione. Sono interessanti ad esempio le lettere con cui Lenin sottopone all’attenzione dei collaboratori la figura di un contadino che ha avuto modo di incontrare, Ivan Afanasievic Cekunov, che “simpatizza con i comunisti, ma non entra nel partito perché va in chiesa, è cristiano”. Quello che conta è che “migliora l’azienda” e nel suo distretto “con l’aiuto degli operai, è riuscito a ottenere la sostituzione di un cattivo potere sovietico con uno buono”. Soprattutto dice la verità: “i contadini hanno perso la fiducia nel potere sovietico”. Lenin ne propone la fucilazione? Niente affatto, ed anzi conclude che “è a gente simile che dobbiamo aggrapparci con tutte le forze per ristabilire la fiducia delle masse contadine”. Lenin fa molte proposte di inserimento di Cekunov in apposite strutture del potere sovietico, e raccomanda che in ciascuna zona sarebbe meglio trovarne tre, con le stesse caratteristiche: “vecchi”, e soprattutto “senza partito e cristiani”. ( Lenin, Opere, v. 45, Editori riuniti, Roma, 1970, pp.59-60).
Al tempo stesso, Lenin si occupava di molte piccole cose concrete, come il ridimensionamento del costosissimo Bolscioi per finanziare le campagne di alfabetizzazione e le sale di lettura (ma le sue proposte vennero respinte!); gli aumenti incontrollati di personale senza copertura; gli sbarramenti eccessivi per i visitatori del Cremlino; la scelta degli accessori per la fabbricazione degli stivali; ecc.. Insomma era un uomo assai lontano dal fanatico settario descritto da chi vuole impedirci di riflettere su quella straordinaria esperienza…

 

 

Mi fermo qui nell’esame del libro per una semplice ragione: credo che si contino sulle dita di una mano quelli che hanno avuto la pazienza di leggerlo con attenzione fino all’ultima riga, ma mi rendo conto che se continuo ad allungare la recensione, dedicando lo stesso spazio ad altri capitoli molto interessanti (dal IV sulla “Grande paura”, al VI, “Aspettami”, sul tempo della guerra, ecc.), quelli che la leggeranno saranno ancora di meno, e lo scopo divulgativo che mi prefiggevo andrà a farsi friggere. Ma ancora due cose le debbo inserire: Orlando Figes rivisita, grazie a diverse testimonianze, il caso famosissimo di Pavlik Morozov, il pioniere quindicenne ucciso dai parenti perché aveva denunciato e fatto fucilare il padre, ed era stato per questo trasformato in una specie di Santa Maria Goretti o San Luigi Gonzaga del regime, anche grazie a Gor’kij (ma non solo: anche Sergej Ejzenštein si era prestato a fare un film su di lui, Il prato di Be~in, che fu tuttavia vietato da Stalin e di cui rimangono solo poche inquadrature).

La realtà era diversa: il padre di Pavlik, Trofim Morozov, era un contadino medio “sobrio e laborioso” che era stato ferito due volte mentre combatteva nell’Armata Rossa durante la guerra civile. Era stato rieletto tre volte presidente del soviet locale; l’accusa del figlio era di aver fornito documenti falsi ai kulak deportati negli insediamenti speciali. Pavlik non era neppure un pioniere in senso stretto (nel villaggio non ce n’erano, e d’altra parte una scuola rudimentale con maestro unico per tutte le classi era stata aperta solo nel 1931). Pavlik era considerato nel villaggio un “bambino spregevole”, che nutriva rancore verso il padre perché aveva abbandonato la famiglia per un’altra donna. Al processo contro il padre, che gli aveva detto: “Sono io, sono tuo padre”, aveva recitato al giudice la frase d’occasione: “Sì, un tempo era mio padre, ma non lo considero più tale. Non agisco in quanto figlio ma in quanto pioniere”.

Se lo avessero ucciso i familiari del padre, sarebbe stato anche comprensibile, ma in realtà pare che fosse stato ucciso da altri adolescenti, tra cui la cugina Danila (che sarà la principale accusatrice dei nonni nel “processo spettacolo” che venne allestito). In pratica, la montatura venne costruita ricalcando quella zarista del processo del 1913 all’ebreo Mendel Bejlis, accusato di omicidio rituale di un fanciullo cristiano, (ultima manifestazione della barbarie dei Romanov, oggi santificati dalla chiesa russa…).

Il culto ebbe un impatto enorme sulle norme morali e la sensibilità di un’intera generazione di bambini, i quali appresero da Pavlik che la fedeltà allo Stato era una virtù superiore all’amore per la famiglia e ad altri legami personali. Tramite questo culto, in milioni di menti fu instillata l’idea che fare la spia ad amici e parenti non fosse un’infamia, ma una dimostrazione del senso civico che ci si aspettava da un cittadino sovietico. (pp 114-117).

Molte testimonianze riportate da Figes illustrano gli effetti di questo culto negli anni, in particolare sui bambini ospiti degli orfanotrofi (veri orfani o figli piccolissimi di genitori condannati e ricoverati con un nuovo nome, per non essere più rintracciabili da qualche parente).

La storia di Pavlik esercitava una forte attrazione soprattutto sugli orfani, i quali, non avendo esperienza della vita familiare, non riuscivano a capire che cosa avesse fatto di male il ragazzo denunciando il padre. Allevati dallo Stato, erano indottrinati a essergli grati e fedeli per averli salvati dalla miseria, che a quanto veniva loro detto era il destino degli orfani a cui non era toccata la fortuna di nascere in Unione Sovietica, il miglior paese del mondo.

Andando avanti nella lettura ci sono resoconti terribili di orrori (compreso il ricatto della tortura o dello stupro inflitto a familiari per piegare la resistenza di dirigenti come Kos’ior, destinati a fare le comparse con le loro confessioni nei processi spettacolo) ma sono anni in cui non solo viene sterminata la maggioranza assoluta dei dirigenti del 1917, ma in cui si moltiplicano i suicidi di militanti comunisti, da Majakovskij alla moglie di Stalin e a suo tempo segretaria di Lenin, Nade~da Allilueva, da Sergo Ord~onikidze a Mihail Tomskij, il presidente dei sindacati… Non basta per capire che alla soglia degli anni Trenta, l’URSS non era più la stessa di quella dei primi anni dopo la rivoluzione?

L’ultima considerazione riguarda la logica della repressione. Figes aiuta indirettamente, ma dato che non sa bene cosa è stata la rivoluzione e cosa l’ha fatta deviare (a partire dalla guerra civile, di cui non capisce neppure che non fu certo una scelta dei bolscevichi!), non riesce a interpretare bene le trasformazioni della società e la loro periodizzazione. Io invece sono sempre stato colpito da un dato: da tutte le testimonianze e le ricostruzioni coeve dei primi anni rivoluzionari (indipendentemente dalla loro maggiore o minore simpatia per i bolscevichi, da Carr a Chamberlin, da Rosmer a Victor Serge) emerge una società molto diversa rispetto a quella fotografata nel 1936 da Trotskij nella “Rivoluzione tradita”, che invece appare già molto simile a quella degli anni Settanta o Ottanta. I mutamenti sono iniziati nel primo decennio e si sono consolidati nel secondo.

Per il periodo che si conclude con il grande terrore di massa, Figes riesce a ricostruire il quadro delle trasformazioni nella società russa, anche grazie a testimonianze di alto valore, ma non riesce a spiegarne completamente la logica e le forze motrici. Ricorro quindi a un libro che, anche grazie a una diretta esperienza personale, tenta una comparazione tra i diversi sistemi concentrazionari: Andrzej J. KamiDski, I campi di concentramento dal 1896 a oggi. Storia, funzioni, tipologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.

Chiarito che non esamina i campi di sterminio nazisti, che avevano una funzione diversa, ed erano solo campi di transito rapido verso la morte, KamiDski esamina molti casi di conflitti tra la NKVD e alcuni amministratori dei campi che volevano aumentare la produzione, offrendo condizioni migliori di alloggio e di alimentazione ai lavoratori più efficienti e soprattutto a ingegneri e tecnici. “Secondo gli orientamenti della NKVD i deportati politici dovevano di regola essere adibiti ai lavori pesanti, mentre le mansioni più leggere erano riservate ai criminali comuni”. Ingegneri e tecnici, ovviamente, erano tutti “politici”. La NKVD reagiva minacciando di destituire gli ingegneri capi del campo di Noril’sk, che pure erano riusciti ad aumentare la produzione. KamiDski sostiene che la logica dei campi era di tipo schiavistico (in Germania come in URSS), ma che era insensata dal punto di vista economico.

Per catturare gli schiavi, per mantenerli in soggezione, per sorvegliarli e per obbligarli al lavoro entrambi i sistemi totalitari abbisognavano di un apparato poliziesco estremamente complesso e oltremodo costoso; a questo scopo essi dovettero destinare non poche unità della grandezza di una divisione, in particolare i sovietici, che temevano (…) i loro deportati molto più dei nazisti, nonostante essi dispongano di due guardiani straordinari come la geografia e il clima. (Ivi, p. 186)

KamiDski riporta valutazioni che parlano di “un milione di soldati ben addestrati” che non poterono essere utilizzati nei combattimenti perché impegnati a catturare e controllare schiavi. Forse erano meno, afferma, ma comunque…

Se prendiamo in esame l’aspetto economico, però, pesò molto di più per l’Unione Sovietica il fatto che nei lunghi decenni di pace centinaia di migliaia di giovani maschi nel fiore degli anni e nel periodo potenzialmente più proficuo della loro vita siano stati distolti dal processo produttivo allo scopo di sorvegliare milioni di lavoratori schiavi e di costringerli a eseguire mansioni la cui produttività era prevedibilmente bassa e i cui risultati insoddisfacenti. Non c’è bisogno di aver fatto esperienza diretta come lavoratore forzato e di aver assistito a lavori del genere per rendersi conto di come un simile modo di estorcere lavoro sia, e non possa non essere, irrimediabilmente antieconomico. (Ivi, p. 187)

Da un lato KamiDski ricorda i giganteschi costi dei trasporti, della sorveglianza, dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’alloggiamento (“per quanto misere siano le ultime voci dell’elenco”), dall’altro osserva che “il lavoratore coatto, che proprio a causa delle miserabili condizioni in cui vive può impegnare nel lavoro solo una piccola parte delle forze di cui normalmente disporrebbe”, per mero istinto di conservazione “finisce per lavorare impiegando solo una frazione di quella piccola parte”. E a volte lo schiavo, “quasi sempre nemico mortale del regime che lo ha ridotto in schiavitù”, si sforza di sabotare e di danneggiare la produzione appena ne ha la possibilità, a volte usando male i materiali o gli attrezzi, o – nella produzione di munizioni – sputando nei bossoli…

Ma altre pagine dedicate da KamiDski all’antieconomicità del sistema schiavistico sono molto interessanti per capire le ragioni generali della bancarotta dell’economia sovietica e di quelle dei paesi collegati. I criteri puramente quantitativi delle “norme fissate”, dalla cucitura di camicie e mutande di cui parlano Susanne Leonhard ed Elinor Lipper, al raccolto delle patate indipendentemente dai criteri usati, dai tuberi rovinati o lasciati nel campo, sono stati la causa di un’ulteriore irrazionalità del sistema. Di cui, molto probabilmente, il primo ad avere consapevolezza fu Lavrentij Berija, colpito dall’ondata di rivolte nei campi subito dopo la guerra e soprattutto dopo la morte di Stalin.

Ma su questo rinvio all’utilissimo libro di Marta Craveri, Resistenza nel Gulag. Un capitolo inedito della destalinizzazione in Unione Sovietica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003. E, anche se può dar fastidio l’autocitazione, al mio Intellettuali e potere in URSS, di cui è inserita nel sito la parte essenziale della prima edizione, compresa l’ampia cronologia ragionata, che già nel 1986 prevedeva la crisi, e ne abbozzava un’interpretazione.

Scheda bibliografica
Questa scheda è assolutamente parziale, e segnala solo alcune testimonianze essenziali e ineludibili sul terrore staliniano.
Di Aleksandr Solzhenitsyn, Arcipelago GULag è stato pubblicato da Mondadori, Reparto C da Einaudi e da vari altri editori (Garzanti, Utet, Newton Compton, ecc.); Il primo cerchio da Mondadori.
Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine, Mondadori, Milano, 1967 e 1979.
Elinor Lipper, Undici anni nelle prigioni e nei campi di concentramento sovietici (Orpheus, Ginevra, s. d.)
Nade~da Mandel’stam, L’epoca e i lupi, Serra e Riva, Milano, 1990.
Anatolij Rybakov , Gli anni del grande terrore, Rizzoli, Milano, 1989.
Degli straordinari Racconti della Kolima di Varlam Šalamov, sono uscite tre edizioni (Savelli, Roma, 1978; Adelphi, Milano, 1999; Einaudi, Torino, 1999).
Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler, il Mulino, Bologna, 1995 (il racconto di una dei comunisti tedeschi consegnati a Hitler nel 1940).
Per una valutazione comparata non solo tra i lager nazisti e quelli russi, segnalo Andrzej J. KamiDski, I campi di concentramento dal 1896 a oggi. Storia, funzioni, tipologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.
Rinvio poi per una più ampia rassegna bibliografica a: GULag. Il sistema dei lager in URSS, a cura di Marcello Flores e Francesca Gori, Mazzotta, Milano, 1999.
Faccio un’eccezione segnalando ancora due libri di autori italiani: il primo, che affronta un problema particolare, ma di una certa importanza, è: Marta Craveri, Resistenza nel Gulag. Un capitolo inedito della destalinizzazione in Unione Sovietica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003. L’altro è il primo volume di una notevole Storia dell’Unione Sovietica di Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. 1914-1945, il Mulino, Bologna, 2007. L’uno e l’altro libro (che hanno rapporti tra loro, la Craveri è stata allieva di Graziosi, che a sua volta la ringrazia per aver “contribuito ad aprire il [suo] orizzonte”), hanno il pregio di comprendere le differenze tra il clima della guerra civile e la grande repressione avviata nel 1929.

Sulla repressione nei confronti dei rifugiati italiani in URSS:

Dante Corneli, Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in URSS, La Pietra, Milano, 1977.
Romolo Caccavale, La speranza Stalin. Tragedia dell’antifascismo italiano in URSS, Valerio Levi ed., Roma, 1989. Ripubblicato ampliato da Mursia nel 1995 col titolo Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin.
Dialoghi del terrore. I processi ai comunisti italiani in Unione Sovietica, a cura di Francesco Bigazzi e Giancarlo Lehner, Ponte alle Grazie, Firenze, 1991 (contiene verbali di interrogatorio e deposizioni di delatori).
Nazario Sauro Onori, Un paradiso infernale. Gli antifascisti bolognesi assassinati e incarcerati nell’URSS di Stalin, Sapere 2000, Roma, 1997
Giancarlo Lehner con Francesco Bigazzi, La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del PCI in Unione Sovietica, Mondadori, Milano, 2000.
E. Dundovich F. Gori, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006.
Emilio Guarnaschelli, Una piccola pietra. L’esilio, la deportazione e la morte di un operaio comunista italiano in URSS 1933-1939, Garzanti, Milano, 1982.
Didi Gnocchi, Odissea rossa. La storia dimenticata di uno dei fondatori del PCI, Einaudi, 2001, e tanti altri…

 

Appendici

A proposito degli archivi sovietici, su cui è diffuso il rifiuto preconcetto, inserisco una recensione fatta qualche anno fa su un libro molto interessante sull’ultimo decennio di Stalin, basato su una esplorazione degli archivi, e in particolare delle lettere inviate dai cittadini sovietici e intercettate dai servizi.

Inoltre riporto uno stralcio da un mio testo sull’Uso politico della storia, già inserito nel sito ma poco visitato, tanto più cominciava affrontando il dibattito su un libro di Angelo d’Orsi, e presumibilmente un lettore poteva non immaginare che l’ultima parte riguardasse la scottante questione degli archivi sovietici. Chi lo ha già letto, mi scusi, ma non volevo che finisse nel dimenticatoio…

Inoltre, dato che prima di inserire nel sito questo testo ho cominciato a farlo girare tra persone che stimo, ho avuto già parecchie segnalazioni di lacune nelle segnalazioni bibliografiche. Ne sono convinto, ma non posso riempire centinaia di pagine come richiederebbe una bibliografia veramente esauriente. Ma una delle dimenticanze è effettivamente grave: riguarda la prima testimonianza sulla collettivizzazione forzata fatta da un sovietico: pubblicato in Italia da Longanesi nel 1948, Ho scelto la libertà di Victor Kravchenko, fu rigettato da tutta la sinistra come un volgare manuale di anticomunismo. In realtà questo libro di quasi 900 pagine è la testimonianza di una graduale presa di coscienza dell’autore, avviata proprio quando era stato mandato a cacciare i kulak (su questo ci sono un’ottantina di pagine drammatiche). Krav enko era poi stato inviato nel 1943 negli Stati Uniti come membro della Commissione commerciale sovietica a Washington, e aveva cominciato a preparare la sua fuga, che riuscì a realizzare dopo un anno. Nel 1947 il suo libro era uscito anche in Francia, e si era scatenata una spaventosa campagna di diffamazione da parte di intellettuali filocomunisti, che erano stati denunciati da Krav enko. Le accuse erano grottesche: ad esempio si asseriva che il libro sarebbe stato citato favorevolmente nel 1944 da Goebbels, il che avrebbe provato che Krav enko era un collaborazionista: peccato che il libro fosse uscito negli USA solo due anni dopo!

Il resoconto del processo, steso da Nina Berberova, è stato pubblicato anche in Italia (Nina Berberova, Il caso Krav enko, Guanda, Parma, 1991) ed è molto interessante perché registra la vergognosa partecipazione di illustri intellettuali come Frédéric Joliot-Curie, Vercors, Pierre Courtade, Roger Garaudy, ecc. alle calunnie contro l’autore e contro i testimoni (ad esempio Margarete Buber-Neumann veniva presentata come collaboratrice del nazismo e millantatrice, dato che parlava di una sua detenzione in campi di concentramento sovietici, che notoriamente non esistono…).

A) Gli ultimi anni di Stalin, visti dall’interno dell’Urss

 

L’utilizzazione giornalistica scorretta di qualche documento offerto a buon prezzo agli studiosi occidentali dopo l’apertura degli Archivi dell’Urss (ma in fondo si trattava di un solo vero caso di ricostruzione poco scrupolosa di una frase in un documento poco leggibile da parte di uno storico fino a quel momento ineccepibile), ha portato a una diffidenza esagerata su tutto quel che proviene da quegli archivi, che invece hanno cominciato ad essere studiati sistematicamente da ricercatori russi del tutto rispettabili.

Un esempio ottimo è il libro di Elena Zubkova, Quando c’era Stalin, il Mulino, Bologna, 2003, che utilizza in modo rigoroso sia la saggistica russa e sovietica precedente, sia la memorialistica pubblicata largamente nel momento di maggiore slancio della glasnost, ma soprattutto una fonte particolarmente interessante: le lettere inviate spontaneamente dai cittadini sovietici al Comitato centrale o direttamente a Stalin, quelle indirizzate alla redazione della rivista “Novyi mir” che tra il 1953 e il 1957 rappresentò il punto di riferimento più importante per il rinnovamento della società sovietica, e la posta intercettata, esaminata e utilizzata (spesso con esiti tragici per gli autori) dalla censura militare dell’apparato statale di sicurezza durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo.

Con maggiori cautele, ma con non minore interesse, la Zubkova utilizza gli studi sulla pubblica opinione condotti dagli organi di governo, al momento di determinate campagne o su alcuni strati sociali, su scala nazionale o in certe regioni. Sono i dati sulla carestia del 1946-1947, e sulle condizioni terribili di vita, alloggio e lavoro nell’immediato dopoguerra (agghiaccianti i resoconti delle autorità sulla salute degli adolescenti che avevano rimpiazzato gli adulti nelle fabbriche, lavorando 10 o 12 ore in condizioni analoghe a quelle descritte da Engels o da Marx per l’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento).

Anche sulla preparazione della riforma monetaria del 1947, ci sono pagine sorprendenti, sia sulle voci che la accompagnarono, sia sul suo aggiramento da parte dei burocrati che dovevano preparare nella massima segretezza la sostituzione della carta moneta circolante, ma che avvertirono tempestivamente i loro complici nelle malversazioni, che provvidero subito ad acquistare oro o beni di ogni genere, per sottrarre al controllo le somme accumulate illegalmente.

L’attenzione della Zubkova si concentra soprattutto sui mutamenti dell’opinione pubblica, dal revival della fede religiosa in genere e delle sette millenaristiche in particolare, alla straordinaria fioritura di iniziative studentesche indipendenti dalle strutture burocratizzate del Komsomol. Alcune di esse, iniziate con innocui giornalini di istituto e poi, dopo il loro divieto, proseguite con altrettanto innocenti fogli “clandestini”, finirono per essere catalogate come attività controrivoluzionarie antisovietiche, e sanzionate con alcune condanne a morte e molte a dieci o anche venticinque anni di reclusione.

Naturalmente almeno le pene detentive realmente scontate furono meno lunghe di quelle comminate perché già nel 1953 (per iniziativa dello stesso Berija) e poi soprattutto nel 1956 la maggior parte dei detenuti (che secondo lo stesso Berija erano ancora due milioni e mezzo, e tra cui si moltiplicavano forme a volte durissime di insubordinazione e di rivolta), furono rilasciati. Ma il ritorno a casa degli ex deportati non fu tranquillo, sia perché molti, pur “riabilitati”, continuavano a essere colpiti da vessazioni varie (ad esempio non potevano accedere a molti incarichi o iscriversi alle università), sia perché una parte della popolazione li guardava con sospetto.

La grande poetessa Anna Achmatova, dopo il XX Congresso, quando il processo di riabilitazione assunse caratteristiche di massa, osservò che “ora che i condannati stanno tornando , vi sono due Russie che si osservano, l’una di fronte all’altra: quella di coloro che finirono nei campi e quella di chi ve li mandò”. La Zubkova osserva, concordando con lo storico Šarapov, che le Russie in realtà erano tre: c’erano anche coloro che non erano stati deportati, ma che non erano stati delatori o collaboratori dell’ingiustizia.

Una parte del libro si basa sui dibattiti che esplosero sulle riviste letterarie, e ovviamente soprattutto su “Novyi mir”, con una partecipazione straordinaria dei lettori e con momenti pubblici di grande intensità (con la folla arrampicata sulle facciate per ascoltare almeno dalle finestre la discussione).

L’autrice riporta integralmente la lettera di un ingegnere che per decenni non aveva mai letto i romanzi criticati dalla “Pravda” e che in sanatorio – in mancanza di altro - aveva preso per la prima volta in mano “Novyi mir”, rimanendo folgorato dal romanzo di Vasilij Grossman “Per la giustizia”, che era stato stroncatissimo dalla critica ufficiale: in esso scopriva che “la gente è rappresentata come davvero è nella vita, e non secondo una qualche divisione precostituita tra buoni e cattivi”.

Sorprendente anche la parte del libro dedicata alle elezioni del 1946, ovviamente con candidato unico, ma in cui nel pur relativo segreto dell’urna non pochi elettori riuscirono a scrivere commenti oltraggiosi sui candidati e in genere sui dirigenti. Peraltro non è neppure escluso che gli informatori drammatizzassero il fenomeno, magari per attribuire a ignoti contestatori quel che in segreto pensavano essi stessi. Più in generale l’autrice osserva in modo metodologicamente corretto che i sondaggi sullo stato d’animo delle masse possono essere distorti dal fatto che i funzionari preposti segnalavano probabilmente soprattutto le “idee pericolose” che richiedevano una particolare vigilanza anziché quelle banali e conformiste.

Ma la sensazione che la Zubkova riesce a trasmetterci è che in quegli anni di decompressione dopo la terribile esperienza della guerra ci fosse un’aspettativa profonda di cambiamento, che fu delusa e bruciò un’intera generazione. Tra cui, soprattutto, gran parte dei reduci dalle campagne vittoriose fuori dei confini sovietici, su cui si appuntò il sospetto che – sotto l’influenza di quel che avevano visto a Praga o Berlino - potessero rappresentare una nuova generazione “decabrista” (come quella che poco più di dieci anni dopo il ritorno dall’Europa occupata nel corso delle guerre contro Napoleone, tentò il primo moto rivoluzionario in Russia). Per questo su di loro, e ancor più su quelli che erano sopravvissuti ai lager nazisti (in cui erano finiti prigionieri spesso per gli errori dei loro superiori inetti), si concentrò la “vigilanza” e presto la repressione che doveva chiudere quella fase di speranze, in cui si erano manifestate per la prima volte dopo decenni le forze per cambiare gli assetti dell’Urss staliniana. Un’occasione sprecata allora, e ancor più nel 1956, per la “sindrome ungherese” che bloccò il “disgelo” e la grande fioritura di energie creative. Quando trent’anni dopo il processo riprenderà, sarà troppo tardi: le spinte alla ricerca di una soluzione socialista alla crisi erano state bruciate, o annegate nell’alcool o nelle sette religiose, il dissenso punito ed esasperato aveva imboccato quasi sempre la strada del rifiuto assoluto dell’esperienza rivoluzionaria e dell’imitazione subalterna delle idee proposte dall’Occidente capitalistico. (a.m.)

 

Elena Zubkova, Quando c’era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo, il Mulino, Bologna, 2003, pp. 284, Euro 21.

 

B) Ancora sull’uso politico (e sul rifiuto) della storia1

Il PCI e l’URSS

 

Mentre infuriava la battaglia sul libro di d’Orsi, un convegno dell’Istituto Gramsci ha suscitato, sia pure per un periodo di tempo più circoscritto, polemiche abbastanza vivaci. Non avevo ricevuto nessun invito dai promotori (pur essendo nei loro indirizzari), ma non me ne ero stupito molto (mi capita spesso, anche da chi in passato mi ha invitato) e mi limitavo ad aspettare gli Atti per valutare cosa c’era di nuovo. Ma Rossana Rossanda, intervenendo in proposito, mi ha rassicurato: non c’era stata una discriminazione ad personam nei confronti di un vecchio marxista rivoluzionario impenitente. Scrive infatti la Rossanda che al Convegno “quelli che restano di quegli anni non sono stati né coinvolti né invitati. Come se fossero – fossimo – materiali inaffidabili, neanche da prendere con le molle ma da ignorare”.

Devo dire che più che al “mal comune mezzo gaudio” ho pensato a una nemesi storica che colpiva anche chi in passato ci aveva considerato appunto “materiali inaffidabili, neanche da prendere con le molle ma da ignorare”…

Dai commenti apparsi su tutta la stampa nazionale, il convegno non sembra aver portato novità sensazionali. Per lo meno quelle su cui si è concentrata l’attenzione dei commentatori, non lo erano per lo stesso PCI, e tantomeno per i DS. Su “il manifesto” del 27 maggio Ida Dominianni ha scritto “che la storiografia (ex)comunista perde il pelo ma non il vizio. Cambia oggetti e criteri, ma non rinuncia a rapportare molto strettamente la ricerca storica alla bisogna politica. Cambia gli interlocutori, ma scegliendo i più utili (i quali nemmeno si lasciano sedurre, visto che Ernesto Galli della Loggia accusa la revisione di essere comunque tardiva…)”. Non ci convince molto.

Intanto non mi sembra che i DS abbiano tanto bisogno di ricerche di questo tipo (e neppure di tentare di “sedurre” un discutibile personaggio, più pamphlettista che storico, come Galli della Loggia). Né che si possa ridurre tutto il convegno all’argomento su cui ovviamente si è buttata la stampa alla ricerca di notizie sensazionali, cioè il rapporto del PCI con l’URSS.

Lo fa anche tuttavia anche Rossana Rossanda, che liquida ingenerosamente il lavoro di storici come Silvio Pons, che secondo lei sarebbero interessati soltanto ai documenti provenienti dagli archivi russi visitati per la prima volta da Elena Aga Rossi e Zaslavski, “assunti solo in quanto testimonianza di una dipendenza”, dato che nulla sarebbe peggiore per essi del gruppo dirigente guidato da Togliatti.

In realtà Silvio Pons, insieme a Francesca Gori della Fondazione Feltrinelli (anch’essa accecata dal cupio dissolvi dei diessini?) ha lavorato per anni negli archivi russi, contemporaneamente a Zaslavski, ma in piena autonomia, e ha pubblicato un utilissimo volume con molti documenti originali soprattutto sul periodo 1943-1944. Al volume, curato insieme a Francesca Gori, hanno dato contributi Michail Narinskij, Leonid Gibianskij, e altri studiosi russi e italiani.2 La strada era stata aperta da un altro storico italiano, Aldo Agosti, che non solo è rigorosissimo, ma non è certo sospettabile di odio verso Togliatti, a cui ha dedicato una monumentale monografia apparsa presso la UTET, e largamente ignorata dalla sinistra italiana.

Agosti aveva trovato per primo negli archivi del Comintern, e onestamente pubblicato su “l’Unità” del 28 ottobre 1991, il documento redatto da Togliatti a Mosca e modificato dopo l’incontro con Stalin. Togliatti passava dal rifiuto di collaborazione col re e Badoglio della prima stesura (rifiuto motivato con l’impossibilità che due incalliti reazionari potessero guidare efficacemente la lotta al fascismo), alla disponibilità a entrare nel governo Badoglio, rinunciando anche alla richiesta di abdicazione del re, a condizione che i due vecchi complici di Mussolini si impegnassero a lottare contro il fascismo…

Nel 1991, quindi l’essenziale sul ruolo di Stalin nella preparazione della “svolta di Salerno” era già stato provato.3 Poi si sono aggiunti gli appunti di Dimitrov e il verbale del colloquio di Stalin con Thorez, a cui venivano date le stesse direttive date a Togliatti per un fronte interclassista, il disarmo delle forze partigiane, ecc.4 Ma nella sinistra italiana si continua a giurare sull’originalità dell’elaborazione togliattiana del “partito nuovo”, della “democrazia progressiva”, ecc. Non solo Luciano Canfora (la cui popolarità nel “popolo della sinistra” è legata soprattutto alla capacità di presentare brillantemente questi e altri luoghi comuni), ma a quanto pare anche la Rossanda.

I documenti trovati vengono screditati e quindi rifiutati per la loro provenienza (gli archivi della Russia), o per l’ideologia anticomunista assunta da parte di molti ricercatori ex sovietici ed ex comunisti come appunto Zaslansky, sorvolando sul fatto che l’ideologia può spingere uno storico serio a qualche commento discutibile, ma non a inventare i documenti, tanto più in un caso come quello dell’URSS staliniana, che ha compiuto tali e tanti crimini contro i popoli e il movimento comunista internazionale, da rendere del tutto assurdo e inutile inventarne qualche altro.5

Uno degli argomenti usati dalla Rossanda è che queste ricerche non hanno come oggetto di indagine l’esperienza sconvolgente della guerra, o quella della resistenza, “né quindi come successe che il PCI sia diventato il più grande partito comunista di occidente”. Mi sembra un argomento assai discutibile: il partito italiano ha affrontato con capacità del gruppo dirigente indubbiamente superiori a quello francese (o belga, o inglese, o greco, insomma a tutti quelli dell’occidente) i compiti assegnati ad essi da Stalin nel quadro della spartizione del mondo con l’imperialismo britannico e nordamericano. Lo ha potuto fare anche perché Togliatti non era un mediocre esecutore, ma un elaboratore geniale e originale di quella linea.

Togliatti ha svolto compiti di primo piano per conto di Stalin dal 1929 al 1944, sia nei periodi in cui la linea del Comintern era grossolanamente e artificialmente settaria ed estremista, sia quando riprendeva tematiche classiche della socialdemocrazia. Togliatti dava il meglio di sé stesso quando la linea era più affine alla sua formazione politica internazionale, nella destra buchariniana, ma difendeva zelantemente e con aggressività la “linea generale” anche quando assurdamente rifiutava il fronte unico con i “socialfascisti” e magari lo cercava con i fascisti veri, come nella Germania del 1932.

Si rimuove così un problema essenziale: la linea del 1944-1947 era vincente o perdente? Era la stessa linea già sperimentata con esiti tragici in Spagna ma anche nella Francia dei Fronti Popolari. Non era una linea “imposta da Stalin”, ma elaborata da Stalin insieme a Dimitrov, Togliatti e pochi altri. Che fosse possibile staccarsene è dimostrato dal caso jugoslavo. Su questo il grosso della sinistra italiana, anche quella capace di un notevole spirito critico su altri piani, non ha mai voluto e non vuole riflettere.

A quanto pare in molti militanti comunisti della generazione politica che ha avuto un ruolo importante nel vecchio PCI tra il 1945 e il 1968, con poche lodevoli eccezioni (ad esempio Aldo Natoli), lo spirito critico non si esercita sui periodi precedenti alla loro più o meno tardiva presa di coscienza individuale. Aldo Natoli è appunto un’eccezione non solo perché, dopo l’allontanamento dal gruppo del Manifesto e dalla politica attiva, si è impegnato nella promozione di importanti iniziative di studio (come il Convegno internazionale di Urbino del 1989 su L’età dello stalinismo), in cui ha esercitato un ruolo personale notevole; egli ha avuto anche il merito di spiegare, in una bella recensione su Repubblica a una nuova edizione di Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, che quando era un dirigente del PCI non aveva neppure voluto leggere il libro perché veniva bollato come anticomunista. E Natoli non era un dirigente qualsiasi, ma un intellettuale brillante e critico, che pure accettava in quegli anni “per fede” di non confrontarsi con la letteratura e la memorialistica antistaliniana.

E che dire di Arthur London, che nella prefazione al suo tremendo e bellissimo libro autobiografico La confessione, scritta a Praga nell’agosto 1968, esprimeva il suo sgomento di fronte all’invasione sovietica, che secondo lui per la prima volta soffocava un popolo con i carri armati. Aveva sperimentato e descritto l’orrore della tortura, della pressione psicologica che metteva gli stessi familiari contro l’innocente prescelto come vittima (era stato coinvolto con altri dirigenti comunisti, quasi tutti combattenti di Spagna ed ebrei, nel mostruoso processo Slansky), ma gli sembrava che quello che stava vedendo in quel momento fosse una novità assoluta. E c’erano stati almeno i carri armati di Berlino Est nel 1953, di Poznan e Budapest nel 1956…

A volte si ha la sensazione quindi che perfino la Rossanda, che indubbiamente è da più di trent’anni una delle menti più lucide e stimolanti della sinistra italiana, abbia qualche rimozione per quanto riguarda gli anni della sua formazione nel PCI. Aldo Grandi, a proposito della ricostruzione che Rossana Rossanda oggi fa del suo ruolo nel primo “caso Feltrinelli”, quello innescato nel 1957 dalla decisione dell’editore comunista di pubblicare Il dottor Zivago sfidando le autorità sovietiche, parla di una “retrodatazione” del suo atteggiamento critico, ma il termine più esatto mi sembra appunto “rimozione”.6 Carlo Feltrinelli in Senior Service, il bel ritratto del padre che ha preparato con una lunga ricerca, un grande amore, ma anche una notevole maestria, ha evitato di chiedere una testimonianza alla Rossanda (come ha fatto invece Grandi), e ha riportato invece integralmente il rapporto che essa fece a Mario Alicata, in cui riferiva di aver incontrato Giangiacomo Feltrinelli solo per cercare di arginare lo “scandalo” e mantenere il controllo sulla casa editrice e sull’Istituto. La futura dissidente discuteva con Alicata, tutore dell’ortodossia nel campo culturale, se fosse più efficace un’esclusione dell’editore dal partito o una separazione silenziosa, ma dava tranquillamente per scontato che pubblicare un romanzo vietato dalla stupida censura sovietica fosse una colpa...7

Abbiamo ricordato questo episodio non per gusto polemico ma per cercare di spiegare in qualche modo il tono esageratamente irritato nei confronti di questo convegno e di questi giovani storici da parte di una compagna che stimiamo. Il suo bersaglio polemico erano probabilmente i DS in quanto tali, ma in tal caso doveva prendersela solo e direttamente con Vacca, e non con storici come Pons, la cui sorte mi ricorda quella di Giulietto Chiesa, che durante la perestrojka era considerato dai militanti del PCI (i futuri cossuttiani, ma non solo…) un servo dell’imperialismo solo perché riportava nelle sue corrispondenze su “l’Unità” quello che usciva sulle riviste sovietiche della glasnost. In quegli anni durante una Festa dell’Unità a Milano fu fischiato sonoramente e gli fu praticamente impedito di parlare.8 Anche gli storici in questione pagano il prezzo non tanto di quel che pensano ma di quello che hanno trovato nei famosi documenti, e che urta le più radicate convinzioni del “popolo comunista”.

Quello che dice la Rossanda sulla necessità di non basarsi solo sui documenti ufficiali sarebbe giustissimo (e andava detto a suo tempo a quegli storici del PCI come Francesco Benvenuti o Anna Di Biagio che prendevano alla lettera quanto si scriveva nei documenti pubblici del periodo staliniano, prendendo clamorose cantonate)9 Ma oggi il problema è opposto: nel corso di pochi anni (tra il 1989 e il 1994) sono emersi dagli archivi sovietici che sono stati aperti (non tutti, neppure in quegli anni, come vedremo) parecchi documenti riservati; grazie ad essi si è potuto ricostruire ad esempio l’evoluzione (o meglio involuzione) delle posizioni politiche di Togliatti sul re alla vigilia della partenza dell’Italia, o trovare le tracce della partecipazione attiva di dirigenti comunisti italiani allo sterminio di centinaia di altri comunisti, socialisti, anarchici rifugiatisi in URSS.10 Con un po’ di fortuna Pierre Broué ha potuto trovare perfino un rapporto della NKVD sull’uccisione di Andreu Nin, in una prigione segreta collocata nei sotterranei della villa di Hidalgo de Cisneros (l’aristocratico capo dell’aviazione repubblicana) e di sua moglie Constancia de la Mora, altrettanto aristocratica autrice di un libro sulla “Gloriosa Spagna” che fu diffusissimo nel PCI negli anni Cinquanta e Sessanta.11

Insomma i documenti emersi nel cataclisma che ha distrutto il “socialismo reale” a qualcosa sono serviti, anche se non hanno fatto scoprire nulla di veramente nuovo. Hanno solo confortato con solide pezze d’appoggio quello che si sapeva già da testimonianze di sopravvissuti o da opere di storici seri. Basta confrontare la prima edizione del libro di Robert Conquest, Il grande terrore apparsa nel 1968 con la nuova edizione “riveduta e aggiornata” dopo l’apertura degli archivi russi, per concludere che si poteva capire benissimo anche prima.12 Chi non aveva voluto capire prima, infatti, non vuole farlo neppure ora.

E oggi, anziché seminare il dubbio sulla loro utilità, bisogna usare anche gli archivi per demolire i pregiudizi seminati da vari “nostalgici del socialismo reale” come Canfora, che (in un articolo di un’intera pagina del “Corriere della sera”) è arrivato a mettere in dubbio perfino l’autenticità del rapporto segreto di Chrusciov basandosi solo sull’affermazione di un giornalista di “Repubblica” su qualche errore di traduzione (ovviamente attribuendoli alla CIA) nella prima edizione negli USA.13

Qualche considerazione sugli archivi russi

Lo stato reale degli archivi russi non è molto buono, ma non giustifica la campagna di discredito fatta nei loro confronti dopo l’infortunio di Franco Andreucci che anticipò su un rotocalco una trascrizione affrettata (inesatta anche perché effettuata su una fotocopia scadente) di una lettera di Togliatti sul trattamento dei prigionieri italiani in Russia, lettera che venne liquidata quindi come una patacca rifilatagli ad arte. La lettera in realtà esisteva, ed era terribile, anche senza interpolazioni: al rappresentante del PCI a Mosca Vincenzo Bianco che chiedeva un intervento a favore dei prigionieri, Togliatti aveva risposto che “la nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire”. La lettera è poi stata pubblicata senza alterazioni da Zaslansky.14

Gli archivi si sono aperti per qualche tempo anche a suon di biglietti da cento dollari (aggirando le autorità), ma non hanno avuto nessun bisogno di falsificazioni o di aggiunte. La mentalità staliniana (ed è una grossa differenza con l’atteggiamento nazista) aveva portato a vietare al pubblico moltissime opere, ad esempio gli scritti degli oppositori, ma non a distruggerle: erano solo chiuse in sale riservatissime. E lo stesso aveva fatto con gli archivi. Stalin, ad esempio, dopo aver modificato in alcune parti il Testamento di Lenin (che aveva avuto dalla sua seconda moglie, Nade~da Allilueva, una delle segretarie di Lenin), aveva conservato gelosamente l’originale nella sua scrivania, insieme ad altri cimeli, tra cui una lettera di Tito che minacciava ritorsioni dopo aver identificato il settimo killer inviato in Jugoslavia per ucciderlo. Negli archivi si conservava tutto, tanto la burocrazia era sicura che “il Cremlino fosse eterno come il Vaticano”.

I problemi sono nati poco dopo la loro apertura parziale negli ultimi anni gorbacioviani e quasi totale dopo il “crollo”. Una testimonianza interessantissima viene da un ex dissidente, Vladimir Bukovskij, che dopo averne passate di tutti colori (dal carcere all’ospedale psichiatrico),15 era stato espulso dall’URSS e scambiato nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalán. A settembre del 1991, approfittando dell’atmosfera immediatamente successiva al golpe di agosto, poté parlare alla televisione russa insieme al nuovo capo del KGB Vadim Bakatin, e si offrì di collaborare a una ricerca negli archivi dell’URSS. Scoprì presto che quelli del KGB erano sostanzialmente inaccessibili (tranne nei casi in cui unilateralmente qualcuno decideva di far trapelare qualche documento attraverso canali graditi), ma poté lavorare a lungo in quelli del PCUS. Ai dirigenti della nuova Russia, tutti ex comunisti, serviva la testimonianza di un ex “oppositore doc” al processo sulla incostituzionalità del PCUS, mentre Bukovskij (che rideva di quell’accusa, dato che il PCUS faceva e disfaceva costituzioni a suo piacimento) approfittò dell’occasione per buttare l’occhio nelle carte che lo riguardavano. E grazie a un computer portatile con scanner incorporato (una diavoleria ancora sconosciuta ai custodi degli archivi) riuscì a copiare un gran numero di documenti e a portarli con sé.16

Il risultato è di grande interesse, e largamente contrastante con le opinioni ormai nettamente reazionarie e anticomuniste di Bukovkij (ma come stupirsene dopo le esperienze che ha fatto?). Ad esempio egli ha scoperto che il Politbjuro aveva più volte escluso categoricamente l’intervento militare in Afghanistan, finendo per esserci trascinato dalla debolezza degli “amici afghani”; ma anche che lo spauracchio di un’invasione sovietica usato da Jaruzelski per accreditarsi come “male minore” si basava su un bluff, perché più volte i dirigenti sovietici, pur consigliandogli le maniere forti, gli avevano ribadito che non potevano ripetere in Polonia quel che avevano fatto nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia.

Il libro (che è di ben 850 pagine) è piuttosto sgradevole per gli sfoghi anticomunisti profusi largamente dall’autore, ma la sua lettura è utile per i moltissimi documenti trascritti. Tra l’altro Bukovskij era interessato soprattutto a trovare le tracce della sua vicenda, e ha scoperto con sorpresa che il massimo organo di direzione della (allora) seconda potenza mondiale aveva passato giorni a discutere di lui (che invece negli anni in cui nessuno osava sostenere la sua battaglia si sentiva isolato e sconfitto). Idem faceva per Sol~enicyn, e perfino per il grande violoncellista Rostropovi , colpevole solo di aver dato ospitalità all’autore dell’Arcipelago GULag. Per forza è crollata l’URSS, se con tutti i problemi che c’erano i suoi dirigenti perdevano tempo a organizzare “spontanee manifestazioni di ripudio” nei confronti di pochi dissidenti…

Il libro ha faticato in tutto l’occidente a trovare editori interessati (e anche in Italia è finito con una casa non molto prestigiosa e non ben distribuita), sia perché documenta anche come venivano eterodirette molte iniziative dell’Internazionale socialista e dei movimenti pacifisti, sia perché i grandi editori a cui lo proponeva gli rispondevano che sono cose vecchie che non interessano più a nessuno. Ma soprattutto del libro nessuno o quasi ha parlato. Eppure i documenti sono di grande interesse, e almeno in molte parti in netta contraddizione con l’ideologia del curatore (a testimonianza quindi della sua onestà).

Un altro libro che ha attinto largamente agli archivi di Mosca prima della loro chiusura pressoché totale nel 1994, è il monumentale libro sui rapporti tra il Comintern e la Spagna di Antonio Elorza e Marta Bizcarrondo.17 Gli autori lamentano di essere arrivati abbastanza tardi e con pochi fondi (mentre nei primi anni dopo il “crollo” giornalisti abili e ben dotati di valuta avevano ottenuto risultati spettacolari anche su aspetti scabrosi come l’assassinio di Nin). Gli organismi dello Stato spagnolo hanno perso invece l’occasione preziosa di recuperare in microfilm i fondi dell’archivio dell’Armata rossa sulla Spagna offerti ovviamente per urgente necessità di dollari.

Tuttavia ne hanno avuto abbastanza per fornire robuste pezze d’appoggio al loro libro, anche se hanno potuto verificare le censure effettuate in nome della continuità dello Stato sovietico, di cui il Comintern era considerato un’appendice (alla faccia di tutti i teorizzatori della “originale elaborazione di Togliatti”, ecc.). Essi osservano che per quanto riguarda il Comintern “l’apertura non è mai stata completa. Primo, perché i documenti più delicati furono trasferiti all’archivio del Presidente della Russia, al Cremlino, chiamandoli a volte con l’eufemistica definizione di “armadio 14”. Altri furono più volte “ripuliti” nell’Istituto del Marxismo-Leninismo, diventato oggi Centro Russo per la Conservazione e lo Studio della Storia Contemporanea. Se pensiamo che nella sua sezione spagnola ebbe incarichi di responsabilità un certo Ramón López, il cui vero nome era Ramón Mercader, l’assassino di Trotskij, non ci si può stupire che si siano pochi documenti sulla repressione del trotskismo”.18

Antonio Elorza (per anni storico ufficiale del PCE) e Marta Bizcarrondo spiegano dettagliatamente cosa hanno potuto trovare e cosa è stato nascosto (o gli è stato negato dopo che l’avevano visto e …pagato!), e spiegano che le censure dipendono dalla “relazione di continuità con cui la Federazione russa di oggi si pensa rispetto allo Stato sovietico di ieri”. Tutto il contrario di quello che immagina il militante comunista italiano, che immagina la Russia di Eltsin e di Putin prostrata di fronte all’Occidente (lo ha fatto per i suoi affari sporchi, certo, ma continua a sentirsi in “continuità” con l’URSS staliniana, e ne difende per quanto può la memoria e l’immagine (ottenendo così tra l’altro, e a buon prezzo, l’appoggio dei cosiddetti “comunisti” russi, che piacciono tanto a “l’Ernesto”). Comunque di documenti ne hanno trovati parecchi, che in parte riproducono fotostaticamente, anche grazie all’appoggio di ricercatori italiani che li avevano preceduti ( e ringraziano per questo Aldo Agosti, Francesca Gori e… il famigerato Silvio Pons).

Qualche altro spiraglio sugli archivi russi (nell’indifferenza generale della sinistra)

Strada facendo abbiamo trasformato questa nota polemica sulla storia del PCI e dello stalinismo in una rassegna di una piccola parte di quanto è stato pubblicato negli ultimi anni (ma i titoli che meriterebbero di essere segnalati e vengono ignorati dal “popolo della sinistra” sono ormai centinaia).

Uno di essi riguarda un aspetto importante, ma ugualmente rimosso dalla sinistra (col risultato che sull’argomento intervengono sempre soprattutto alcuni sionisti che ovviamente danno una spiegazione parziale e unilaterale del fenomeno). Riguarda l’antisemitismo che dilagò in URSS a partire dagli ultimi anni di Stalin, e che portò allo sterminio di gran parte dell’intelligencija comunista di origine ebraica, al progetto di deportare nel Birobidjian o in altra parte dell’Asia più remota gli ebrei, e alla montatura contro gli “assassini in camice bianco” fortunatamente spezzata dall’improvvisa morte del dittatore (che forse proprio di quei medici che aveva fatto incarcerare avrebbe avuto bisogno…) Uno dei documenti più inquietanti riguarda il Libro nero sullo sterminio degli ebrei nelle zone sovietiche occupate dai nazisti, nato da un’idea di Albert Einstein e curato da Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg negli ultimi anni della guerra, più volte autocensurato dai curatori, poi ulteriormente tagliato dalla censura stalinista e alla fine (nel 1947) definitivamente vietato. Il libro aggiunge poco a quanto ormai si sa sullo sterminio degli ebrei, ma è impressionante per capire la logica dei censori sovietici, che hanno dapprima fatto sparire ogni accenno alla partecipazione di cittadini dell’URSS allo sterminio, poi hanno tagliato la prefazione di Einstein che sosteneva che un’organizzazione internazionale di sicurezza non può limitarsi a proteggere gli Stati, ma deve essere in grado di soccorrere le minoranze nazionali e ogni persona; successivamente il capo del Dipartimento propaganda e agitazione Aleksandrov trovò che c’erano varie “manchevolezze”, e che “presentava un’immagine del tutto falsa della vera natura del fascismo”. Tuttavia non veniva bloccata la stampa, che era iniziata finalmente nel luglio del 1947 (doveva avere una tiratura di 30.000) copie. Ma nell’ottobre dello stesso anno la stampa già quasi completata veniva interrotta da un intervento del nuovo capo del Dipartimento, Suslov, che liquidava sommariamente e definitivamente il libro con questa incredibile motivazione: “Il dipartimento propaganda ha esaminato a fondo il “Libro nero”. L’opera contiene gravi errori di natura politica”. Naturalmente non si spiegava quali, bastava il principio di autorità per concludere: “La sua pubblicazione per il 1947 non è stata autorizzata dal dipartimento. Di conseguenza, il “Libro nero” non può essere stampato”.

Una settimana dopo ingiungeva al Comitato Antifascista Ebraico di ritirare le lastre. Uno dei principali esponenti del CAE, l’attore Solomon Mihoél’s veniva assassinato misteriosamente due mesi dopo, e nel giro di un anno la persecuzione colpiva quasi tutti i membri del Comitato, che venivano fucilati. La lettura delle parti inizialmente tagliate quando ancora non si era deciso di sopprimere il libro, che sono evidenziate con un altro carattere di stampa, è sconvolgente perché sopprima soprattutto fatti e testimonianze, non opinioni soggettive dei curatori.

Bisognerà ritornare sull’argomento dell’antisemitismo degli ultimi anni di Stalin (rimasto poi endemico e non contrastato nei decenni successivi, e presente ancor oggi non solo tra i nazionalisti conclamati come Zhirinovskij, ma anche tra le file del partito comunista russo. (23/6/00)

 

1 Questa rassegna è in qualche modo il completamento dell’articolo sul dibattito innescato dalla pubblicazione del libro Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino, 2000, apparso sul n. 100 di “Bandiera rossa”.

2 Dagli Archivi di Mosca, L’URSS, il Cominform e il PCI (1943-1951), a cura di Francesca Gori e Silvio Pons, Carocci, Roma, 1998 (in realtà si tratta del VII volume degli Annali della Fondazione Istituto Gramsci, in coedizione con la Fondazione Feltrinelli e due istituti di ricerca storica russi. Silvio Pons ha all’attivo pubblicazioni degne del massimo rispetto, in particolare Stalin e la guerra inevitabile. 1936-1941,Einaudi, Torino, 1995, che già metteva a fuoco molto efficacemente alcune delle caratteristiche della politica estera sovietica che sboccò nel Patto Ribbentrop-Molotov. E’ anche stato curatore della raccolta di documenti delle tre conferenze del Cominform pubblicati nel vol. XXX degli Annali della Fondazione Feltrinelli.

3 D’altra parte non occorrevano molte nuove prove documentarie: parlavano chiaro da un lato l’invio – contemporaneo al viaggio di Togliatti - del famigerato Viscinskij presso Badoglio e Vittorio Emanuele III, a cui portò il riconoscimento dell’URSS, dall’altra l’impegno degli angloamericani nel far arrivare Togliatti da Mosca a Napoli (a guerra tutt’altro che terminata) passando attraverso Iran, Medio Oriente, Algeria. Un simile impegno delle maggiori potenze imperialiste per un capo comunista rivelava che sapevano bene che ruolo avrebbe svolto per evitare sviluppi rivoluzionari in Italia (analogamente fecero anche per il greco Zachariadis).

4 Elena Aga-Rossi, Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna, 1997. Il verbale è alle pp. 287-285. Un altro volume che utilizza documenti inediti per ricostruire il periodo 1939-1943 è quello di Natal’ja Lebedeva e Michail Narinskij, Il Komintern e la seconda guerra mondiale, con prefazione di Silvio Pons, edizioni Guerra, Perugia, 1996. Paradossalmente qualche utilità documentaria può avere un singolare libro di memorie di Nina Bocenina, che fu segretaria di Togliatti a Mosca e probabilmente sua amante e madre di un suo figlio (comunque in ogni caso innamoratissima dei “Ercoli” anche a distanza di decenni). Pur essendo scritto da una persona ingenua e con intenti apologetici, ci sono alcuni squarci interessanti, come la notizia che già alla fine del 1943 Togliatti aveva raffreddato il suo entusiasmo per Tito, per la diversa concezione dell’alleanza antifascista mondiale (il rifiuto della tattica interclassista imposta da Stalin e l’attenzione per le possibilità rivoluzionarie nel proprio paese per la Bocenina significa che “Tito aveva cominciato a manifestare tendenze nazionalistiche se non addirittura scioviniste”. La segretaria di Togliatti, Memorie di Nina Bocenina. Con un saggio di Sergio Bertelli, Ponte alle Grazie, Firenze, 1993.

5 Rossana Rossanda arriva a parlare dell’uso arbitrario ed esclusivo dei documenti dopo una lunga e brillante premessa sulla “documentazione fotografica” dei presunti crimini della Comune di Parigi effettuata facendo mettere in posa delle comparse dopo la fine dei combattimenti. Una necessità tecnica (nel 1871 ci volevano dai cinque a sei minuti di posa, ed era impossibile riprendere reali combattimenti e gente in movimento) usata per la prima mistificazione “mediologica” della storia contemporanea. Ma insinuare così che, come gli ingenui acquirenti delle cartoline sulla Comune, degli storici sperimentati non si rendano conto che i documenti escono non integri, dato che sono “l’esito non sempre parlante di scontri da interrogare prima e dopo, e spesso silenziati” mi sembra un po’ offensivo. Tanto più che dagli archivi sovietici i documenti escono sempre più con difficoltà, e sempre più censurati, ma esattamente per occultare almeno in parte le ingerenze in altri paesi di Stalin, di cui gli Eltsin e soprattutto i Putin si sentono eredi, nel solco di una sostanziale continuità dello Stato russo, da Ivan il terribile a oggi. Sintomatico che – se non saranno bloccate da una reazione della società russa, peraltro meno probabile che venti o dieci anni fa – stanno per comparire nuove banconote con il profilo di Stalin!

6 Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario, Baldini & Castoldi, Milano, 2000, pp. 210-211.

7 Carlo Feltrinelli, Senior Service, Feltrinelli, 1999, pp. 146-150.

8 Oggi Giulietto Chiesa è amatissimo e ospitato volentieri – e in genere meritatamente - tanto da “Liberazione” che dalla “rivista del manifesto”, soprattutto perché i suoi giudizi sferzanti su Eltsin coincidono in parte col senso comune della sinistra.

9 Penso a un affermazione di benvenuti sul 1935 come anno di relativa distensione interna (mentre si preparavano i grandi processi innescati dall’assassinio di Kirov) che durante il convegno di Urbino già ricordato provocò una vivace reazione di Natoli ma anche qualche stupore tra gli storici sovietici presenti). Ma soprattutto penso a tutte le chiacchiere sulla “costituzione più democratica” del mondo, scritta nel 1936 da un Bucharin che stava già salendo i primi gradini del patibolo, e mai applicata neppure per la centesima parte!

10 Sulla base di questi documenti, alcuni dei quali non solo tradotti integralmente ma anche riprodotti fotostaticamente è stato scritto il libo, caduto nel più totale silenzio, Dialoghi del terrore. I processi ai comunisti italiani in Unione Sovietica (1930-1940), a cura di Francesco Bigazzi e Giancarlo Lehner, Ponte alle Grazie, Firenze 1991. Ma già nel 1989 Romolo Caccavale, giornalista de “l’Unità” e corrispondente o inviato a Berlino Est, Mosca, Hanoi e Varsavia, aveva potuto sistematizzare e dare maggior rigore le denunce fatte da un sopravvissuto, Dante Corneli, il “redivivo tiburtino” che era stato condannato in Italia nel 1923 a venti anni di carcere per aver ucciso in uno scontro un fascista, e che rifugiatosi in URSS aveva passato ventisei anni tra GULag e confino … per aver votato per l’Opposizione di sinistra unificata. Gli scritti di Corneli (che si era votato a testimoniare e dare voce a chi nei campi era morto) sono ormai introvabili e meriterebbero di essere ristampati. Il libro di Romolo Caccavale, La speranza Stalin. Tragedia dell’antifascismo italiano nell’URSS, Valerio Levi, Roma, 1989, è stato poi ripubblicato nel 1995 da Mursia con altro titolo (Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin). Un altro libro ha affrontato la questione degli italiani spariti in URSS con un’angolazione locale, e senza bisogno di fonti sovietiche: Nazario Sauro Onofri, Un paradiso infernale. Gli antifascisti bolognesi assassinati e incarcerati nell’URSS di Stalin, Sapere 2000, Roma, 1997.

11 Il mio turbamento nell’apprendere la notizia da Broué fu particolarmente grande, perché da ragazzo su quel libro avevo avuto la prima versione della guerra civile e mi ero molto commosso sulla vicenda di quei due generosi aristocratici rimasti fedeli alla repubblica e anzi vicino al partito comunista. Ma non è il solo caso in cui ho dovuto apprendere che persone in astratto degnissime si erano prestate in quegli anni tragici ad essere complici di crimini staliniani per la fiducia cieca riposta nel partito.

12 Robert Conquest, Il grande terrore, Rizzoli Superbur, Milano, 1999.

13 L’insinuazione di Canfora è piaciuta molto a quei nostalgici dello stalinismo che sono arrivati ad essere “negazionisti” sostenendo grottescamente che tutte le notizie sui GULag sono inattendibili perché provengono da “fonti borghesi”, ma era dovuta probabilmente alla scarsa conoscenza del campo storico contemporaneo in cui questo studioso dell’antichità fa frequenti incursioni. Infatti il grosso del cosiddetto “rapporto segreto”, oltre ad essere stato distribuito per conoscenza già nel 1956 a tutti i leader comunisti occidentali come Togliatti (che negò tuttavia di conoscerlo), fu inserito poi nella replica di Chrusciov al XXII congresso del PCUS del 1961, e quindi pubblicato con tutti i crismi dell’ufficialità e dunque inserito nel “Canone” della Chiesa di Mosca…

14 E. Aga-Rossi, V. Zaslavsky, Op. cit., p. 165. Togliatti riteneva che se la guerra di Mussolini si concludeva con una tragedia e un lutto personale per migliaia e migliaia di famiglie italiane, ciò rappresentava “il migliore, il più efficace degli antidoti” nei confronti del veleno dell’ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. (Ibidem).

15 Egli stesso aveva raccontato la sua prima esperienza in un libro, Una nuova malattia mentale in URSS: l’opposizione (Etas Kompass, Milano, 1972).

16 Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano, 1999.

17 Antonio Elorza y Marta Bizcarrondo, Queridos camaradas. La Internacional Comunista y España 1919-1939, Planeta, Barcelona, 1999.

18 Ivi, p. 11.



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