Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Elogio di Grillo

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Avevo già scritto in un articolo del giugno scorso (I problemi di Grillo) che mi rifiutavo di partecipare alla campagna di demonizzazione del Movimento 5 Stelle e soprattutto di definirlo una “manifestazione di antipolitica”. Non solo perché per me era ovvio che non si trattava di “antipolitica”, ma di una proposta diversa, anche se per me non convincente, ma perché ero (e sono) convinto che la sua ascesa sia comunque una giusta punizione per un ceto politico incapace di rinnovamento, e che non sa ascoltare che i suoi simili, da molto tempo. Ma ne avevo parlato più volte sul sito, anche riportando articoli di altri: L'armata di Grillo, e Cannavò: Grillo e la sinistra.

Chiarisco subito che comunque non voterò per il M5S, dato che il compiacimento per la sua forza distruttiva nei confronti dei vecchi partiti abbarbicati nella difesa dell’esistente non mi porta a sottovalutare i rischi successivi di un’ondata di dilettanti allo sbaraglio inseriti in un sistema politico che non solo è corrotto ma ha una capacità di corruzione fortissima a cui non sarà facile resistere senza una buona preparazione politica e una forte carica morale (lo abbiamo visto nell’epilogo del centrosinistra al governo, con il risucchio di quasi tutti i parlamentari del PRC in una logica di subalternità a politiche apertamente imperialiste e antipopolari).

Non lo voterò, dunque, ma mi pare necessario riflettere su come ha fatto il movimento di Beppe Grillo a crescere fino alle attuali dimensioni.

Prima di tutto, il movimento di Grillo ha fatto quello che Ingroia e i suoi pessimi consiglieri non hanno neppure pensato: essere ma anche apparire radicalmente diverso dagli altri, da tutti gli altri. Diverso nella denuncia, non fatta a mezza bocca e con garbo, ma volutamente gridata, per dare voce alla disperazione latente di milioni di persone che si vedono scivolare nella miseria, mentre i manager nominati col consenso di tutti i partiti si portano via liquidazioni plurimilionarie come premio per le catastrofi che hanno provocato: ultimo caso Cimoli, penultimo il Monte dei Paschi (che invano Berlusconi vuol mettere in conto al solo PD, dato che questi grandi affari si fanno da decenni col consenso della presunta opposizione, e spesso anche con la spartizione di parte del bottino…).

L’accusa più terribile che i sostenitori del centrosinistra facevano a Grillo era ridicolmente spuntata: era il “qualunquismo” che metteva tutti i partiti sullo stesso piano. Ma non si accorgevano che moltissimi dati reali confermavano questa equivalenza di quella che era stata un tempo la sinistra con quella che è sempre stata ed è la destra: ad esempio insieme hanno mantenuto la peggiore legge elettorale immaginabile, insieme hanno votato tutti i provvedimenti di Monti compresi gli allungamenti dell’età pensionabile che anche un bambino capisce che non creano ma distruggono occupazione, e che erano d’altra parte il completamento delle controriforme avviate da noti paladini della democrazia e dell’uguaglianza come Giuliano Amato, Ciampi, Dini, Prodi, sempre con i voti del centrosinistra e la complicità dei tre maggiori sindacati. Questi personaggi pontificano a volte sui pericoli per la democrazia, ma sono in primo luogo le loro scandalose pensioni d’oro, letteralmente favolose, a indebolirla.

Il PD ha giustificato misure come l’eliminazione della tutela dell’art.18 che non avevano nulla a che vedere col risanamento dell’economia, ma servivano solo a legare ancor più le mani ai lavoratori mentre il padronato li colpiva. Misure che erano la continuazione di tutti gli attacchi alla condizione dei lavoratori avviati proprio dal centrosinistra (con la complicità attiva di PdCI e PRC, che spacciavano promesse per abbellire quel che votavano), come il pacchetto Treu che legalizzava ed esasperava il ricorso al lavoro precario senza tutela. E il centro sinistra era stato il più zelante nel realizzare privatizzazioni che hanno distrutto l’occupazione e consentito ai beneficiari di lanciarsi in folli e incontrollate attività finaziarie.

Per non parlare di quanto, per avvalorare questa immagine del “tutti insieme”, ha fatto la distruzione di tante conquiste, a partire dalla scala mobile, e della stessa contrattazione, realizzata congiuntamente dalle tre confederazioni (con la logica aggiunta dei sindacatini padronali e fascisteggianti). E ovviamente col consenso dei maggiori partiti, nel quadro di una spudorata concertazione interclassista.

Invece Ingroia per tutta la campagna elettorale (in cui pesava inizialmente anche la sua scarsa alfabetizzazione politica, che gli ha fatto fare gaffes penose nelle prime apparizioni pubbliche) ha farfugliato critiche ai tre blocchi, ma continuando a ripetere per settimane le sue profferte di collaborazione e dialogo col PD, lamentandosi perché Bersani non rispondeva ai suoi sms… Evidentemente non sospettava neppure di dover essere e soprattutto apparire nettamente diverso da chi aveva sostenuto “lealmente” il governo nell’ultimo anno.

Non ha neppure capito che non poteva attribuire al solo Porcellum lo scandaloso criterio suggeritogli dai suoi consiglieri politicanti di mestiere come Diliberto o Di Pietro, per cui lui è candidato in tutti i collegi, compreso quello di Palermo in cui è ineleggibile, e i numeri due sono suddivisi tra i “grandi elettori” segretari dei quattro partiti, che a loro volta possono scegliere dove ritirarsi per lasciare il posto a uno dei loro… Un moltiplicatore dei difetti del Porcellum, tanto più che nelle teste di lista figurano non pochi elementi discutibili. Le persone più rispettabili sono finite in fondo alla lista o nelle liste per il Senato, dove si potrebbe scommettere facilmente sul mancato raggiungimento del quorum. Tra le persone rispettabili c’è ad esempio il figlio di Pio La Torre, Franco, che ha però il piccolo difetto di essere legato idealmente e politicamente al PD, come ha ribadito molte volte. È solo il figlio di una vittima della mafia, ed evidentemente non basta.

Insomma la lista di Ingroia ha fatto di tutto per non assolvere al compito che in base al progetto originario doveva assolvere: creare una vera alternativa in una lunga prospettiva, cominciando col portare in parlamento una piccola pattuglia che potesse fare in quella sede una battaglia di opposizione limpida ed efficace. Se le continue proposte di dialogo fatte al PD avessero avuto solo l’obiettivo di attenuarne l’ostilità (manifestatasi in molti modi, a partire dalla scelta di candidare Pietro Grasso in antitesi a Ingroia), casomai sarebbe stato sufficiente fare la scelta unilaterale ma realistica di non presentare liste al Senato, senza tentare in extremis una impossibile contrattazione, e motivandola con lo scarso tempo a disposizione per un nuovo soggetto politico. Si sarebbe ridotta così la necessità del PD di concentrare il fuoco su questo concorrente, di cui temeva logicamente che anche senza ottenere un pugno di senatori avrebbe potuto assicurare involontariamente il primo posto al centrodestra in alcune regioni in bilico. Non ci hanno neppure pensato: i consiglieri di Ingroia dovevano tacitare almeno con una improbabile candidatura al senato i tanti aspiranti a uno scranno parlamentare provenienti da ben quattro partitini affamati… D'altra parte a ogni piè sospinto si lasciavano scappare che non gli interessava il diritto di tribuna, o un ruolo di opposizione, ma volevano governare. E con chi, di grazia, se non con il PD?

Mi dispiace di non essere stato capace di fare come il simpatico Aldo Giannuli, che ha scritto sul suo blog: «Diversi post e mail mi interpellano su Rivoluzione Civile. In particolare Claudio mi chiede: “Professore come mai non si sta impegnando a favore di Rivoluzione civile?”. Ma io già sto facendo molto per Rivoluzione Civile: non ne parlo…»
Ma qualcosa mi pareva necessario dirla. Non so quanti voti riuscirà ad avere il M5S, e se “Rivoluzione civile” riuscirà a raggiungere il quorum almeno alla Camera (in alcuni momenti ha evidentemente cominciato a dubitarne lo stesso Ingroia, dato che ha dichiarato con imprudente disinvoltura che in tal caso tornerebbe in magistratura, anche se in Guatemala), e non mi interessa fare previsioni. Volevo sottolineare semplicemente che l’occasione per le sinistre residuali è stata perduta in ogni caso, indipendentemente dal risultato ottenuto. La scena politica, che risultava sempre meno interessante per il poco credibile scontro tra quelli che sono stati complici del malgoverno di Monti, ma anche degli inciuci e accordi sotto banco che hanno caratterizzato la vita politica italiana degli ultimi venti anni, è stata occupata prepotentemente da un comico che ha saputo giocare molte carte per presentarsi – senza esserlo - come l’alternativa radicale. Dalla scelta di non candidarsi personalmente (una condanna per un incidente stradale non poteva essere un ostacolo insormontabile come le condanne per peculato o gravi reati connessi alla politica), alla concretizzazione immediata e visibile della rinuncia a una parte consistente dei compensi per i parlamentari siciliani, all’ostentato rifiuto di partecipare al gioco truccato dei talk show televisivi, che può anche essere stato dettato da paura del contraddittorio, ma è speso come carta vincente di una radicale diversità da tutti gli altri, che mendicano spazi televisivi…

E la scelta di privilegiare rispetto alla TV le grandi manifestazioni di piazza, che ovviamente non sono più democratiche della televisione come sostiene Grillo, dato che parla sempre lui senza contraddittorio, si riallaccia a una tradizione lontana di una sinistra che riempiva le piazze senza per questo essere efficace, e ha messo fuori gioco chi è stato costretto a rintanarsi in sale anguste. Non ha solo messo fuori del gioco Ingroia, salvato come protagonista quasi solo dalla parodia di Crozza, ma Vendola, che invano proclama di non essere un cagnolino di Bersani, mentre si è collocato in quel ruolo accettando il patto di legislatura. Un cagnolino fedele, anche se abbaiante (è il suo compito istituzionale…), che è comparso al suo seguito in ogni uscita pubblica.

Ci vorrà molto tempo per ricostruire una sinistra vera, seriamente anticapitalistica, e soprattutto internazionalista, come sarebbe necessario dato che l’attacco alla condizione dei lavoratori non c’è solo in Italia, ma si manifesta in tutta l’Europa, dalla Grecia alla stessa Germania, in cui le multinazionali usano i neo nazisti per controllare i lavoratori immigrati... La distruzione dei penosi surrogati di sinistra che si sono succeduti in questi anni, dopo il tracollo del PCI, è un primo passo necessario.

(a.m.20/2/13)