Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Vite parallele: Fidel Castro e Hugo Chávez

Vite parallele: Fidel Castro e Hugo Chávez

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Riporto qui un piccolo stralcio da un capitolo inserito in appendice al libro Fidel e il Che, apparso recentemente presso le edizioni Alegre. Per capire il complesso rapporto tra i due, che a Cuba, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, è stato definito giustamente filiale. E certo che per Fidel Castro ma anche per Raúl e per tutto il gruppo dirigente storico cubano, è particolarmente dolorosa la perdita di questo eclettico ma sincero amico di Cuba, ascoltato in tutto il continente. (a.m.6/3/13)

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L'incontro

[…] Fidel Castro, che pure aveva frequentato ed elogiato non pochi militari "progressisti", non si era interessato più che tanto al putsch tentato in Venezuela il 3 e 4 febbraio 1992 da un giovane tenente colonnello dei paracadutisti, Hugo Chávez, conclusosi rapidamente - secondo molti dei partecipanti – proprio per la rapida resa del leader quando in altre situazioni le condizioni per combattere con successo c'erano ancora.  Anzi Fidel aveva subito mandato un messaggio di congratulazioni per lo scampato pericolo al presidente del Venezuela Carlos Andrés Pérez (di cui va detto che nella sua Autobiografia a due voci parla di sfuggita solo tre volte, ma non negativamente).

Se vogliamo trovare un'analogia tra questa impresa di Chávez, e l'assalto al Cuartel Moncada di Castro, la troviamo non tanto nelle modalità organizzative (pasticciatissima e artigianale quella di Castro, appena un po' meglio organizzata quella di Chávez, anche perché effettuata da un migliaio di uomini dei corpi d'élite venezuelani, ma pur sempre insufficientemente coordinata), bensì nelle fasi successive. Il caso di Fidel Castro è notissimo: la trasformazione del suo processo in un atto di accusa contro Batista, trasmesso in diretta dalla giovane ma efficiente televisione cubana, col risultato di assicurare una eccezionale popolarità al brillantissimo e audace oratore. Nel caso di Chávez, fu proprio la sua resa prima che tutte le altre formazioni ribelli fossero sconfitte a offrirgli un'occasione favorevole. Gli fu chiesto dai comandi dell'esercito di fare in televisione un appello alla resa, e ottenne di farlo in diretta, dato che i capi militari erano ancora incerti sull'esito della lotta. Spiegò con dignità il riferimento ideale a Bolivar e gli obiettivi del tentativo di ribellione,  concludendo: per ora dobbiamo accettare la sconfitta.

Compagni: purtroppo, per il momento, gli obiettivi che ci eravamo prefissi non sono stati raggiunti nella capitale. Ciò significa che quelli di noi che stanno qui a Caracas non sono riusciti a prendere il potere. Dove vi trovate, avete agito bene, ma ora è il momento di ripensarci: nuove possibilità sorgeranno ancora e il paese sarà in grado di muoversi definitivamente verso un futuro migliore.[2]

Le tensioni esistenti nel paese, dove appena tre anni prima una protesta contro il carovita, il Caracazo, era stata repressa in uno spaventoso bagno di sangue (molte migliaia di morti, di cui circa duemila nella sola Caracas, anche se le cifre ufficiali ne ammettevano "solo" 372), si erano ripercosse nell'esercito, che nel 1999 era stato usato per il massacro e ne era rimasto scosso: a questo si devono le simpatie non sempre nascoste di parte delle alte sfere militari per i giovani ribelli, e spiegano il modestissimo bilancio di perdite tra gli insorti: 14 morti e 50 feriti.

Che il regime di Carlos André Pérez fosse diverso da quello di Batista si poté vedere poi dal tipo di situazione carceraria: la enorme popolarità di Chávez provocò un continuo pellegrinaggio di sostenitori e soprattutto di ammiratrici, che si recavano a salutarlo in una prigione evidentemente non molto chiusa.

Nei due anni successivi Chávez approfittò per leggere molto e darsi una prima formazione approssimativamente marxista. L'analogia con Castro e la sua Prisión fecunda è facile, ma non significa molto. Molti prigionieri politici del XX secolo hanno utilizzato il carcere per studiare. Non penso solo a Gramsci, ma a tanti altri, come Francisco Largo Caballero, che durante il bienio negro lesse un po' di classici del marxismo, quanto bastava per spingere gli adulatori a chiamarlo "il Lenin spagnolo".

Già nel marzo 1994 il nuovo presidente Rafael Caldera promulga un'amnistia per i partecipanti alle rivolte del 1992. Gli echi della popolarità acquisita da Chávez erano arrivati nel frattempo a Castro, che lo invita all'Avana, dove in dicembre viene accolto personalmente da Fidel e da tutte le alte cariche del regime, con gli onori di un capo di Stato. Conferenze, comizi, perfino partite di baseball "amichevoli" in cui la squadra di Chávez, davanti a 50.000 tifosi in delirio, si trova di fronte, senza saperlo, i migliori giocatori della formazione olimpionica cubana. Perde alla grande, ma si diverte nel clima di cameratismo e di scherzi da caserma.

Da allora Chávez diventa "fidelista" e stabilisce un rapporto quasi filiale col vecchio leader.

Fidel Castro è sulla breccia da più di quaranta anni, ma si trova in un momento particolarmente difficile. Pochi mesi prima ha dovuto affrontare la crisi dei balseros e soprattutto accettare misure che aveva sempre rifiutato (anche facendo condannare o costringendo all'esilio esterno o interno chi le proponeva): legalizzazione del possesso di dollari e apertura ai cubani dei negozi in origine riservati a diplomatici e turisti stranieri, con tutto quel che ne deriva, come l'esplosione della prostituzione e della microcriminalità. Anche le imprese capitaliste miste avevano meno vincoli, e potevano detenere percentuali di capitali stranieri superiori al 50%, mentre erano state autorizzate varie attività artigianali e commerciali "en cuenta propia", che Fidel in persona aveva vietato fin dal 1968, e i mercati contadini, che aveva periodicamente tollerato e poi bloccato ogni volta che avevano preso piede. Cuba, comunque, anche grazie a queste misure, sopravviveva e riusciva a superare la fase più acuta della crisi.

Inutile dire che i due uomini erano e sono diversissimi per storia, formazione, soprattutto esperienza. È inevitabilmente Chávez ad assumere il ruolo di discepolo. In comune, in quel 1994, hanno poco, a parte l'ambizione e la fiducia in sé stessi.

Singolari analogie

Eppure le loro biografie rivelano anche parecchie analogie. L'uno e l'altro vengono da una provincia remota, ad esempio.

Fidel cresce in campagna in una casa patriarcale, abbastanza liberamente, e tornerà nella zona nei momenti difficili. Il padre, immigrato spagnolo, si è costruito una notevole fortuna, valutata a circa 10.000 ettari. Fidel comunque va presto a studiare nel collegio La Salle retto dai salesiani a Santiago, e poi prosegue gli studi dai gesuiti, prima nel collegio Dolores nella stessa Santiago e poi all'Avana, nel prestigioso e esclusivo collegio Belén. Eccelle nello sport più che nel profitto.

Nell'autobiografia a due voci con Ignacio Ramonet Fidel si presenta come leader nella scuola e soprattutto all'Università, e perfino tra gli scout, anche se ammette di non aver mai avuto voglia di studiare troppo, se non all'ultimo momento. Mentre segue i corsi di diritto, diritto diplomatico e scienze sociali, Castro comincia a occuparsi di politica, puntando a incarichi nella Federazione Estudiantil Universitaria. Per farlo deve muoversi tra le gang locali che dominavano l'università combattendosi a mano armata, procurandosi anche lui una buona pistola. Gli accenni a questa sua fase di pistolero sono sempre stati reticenti, e lo sono anche in questo caso; in altre biografie, in particolare in quella di Claudia Furiati, che ha beneficiato di molti colloqui con collaboratori di Fidel e soprattutto di un largo accesso a documenti, quel periodo ai limiti del gangsterimo era ricostruito con maggiori dettagli.

Fidel ammette che le sue letture giovanili erano abbastanza disordinate, ma fortemente segnate da un interesse per i grandi condottieri (e parlando dell'Angola e del ruolo di Ochoa assicura oggi di aver diretto personalmente – a distanza - tutte le battaglie e in particolare quella decisiva di Cuito Cuanavale). Accanto al classico von Clausewitz, ha confessato spesso una predilezione per le biografie di Alessandro Magno, Napoleone e di Annibale, che preferiva ai suoi avversari romani per il coraggio manifestato osando attraversare le Alpi con gli elefanti, e perché era più debole. Per le stesse ragioni ammirava gli spartani alle Termopili.

Ma c'erano anche letture marxiste, anche se i riferimenti sicuri per quella fase sono solo al Manifesto dei comunisti e al Diciotto brumaio. In prigione dopo il Moncada comincerà letture più sistematiche, ricostruite da Carlos Franqui attraverso le lettere e da Mario Mencía nel suo La prisión fecunda, e descritte dallo stesso Fidel nel libro-intervista a Tomás Borge. Comincia a leggere davvero i classici del marxismo ma anche i capolavori della letteratura mondiale. Tutti i testimoni assicurano che ha continuato fino ad oggi a divorare ogni notte un romanzo o un saggio. È soprattutto un buon conoscitore della storia della Seconda guerra mondiale, in particolare per quanto riguarda l'URSS, e da quelle vicende ha ricavato il suo più severo giudizio sull'operato di Stalin.

L'internazionalismo

L'internazionalismo però già ce l'aveva nel sangue: formato dalla lettura del poeta ed eroe nazionale José Martí, e da un'attenzione costante alle vicende dei libertadores del secolo precedente, a partire da Bolivar, Fidel Castro si unì appena ventunenne a una spedizione verso la repubblica dominicana, in realtà abbastanza ambigua e finita prima di salpare per le troppe delazioni. Con Ramonet ne ha parlato in modo vago e impreciso, anche se in casi precedenti aveva fornito una versione più romanzesca: era fuggito da un battello accerchiato dalla polizia nuotando con un mitra in mano per un paio di chilometri infestati dagli squali ed era stato dato per morto.

La seconda impresa, che doveva essere più tranquilla, era un viaggio patrocinato da Perón a Bogotá per organizzarvi un congresso studentesco panamericano nei giorni in cui si riunivano i ministri della Giustizia di tutto il continente per decidere la costituzione dell'OEA (Organizzazione degli Stati Americani). Ma mentre la piccola delegazione di studenti cubani distribuiva volantini antimperialisti per la liberazione delle Malvine, della Guyana, la restituzione del Canale di Panama, ecc., svolgendo il compito concordato con i rappresentanti argentini, arrivò la notizia che era stato assassinato Jorge Eliecer Gaitán (da uno squlibrato, si seppe molto dopo), ed esplose la protesta violentissima dei sostenitori del popolare leader liberale, di cui era considerata ormai sicura l'elezione a presidente nelle imminenti elezioni. Fidel Castro partecipa alle manifestazioni che assaltano palazzi pubblici e la stessa sede in cui era riunita l'OEA, impugnando uno dei fucili mitragliatori che erano stati distribuiti alla folla da settori della polizia indignati per l'uccisione e, dato che si era messo in vista con interviste e interventi in assemblea, venne additato presto come l'organizzatore della rivolta (che era invece del tutto spontanea). Fidel assicura che aveva cercato di bloccare le azioni più sconsiderate, un po' come Renzo Tramaglino durante i moti per il pane a Milano, e come lui fu presentato come "emissario", naturalmente non del re di Francia ma del comunismo internazionale. Si salvò tuttavia grazie all'ambasciata argentina, che comunista non era di certo. In ogni caso aver visto da vicino e anzi da dentro un movimento di tanta portata, che fu bloccato a fatica dopo tre giorni e al prezzo di oltre un migliaio di morti, contribuì notevolmente alla sua evoluzione politica.

 

Hugo Rafael Chávez Frías era nato anch'esso in campagna, non in una grande casa di proprietà, ma in una casupola dal tetto di canne; la sua famiglia era decisamente meno agiata di quella dei Castro (va detto però che anche Fidel si lamenta a volte delle privazioni di cui ha sofferto nei primi anni dell'adolescenza).

La famiglia Chávez è tradizionalmente democristiana, ma il fratello maggiore Adán era già in contatto con ambienti di guerriglieri comunisti di sinistra come Douglas Bravo e Teodoro Petkoff, che avevano rotto col PCV alla metà degli anni Sessanta. Nella tradizione di famiglia c'erano anche alcuni militari rivoluzionari, e in particolare un antenato mezzo bandito e mezzo guerrigliero, Pedro Pérez Delgado detto Maisanta (madre santa), dal suo grido di battaglia. Il rapporto di parentela è un po' vago, ma pare che per alcuni anni Hugo si considerasse la reincarnazione di questo mitico avo, anche se successivamente il culto degli antenati si è concentrato direttamente su Simón Bolivar, sul suo principale collaboratore e ispiratore Simón Rodríguez e sul più radicale di tutti, Ezequiel Zamora, il continuatore di Bolivar che aveva il motto "Elezione popolare. Terra e uomini liberi. Morte all'oligarchia". Anche nel caso di Zamora, Hugo Chávez avrebbe confidato agli amici più intimi di essere una sua reincarnazione: il condizionale è dovuto al fatto che questi e altri amici dei primi anni hanno rotto con lui, e tendono a denigrarlo in vario modo.

Le sue ambizioni iniziali erano comunque piuttosto modeste e poco politiche: sperava di diventare un pelotero, un campione di baseball, e in effetti ha dichiarato di essere proprio per questo entrato nell'esercito. Comunque vi entrò in una fase interessante: nel 1970 si erano spenti praticamente i principali focolai di guerriglia, e si era creato un clima diverso.

 

Le loro letture

[…] Comunque negli ultimi anni Chávez legge parecchio, e anzi consiglia ai venezuelani e al mondo intero le sue eclettiche letture. […] Il 1 dicembre 2004, Chávez pone all'improvviso il "problema del socialismo" e aggiunge che "la miglior difesa è l'attacco, dobbiamo stare all'offensiva. E che non si venga a dire che è una cosa nazionale. Ecco, sulla rivoluzione nazionale, Trotsky ha avuto ragione su Stalin..."[3]

Tra lo sbalordimento dei leader cubani, nicaraguensi e di altri paesi presenti, tre giorni dopo rincara la dose, spiegando da dove gli arriva questo nuovo riferimento teorico: "A Mosca ho comprato un libretto... [pausa] era di Trotsky: La rivoluzione permanente. L'ho letto; è quello che ci vuole per dare un carattere internazionale alla nostra rivoluzione..."[4]

Al di là della sorpresa per l'imprevedibile luogo, Mosca, in cui questo libro (non è esattamente "un libretto"...) sarebbe apparso a Chávez, e dei dubbi sulla riduzione di un messaggio complesso e articolato come quello della rivoluzione permanente alla sola proiezione internazionale della "rivoluzione bolivariana", va detto che anche questo riferimento è durato poco. Dopo uno dei tanti viaggi in Iran (in sé non criticabile, se fatto per mettere in rapporto due tra i più grandi paesi produttori di petrolio) accanto alle lodi per Ahmadinejad (che sono ovviamente un'altra cosa) è venuto fuori un elogio del pensiero di Khomeini...

La vera influenza permanente comunque sarà quella di Castro, incomparabilmente superiore per cultura. Fidel dal 1994 assumerà sempre più toni di affettuosità paterna verso il giovane ufficiale, dimenticando e facendo dimenticare a Chávez l'atteggiamento di due anni prima (il telegramma al presidente Pérez per congratularsi per il fallimento del putsch). D'altra parte in quegli anni, in cui l'URSS era crollata con tutto il suo sistema, Cuba sempre più isolata sacrificava spesso le sinistre a rapporti con personaggi per lo meno discutibili. Il caso più grave è quello del Messico: quando apparve l'EZLN la stampa cubana non diede neppure la notizia, per mesi, e quando ne parlò, lo fece chiedendo un'intervista al Granma al presidente messicano Salinas de Gortari. Come se in Messico, per sapere che succedeva sulla Sierra Maestra nel 1957, lo avessero chiesto a Batista...

Su Salinas de Gortari d'altra parte Castro aveva fatto di peggio: aveva finto di ignorare i clamorosi brogli che avevano negato la vittoria a Cuahtemoc Cárdenas nel 1988 e si era recato, con Daniel Ortega, alla cerimonia di insediamento dell'usurpatore, lasciando costernati non solo Cárdenas e il PRD, ma tutta la sinistra latinoamericana. Eppure nelle elezioni del 1988 i brogli erano stati ancor più clamorosi che nelle elezioni del 2006 che hanno visto la sconfitta del nuovo candidato del PRD, Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO.[5]

È vero che nel 1988 l'URSS, se non era crollata, presentava i segni di una crisi irreversibile, al punto che da due anni Castro aveva lanciato la campagna di Rectificación de errores, e si stava preparando al "Periodo speciale in tempo di pace", ed era in ogni caso in una situazione di isolamento politico, militare e soprattutto economico senza precedenti. Ma è una spiegazione solo parziale: l'atteggiamento opportunista di Fidel Castro verso il Messico si era manifestato già nel 1968 col silenzio sulla strage di studenti a Piazza delle Tre Culture.

 

Le differenze tra i due sono moltissime. In Castro la passione per lo studio della storia e delle teorie militari è una passione che sopraggiunge, ma non lo condiziona. Nella prima fase della rivoluzione Castro non accetta i militari di carriera che offrono i loro servizi (tranne qualche raro subalterno che si è unito ai rivoluzionari nel corso della lotta) e gli ufficiali che hanno avuto cariche politiche a Cuba successivamente erano tutti di estrazione politica e formatisi nella guerriglia; ciò è diventato ancor più necessario negli anni '80, dopo la pessima prova fornita a Grenada dai militari di carriera formatisi nel periodo di influenza sovietica, e la consapevolezza che l'URSS non si sarebbe impegnata a fondo per difendere Cuba. In quegli anni le forze militari sono state ristrutturate profondamente e sono state ricostruite (con l'aiuto di consiglieri vietnamiti) quelle milizie basate sui cittadini in armi di cui i sovietici avevano imposto la chiusura. Viceversa Chávez ha diffidato sempre dei civili escludendoli dalla preparazione del suo putsch del 1992, e anche successivamente si è affidato volentieri a ufficiali di carriera per sostituire civili ritenuti incapaci o infidi. […]

La politica estera

 

Castro ha sempre ritenuto la sua isola troppo piccola, e ha cercato soprattutto nel primo decennio dopo la vittoria di proiettare la rivoluzione cubana in una dimensione mondiale e comunque in primo luogo continentale. Per anni questa politica si identificò con Guevara, ma fu condivisa e portata avanti ancora per qualche anno dopo la sua morte da Castro, anche se le eccessive ambizioni e le sconfitte accumulate sul piano interno imposero di concordare le "attività internazionaliste" con l'URSS, pagando ovviamente il prezzo di un pesante condizionamento.

 

[…] Quando Chávez incontra Castro nel 1994, questi ha dovuto da tempo abbandonare tutti i grandiosi progetti internazionali, e non è riuscito neppure a lanciare un grande movimento dei paesi indebitati contro il cappio dei debiti internazionali. E quando Chávez arriva alla presidenza, per parecchi anni non riesce a trasformare il Venezuela in un punto di riferimento internazionale. Tra l'altro il paese è colpito da gravi calamità naturali, e poi dal boicottaggio della destra alla produzione petrolifera. Il "bolivarismo" così appare in quegli anni poco più che un'esercitazione retorica, non molto diversa da quella in uso in tutti i paesi del subcontinente per i vari libertadores, San Martín, O' Higgins, Sucre, ecc.

Per una svolta bisogna attendere il 2002. L'appoggio statunitense al fallito golpe di aprile provoca una radicalizzazione del paese e dello stesso Chávez. Inoltre presto, per vari fattori tra cui la guerra in Iraq, il prezzo del petrolio comincia a salire, e anche grazie a un maggior impegno del Venezuela nell'OPEC rimane alto, dando margini di manovra notevoli a una politica estera temeraria. Si fanno forniture a "prezzi politici" non solo a Cuba ma a diversi piccoli Stati del Caribe, e perfino ai poveri di alcune zone degli Stati Uniti una compagnia venezuelana offre gasolio per il riscaldamento a prezzi stracciati.

E Chávez intensifica i viaggi: più volte in Iran, e altrettante in Cina, anche per facilitare scambi triangolari con Cuba, che finalmente può piazzare il suo nichel, bloccato testardamente per decenni dall'embargo statunitense, al gigante asiatico affamatissimo di fonti energetiche e di materie prime. Purtroppo, per inesperienza e mancanza di una solida cultura politica, nel corso di questi viaggi in sé ineccepibili Chávez si lascia andare a dichiarazioni pericolose di esaltazione delle ideologie di quei paesi. Di ritorno da un viaggio in Cina, ad esempio, si proclama maoista, e alcune citazioni di Khomeini incoraggiano una montatura propagandistica che gli attribuisce frasi antisemite.[6]

È in America Latina però che Chávez riesce a fare quel che Castro voleva e non ha potuto: costruire una rete di paesi impegnati in varie forme di collaborazione. Le cerca intelligentemente non solo con i paesi con leader a lui più affini, come l'Equador e la Bolivia, ma anche col Brasile del moderatissimo Lula, e con l'Argentina di Kirchner. È vero che quest'ultimo, neanche definibile di sinistra (aveva sempre militato nella destra peronista), ha fatto di più di qualsiasi governo di sinistra, semplicemente perché stimolato da una situazione catastrofica e dal campanello d'allarme dei moti dell'inverno 2001; ma Chávez non disdegna il rapporto anche con la cilena Bachelet, che pure non ha voluto assolutamente appoggiare la candidatura del Venezuela al Consiglio di sicurezza.

Perché riesce a Chávez quel che a Castro è stato impossibile? La potenza del petrolio e delle risorse che esso mette a disposizione di una politica ambiziosa? Non solo: il fattore determinante è che la situazione del continente è mutata profondamente. Più che vittorie delle sinistre, si sono verificate in gran parte del continente sconfitte di chi aveva governato in nome di un liberismo che ha fatto fallimento. L'esempio più chiaro è quello dei predecessori di Kirchner. Ma in un ambiente in mutamento, Chávez ha giocato intelligentemente, proponendo politiche che possono interessare a tutti: un gasdotto di 8.000 km, la rete Telesur, varie forme di cooperazione "bolivariana" nel quadro dell'ALBA, in contrapposizione agli accordi di libero scambio chiaramente favorevoli al grande vicino del Nord.

Castro ha approvato, e d'altra parte aveva a più riprese fatto proposte analoghe in passato, ma il suo prestigio si era logorato non solo per il tenace attaccamento al potere, ma per le reazioni offensive ed esagerate a ogni critica ricevuta per gli arresti di dissidenti o la reintroduzione della pena di morte. […]

[Stralcio da un capitolo inserito in appendice al libro Fidel e il Che, apparso recentemente presso le edizioni Alegre]



[1] Questo capitolo è apparso inizialmente come saggio nel n.2/2007 di Limes... Anche se nell'insieme del libro ho cercato di segnalare i processi in atto nel continente, non è inutile cercare di mettere a fuoco il ruolo e le caratteristiche dei due protagonisti principali.

[2] Cito in questo caso da Roberto Massari, Hugo Chávez tra Bolívar e Porto Alegre, Massari editore, Bolsena, 2005, p. 38, e non dal libro di Cristina Marcano e Alberto Barrera Tyszka, assai ampio e documentato, ma fortemente datato (era uscito in Venezuela nel 2004) e pessimamente tradotto da due volonterosi che suppliscono all'insufficiente conoscenza dello spagnolo con la fantasia, sicché se trovano la parola piqueteros scrivono una nota per spiegare che sarebbero i "giovani garzoni delle miniere che portano i picconi, NdT" (p. 338)

 

[3] R. Massari, op.cit.,p. 124.

[4] Ivi, p. 125. Roberto Massari era presente a quell'incontro e ha registrato e trascritto l'intervento di Chávez.

[5] Nel 2006, tuttavia, non solo il Venezuela, ma perfino Cuba, hanno assunto un atteggiamento diverso, contestando l'elezione di Calderón. Non entro nel merito della correttezza della scelta, mi limito a segnalare che Cuba, per la prima volta in molti decenni, è sottoposta a pressioni più radicali.

[6] La montatura su un discorso fatto alla vigilia di Natale del 2006 era stata smascherata subito, anche in Italia, da Gennaro Carotenuto, che ha dimostrato che la frase era banale ma del tutto priva di contenuti antisemiti (si parlava di coloro che avevano combattuto Bolívar e ucciso Gesù Cristo, come di ricchi senza principi), ma viene rilanciata periodicamente in assoluta malafede da diversi organi di stampa (ad esempio alla fine di maggio del 2007, nel clima di isterismo scatenato contro la misura di Chávez che manda via cavo una televisione venezuelana ostile al regime, una volta scaduta la concessione). Nota del 29/5/07.



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