Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Che sconosciuto

Il Che sconosciuto

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Riscoprire il Che sconosciuto

di Antonio Moscato

 

La  polemica sugli inediti di Guevara che continua su molti giornali non ha aiutato finora a capire il problema essenziale, che non sono chi deve percepire diritti sui suoi scritti, ma i criteri che sono stati usati finora per ritardare la pubblicazione di quelli più interessanti, che rivelano una critica severa dell’URSS come “non socialista” e una profonda riflessione sulla riproduzione del modello sovietico a Cuba, che non furono rese pubbliche allora “per disciplina”.

Molti inediti sono trascrizioni di brevi discorsi, e di interventi nel Ministero dell’Industria, preziosi per seguire la sua evoluzione. La maggior parte di questi sono stampati nel volume VI dell’opera El Che en la Revolución cubana, curata da Orlando Borrego mentre il Che era in vita, ma si trovava in Congo (in realtà la vide – ricorda Borrego - durante il suo passaggio “clandestino” a Cuba nel 1966). Un opera in sette grandi volumi, tirata in poche centinaia di esemplari fuori commercio (secondo alcuni 200, forse un po’ di più) riservati ai dirigenti e preclusi agli altri cittadini cubani. Non erano dunque sepolti come manoscritti in polverosi archivi in cui sarebbe difficile cercarli, ma stampati in un’edizione rimasta per quaranta anni inaccessibile ai cittadini comuni e ai quadri intermedi del partito (un’altra conferma della riproduzione di alcuni meccanismi tipici dell’URSS già nella Cuba del 1966-1967, e non ancora eliminati). Un’opera tanto protetta da occhi indiscreti, che una copia donata da Aurelio Alonso alla Biblioteca centrale di cui era direttore, e collocata naturalmente nei fondi non accessibili a tutti, era sparita appena un anno dopo quando era andato per consultarla. Anche Hildita, la figlia maggiore, e il padre del Che non sono mai riusciti ad averla.

Ma c’era altro. Il Che aveva anche preparato per la pubblicazione due testi dattiloscritti: il bilancio sulla sua esperienza nel Congo e le critiche al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Il primo ha aspettato decenni, in cui si sono fatti errori politici gravi appoggiando regimi africani spacciati per “socialisti” anche per aver ignorato le riflessioni di Guevara sui dirigenti dei movimenti di liberazione che aveva conosciuto. È uscito, incompleto, in molti paesi tra cui l’Italia, ma non a Cuba, solo nel 1994 grazie all’intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, e a Cuba solo molti anni dopo. Dato che alla fine è stato possibile leggerlo, è anche possibile capire le ragioni di così prolungata censura.

Le Critiche al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS aspettano ancora di essere pubblicate. Perché? Cercheremo di scoprirlo leggendone alcuni passi importanti.

Gli scritti inediti (a parte alcuni diari e appunti di lettura) sono tutti del periodo 1962-1966: anni di grande maturazione per la “crisi dei missili” (ben nota) e la “crisi delle ORI” (meno nota). Alcune tracce ci sono anche in scritti editi, alcuni dei quali abbastanza facili da reperire ma ugualmente ignorati dai “bigotti” che coltivano il mito di un Castro infallibile più del papa e rifiutano di analizzare storicamente le diverse fasi della politica di Cuba, giustificando in ogni momento ogni atto del suo gruppo dirigente. Costoro, di cui ho verificato la faziosità appena un anno fa, quando interruppero con schiamazzi una discussione su Cuba alla Biblioteca Feltrinelli di Roma, rifiutano di ammettere che anche il pensiero di Guevara ha conosciuto un’evoluzione arrivando a parlare perfino, nel Seminario afroasiatico di Algeri (febbraio 1965) di complicità dei “paesi socialisti” con l’imperialismo.

Ma è soprattutto a Cuba che non è facile leggere gli scritti di quegli anni. Quando ho trascorso per diversi anni molti mesi a Cuba per attività di solidarietà, ho scoperto che nelle biblioteche periferiche non erano consultabili collezioni del Granma tranne che per gli ultimi tre anni. Impossibile consultare riviste e quotidiani della seconda metà degli anni Sessanta, i più vivaci e interessanti, tranne che nella Biblioteca centrale José Martí all’Avana.

Il problema dunque non sono solo gli inediti, che presenteremo, ma che in gran parte, se hanno un enorme interesse per chi vuole studiare le diverse fasi del pensiero di Guevara, non sarebbero di facile decifrazione per il lettore profano se pubblicati in blocco (ci vorrebbero note esplicative per i molti riferimenti allusivi, introduzioni, ecc.), ma i criteri di studio sistematico di tutti i suoi scritti, non subordinati a scelte arbitrarie di chicchessia (le edizioni Mondadori di Berlusconi o una commissione di censori cubani…).

Ho sempre polemizzato con chi astrattamente rimproverava a Castro il legame con l’URSS: creava parecchi problemi, ma era inevitabile. A chi altro poteva rivolgersi Cuba dopo il brusco taglio da parte degli Stati Uniti degli acquisti di zucchero e delle forniture di petrolio e dei tanti generi che un paese semicoloniale deve importare dall’estero? Il problema è che dal 1971 (dopo il fallimento della “Grande zafra” dei dieci milioni di tonnellate di zucchero, che pure voleva ridurre proprio la dipendenza dall’URSS) fino al 1986 il prezzo pagato è stata un’assimilazione ideologica, non totale ma pesantissima. Non solo Guevara rimane in quel quindicennio come pura icona del “guerrigliero eroico”, ma vengono chiuse riviste come “Pensamiento crítico” e bloccata la pubblicazione di una prima antologia di scritti dello stesso Gramsci. I quadri “ideologici” sovietici e vegliavano sull’ortodossia. Certo Fidel Castro ha avuto il grande merito, con la rectificación del 1986, di sganciarsi dall’URSS di Gorbaciov che precipitava verso il capitalismo. Lo ha fatto con metodi discutibili (divieto di circolazione alle riviste sovietiche in spagnolo, che durante la perestrojka erano diventate ricercatissime dai cubani) ma grazie a questo sganciamento Cuba non è stata travolta dal “crollo” come altri paesi. In quegli anni c’è stata la “riscoperta” di Guevara, poi tutto è stato bloccato. Criticare questo significa convergere con l’imperialismo, come insinuano i “giustificazionismi” acritici e dogmatici e anche la stessa propaganda spicciola di Cuba, che ha attaccato perfino Galeano o Saramago, per aver osato mettere in dubbio la giustezza della repressione? No. L’imperialismo ha fatto sparire la copia del libro di Debray Revolución en la revolución che Guevara aveva annotato durante la lotta in Bolivia, per evitare che altri rivoluzionari potessero beneficiare delle osservazioni critiche su quel libro che tanti danni ha fatto con la sua interpretazione astratta e intellettualistica della rivoluzione cubana. Nessun altro deve bloccare l’accesso agli scritti del Che. Ne abbiamo bisogno non per santificarlo (sono altri che lo fanno, sottraendolo alla storia) ma per leggerlo come Guevara consigliava di fare con Lenin, con cui pure aveva un disaccordo sulla NEP (a mio parere dovuto a insufficiente conoscenza dei dibattiti di quegli anni): leggerlo tutto, fino all’ultima riga, dal 1917 in poi, per capire l’esperienza fondamentale della storia del movimento operaio. Leggerlo, senza necessariamente accettare ogni sua conclusione, diceva il Che. Dobbiamo poter fare lo stesso con la sua opera.

1) segue

Come ricordare Guevara oggi

 

Ogni anno quando si avvicina il 9 ottobre, anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, lo si ricorda anche sulla stampa più lontana dalle sue idee, che ne parla magari per lamentare le “mitizzazioni della sinistra”. È morto trentotto anni fa, ma il suo ricordo è assai più vivo di quello di tanti personaggi politici scomparsi da pochi anni, compresi quei suoi detrattori che lo liquidavano come uno “stratega da farmacia”. E di Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano in quegli anni, che abbandonò il Che senza contatti nella zona inadatta per una guerriglia in cui lo aveva mandato, e che oggi vive a Mosca dove fa affari con Putin, ci si ricorda solo per il ruolo che ebbe nell’isolamento e nella sconfitta di Guevara e degli altri guerriglieri (compresi quelli boliviani, che Monje aveva espulso dal partito perché restavano col Che).

Ma se sulla morte e sugli ultimi terribili giorni di Ernesto Che Guevara ormai sappiamo tutto, in primo luogo per il lavoro infaticabile di due storici cubani, Adys Cupull e Froilán González, e anche grazie alla pubblicazione dei diari degli altri combattenti (Inti e altri, In Bolivia con il Che. Gli altri diari, a cura di A. Moscato, Massari, Bolsena, 1998), non altrettanto si può dire del suo pensiero, in vari modi dimenticato, deformato o occultato.

Guevara infatti non è stato solo il “guerrigliero eroico” (così per due decenni è stato celebrato in una Cuba che non lo ripubblicava), ma un originale “riscopritore” del marxismo, capace di prevedere e intuire le ragioni di un possibile crollo del sistema “socialista” che pure, al tempo suo, appariva nel pieno della sua potenza. Perché non lo si conosce che in parte? Se lo domanda da Cuba il Canto intimo di Celia Hart, di cui pubblichiamo ampi stralci.

 

CANTO INTIMO III

 

Chi può riservarsi i diritti dell’arrivo della primavera?

O chi pretende di poter comprare le onde azzurre del mare?

Chi è il padrone del canto degli uccelli,

di tutto quanto ci lascia senza fiato di fronte a questa meravigliosa natura,

splendida e ogni volta più rivoluzionaria?

Nessuno è proprietario della luce del giorno.

Solo con la luce elettrica possono commerciare,

e nessuno è proprietario delle stelle.

Questo per me è il Che. La primavera,

l’autunno intriso di colore, è il dolore dei poveri del mondo.

Egli sta al fianco di Gesù.

La chiesa egoista e burocrate andrebbe condannata in eterno

perché ruba, per accaparrarsene i diritti, il respiro di Gesù.

Non facciamo noi rivoluzionari quel che ha fatto Costantino con il cristianesimo vero.

Vi sono cose che Dio ha voluto creare comuniste fin dalle loro origini.

Sarà perché ha cercato di esserlo lui.

 

Ho seguito la polemica tra editori e varie personalità di prestigio

sul pensiero del “nostro più vicino Gesù” che è il Che.

Non capisco una sola parola

e mi dichiaro incompetente a capire un temine commerciale.

So che le cose si vendono, gli oggetti si vendono,

ma la vendita delle idee è quella che non mi riesce di concepire,

giacché è come vendere le onde del mare o vendere la primavera,

o esigere denaro per i dorati tramonti d’autunno.

Harry Potter si vende e va benissimo che si venda!

Agli autori, a quelli di noi che cerchiamo di esserlo,

serve vendere i libri per mangiare. Non parlo di questo

Parlo di sapere ad esempio chi ha diritto d’autore sulla Bibbia,

o se qualcuno percepisce i diritti su Giulietta e Romeo.

Gli editori dovranno guadagnare soldi per vivere, come a Roma si incassa

per veder piangere davanti alla Pietà di Michelangelo, ma questo è un conto

è un altro ben diverso è che si percepiscano rendite sulle idee, i pensieri, la passione.

[...]

Da un altro lato, mi stupisce che esistano scritti inediti del Che. Dopo tanto tempo?

Chi può avere il diritto di privarci così della primavera?

Quegli scritti infatti ci chiarirebbero tante cose e non pubblicarli equivale

a quel che è successo quando la Bibbia poteva essere interpretata solo da esperti.

Non sono una specialista nell’opera del Che, ma non accetto che nessun essere umano

sotto i raggi di questo stesso sole decida cosa debba leggere o non leggere del Che.

È come lasciare nascoste le opere di Darwin, o Einstein, o Martí,

perché la gente non le capisce. Chi concede questo diritto?

Siamo asfissiati dal capitalismo.

Negarci il Che, in nome del fatto che qualche giudizioso esperto

decida se mettere o no un paragrafo è peccato mortale.

Ed è successo! Ricordo che una volta volevo citare il Che

e nelle edizioni di Scienze Politiche mancava un intero paragrafo

in cui il Che discuteva con Marx a proposito di un suo articolo su Bolívar.

Chi sono queste persone, sempre nell’ombra,

che credono di essere Dio, per censurare il Che?

Che la Mondadori pubblichi

e si metta d’accordo con chi vuole.

Non ho competenza per sapere se questa casa editrice

possa o meno scrivere un discorso del Che

senza che la penna le cada di mano.

Ma invito tutte le case editrici rivoluzionarie del mondo

a sentirsi non solo in diritto, ma in dovere di diffondere le idee

dell’uomo più necessario della Terra.

Celia Hart

Settembre 2005

 

 

Come si vede anche Celia Hart (figlia di due dirigenti storici della rivoluzione, Armando Hart, a lungo segretario del PCC e poi ministro della Cultura e Haidée Santamaria, che partecipò nel 1953 all’assalto al Cuartel Moncada e poi diresse la Casa de las Américas), si pone il problema della ragione dell’esistenza degli inediti. Con lei si sono dichiarati solidali i due maggiori storici del Che, Adys Cupull e Froilán González. Ma c’è un altro problema: ci sono anche testi ormai editi ma di fatto ignorati da chi, anche a sinistra, preferisce i miti alla cruda realtà.

Ad esempio ad Algeri, nel febbraio 1965, nell’ultimo discorso fatto come dirigente cubano, Guevara diceva, a proposito del rapporto tra i “paesi socialisti” e quelli dipendenti, che non si doveva più “parlare dello sviluppo di un commercio di vantaggio reciproco”, dal momento che era “basato sui prezzi che la legge del valore e i rapporti internazionali, fondati sullo scambio ineguale (…) impongono ai paesi arretrati”. Vendere “ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sacrifici senza limiti ai paesi arretrati e comprare ai prezzi del mercato mondiale i macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate” significa di fatto “che i paesi socialisti sono, in un certo senso, complici dello sfruttamento imperialistico.”

In questa direzione si muoveva la riflessione del Guevara più maturo, tra il 1962 e il 1966, rimasta in gran parte inedita, ma non sconosciuta del tutto, perché vari stralci sono stati gradualmente pubblicati in saggi di Tablada e miei, e negli Scritti scelti, curati da Massari, e poi anche a Cuba nel bellissimo libro di Orlando Borrego, Che. El camino del fuego (Imagen contemporanea, La Habana, 2001).

Perché inedita? Basta anticipare un solo passo dalle critiche al Manuale di economia per cominciare a capire:

“Le ultime risoluzioni economica dell’URSS somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l’avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo. Il tempo dirà  se si tratta di un incidente passeggero o se implica una decisa tendenza all’arretramento. Tutto parte dalla concezione erronea di cercare di costruire il socialismo con elementi di capitalismo, senza cambiarne effettivamente il senso. Per cui si perviene a un sistema ibrido che finisce in un vicolo cieco.”

In un’altra nota scrive che “di norma in questo libro si confonde il concetto di socialismo con quanto in pratica accade in URSS” A proposito delle “categorie economiche” che secondo il Manuale sarebbero generate dal regime socialista, il Che annotava che “si presume di conoscere leggi economiche la cui reale esistenza è discutibile” (...) sbattendo a ogni angolo “con le leggi economiche del capitalismo che sopravvivono nell’organizzazione economica sovietica” (...). “Si va avanti con l’autoinganno. Fino a quando? Non si sa, e neanche come si risolverà la contraddizione”

Come si vede, erano critiche dure, che i sovietici non avrebbero potuto accettare. Ma perché censurarle anche dopo il crollo? Perché non sarebbe stato facile spiegare perché gli studenti cubani hanno continuato a “studiare marxismo” per venti anni dopo la morte del Che su quel pessimo Manuale, venerando per giunta Breznev come grande “marxista leninista”…

2 (segue)

 

3) La lunga strada per la pubblicazione degli “inediti”

 

In realtà alcuni inediti alla fine sono stati pubblicati, a volte con anni di ritardo… Ovviamente soprattutto gli scritti giovanili, che pure hanno avuto vicende tortuose: il padre del Che aveva pubblicato parte dei quaderni dei viaggi giovanili, insieme a una parte delle lettere alla famiglia in due volumi (in Italia raccolti in un solo volume dagli Editori Riuniti col titolo Mio figlio il Che). Poi la vedova li aveva sistemati diversamente e in Italia sono stati pubblicati da Feltrinelli col titolo Latinoamericana. Erano in pratica i diari già pubblicati e curati dal padre, ma già allora cominciò la rivendicazione di un’esclusiva dei diritti, di cui beneficiò solo una parte della famiglia, senza che nulla toccasse alla figlia maggiore Hildita, ai fratelli del Che e alla vedova del padre, che si ritenevano peraltro vincolati alle indicazioni di Ernesto di non volere nulla di materiale per sé e la sua famiglia.

Ma in quei testi (peraltro scritti dal giovane Guevara per la propria memoria, e non preparati da lui per la pubblicazione), come anche nell’altro quaderno di viaggio pubblicato – mal curato e mal tradotto – anche in Italia col titolo di Otra vez, non c’era nessun problema politico.

I problemi politici emergono invece soprattutto per il bilancio dell’esperienza fatta nel Congo nel 1965. In questo caso il Che, nella pausa forzata in Tanzania dopo il fallimento della spedizione, aveva preparato per la pubblicazione un dattiloscritto che – come aveva fatto per i suoi quaderni sulla lotta nella Sierra Maestra –rielaborava gli appunti scritti nel corso dell’impresa col titolo Pasajes de la guerra revolucionaria: Congo, che ricalcava quello dei Passaggi della guerra rivoluzionaria, usciti nel 1959-1960 come articoli e poi raccolti in volume.

Il testo, come ormai si può vedere, è organico e ricco di riflessioni importanti. Ma è rimasto per 28 anni segreto. In quei decenni in Africa si sono fatti errori politici gravi, soprattutto appoggiando regimi che si autodefinivano “socialisti”. Erano errori legati al rapporto sempre più stretto di Cuba con l’URSS di Breznev, ma sono stati facilitati dall’aver ignorato le critiche severe di Guevara ai dirigenti di molti movimenti di liberazione, compreso il futuro presidente della Repubblica democratica del Congo Laurent Kabila.

Questo testo è uscito per la prima volta nel 1994, incompleto e con interpolazioni, grazie all’intraprendenza di Paco Ignacio Taibo II, che si era procurato una copia del dattiloscritto. Fu pubblicato subito in molti paesi tra cui l’Italia, ma non a Cuba, con il titolo di fantasia: L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto Che Guevara). Era stato curato ufficialmente da Paco Ignacio Taibo II insieme a due giornalisti cubani, Froilán Escobar e Félix Guerra, che probabilmente erano i principali responsabili del lavoro, mentre la sua proiezione internazionale (quattordici edizioni contemporanee in tutto il mondo) era assicurata dal nome del popolare scrittore ispano-messicano.

In realtà circolavano altre copie del testo tra i collaboratori del Che, e una di esse mi era stata fatta arrivare e copiare. Era parzialmente diversa da quella pubblicata, ma non su questioni essenziali. Ciò vuol dire solo che c’erano diverse versioni. Su una di esse si è basato il generale William Gálvez per un suo libro, che ottenne già nel 1995 il premio Casa de las Américas, ma è uscito a Cuba solo nel marzo 1997, col titolo El sueño africano de Che. Qué sucedió en la guerrilla congolesa, presso le edizioni della stessa Casa de las Américas. Perché è passato tanto tempo dalla premiazione alla pubblicazione? Probabilmente per “limare” il testo, come era già avvenuto per un altro libro famoso, premiato dieci anni prima dalla giuria internazionale della Casa de las Américas ed elogiato più volte da Fidel Castro ma ugualmente sottoposto a tagli e censure varie: quello di Carlos Tablada sul pensiero economico di Guevara.

Solo nel 1999 è uscita una edizione “ufficiale” dei Pasajes, curata dalla seconda figlia del Che Aleida, che ammette candidamente nell’introduzione “la revisione dello stile, l’aggiunta di osservazioni e l’eliminazione di alcuni appunti”. Perché? Probabilmente per mettere le mani avanti rispetto a chi aveva in mano altre versioni, di cui Aleida dice che corrisponderebbero “alle prime trascrizioni (?) redatte dal Che”. Non è possibile capire quali fossero i passi eliminati; invece nella lettera di Fidel a Guevara del giugno 1966 riportata nella stessa introduzione i tagli sono almeno indicati con il segno […] in diversi punti. La lettera, pur mutilata, è molto interessante: Fidel si rivolgeva al Che che stava a Praga in incognito dopo aver lasciato la Tanzania, invitandolo a “prendere in considerazione la convenienza di fare un salto fin qui”, cioè a Cuba, “data la delicata e inquietante situazione in cui ti trovi laggiù”. Cosa c’era di inquietante? A Praga, dove pochi anni fa hanno tradotto un mio libro su Guevara, ho incontrato molti economisti che erano stati a Cuba con il Che come consiglieri, rimanendo per questo fedeli alle idee rivoluzionarie, e ho avuto la conferma che nel 1966 le autorità cecoslovacche non erano informate del suo soggiorno “clandestino” in quella città. Ma si può immaginare cosa preoccupava Castro, tenendo conto del giudizio sprezzante e ostile sul Che di tutti i partiti comunisti legati all’URSS.

Va detto che più volte una parte della famiglia negli ultimi anni ha minacciato processi a chi come Carlos Tablada aveva pubblicato qualche brano del Che inedito senza autorizzazione, ma poi non ha fatto nulla. Non c’è stato neppure un processo a Paco Ignacio Taibo II, e neppure ai due giornalisti cubani che gli avevano fornito il testo sul Congo. Perché? Probabilmente per ridurre lo scandalo… La pubblicazione era avvenuta in molti paesi ma non a Cuba e quindi il processo avrebbe dovuto svolgersi in un tribunale messicano o italiano, che avrebbe ovviamente permesso ai denunciati di spostare la discussione sulle indifendibili ragioni del divieto, e sulle esplicite dichiarazioni del Che contro la riscossione di diritti sulla sua opera, col risultato di far risaltare quanto siano oggi lontani dai suoi ideali quelli che si appellano a un tribunale per tutelare il proprio monopolio.

Ora che abbiamo letto, sia pure con tanto ritardo, questi Passaggi della guerra rivoluzionaria-Congo, appare chiaro che dietro la censura non c’era nessuna ragione di “sicurezza dello Stato”, ma solo la difficoltà a spiegare – in primo luogo ai cubani - perché Guevara anche sull’Africa non era stato ascoltato.

Comunque da questa vicenda emerge che a Cuba si considera “normale” tenere nascosto per tanti anni uno scritto già preparato per la pubblicazione dallo stesso Guevara, nascondendo le sue riflessioni sul carattere parassitario dei dirigenti dei movimenti di liberazione africani, che già prima di arrivare al potere mantenevano un livello di vita scandaloso e che utilizzavano per succhiare soldi la concorrenza tra la burocrazia sovietica e quella cinese! D’altra parte le censure a Guevara a cui allude anche il Canto intimo di Celia Hart, si sono avute su molti piani: ad esempio il documentario curato da Roberto Massari in coedizione con la casa editrice Abril dei giovani comunisti per anni non è stato fatto circolare a Cuba, perché l’autore aveva rifiutato dei tagli a discorsi del Che (editi, questi, in altri tempi…), ma è stato poi rivenduto dalla stessa Editorial Abril in vari paesi dell’America Latina. E capiremo meglio la logica delle censure esaminando più dettagliatamente le Note critiche al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, rimasto per tanto tempo testo obbligatorio di studio per gli studenti cubani.

3 (segue)

 

4) Ancora sull’URSS

 

Ma veniamo alla parte del Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS dedicata proprio ai “paesi socialisti”. Una delle frasi che appaiono vuote al Che riguarda i successi e la cooperazione tra di essi:

“In un breve arco di tempo, i paesi del campo socialista gettarono le basi per una stretta collaborazione economica, fondata sul reciproco aiuto fraterno. Accanto al vecchio mercato mondiale capitalistico nacque un nuovo mercato mondiale dei paesi socialisti, che si rafforzò rapidamente. Tale mercato cresce ininterrottamente, grazie al suo sviluppo senza crisi e all’inarrestabile incremento della produzione nei paesi del campo del socialismo. Essendosi poi sganciati dal sistema capitalistico, nella fase del dopoguerra, tutta una serie di nuovi paesi, e proprio in conseguenza di questo, si formò e si sviluppò vittoriosamente il sistema socialista dell’economia mondiale”.

Il testo proseguiva assicurando che così si era assestato un nuovo colpo al sistema dell’imperialismo. E Guevara annotava:

“Troppo idilliaco. Ancorché non si conoscano le crisi nell’accezione propriamente capitalistica, le difficoltà degli ultimi anni nelle democrazie popolari d’Europa e il disastro del grano in URSS stanno ad indicare che anche lì si susseguono gravi interruzioni dell’avanzamento”.

L’affermazione del Manuale che il socialismo si distinguerebbe da tutte le formazioni sociali precedenti per l’allargamento ininterrotto della produzione, ed anzi che “il socialismo pone fine alla contraddizione tra la natura sociale della produzione e la forma privata, capitalistica, dell’appropriazione (...), non conosce la contraddizione tra produzione e consumo (...) e quindi è in condizioni di potere espandere ininterrottamente la produzione” sembrava infondata a Guevara, che osservava che al massimo poteva valere per l’URSS che era un “paese-continente”, ma certo non per altri paesi come la Cecoslovacchia: “un mercato estero sempre più esigente ha progressivamente scalzato via articoli prodotti con una tecnologia ormai congelata, determinando cali nella produzione complessiva del paese”. Guevara alla fine del 1965 era abbastanza informato sugli scricchiolii del paese più industrializzato del Comecon, e conosceva probabilmente la diagnosi fatta dagli economisti critici come Ota Šik, anche se non condivideva la terapia che essi proponevano.

E quando il Manuale, riprendendo un documento ufficiale del XXI Congresso del PCUS, affermava che l’URSS, non essendo più circondata dall’assedio capitalista non correva più rischi di restaurazione capitalista (anzi, si precisava, “non esistono più nel mondo forze in grado di restaurare il capitalismo nel nostro paese, di far crollare il campo socialista” sicché il pericolo di restaurazione sarebbe stato eliminato definitivamente), Guevara osservava prudentemente che questa osservazione poteva essere oggetto di discussione dato che “le ultime risoluzioni economiche dell’URSS somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l’avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo”.

Guevara contestava anche che fosse stata eliminata la contraddizione tra città e campagna e che anzi ci fosse una unità di interessi di classe tra operai e contadini: “questo non lo ha confermato la pratica in URSS né nelle democrazie popolari. Le differenze e l’antagonismo sono palpabili e in contraddizione per penurie e carestie periodiche.” Proprio esaminando la situazione delle campagne (in particolare nei kholchos, che il Che pensa siano da considerare “presocialisti”) Guevara osserva più volte che quanto è descritto nel Manuale è proprio dell’URSS e non del socialismo.

Guevara è implacabile con tutte le formule vuote, come il “centralismo, uno dei miti largamente diffusi”, ma che al Che sembra solo una frase che nasconde le più diverse strutture politiche, ed è quindi carente di contenuto reale. Smantella anche le citazioni dal XXI Congresso del PCUS, osservando che presentare come un successo il dissodamento delle terre vergini è un errore, anche se meno grave di quel “complesso ideologico di inferiorità” che ha portato alla famosa velleitaria sfida con gli Stati Uniti, che quel Congresso pensava di raggiungere e superare in una ventina di anni. A questo proposito c’è un accenno critico alla Cina, che con la stessa logica nel 1958 si era proposta di raggiungere l’Inghilterra.

Una frase retorica del Manuale sullo sviluppo pianificato della collaborazione economica tra i paesi socialisti, basata sulla più razionale utilizzazione del potenziale produttivo, nell’interesse di ciascun paese e di tutto il campo socialista in generale, in base alla “divisione socialista internazionale del lavoro”, lo spinge a una considerazione molto dura:

“Di nuovo questa idea, così giusta nella sua formulazione teorica, inciampa in contraddizioni etiche. Se l’internazionalismo proletario ispirasse le azioni dei governanti dei paesi socialisti, indipendentemente da certi errori concettuali in cui potrebbero incorrere, sarebbe un successo. Ma l’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’URSS, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari (COMECON)”.

Guevara nella stessa nota osservava che era difficile catalogare questi atteggiamenti, soprattutto senza un’analisi profonda e documentata delle motivazioni di ciascun paese, ma concludeva “che quel che è certo è che minacciano gli onesti sogni di tutti i comunisti del mondo”. E dato che nel lungo periodo sulle meraviglie della “divisione socialista internazionale del lavoro” era inserita una frasetta sulla necessità di “tener conto, analogamente, dello sviluppo dei rapporti economici tra i due sistemi mondiali, il socialismo e il capitalismo”, Guevara, diffidente, osservava che probabilmente si pensava a una pianificazione in vista dell’estensione di queste relazioni.

A proposito dei piani annuali come articolazione di quelli quinquennali, esaltati dal Manuale, il Che osservava poi seccamente:

“I piani annuali, nella forma attuata a Cuba, costituiscono un freno. Ogni anno, come spiega in seguito il testo, si dividono le ristrettezze precedenti, come se tutto ricominciasse da capo, e si dà il caso di fabbriche con risultati brillanti un anno e disastrosi il secondo anno, per la mancanza di materia prima. Se il sistema non è buono nei paesi socialisti vicini, con grande indipendenza, a Cuba, lontana chilometri e con persistenti problemi di pagamenti, è stato disastroso”

Altre osservazioni sono meno sorprendenti, perché ripetono quanto scritto negli articoli e interventi del dibattito economico pubblicati nel 1963-1964 a Cuba (ad esempio che “una delle pecche gravi del sistema sovietico” è che “gli incentivi morali sono dimenticati o marginali”). Di fronte a un’affermazione trionfalista sulla Banca di Stato dell’URSS che sarebbe “la banca più potente del mondo” grazie alle filiali collocate nella capitali delle repubbliche sovietiche, dei territori e regioni, e in quasi tutti i distretti del paese, Guevara scrive maliziosamente:

“Possiede anche filiali a Londra e a Parigi (un poco mimetizzate). Ci si può chiedere se tutto ciò non influirà sui metodi e le concezioni della direzione sovietica, così come gli istituti creditizi di proprietà del partito argentino influiscono sulla sua linea di intervento politico”.

Il paragone di Guevara con il Partito comunista della sua Argentina è interessante, e spiega bene che la critica del Che alla maggior parte dei partiti comunisti latinoamericani non era solo ideologica o morale, ma partiva dalla consapevolezza del loro inserimento, subalterno ma totalmente complice, nel sistema capitalistico.

4 (segue)

 

Dagli inediti di Guevara spunti interessanti, non soluzioni

 

Le ultime notazioni delle critiche al Manuale di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS sono più teoriche. Gli autori del Manuale, sulla base delle indicazioni del XXI Congresso del PCUS, parlano di passaggio graduale al comunismo, e annunciano che i metodi coercitivi dello Stato saranno sostituiti dagli stimoli economici e dal lavoro educativo affidato alle cosiddette “organizzazioni sociali”. Peraltro si teorizza che lo Stato continuerà ad essere necessario anche dopo la “costruzione del comunismo”. Guevara è sempre più irritato. Come è possibile pensare di “costruire il comunismo in un paese solo”? E conclude questa nota osservando che “ci sono molte asserzioni in questo libro che somigliano alla formula della santissima trinità: non si capisce, ma la fede risolve la cosa”. E aggiungeva:

“Non si capisce come possano eliminarsi i metodi coercitivi sostituendoli con quelli economici. Se questi diventano automatici, si ritorna a una società anarchica, se li si guida tramite un piano centralizzato, lo Stato deve stare lì a vigilare su quel che succede (o deve succedere) (...) Gli operai, il popolo in genere, decideranno sui grandi problemi del paese (saggio di sviluppo, cioè accumulazione, consumo, tipi di produzione fondamentali, lavori sociali, beni perituri o di largo consumo), nei vari luoghi decideranno sui loro problemi concreti (quelli che non vanno oltre il loro ambito), ma il piano e la produzione saranno di spettanza degli specialisti, né si possono cambiare per volontà individuali, anche se di tipo collettivo. Il punto è considerare l’organizzazione economica come un grande macchinario e vigilare che funzioni, senza però inserirsi nei suoi ingranaggi”.

In questo processo Guevara non vedeva alcun ruolo utile dei sindacati, su i quali si esprimeva in tono sprezzante, forse in parte per la sua lettura affrettata e superficiale (anche a causa di una sommaria traduzione da parte di qualcuno dei “consiglieri” sovietici) del famoso dibattito sovietico del 1920 sui sindacati. Guevara infatti aveva scambiato la posizione di Trotskij (ostile allora ai sindacati, per motivi analoghi ai suoi) con quella di Lenin, a cui Trotskij si avvicinò invece più tardi, ammettendo di avere sbagliato (ma il Che probabilmente non lo seppe mai…). Ma a fargli assumere quella posizione era anche la sua esperienza cubana, non entusiasmante, che descrive in varie conversazioni al Ministero dell’Industria. In una di esse ci sono passi di notevole interesse:

“La maggioranza - ed è bene dirlo - dei dirigenti sindacali, sono persone che non godono del sostegno di massa... Poiché non godono del sostegno di massa, non hanno un prestigio acquisito in seno alle masse, scelgono la strada più semplice, e quale? Farsi portavoce delle masse e cioè: la massa dice e io trasmetto e bisogna fare ciò che la massa dice, e quindi poi dicono alla massa:?Ah! no, il governo dice e io trasmetto (...) Non è una politica coerente rispetto alla classe operaia né si aiuta - tutt’altro - il Governo”.

Più in là, nella stessa conversazione al Ministero dell’Industria del 14 luglio 1962, Guevara pronuncia una sentenza definitiva:

“Di una cosa sono sicuro, ed è che il sindacato è un freno che va distrutto, ma non con il sistema di esaurirlo: bisogna distruggerlo come si dovrebbe distruggere lo Stato in un momento, con il metodo di superarlo da parte della gente, e alla fine arrivare a rendere inutile questa istituzione. Qui i sindacati sono stati costruiti meccanicamente. Poiché in Unione sovietica vi sono sindacati amministrativi, si sono fatti sindacati amministrativi a Cuba. Bene, vorrei chiedere, che cosa hanno fatto i sindacati in ciascun ministero? Non sono stati in grado di mettere insieme qualcuno che andasse a tagliare quattro canne, non sono stati in grado di dare l’esempio su niente. In questo ministero, per fortuna, non hanno di certo posto questioni, rivendicazioni amministrative. Da altre parti lo hanno fatto. Non è povero il ruolo di un’istituzione creata da poco per svolgere il ruolo di copia con carta carbone dell’esperienza storica di un altro paese? Questo non è marxista: è uno dei tanti errori che commettiamo, avallati da tutti noi, probabilmente anche da me, che sono Ministro, dal Consiglio dei Ministri, ma è un errore e di errori ne commettiamo”.

Questo ed altri passi spiegano perché la riflessione del Che fosse insopportabile per i dirigenti sovietici, ma mostrano anche che egli non sempre aveva colto nel segno. Leggiamo oggi Guevara non per cercare un nuovo “modello”, un nuovo Talmud, ma per seguirne la riflessione interpretandola nel contesto dei dibattiti di quegli anni, e cogliendone la poderosa forza dissacrante, che rifiuta i luoghi comuni.

Ad esempio, anche quando concorda con il Manuale nella sottolineatura delle contraddizioni tra capitale e lavoro, il Che osserva che “occorre ancora una volta porre l’accento sul fatto che l’opportunismo ha investito uno strato enorme della classe operaia dei paesi imperialisti”, che si potrebbe definire come aristocrazia operaia. Al margine annotava di ricercare statistiche comparative sui salari degli operai di paesi imperialisti e di quelli dipendenti. Su questo arrivava a considerazioni drastiche, che avrebbe potuto probabilmente rivedere se avesse potuto vedere la grande ondata di scioperi del Maggio 1968 in Francia e dell’Autunno caldo italiano.

Poco più avanti, si indigna ancora per una frase retorica del Manuale in linea col nuovo corso sul passaggio pacifico al socialismo:

“Nelle attuali condizioni, in cui esiste un forte campo socialista, in cui continua ad approfondirsi la crisi generale del capitalismo, in cui il sistema coloniale si disintegra sempre più e gli ideali del socialismo, della democrazia e della pace possiedono una grandiosa forza di attrazione per l’intera umanità lavoratrice, si dà la possibilità concreta che, in questo o quel paese capitalista o uscito dalla dominazione coloniale, la classe operaia arrivi pacificamente al potere, per via parlamentare”.

Il commento è secco e bruciante: “A questa cantilena del parlamento non ci credono neanche gli italiani, che pure non hanno altro dio”. Si allude ovviamente al PCI, nei confronti del quale Guevara aveva espresso francamente il suo fastidio, rifiutando ad esempio un’intervista all’Unità, che pure era stata sollecitata dalla sua stessa madre che con Saverio Tutino, ottimo corrispondente di quel giornale all’Avana, aveva fatto amicizia, vivendo nello stesso albergo. La motivazione era che non stimava un partito che aveva un 25% di voti e non faceva nulla per la rivoluzione. Molti dirigenti del PCI che visitarono Cuba, tra cui Pietro Ingrao, rimasero sconcertati e irritati dalle brusche critiche di Guevara.

Le annotazioni di questo genere, che smentiscono il quadro idilliaco di un mondo in evoluzione verso il socialismo per effetto delle “grandi conquiste dei paesi socialisti”, sono numerosissime, ma riguardano solo indirettamente il giudizio critico del Che sui paesi dell’Est, attraverso la polemica con le loro mistificazioni ideologiche sulle “magnifiche sorti e progressive” del proletariato. Una di questa va però segnalata, per un aspetto interessante: di fronte a una frase che dichiara possibile il trionfo della rivoluzione socialista, quando esista un proletariato rivoluzionario e la sua avanguardia (naturalmente unita in un solo partito politico…), Guevara osserva:

“I casi della Cina, del Vietnam e di Cuba dimostrano la scorrettezza di questa tesi. Nei primi due casi la partecipazione del proletariato è stata nulla o scarsa, a Cuba la lotta non è stata diretta dal partito della classe operaia, ma da un movimento policlassista radicalizzatosi dopo la presa del potere politico”.

La frase che ho evidenziato in corsivo sarebbe sconvolgente nella Cuba degli ultimi trenta anni, in cui è stato evitato accuratamente ogni accenno al mancato appoggio alla rivoluzione da parte del PSP (di cui Guevara peraltro accetta implicitamente l’autoproclamazione come “partito della classe operaia”). Anche la definizione del Movimento 26 luglio come “policlassista” è esatta ma contrasta con l’abituale ricostruzione mitologica della formazione del gruppo dirigente della rivoluzione.

5) segue

 

6) Le tracce di un lavoro politico originale

 

La maggior parte degli scritti rimasti fuori dalle edizioni delle opere di Guevara non contengono nulla di sensazionale, ma semplicemente documentano uno straordinario e paziente lavoro di direzione, che doveva affrontare anche una fronda nei confronti della sua intransigenza (con sé stesso, ma anche con i collaboratori).

Le soluzioni che proponeva per limitare i danni della riproduzione meccanica del modello sovietico, probabilmente non sarebbero state risolutive anche se non fossero state rifiutate nel corso del grande dibattito economico del 1963-1964, su cui ci sarebbe tutta la documentazione disponibile anche in italiano, se si volesse fare i conti con quello che il Che realmente pensava e non con le leggende. Alcune raccomandazioni erano decisamente scomode: ad esempio puntare ad aumentare la produttività; lottare contro gli sprechi e il parassitismo, le assunzioni clientelari, il rigonfiamento degli organici indipendentemente da una valutazione rigorosa di costi e ricavi: “dobbiamo funzionare meglio del capitalismo, se vogliamo batterlo”. Era una conferma di quanto era stato proficuo lo studio del Lenin concretissimo degli ultimi anni. La resistenza alle sue proposte veniva dalla micidiale alleanza tra le abitudini locali (la pigrizia, il rinvio di ogni compito al domani, ecc.) e gli uomini più legati al modello sovietico (in cui gli sperperi e le inefficienze erano sistematici e funzionali al meccanismo di controllo politico delle masse).

Questi scritti, contenuti prevalentemente nel VI volume dell’opera curata da Borrego (quella stampata in 200 copie rigorosamente riservata ai dirigenti) ma anche in alcune raccolte di memorie e testimonianze di suoi collaboratori, andrebbero pubblicati organicamente in un’edizione critica. È difficile dare un idea anche sommaria di questo lavoro nello spazio di un articolo.

In Italia qualche frammento delle conversazioni bimestrali al MinInd era stato pubblicato dal “Manifesto” mensile nel dicembre 1969, poi pubblicato da Roberto Massari con alcune mie integrazioni e una revisione complessiva sull’originale (Scritti scelti, v. II, pp. 536-579), ma non circolano a Cuba, anche se non c’è nessuna affermazione sensazionale paragonabile a quelle degli scritti sull’URSS. Perché? Probabilmente perché risulterebbe evidente la contraddizione tra quegli scritti e la gestione dell’economia a Cuba oggi, soprattutto dopo la dollarizzazione e le aperture alle società miste e ai capitalisti stranieri. Se si conoscessero gli scritti economici del Che, sarebbe più difficile sostenere – come si fa abitualmente – che è l’ispiratore della politica attuale.

La scoperta della burocrazia

Ma l’ultimo Guevara aveva cominciato a riflettere anche sulla deformazione burocratica della rivoluzione. Ci sono alcuni articoli, un discorso franco ed autocritico alla gioventù algerina del giugno 1963, ma soprattutto accenni frequenti a questo problema nei suoi interventi nelle fabbriche che visita e nei dibattiti bimestrali al ministero. Paradossalmente, tuttavia, lo scritto in cui si tirano più nettamente tutte le conseguenze dalla riflessione di Guevara sulla burocrazia non porta la sua firma, ed è apparso dopo la sua partenza da Cuba. Si tratta dell'editoriale La lucha contra el burocratismo: tarea decisiva (compito decisivo), apparso in quattro puntate su “Granma”\RREF Granma nel marzo 1967. In particolare nella seconda e terza parte, il pericolo che "in seno alle organizzazioni politiche e allo stesso Partito si costituisca, per il tramite dei quadri professionali, una categoria speciale di cittadini, differente dal resto della popolazione", viene ricondotto alla "introduzione di certi sistemi amministrativi e forme di organizzazione presi in prestito da paesi del campo socialista minati dalla burocrazia".

La burocrazia viene definita non solo "un freno per l'azione rivoluzionaria", ma anche "un acido corrosivo che snatura [...] l'economia, l'educazione, la cultura e i servizi pubblici", al punto che "ci danneggia più dell'imperialismo stesso". In queste parole, nelle quali è chiara l'impronta del Che, è racchiusa una delle più severe e mordenti critiche della burocrazia apparse dall'interno di un partito comunista al potere. Gli editoriali, nonostante il titolo parlasse solo di "burocratismo" (termine che ridimensiona il fenomeno riducendolo a un comportamento discutibile e fastidioso, e che non caso è stato usato periodicamente da tutti i governanti del socialismo reale, da Stalin a Gorbaciov) contenevano in realtà nel testo un appello alla “lotta contro la burocrazia su tutti i fronti e in tutte le sue manifestazioni", con accenti drammatici: "Le forze della classe lavoratrice devono affrontare la burocrazia. Le esperienze della lotta contro questo male dimostrano che la burocrazia tende a comportarsi come una nuova classe. Tra i burocrati si stabiliscono legami, rapporti e relazioni simili a quelli che possono esservi in qualsiasi altra classe sociale".

Questo editoriale è con molta probabilità una rielaborazione collettiva di materiale preparato dal Che per la discussione in seno al gruppo dirigente, come appare da forti analogie con vari  suoi scritti (ed anzi dalla riproposizione di interi periodi tratti dai suoi discorsi apparsi solo nell'edizione riservata ai dirigenti. Si tratta senza dubbio del punto più alto raggiunto dalla riflessione sulle ragioni dell'involuzione burocratica determinatasi in una società post-capitalistica (in larga misura indipendentemente dalla volontà dei suoi dirigenti). In ogni caso riflette un atteggiamento che era diffuso nel gruppo dirigente castrista in quegli anni, e ha quindi ancora più importanza, anche perché smentisce le leggende che il Che fosse dovuto partire per divergenze con Fidel: il problema vero era l’atteggiamento di ostilità dell’URSS.

La denuncia della burocrazia è una delle tracce che rivelano una lettura sempre più attenta dell'ultimo Lenin, a cui risaliva (già nel 1921!) la famosa definizione dell'URSS come "Stato operaio con una deformazione burocratica", che viene invece in genere attribuita al solo Trotskij. Il riferimento a Lenin si fa più articolato: nel 1961 Guevara diceva ancora genericamente che "Lenin è probabilmente il leader che ha portato il massimo contributo alla teoria della rivoluzione”, mentre successivamente distingue varie fasi del suo pensiero.

E' evidente che Guevara ha cominciato a distinguere quel che è contingente e tattico negli scritti del periodo della NEP, e conosce già qualcosa del dibattito degli anni Venti sulla "Economia politica del periodo di transizione" anche grazie all'incontro con Ernest Mandel, il suo principale sostenitore nel dibattito economico. Dallo studio di Lenin Guevara ha ricavato anche la comprensione della peculiarità dell'esperienza sovietica, che comincia a vedere non più come lucida applicazione di un perfetto modello, ma come empirica sperimentazione, sotto la pressione di potenti forze ostili e in un paese arretrato, "anello più debole della catena". Polemizzando con i fautori della riproduzione meccanica del modello dell'URSS, Guevara afferma che "l'Unione sovietica non è un esempio tipico di un paese capitalista sviluppato che passa al socialismo. Il sistema, così come lo ereditarono i sovietici, non era sviluppato, e per questo partirono prendendo a prestito molte cose anche dal capitalismo premonopolista".

Su questo tema ritorna molte volte. Nel dibattito sul "sistema di calcolo di bilancio" che propone in contrapposizione a quello sovietico, che egli respinge perché introduce disuguaglianza, incentivi materiali per i direttori, e incoraggia la falsificazione sistematica dei dati reali (i direttori di fabbrica sovietici "sono tecnici tanto nel produrre quanto nell'ingannare l'apparato centrale", dice in una delle riunioni del Minind), egli viene accusato di usare tecniche capitalistiche. Il Che risponde che è vero: "ci sono molte analogie con il sistema di calcolo dei monopoli, ma nessuno può negare che i monopoli abbiano un sistema di controllo molto efficiente, e stanno attenti perfino ai centesimi, anche se hanno milioni di dollari, e hanno tecniche di determinazione dei costi molto rigorose". Non solo ribadisce il concetto di imparare dai paesi capitalisti sviluppati che era costantemente presente in Lenin (e che divenuta impensabile negli anni in cui Stalin, appoggiandosi sullo sciovinismo grande-russo introduce una grottesca esaltazione del popolo russo e una ossessiva xenofobia), ma dice una semplice verità che doveva tuttavia suonare blasfema a generazioni di esaltatori dell'URSS: "in definitiva anche il sistema di contabilità che si applica in Unione sovietica lo ha inventato il capitalismo", e per giunta quello arretrato, dei primi decenni del Ventesimo secolo.

Queste osservazioni non erano conosciute che a un piccolo numero di dirigenti cubani al momento dello sgretolamento del sistema sovietico. La loro pubblicazione tempestiva avrebbe reso più facile la lotta contro la poderosa campagna che attribuiva al socialismo, a Lenin e allo stesso Marx il fallimento del “socialismo reale” e voleva liquidare per sempre con questi argomenti ogni idea di rivoluzione.

6) Fine

 

La recensione su Liberazione del 6/9/2005 che ha preceduto la serie di articoli

Cosa si può pubblicare di Guevara, oggi?

 

Sono usciti i due volumi della Mondadori dedicati a Guevara, intorno a cui sono divampate tante polemiche, iniziate dal “Corriere della sera” e dal “manifesto” e poi dilagate su “l’Unità” e perfino su “il Secolo d’Italia”. Un’operazione da un milione e mezzo di dollari, che appare però molto deludente. Uno dei libri è una ennesima riedizione di Guerra de guerrillas, col titolo un po’ antiquato di  Guerra per bande (uno degli scritti meno attuali del Che, almeno in Italia), l’altro è una specie di elegante “strenna natalizia” fuori stagione, ricca di bellissime foto e praticamente priva di contenuti, e anzi quasi di testi.[1] Poche decine di cartelle di cose conosciute, prive di note esplicative, introdotte da brevissime introduzioni piuttosto retoriche. Continuando così come farà Berlusconi a recuperare in 5 anni (tanto dura il contratto) una cifra così alta, in un paese in cui di Guevara si è pubblicato moltissimo? Rimane un mistero.

La loro uscita comunque smentisce le polemiche di Gianni Minà contro chi aveva sollevato dubbi sull’attribuzione di un’esclusiva assoluta a un simile editore. Questi libri non hanno contribuito alla conoscenza del Che, e invece hanno fatto bloccare con cavilli ogni altra pubblicazione curata con criteri più rigorosi (tra l’altro un’antologia critica in due volumi curata da me, che sarebbe dovuta uscire in questi giorni da Feltrinelli). La mia antologia era stata concepita necessariamente senza aggiungere nulla a quel che si poteva ricavare dai due volumi venduti a Feltrinelli dalla Ocean Press (la piccola editrice australiana che ha ottenuto la rappresentanza mondiale dei diritti degli scritti di Guevara). Era solo stato riorganizzato il materiale in modo di far comprendere l’evoluzione progressiva del pensiero del Che (qualche suo scritto giovanile ingenuamente dogmatico viene spesso usato acriticamente, avulso dalla storia, come se fosse un passo della Bibbia).

A luglio, mentre il primo volume andava in stampa, è stato bloccato con la minaccia della decadenza del contratto nel caso fosse stata aggiunta una sola riga e soprattutto un’introduzione generale o ai vari blocchi di testi, e perfino le note. Una clausola chiaramente concepita come una trappola.

In una dei suoi interventi su “il manifesto” Minà ha detto che coloro che criticavano questa operazione avrebbero dovuto invece essere “soddisfatti ideologicamente che il mercato abbia imposto alla casa editrice del più viscerale anticomunista di casa nostra, il cavalier Silvio Berlusconi, di sborsare una cifra enorme per far circolare le idee sovversive del Che”. Vediamo dunque come il lettore italiano oggi può conoscere meglio queste idee.

La maggior parte delle pagine del libro sono occupate da grandi fotografie, e anche i testi sono solo quasi tutti brevi frammenti, di cui pochissimi inediti in italiano: in tutto 6 o 7 pagine (due brevi racconti “letterari” scritti in Africa e un paio di lettere, di cui una sola interessante). Sull’Africa, ci sono soprattutto “cartoline” (in senso letterale: quelle con coccodrilli e aironi mandate ai figli…), sulla Bolivia notazioni retoriche e falsanti che la riducono a una ricerca di avventura paragonata insistentemente a quella dei primi viaggi di adolescente, cui è dedicato invece grande spazio.

L’unica lettera significativa e poco conosciuta è quella scritta il 4 dicembre 1965 (appena arrivato dal Congo a Dar es Salaam) ad Armando Hart, allora segretario del partito comunista cubano, con la proposta di un piano di pubblicazioni filosofiche: “A Cuba non è stato pubblicato nulla, se si escludono quei mattoni sovietici che presentano l’inconveniente di non farti pensare; il partito lo ha già fatto al posto tuo, e il tuo compito è digerirlo”. Guevara propone invece una serie di raccolte di testi originali dei “classici” (a cui aggiunge Rosa Luxemburg, sia pure con un vago accenno ai “suoi errori” che conferma che non la conosce direttamente, e “il tuo amico Trotskij che, a quanto sembra, è esistito e ha scritto”, dice ironicamente a Hart. In tutto una paginetta e mezzo. Un po’ poco per far conoscere il pensiero del Che della maturità…

Ultimo tocco: come nella maggior parte delle pubblicazioni che commercializzano il Che, non c’è nessuna cura editoriale. Mancano note esplicative e perfino la data di nascita viene sbagliata: 24 giugno invece che 14!

Insomma questo libro, perfettamente “digeribile” dalla casa editrice di Silvio Berlusconi, si inserisce nella politica di utilizzare gli scritti del Che con criteri fortemente selettivi, puntando a curarne l’immagine personale, riproponendo soprattutto scritti giovanili privi di implicazioni politiche, e mantenendo occultati gli scritti della maturità. Fa parte delle scelte cubane che possono e devono essere criticate. Per anni i difensori d’ufficio di ogni scelta della direzione castrista adducevano ragioni di sicurezza dello Stato cubano. Io ho avuto dalla vedova e da altri collaboratori del Che oltre 600 pagine. inedite che, come mi avevano chiesto, ho studiato ma non pubblicato, pur essendo contrario a ogni censura. In esse non c’è una parola che possa essere considerata pericolosa per Cuba.

La maggior parte di questi testi, stesi tra il 1962 e il 1966, erano rimasti segreti perché mettevano in discussione il modello sovietico, definito esplicitamente “non socialista”. Il più organico, che criticava il Manuale di economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, era stato completato e preparato per la pubblicazione durante il riposo forzato tra l’impresa congolese e la partenza per la Bolivia. Un testo lucido e coerente, che si riallacciava al “Discorso al Seminario afroasiatico di Algeri” del febbraio 1965 (l’ultima sortita pubblica del Che come dirigente di Cuba, che denunciava l’oggettiva complicità di URSS e Cina con l’imperialismo). Secondo Minà le critiche al Manuale non sarebbero state rese pubbliche per non dare “una legnata” all’URSS che scompariva (lo avrebbe detto Fidel Castro in un discorso recente). In realtà aver nascosto questo testo per 40 anni (e comunque per altri 24 dopo la fine dell’URSS) ha dato un duro colpo a chi non riusciva a capire le ragioni del crollo, a Cuba, dove circolarono spiegazioni inconsistenti, e soprattutto nel movimento comunista, che si era illuso fino all’ultimo, e che non seppe far meglio che raccogliere le spiegazioni fornite dalla borghesia. Vennero ignorate le critiche marxiste: le analisi di Trotskij furono snobbate per consolidati pregiudizi, mentre quelle del Che, che sarebbe stato più facile ascoltare, furono occultate. Chi ha contribuito a “sbiadire la sua immagine”? Chi lo ha studiato a fondo o chi ha impedito di coglierne tutta la grandezza, riducendolo a icona inoffensiva?



[1] Ernesto Che Guevara, La storia sta per cominciare. Una biografia per immagini, Oscar Mondadori, Milano, 2005, pp. 306, € 20.



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