Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La forza di Renzi (con una postilla sul M5S)

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La forza di Renzi non viene soltanto dall’appoggio spudorato di Berlusconi o Brunetta (è vecchia e logica abitudine della destra esaltare chi sostiene le sue tesi dall’interno di un partito che agli elettori più spoliticizzati appare ancora vagamente di sinistra), ma dalla ormai più che evidente incapacità di Bersani di rispondere alle manovre che lo stanno logorando.

Bersani non è capace di smontare le operazioni di Napolitano che puntano a un’accordo generale tra destra e centrosinistra, perché non sono nuove, ma lui ha sempre evitato di denunciarle, spesso fingendo di volere le stesse cose. Bersani non ha saputo rispondere alle miserabili manovre di un Monti che rivelava clamorosamente la sua organica appartenenza alla destra durante la campagna elettorale,  e ha continuato a operare arrogantemente da Palazzo Chigi anche dopo il severo verdetto degli elettori. Non lo ha fatto perché per farlo avrebbe dovuto spiegare agli elettori e soprattutto a quella piccola parte che rimane ancora dello “zoccolo duro” del PD proveniente dal PCI, ridotto ma essenziale per la sua militanza, perché nel 2012 ha appoggiato il peggior governo degli ultimi venti anni pagandone il prezzo più elevato. E avrebbe dovuto spiegare il ruolo nefasto di Napolitano, a cui invece come tutti rende ipocriti omaggi.


Si ritrova ad essere spettatore delle sue sorti tra il “tutto e subito” del M5S (non più accontentabile con azioni simboliche come la rinuncia per iscritto del rimborso elettorale),  forte di essere il primo partito in Italia, e l’inquietudine di molti dirigenti del suo partito. In questo contesto Bersani si ritrova ormai in una posizione di netto svantaggio poiché ha dovuto accontentare verbalmente Vendola, senza aver saputo prendere nessuna presa di posizione netta da offrire al M5S per un cambiamento radicale. Mentre in realtà all’interno del PD vi era già in agguato Renzi che non nasconde di voler costruire quei ponti con il PDL, che in campagna elettorale Bersani ha sempre osteggiato.


Ma la forza di Renzi dipende soprattutto dalla sua continuità piena (indipendentemente  dalle sue origini personali “popolari”, cioè democristiane) con la tradizione di unità a qualsiasi costo con chiunque, che aveva caratterizzato il PCI in tutti i momenti decisivi, a partire dai governi di Unità Nazionale che nel 1944-1947 svuotarono ed emarginarono la Resistenza e legittimarono la ricostruzione dello Stato borghese e conservatore, compreso tutto l’apparato repressivo poliziesco e giudiziario, salvaguardata dalla scandalosa amnistia di Togliatti, e  condita con la vacua retorica della Costituzione (e continuando poi la tradizione con i salvataggi della DC in crisi, di Andreotti, e perfino dell’odiato Berlusconi...).

La differenza tra il vecchio PCI e i suoi eredi, tuttavia c’era: ai tempi di Togliatti, di Longo e perfino ancora per certi versi di Berlinguer, la linea di collaborazione di classe era infatti ancora appoggiata su una capacità di mobilitazione di massa che permetteva di conseguire qualche risultato concreto - anche se marginale - nella trattativa, mentre il partito leggero voluto dai “miglioristi” e portato avanti dalla banda sciagurata di Occhetto, Fassino, Veltroni e C. è diventato incapace di andare in piazza se non per innocenti e inutili  passeggiate con merenda garantita.

La piazza è rimasta a disposizione di Berlusconi (e di Grillo, che l’ha usata però soprattutto a scopo elettorale), e non ha contato nulla in questa crisi prolungata e inquietante, in cui si fa largo l’idea di una soluzione autoritaria, sottratta del tutto al giudizio degli elettori. Magari sperimentando la soluzione “temporanea” dei dieci saggi (di cui neanche uno vagamente di sinistra, a meno che non si consideri tale il Violante amico dei “ragazzi di Salò” o l’inquisito Bubbico), che può anticipare altre nomine sottratte a ogni verifica democratica, e soprattutto coprire uno scandaloso affidamento di ulteriori compiti a un governo Monti, più che deleggitimato dal voto, ma che invece di sparire continua a far danni su tutti i piani.

 

Postilla sul M5S. Parlando del M5S ho sempre cercato di evitare di essere confuso con i suoi detrattori del PD (penso agli scandalosi titoli dell’Unità su presunti accordi di Grillo con la destra), o del PRC, ma continuo a non essere tranquillo: fa bene a cercare di non farsi arruolare come puntello gratuito di un PD più o meno assimilabile al resto del ceto politico, e fa bene quando segna dei punti impegnandosi seriamente al fianco dei No TAV, a cui d’altra parte era stato vicino in tempi non sospetti, o quando formalizza le proposte di cancellazione dell’acquisto degli F35, e di uscita dalle imprese pseudoumanitarie. Benissimo.

Ma è auspicabile che si dia anche una strutturazione più democratica, che tra l’altro impedisca il gioco triste delle interpretazioni dei “grillologi” che si affollano intorno a ogni deputato per carpirgli una dichiarazione, e affronti i nodi sottesi ad alcune inquietanti ambiguità, come il giudizio inizialmente favorevole di Crimi sui dieci saggi di Napolitano, o le aperture verso la candidatura presidenziale della Bonino, che solo una scarsa conoscenza dei suoi precedenti e del suo ruolo in Europa e in Italia può giustificare.

È chiaro che prima o poi la forza accumulata dovrà essere spesa anche nel gioco parlamentare (se no, perché si sarebbe presentato?), ma la discussione sui compiti deve essere pubblica per agire sulle macroscopiche contraddizioni dei vari schieramenti, e soprattutto su quel 25% di cittadini che non hanno votato per nessuno (di cui non mi dimentico, anche perché ne faccio parte anch’io). Il M5S fa bene a essere poco interessato al dialogo col ceto politico dei partiti corrotti e burocratizzati, ma deve ricercarlo in forme non autoritarie con l’insieme dei cittadini.

Uno dei nodi da chiarire è la spiegazione onnicomprensiva (che non spiega niente) di ogni male con “i partiti”. Se si guarda alla loro storia, e alle ragioni della progressiva involuzione di quelli che erano nati “per il cambiamento” e avevano avuto una funzione positiva per decenni, il M5S potrà tra l’altro difendersi meglio dalla tante insidie presenti nelle istituzioni, e aspirare davvero a un ruolo dirigente. Anche raccogliendo i molti che ne sono stati delusi ma non hanno ancora rotto del tutto i legami “sentimentali” con i partiti in cui avevano creduto.

La trasmissione delle trattative con Bersani in streaming era stata un’ottima idea, anche se in quel caso c’era poco da riprendere, essendo il colloquio in sé ben poco interessante, ma poteva e doveva essere riproposta sistematicamente per dare davvero una lezione di democrazia. Invece è rimasto un semplice gesto propagandistico senza conseguenze. Lo dico partendo da una valutazione positiva dell’iniziale impatto del M5S sul quadro politico italiano, e con la speranza che possa avviare un dibattito che getti le basi per un’ulteriore crescita e per un consolidamento anche organizzativo. Il M5S può evitare infatti di chiamarsi partito, se il nome gli fa orrore, ma di fatto lo è, o è qualcosa di simile, e deve affrontare compiti nuovi: un partito non serve solo come amplificatore delle decisioni di un gruppo dirigente, ma in primo luogo per ascoltare e vedere, premessa delle decisioni. Internet e la rete possono fornire un supporto a nuove forme di democrazia ma non senza una strutturazione democratica dell’accesso.

Ernest Mandel aveva parlato più volte, due o tre decine di anni fa, della possibilità di usare le nuove tecnologie per una forma di democrazia diretta in tempi reali. Sembrava un visionario: oggi è possibile, ed è stato sperimentato, sia pure nella piccola Islanda, almeno per varare una costituzione che in quel paese ha consentito di bloccare la crisi (per questo nessuno ne parla).

Cominciamo a parlarne dunque.

(a.m. 4/4/13)



Tags: Bersani  Renzi  Grillo  M5S  

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