Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Una nuova proposta per il dibattito a Cuba

Una nuova proposta per il dibattito a Cuba

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Da un mio articolo scritto per un numero monografico sull’America Latina della rivista “Guerre e Pace” ho ricavato questa presentazione del documento Cuba soñada-Cuba posible-Cuba futura, che ho intanto inserito in originale tra i testi, all’interno del numero di Observatorio crítico desde Cuba. (a.m. 4/5/13)

* * *

 

[…] Presto la Chiesa avrebbe giocato una carta più coraggiosa, probabilmente voluta da un settore della gerarchia preoccupato dall’eccessiva identificazione con il governo. Nel marzo scorso sulla rivista dell’arcivescovato dell’Avana Espacio laical è stato pubblicato un documento prodotto da un piccolo collettivo “Laboratorio Casa Cuba”, che ha avuto subito una notevole risonanza, soprattutto grazie agli attacchi dei burocrati più ottusi, e che probabilmente permetterà nel prossimo futuro un raggruppamento di elementi critici non etichettabile come controrivoluzionari. Il documento non era firmato, ma erano noti gli autori (Roberto Veiga, che di Espacio laical  è direttore, Lenier González, Dmitri Prieto, Julio Antonio Fernández, Julio César Guanche, Miriam Herrera y Mario Castillo), che rifiutavano la caratterizzazione di cattolici, precisando che il collettivo “non è un partito politico né un progetto cattolico”, anche perché tra chi lo ha costruito ci sono equamente ripartiti “marxisti critici, socialisti repubblicani, anarchici e cattolici uniti dall’impegno per il futuro di Cuba”.

La sostanza del documento è tuttavia chiaramente politica: il primo punto dice che bisogna garantire a tutti di beneficiare dei diritti civili, familiari, politici, culturali, sociali, lavorativi ed economici, e il secondo precisa che per questo bisogna sviluppare meccanismi efficaci per consentire a ogni cittadino di ottenere in modo equo questi diritti, rafforzando i settori più sfavoriti. E nei punti successivi si dedica particolare attenzione a un tema scottante come l’informazione garantita a tutti, libera e diversificata, senza censura e monopolio. In particolare si sottolinea che è “imprescindibile garantire a tutti la trasparenza della gestione pubblica e l’accesso massiccio e attivo a Internet”.

Le proposte sono prudenti ma concrete: ad esempio garantire la possibilità di scegliere diverse forme per auto-organizzarsi, anche creando dispositivi che consentano alla popolazione di controllare attivamente il rispetto della Costituzione, attraverso referendum o altri strumenti, e valorizzando gli organi locali, più controllabili dai cittadini. Il punto 8 dice esplicitamente che “quando un problema può risolversi alla base (in ambito locale, associativo o di collettivo di lavoro) le istanze superiori non dovranno intervenire nella sua soluzione; le comunità, associazioni, imprese e collettivi di lavoratori devono avere la possibilità di cooperare liberamente tra loro per risolvere congiuntamente i loro problemi”. Un punto poco digeribile per la burocrazia, che non ama i collegamenti orizzontali tra esperienze di base.

Il programma è un classico programma democratico avanzato, che propone la separazione delle diverse funzioni pubbliche, con controllo mutuo, revoca del mandato, partecipazione di ogni contribuente alla discussione sulla destinazione dei contributi all’erario pubblico, e con la rivendicazione della loro destinazione a precisi fini sociali. Alcune proposte accentuano e rendono più precisa la norma che limita la permanenza in una carica pubblica, stabilendo anche limiti di età. Una polemica implicita verso la permanenza finora nei fatti pressoché illimitata della generazione arrivata al potere con la rivoluzione. Altre proposte esplicitano e richiedono la concretizzazione di norme astrattamente esistenti, come l’obbligo per ogni funzionario pubblico, a qualsiasi livello, di presentare un resoconto della sua attività.

Qualcuna è meno generica, come l’abolizione di quelle norme, mutuate dai codici sovietici, che prevedono sanzioni penali per chi non ha commesso atti criminali, ma a cui viene imputata una pericolosità “predelittiva”, in base al concetto di “stato di pericolo” e di “misure di sicurezza preventiva”.

Altre rivendicazioni chiariscono l’impalcatura generale della proposta, che ribadisce la richiesta di garantire il diritto al lavoro, di mantenere come diritto l’accesso universale e gratuito alla salute, mediante varie forme di organizzazione (ma anche rivalutando la remunerazione dei medici); di garantire “l’accesso universale e personalizzato a una educazione integrale e democratica, umanista e diversificata”, con una giusta remunerazione per i docenti, e il loro coinvolgimento insieme agli studenti, le famiglie e le comunità nella gestione degli impianti e la definizione dei programmi di studio; si ribadisce anche l’autonomia universitaria e accademica, con libertà di insegnamento e di ricerca, e una partecipazione attiva di tutti. Più in generale si raccomanda di subordinare le misure economiche a impegni sociali e ambientali.

Il penultimo punto raccomanda di trovare vie efficaci per garantire la partecipazione equilibrata della diaspora cubana nella vita del paese. Una richiesta che scandalizzerà quelli che nella sinistra italiana continuano a ripetere i soliti esorcismi contro i “controrivoluzionari di Miami”, ignorando che almeno dall’80 la maggior parte dell’emigrazione anche in Florida è economica e non ideologica, e a volte ha anche manifestato contro le restrizioni delle autorità statunitensi ai contatti con l’isola. Ma non c’è solo Miami, ci sono intellettuali di sinistra che insegnano o lavorano legalmente in Messico, in Venezuela, in molti altri paesi, e che anche la sinistra interna vorrebbe far partecipare al dibattito. Il tema del milione di cubani oltremare riaffiora spesso nel dibattito cubano, cresciuto impetuosamente a partire da quel gennaio 2007 che vide una forte mobilitazione di intellettuali contro il pericolo del ritorno di alcuni esponenti del peggiore stalinismo, che dopo l’eliminazione dell’ala guevarista avevano dominato la scena politica controllando tv, cinema e altri mezzi di comunicazione, ed erano riapparsi improvvisamente sugli schermi televisivi.

In realtà il punto ideale di partenza di un dibattito non stereotipato e rituale è quel 17 novembre 2005 in cui Fidel Castro, alla fine di un discorso fiume, domandò all’uditorio se tutti i presenti erano sicuri che Cuba potesse resistere agli attacchi del nemico, e alla corale risposta affermativa disse bruscamente che se non riusciva a superare le sue storture poteva distruggersi da sola… Quel discorso non era per altri aspetti fondamentale (era centrato in larga parte sul risparmio energetico familiare), ma non è un caso che venga continuamente citato dai fautori del cambiamento: è per quella scossa data a un uditorio abituato alle acclamazioni e al trionfalismo.

Ma anche questo documento Cuba soñada-Cuba posible-Cuba futura non è una piattaforma politica sufficiente, e non è nuovissimo. Di fatto tende a rilanciare quello che fu a suo tempo il “Progetto Varela” di Osvaldo Payá, una specie di programma minimo di rivendicazioni di riforme politiche ed economiche. La differenza è che il Progetto Varela era iniziato raccogliendo migliaia di firme, più delle 10.000 previste dalla costituzione per proporre un referendum, che erano tante in un paese dove manifestare apertamente il dissenso rispetto alle autorità comporta dei rischi, ma poche rispetto alla popolazione, che fu mobilitata con un controappello e un referendum che ribadiva il carattere eternamente socialista del regime, vinto con il solito 98% (percentuali e contenuto della proposta erano ricalcati su quelli sperimentati dall’URSS verso la fine del suo lento declino). Era bastato poi decapitare il progetto arrestando nel 2003 una settantina dei promotori (escludendo però il vero leader dell’iniziativa, Osvaldo Payá, perché troppo legato alla Chiesa) per scoraggiare da ogni tentativo di portare avanti l’iniziativa. A Payá veniva riservato il consueto trattamento degli atti di “repudio” (con insulti e lancio di immondizie)  organizzati sotto la sua abitazione da squadre della Securidad, e il progetto Varela veniva attribuito tout court ai controrivoluzionari di Miami.

Perché ora questa nuova proposta appare più forte della precedente? In primo luogo perché la tattica scelta rende ben più difficile punire i promotori. Raccogliere 11.000 firme appariva un atto eversivo non solo ai burocrati, ma anche a molti cubani, abituati da cinquant’anni al monolitismo e al partito unico, e fu sufficiente nel 2003 inserire tra gli arrestati (in genere persone rispettabili) quattro o cinque veri simpatizzanti degli USA per poter bollare tutta l’iniziativa come “vendepatria” o plattista [dal nome dell’emendamento Platt che dava agli Stati uniti il potere di controllo sull’isola]. Ora invece il progetto parte da 7 persone, tutte rispettabili e conosciute, una delle quali dirige la rivista dell’arcivescovato, e le altre sono prevalentemente legate al marxismo critico o al movimento anarchico, a cui diversi comunisti cubani guardano come utile correttivo al centralismo statalista. Non raccoglie firme, ma stimola contributi alla discussione.

Per questo il governo ha inizialmente taciuto, limitandosi a scatenare alcuni cani da guardia, compreso un bloguero considerato il contraltare della Yoani Sánchez, Alejandro de la Cruz. Un suo attacco maldestro e diretto a Espacio laical, ha provocato una risposta indignata della rivista, che ha rivendicato il suo carattere pluralista e ha denunciato il Bollettino Ufficiale del Ministero della Cultura che aveva ripreso l’attacco di Alejandro de la Cruz, ma aveva ignorato la risposta.

La protesta aveva i toni fermi di chi sa di avere la ragione dalla propria parte. Questa “diffamazione in un bollettino del Ministero della Cultura contro un organo dell’arcidiocesi dell’Avana ci ricorda momenti difficili delle relazioni tra Chiesa e Stato, grazie a Dio superati da dinamiche positive che hanno assicurato il bene della patria cubana”. Un avvertimento duro, accompagnato perfino dalla minaccia di portare il ministero in tribunale con un processo per diffamazione. Un segno dei tempi, l’opposizione che si appella alla legge…

Intanto molti intellettuali marxisti rivoluzionari, come Pedro Campos che rappresenta un gruppo di ex diplomatici di antica militanza comunista, anche se spesso oggetto di vessazioni (ad esempio il rifiuto del rinnovo della tessera del partito), Armando Chaguaceda, giovane filosofo che si definisce comunista libertario o luxemburghiano, Félix Sautié Mederos, che rivendica il suo status di “militante fundador” del Partido Comunista di Cuba e della Associazione dei combattenti della rivoluzione, nonché direttore negli anni guevariani di Juventud Rebelde e della rivista El Caimán Barbudo, o ancora Juan Valdes Paz che negli anni Sessanta fu tra i fondatori della prestigiosa rivista Pensamiento Crítico e per due decenni uno dei principali teorici del Centro de Estudios sobre América [un centro di ricerca del PCC], e molti altri, hanno preso posizione francamente in difesa della legittimità dell’iniziativa, limitandosi a criticare questo o quel punto del documento.

Questa è la novità essenziale: la ripresa del protagonismo di una sinistra interna non dogmatica e capace di interpretare il paese, che era stata sottoutilizzata, e a volte intimorita da soprusi burocratici, e che ha continuato a pensare e a scrivere nonostante gli ostacoli.

 

La sorte di Cuba dipende da molti fattori esterni, in primo luogo dalla capacità della direzione venezuelana di ricavare le lezioni dal parziale insuccesso (ha vinto le elezioni con uno scarto molto ridotto che ha indotto l’opposizione a tentare una destabilizzazione denunciando brogli che in realtà il modernissimo e complesso sistema elettorale utilizzato rende impossibili). Per recuperare terreno gli eredi di Chávez devono però domandarsi perché il 14 aprile mezzo milione di voti sono passati all’opposizione, e devono soprattutto rilanciare la dinamica della rivoluzione bolivariana, combattendo corruzione e “boliborghesia” parassitaria.

Cuba ha bisogno che si consolidi il processo unitario in Venezuela e in tutto il subcontinente, che le assicura la fine dell’isolamento economico, ma ha bisogno di valorizzare prima di tutto le sue straordinarie risorse intellettuali e politiche, riprendendo un ruolo trainante nel processo bolivariano dell’ALBA, cercando un rapporto con chi in Brasile si oppone al continuo rafforzamento delle grandi multinazionali, con le nuove forze emergenti in Cile e nella stessa Colombia. Ma per farlo, deve liberarsi delle scorie della lunga assimilazione all’URSS, che ha indotto lo stesso più grande amico dell’isola, Hugo Chávez, a teorizzare la necessità di un “socialismo del XXI secolo”, non ben definito, ma chiaramente contrapposto a quello – scarsamente attraente – che si era sviluppato a Cuba a partire dal 1971.

Cuba ha resistito alla dominazione statunitense e all’embargo, e ha mantenuto la capacità di sganciarsi in tempo dal “socialismo realmente esistente” in crisi, ma deve rinnovarsi ritrovando nella sua storia, anche lontana, le forze per ritornare ad essere un faro nel continente.

 

(Antonio Moscato)

 



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