Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Peronismo e Kirchnerismo

Peronismo e Kirchnerismo

E-mail Stampa PDF

Guillermo Almeyra

 

Lasciando da parte le invocazioni e tutte la sacra rappresentazione ufficiale, che dimentica Perón e privilegia Evita perché era più radicale e raggiungeva di più le famiglie operaie e, soprattutto perché era donna, il che consente di suggerire il ripetersi del suo ruolo ad opera della Nuova Evita ora Presidente, tra il kirchnerismo e le prime due presidenze di Juan Domingo Perón ci sono più  rotture che continuità. Cominciamo da queste.

Perón, come il kirchnerismo, seguiva l’illusione di sviluppare – addirittura di inventare – una borghesia nazionale che ambisse di infrangere la dipendenza dall’imperialismo; Perón cercava di sottrarre la rendita agraria all’oligarchia e agli esportatori di granaglie – all’epoca, Bunge e Born e Dreyfus, multinazionali “argentine” -  per usarla a vantaggio dell’industria (il monopolio del commercio estero di granaglie ad opera dell’Istituto argentino di promozione dell’interscambio – IAPI - ne è stato l’espressione) e il kirchnerismo, più timidamente, ha cercato di ridimensionarla con analogo scopo politico-economico.

Come il kirchnerismo, Perón cercava di sfruttare la potenza del “nemico del suo nemico” (nel suo caso l’Unione Sovietica, nel caso dell’attuale governo la Cina) e la congiuntura internazionale per cercare alleati nei paesi latinoamericani che gli consentissero un maggior margine di manovra di fronte agli Stati Uniti. Entrambi, peronismo e kirchnerismo, non hanno mai smesso di appoggiare il sistema capitalistico, non hanno mai intaccato le fonti del potere dell’oligarchia, né affrontato il problema della proprietà e dell’uso della terra e hanno ammazzato indigeni che invece, loro sì, gli tenevano testa difendendo i propri territori e sistemi di vita.

Le loro rispettive misure sociali hanno avuto l’obiettivo principale di sostenere il capitalismo, di riformarlo, espandergli il mercato, evitargli conflitti (si ricordi il discorso di Perón al cospetto degli imprenditori nella Borsa commerciale sulla necessità di cedere un 40% per non perdere il 100%, o le frasi di CFK [Cristina Férnandez Kirchner] sulla difesa di un “capitalismo serio”). Entrambi, con il denaro dei contribuenti, vale a dire dei lavoratori, hanno elargito con grande generosità sussidi e indennizzi ai capitalisti, anche a quelli stranieri (Perón ha acquistato per cifre assurde i rottami delle ferrovie già ripagati decine di volte, e CFK ha dato soldi nientemeno che alla General Motors perché continuasse a sfruttare i suoi lavoratori).

L’assistenzialismo, la corruzione come sistema di governo per ottenere l’appoggio dei militari, dei sindacalisti, dei governatori, gli accordi leonini con le grandi compagnie petrolifere statunitensi, il religioso rispetto del capitale finanziario, il pagamento di un debito estero da usurai neppure contestato ricorrendo alle riserve costituite dalla fatica dei lavoratori, sono cose comuni ad entrambi.

Del pari lo sono la subordinazione della scienza e della cultura al consolidamento delle basi tecnologiche e di quelle di dominazione del capitalismo, con un impiego, ad esempio, della filosofia (ricordiamo il Congresso tomistico internazionale a Mendoza o l’utilizzazione kirchnerista della variante “filosofica” del servilismo nei confronti della presunta missione storica del peronismo da parte di Jorge Abelardo Ramos e che assume oggi la forma dell’insulsa risciacquatura che vende Ernesto Laclau).

Entrambi sono contraddistinti dal pragmatismo, dall’assenza di principi e dalla spregiudicatezza, dall’autoritarismo e dal verticismo e non esitano ad inventare forme politiche esterne al loro partito ufficiale (nel caso di Perón, il Partito socialista della Rivoluzione Nazionale, con il già ricordato Ramos, lo scribacchino di regime Esteban Rey, l’opportunista Nahuel Moreno, che era stato fino a poco prima un furioso antiperonista, e inoltre Unamuno e il socialista Enrique Dickman, con la funzione di contenere e deviare la maturazione classista di un settore radicale degli operai peronisti)mentre nel caso della CFK, “la Cámpora” [associazione giovanile peronista-kirchnerista, che ha preso il nome del presidente che preparò il ritorno di Perón nelle elezioni del 1973. NdT], che ha la funzione di competere nei movimenti sociali, indirizzando verso lo Stato capitalista la radicalizzazione o la protesta della gioventù). Fondamentalmente peronismo e kirchnerismo hanno in comune lo sforzo per rafforzare lo Stato capitalista spoliticizzando i lavoratori, con slogan come quello “da casa al lavoro e dal lavoro a casa” del primo, o del Football per tutti copiato da CFK dalla dittatura di Onganía.

Infine tanto il peronismo che il kirchnerismo ricorrono all’intossicazione politica mediante un revisionismo storico che mescola Juan Facundo Quiroga e Jauretche con Rosa e San Martín, come nel tango Cambalache, per inventarsi una legittimità: Perón ribattezzò contemporaneamente con i nomi di Sarmiento, Mitre e Roca tre delle linee ferroviarie nazionalizzate, ed i kirchneristi lasciano a strade e monumenti di Buenos Aires e di tutto il paese i nomi di Varela, Ramón Falcón, Roca e tanti altri ultrareazionari. [Cambalache è un bel tango con parole stravaganti, che serve per sottolineare l’eterogeneità dei santi protettori pescati da Perón nella storia argentina NdT]

Tutta la politica di Perón come quella dei Kirchner aveva come scopo incorporare nello Stato una burocrazia sindacale servile, rinforzare lo Stato con il nazionalismo patriottardo (“Argentina potenza”), piegare i burocrati sindacali con velleità di indipendenza, fare dei lavoratori il sostegno del capitalismo nazionale, con le sue industrie e i suoi intellettuali come fiore all’occhiello, e con il neosviluppismo marcato K.

Ma tra il peronismo e il kirchnerismo ci sono grandi differenze. Perón aveva partecipato al colpo di Stato del 1930 contro Ippolito Yrigoyen (che per molti aspetti era il suo predecessore politico), era un fervente ammiratore di Benito Mussolini e del suo corporativismo, aveva come suo principale “partito” l’esercito, al punto che si dimise due volte (nel 1945 e nel 1955) quando restò in minoranza al suo interno, senza tentare di resistere appoggiandosi sulla sua base sociale. Era, inoltre, come Evita, antioligarchico ma conservatore nel suo pensiero, nel comportamento, nel suo lusso di parvenu che cercava di incorporarsi all’establishment adottandone i costumi.

Invece i Kirchner, militanti provinciali di seconda fila, si formarono nella piccola borghesia radicalizzata, peronista, me che definiva Perón come il “vecchio trasfuga”, e di Perón conobbe direttamente solo la terza presidenza, con gli squadroni della morte e López Rega, e visse solo il breve periodo democratico della presidenza (ad interim) dello “zio” Cámpora [così lo chiamavano i giovani montoneros NdT]. Non hanno cospirato con un regime oligarchico e filo imperialista, come avevano fatto Perón e il “Gruppo degli Ufficiali Uniti”, ma presero parte all’alleanza con i radicali e il menemismo, mentre facevano torbidi affari nella loro lontana e spopolata provincia.

Non subivano la pressione della rivoluzione coloniale e dello sviluppo del movimento operaio in Europa, né quella della forza e delle attese di un poderoso movimento operaio di massa; non avevano una base economica solida frutto della neutralità argentina durante la seconda Guerra Mondiale e della necessità di alimenti in tutto il mondo nel dopoguerra.

Non contavano su un partito ma si limitavano a organizzare la loro base all’interno dell’apparato corrotto del Giustizialismo. Né contavano sulle attese dei lavoratori, come Perón nel 1945, ma la loro ascesa fu il frutto della violenta crisi di potere che si ebbe nel 2001, e di una specie di “consenso negativo”: cioè la concentrazione delle intenzioni di voto contro Menem, che portò Néstor Kirchner alla Casa Rosada con appana il 20% dei voti. Sono figli del vuoto, della crisi dell’opposizione dopo il crollo delle illusioni alfonsiniste di creare una sintesi tra l’Unión Cívica Radical e il peronismo, un “terzo movimento storico”, illusione condivisa da tanti transfughi della sinistra, in particolare ex comunisti, come Portantiero o Aricó.

Per i loro gusti, le loro idee, il loro modo di fare politica, i Kirchner sono una manifestazione light del conservatorismo e dell’arrivismo della piccola borghesia che diventò Montonera (con la sua passione per i gradi e le gerarchie, per l’autoritarismo, il culto dell’apparato, per la formazione catto-nazionalista). Non hanno partito né sostegno militare (per fortuna!). Meno ancora un partito ad hoc (come quello creato da Perón a partire dal Partito Laburista, formato da dirigenti sindacali ex socialisti, ex sindacalisti rivoluzionari, ex comunisti che lui epurò, più un gruppo di ex radicali organizzati come UCR Junta Renovadora e i radicali nazionalisti di FORJA, partito che poi trasformò, una volta piegate le resistenze sindacali, nel burocratico Partito Unito della Rivoluzione e, infine, in quella quinta ruota del carro e agente dello Stato che fu il Partito Peronista).

Quando il kirchnerismo arrivò alla Casa Rosada la classe operaia aveva subito a livello internazionale la grave controffensiva della globalizzazione diretta dal capitale finanziario internazionale e gli effetti nefasti del neoliberismo, come espressione dottrinaria della stessa, che buona parte dei lavoratori in Argentina avevano accettato appoggiando Menem. Il crollo del regime burocratico in Urss e nell’Europa dell’Est, l’onnipotenza degli Stati Uniti e la presenza in tutta l’America Latina di governi neoliberisti (tranne in Venezuela, dove c’era già Hugo Chávez) non concedeva al kirchnerismo se non un margine molto scarso di manovra internazionale, l’economia era strangolata e il movimento operaio molto colpito dalle ricorrenti crisi e dalla disoccupazione.

Il kirchnerismo se la cavò grazie all’assenza di un’opposizione sociale al capitalismo e di un’opposizione politica, sia in campo peronista sia in quello del classico antiperonismo. Ha anche sfruttato la disperazione di una parte dei ceti medi di Buenos Aires e della sua conurbazione in particolare, che nel 2001 ricercavano un cambiamento all’interno del sistema, non una rivoluzione sociale, e il cui grido “Se ne vadano tutti!” equivaleva a “se li ingoi la terra” o “che muoiano” e combinava un fatalismo passivo con l’implicita speranza che apparisse un rinnovatore.

Kirchner manovrò all’interno del Partido Justicialista, con intendenti (sindaci trasformati in baroni dei suburbi), con i governatori (signori feudali locali), con i burocrati sindacali, milionari senza il minimo controllo delle basi. Non affrontò l’establishment, ma contò sulla sua necessità di trovare qualcuno che garantisse la continuità dei suoi affari. Non si appoggiò, come Perón, sulla classe operaia – molto colpita nel 2001, 2002 e 2003 – ma sull’aspirazione all’ordine della popolazione. Rispose a questa con una politica a buon mercato: i processi ai militari genocidi. Perón reprimeva gli scioperi e li rese illegali con la sua Costituzione del 1949, Kirchner non lo fece perché il capitalismo non correva il rischio di una rivoluzione (o almeno di una massiccia controffensiva operaia) né nell’Argentina né nel resto del mondo.

Il kirchnerismo risultò più sottomesso di Perón al patto con l’oligarchia, alle sue esigenze di ottenere investimenti e valute nonostante il default nel debito estero che annullava la possibilità di crediti, e alla volontà leonina delle grandi imprese minerarie nel caso di CFK; ma dipende anche dal cambiamento nella congiuntura internazionale, molto più di Perón, che dovette orientarsi verso un accordo con il grande capitale a partire dal 1952, una volta deluse le sue speranze nella trasformazione della Guerra di Corea in un conflitto mondiale che permettesse all’Argentina di utilizzarlo come aveva fatto con le due Guerre mondiali per arricchirsi.

Il consenso ottenuto da CFK si basa sull’ideologia nazionalista, accettata come se fosse qualcosa di connaturato al sistema capitalista dalla immensa maggioranza delle popolazione, sulla egemonia politica e culturale della borghesia e dei suoi mezzi di informazione (compresi il programma televisivo 678 e Página 12, che sono semplici bollettini del governo, com’era la stampa di Perón), e soprattutto sulla mancanza di una opposizione rivoluzionaria reale, dato che i gruppi che fanno parte del Frente de la Izquierda y de los Trabajadores (FIT) non ottengono se non poco più del 2 % dei voti, non hanno una politica comune nel movimento sindacale, in cui sono in concorrenza pur condividendo un operaismo piatto combinato con una propaganda socialista povera e generica. A differenza di quello che aveva Perón, il consenso del kirchnerismo continua ad essere molto transitorio e in negativo, cioè un consenso basato sulla carenza di alternativa, non sulle speranze dei lavoratori.

 

(traduzione di Titti Pierini e Antonio Moscato, 9/6/13)



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Peronismo e Kirchnerismo