Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dossier “Brasile”

Dossier “Brasile”

E-mail Stampa PDF

Dossier “Brasile” - Scricchiolano anche i BRICS[1]

Gilberto Maringoni - Ricardo Antunes -·Cristovam Buarque - Henrique Carneiro·

[Da SinPermiso, 23/6/2013]

 

Il paesaggio politico brasiliano, che era rimasto calmo per un decennio fino allo scorso lunedì 17 giugno, è stato improvvisamente illuminato da un lampo. La velocità con cui si è estesa la protesta sociale, avviata da giovani autoconvocati tramite reti sociali con il nome di Movimento Passa Libero (MPL), ha scosso il governo, l’insieme delle classi dirigenti e i tradizionali mezzi di comunicazione, tutti presi dalla Coppa delle Federazioni calcistiche in corso e affascinati prima di quel giorno dai prossimi fasti del campionato mondiale di calcio e delle Olimpiadi. Centinaia di migliaia di manifestanti per le strade delle principali città del paese hanno cambiato l’agenda politica e sociale e aperto dibattiti nuovi. Il governo federale e quelli locali, con riflessi più rapidi dei loro intellettuali organici, hanno innescato la retromarcia sull’aumento delle tariffe del trasporto, che è stato il detonatore della crisi. La presidente Dilma ha riconosciuto legittima la protesta di piazza in fatto di trasporto, sanità, istruzione e sicurezza. Il governatore di Río Grande do Sul, Tarso Genro, che è sempre stato il punto di riferimento della sinistra del PT, ha messo in guardia sull’importanza della riforma politica sempre sacrificata, insistendo sulla imprescindibile necessità di maggiore democrazia e trasparenza nell’amministrazione. Sulla stessa linea, Raul Pont (membro del Comitato editoriale di SinPermiso), ha assicurato che l’MPL è un movimento “salutare, civico, che è stato in grado di mobilitare con successo la popolazione e le cui vittorie vanno a beneficio dell’intera società”. Gli operai metallurgici organizzati dell’area ABC, in particolare quelli della regione Est di San Paolo, si sono uniti alle mobilitazioni, mentre contemporaneamente i loro dirigenti si riunivano con Lula per discutere la situazione e il futuro dell’attività sindacale in Brasile. Come avviene in natura, anche nelle alluvioni politiche le acque scendono torbide. Gruppi di estrema destra approfittano del fiume in rivolta per vedere quali vantaggi ricavarne: tuttavia, fare attenzione solo a questo significa coprirsi la vista con il dito che indica la luna, come fanno i settori meno intelligenti delle forze governative. La revoca dell’aumento del costo del trasporto, una vittoria del movimento senz’altro significativa, stimola ulteriori marce per altre rivendicazioni e richieste popolari: sanità, istruzione, sicurezza, violenza poliziesca, infrastruttura pubblica essenziale, ecc. Stando all’ultima indagine di Datafolha, il 65% dei cittadini di San Paolo che hanno partecipato alle proteste hanno dichiarato che esse hanno comportato più vantaggi che danni. Di seguito riportiamo quattro articoli di varia fonte, che riferiscono sulle mobilitazioni, le loro cause e le scelte che stanno di fronte alla sinistra e ai movimenti sociali brasiliani.(SinPermiso)

 

Una sera di quelle

di Gilberto Maringoni[2]

 

San Paolo – La sera di questo lunedì (17 giugno) ha tutto quel che serve per entrare nella storia. Probabilmente nei prossimi giorni vedremo con maggiore chiarezza che cosa stia accadendo nel paese. Non capita spesso che le moltitudini irrompano sulla scena politica con esuberanza e grinta. Non si è visto niente di simile dopo le manifestazioni per le elezioni “Dirette subito” del 1984.

Ma se la campagna culminata nell’aprile di quell’anno conobbe una crescita iniziata sei mesi prima con una modesta protesta nella Piazza Charles Miller di San Paolo, quella attuale è cominciata poco meno di due settimane fa.

Esplosione popolare– Fino a martedì 11, le manifestazioni raccoglievano poche migliaia di giovani a San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Curitiba, Salvador, Maceió e Porto Alegre. La parola d’ordine era chiaramente contro l’aumento delle tariffe. Le iniziative sono state represse violentemente da brutali interventi polizieschi

Solo dopo la repressione a San Paolo il giovedì 13 si creò l’aspettativa che qualcosa di più grande potesse verificarsi. E lunedì 17 si è superata qualsiasi aspettativa.

Ora esiste un movimento nazionale, ancora senza una direzione chiara, ma che ha ripercussioni nelle stesse comunità brasiliane all’estero.

Il movente immediato della lotta sarebbe l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico in alcune città. Non in tutte, però. A Brasilia, ad esempio, centro di mobilitazioni formidabili, non è questo il motivo.

Se analizziamo in modo empirico la situazione, vedremo che non c’è alcun indicatore oggettivo che riesca a captare il malcontento che si manifesta.

Sondaggi d’opinione ed Economia– I sondaggi che valutano una perdita di popolarità del governo federale di una decina di giorni fa non dimostrano niente di eccezionale. Per quanto importante, la perdita di otto punti percentuali lascia alla presidente livelli piuttosto elevati di accettazione. L’inversione del tasso di occupazione non è così forte da creare allarme nel governo. Nel campo macroeconomico ci sono all’orizzonte nubi pesanti, che si traducono nella tendenza a un PIL mediocre per la fine dell’anno. Ma il consumo continua a crescere e, a quanto sembrerebbe, non c’è la percezione generalizzata che stiamo sull’orlo di una crisi.

Quelle che sono diminuite sono le aspettative. Ovviamente, sarebbe eccessivo soggettivismo sostenere che centinaia di migliaia di persone scendano in piazza e si scontrino con le forze di sicurezza in virtù di aspettative cupe a media scadenza.

Limiti del Lulismo– Esiste un malcontento crescente per i lavori dei Mondiali di calcio, che ha acquisito visibilità con l’inizio del Campionato interconfederale. Opere faraoniche, elefantiache, come lo stadio Mané Garrincha, generano malessere. Questo accade soprattutto quando si fa il confronto con le carenze nei servizi pubblici, ad esempio il trasporto, la sanità, l’istruzione, l’assistenza e previdenza sociale (sicuramente uno dei cartelli più creativi che si sia visto nelle manifestazioni di San Paolo era: “Tuo figlio si è ammalato? Portalo allo Stadio”).

È probabile che il malcontento per la cattiva qualità dei servizi pubblici abbia un peso rilevante nell’indignazione popolare. E forse stiamo vivendo i limiti del lulismo. C’è una traccia nelle campagne montate dai pubblicitari di Fernando Haddad [il sindaco di San Paolo, del PT]. Uno degli annunci diceva più o meno qualcosa del genere: “Con Lula hai la televisione, l’automobile, la casa, il frigorifero e gli elettrodomestici. Dalla porta di casa all’interno la vita è cambiata. Dalla porta all’esterno è rimasta come prima!”

Servizi di cattiva qualità– “Dalla porta all’esterno” si riferisce ai servizi pubblici al collasso, ore perse in trasporti costosi e di pessima qualità, scuole pubbliche carenti di materiali e insegnanti e le debolezze della sanità pubblica, per non parlare del clima crescente di insicurezza pubblica nelle città.

Vale a dire: il lulismo – secondo l’analisi di André Singer – ha accresciuto le capacità di consumo dei settori che stavano praticamente ai margini del mercato, ma non ha ampliato in modo significativo l’accesso a fondamentali diritti di cittadinanza

Se si trattasse di questo, è il momento ideale per chi vuole il cambiamento sociale. C’è legittimità per trasformazioni più profonde di quelle realizzate negli ultimi anni, ad esempio il recupero del potere d’acquisto del salario minimo, innalzare il livello dell’occupazione e politiche sociali mirate. Forse le manifestazioni popolari aprono spazio per un’effettiva redistribuzione del reddito.

Quadro di contrasti– Le manifestazioni, tuttavia, presentano contrasti. Il programma della destra si riassume nel dire che la causa della mobilitazione è la corruzione del governo di Dilma, come denuncia l’incredibile rivista Veia, nella prima pagina di questa settimana.

I vari gruppi “movimentisti” e anarchici protestano contro la presenza di partiti politici nelle concentrazioni e puntano tutte le energie sulla revoca degli aumenti o per l’azzeramento del costo del trasporto, ma sono ostili a qualunque tentativo di organizzazione della formidabile spinta civica risvegliatasi negli ultimi giorni.

Il Brasile è migliorato per vari aspetti nell’ultimo decennio, ma si continua a devastare la natura, il caos si impadronisce delle grandi città, la riforma agraria è bloccata, i principali mezzi di comunicazione di massa si sono associati al governo federale, il settore finanziario continua ad esigere la radicalizzazione dell’ortodossia economica e l’amministrazione di Dilma continua ad affermare la propria fiducia nel privato.

Il fatto è che il movimento ha risvegliato energie che neanche gli stessi organizzatori sospettavano che esistessero.

Dichiarazione al mondo– Di fatto, la presidente ha dimostrato perplessità e l’opzione preferenziale per l’ovvio con l’ampollosa rivelazione al mondo la sera di lunedì: “le manifestazioni pacifiche sono legittime e sono proprie della democrazia. È tipico dei giovani esprimersi nelle manifestazioni”.

A San Paolo, il sindaco Fernando Hassad si è comportato da politico dagli orizzonti angusti. Ha scelto di fingersi morto il giorno delle manifestazioni.

Geraldo Alckmin, responsabile del truce intervento poliziesco, ha fatto un gesto audace e ha ritirato il pattugliamento delle strade. Ha lasciato nelle caserme le squadre antisommossa, abbandonando quasi alla lettera la città ai manifestanti. Tutto poteva succedere, anche niente. Ed è questo che è avvenuto. Non vi è alcuna notizia di ruberie o atti di vandalismo di qualche rilievo in quella serata a San Paolo. Al riguardo, si sono mossi in modi diversi governatori come Sergio Cabral (governatore di Rio, PMDB), Agnelo Queiroz (Distretto federale, PT) e Tarso Genro (Rio Grande do Sul, PT), che hanno fatto presidiare le strade dalle truppe.

Gli avvenimenti di questo secondo lunedì hanno mutato la situazione. Nei prossimi mesi, le moltitudini, secondo tutti gli indizi, saranno gli attori centrali della scena politica. Non è chiaro, tuttavia, se e come questo vulcano popolare dirigerà le sue energie. (Carta Maior, 18-6-2013).

 

II –La fine del letargo

di Ricardo Antunes[3]

 

Negli anni Ottanta del secolo scorso il nostro paese si è trovato di fronte alle lotte politiche e sociali, riuscendo a ritardare il radicamento del neoliberismo in Brasile, facendo sì che il cosiddetto “decennio perso” diventasse, per i movimenti sociali e politici popolari, l’esatto contrario. In quegli anni fiorì un forte sindacalismo d’opposizione. Gli scioperi procedettero in senso inverso rispetto alle tendenze regressive presenti nel mondo occidentale. Nacquero numerosi movimenti sociali. Si estese l’opposizione alla dittatura militare. Si delineò un’Assemblea Nazionale Costituente e vivemmo, nel 1989, un processo elettorale che divise il Brasile in due distinti progetti.

Il decennio seguente fu di assoggettamento: neoliberismo, ristrutturazione della produzione, finanziarizzazione, deregolamentazione, privatizzazione e smantellamento. Quando intervenne la vittoria politica del 2002, con l’elezione di Lula, lo scenario era profondamente mutato da quello degli anni Ottanta. Poiché la storia è piena di sorprese, marce e contromarce, l’elezione del 2012 ha finito per trasformarsi nella vittoria della sconfitta.

Oscillando tra grande continuità con il governo di FHC (Fernando Henrique Cardoso) e scarso cambiamento, nessuno dei quali di sostanza, il primo mandato di Lula si concluse in maniera desolante, costringendolo a cambiamenti di rotta, sempre con molta moderazione e nessuno scontro. “Borsa Famiglia” [assistenza sociale rivolta alle famiglie povere che si impegnano alla scolarizzazione e vaccinazione dei figli] e elevatissimi guadagni bancari, aumento del salario minimo e arricchimento crescente al vertice; niente riforma agraria e molto incentivo all’agro-busines.

Il nostro personaggio duplicato rinacque dalle ceneri nel secondo mandato. Concluse il governo in crescita: nel mentre costruiva la sua successione con Dilma Rousseff, disorganizzò la quasi totalità del movimento d’opposizione. Era difficile opporsi all’ex leader metallurgico, il cui spessore era stato saldamente costruito negli anni 1970-1980.

Chi ricorda la sua situazione nel 2005, impantanato nel mensalão,[4] e ricorda la fine del suo mandato nel 2012, sapeva di trovarsi di fronte a una variante tra le più spiccate di politico. Se Dilma, la sua creatura politica – una sorta di amministratrice di ferro – è riuscita a vincere le elezioni, possiamo anche ricordare qui, al tempo stesso, che qualcosa le mancava: lo spessore sociale, che a Lula avanzava.

Pazientemente, con spirito critico e molta perseveranza, i movimenti popolari avrebbero dovuto superare questo difficile ciclo. Avrebbero alla fine percepito che, oltre la crescita economica, il mito fazioso del “nuovo ceto medio”, esiste una realtà profondamente critica in tutte le sfere quotidiane della vita dei lavoratori: nella sanità pubblica vilipesa, nell’insegnamento pubblico depauperato, nella vita assurda delle città, stipate di automobili in seguito agli incentivi antiecologici del governo del PT; nella violenza che non smette di crescere e nei trasporti pubblici, relativamente i più costosi (e precari) del mondo; nella Coppa “sbiancata”, senza negri né poveri, negli stadi che arricchiscono le imprese costruttrici e che, nel caso di Engenhão,[5] [soprannome popolare del João Havelange Stadium di Rio de Janeiro, dedicato all'ex capo della FIFA al quale è succeduto Sepp Blatter], ha fatto una vera e propria dimostrazione del crollo dell'ingegneria [lo stadio, costruito tra il 2003 e il 2007 il cui costo si è rivelato sei volte superiore ai costi preventivati è stato chiuso nel  marzo 2013 a causa di difetti strutturali che potrebbero portare ad un crollo con un pericolo evidente per gli spettatori, tribune dei VIP comprese] si sta sfasciando; nei lavoratori che si indebitano nel consumo e vedono evaporare i loro salari: nel colossale fossato che esiste fra le tradizionali rappresentanze politiche e il clamore delle strade; nella brutalità della Polizia Militare di Alckmin e Haddad. Questo aiuta a capire perché il movimento per il Paese Libero trova tanta accoglienza fra la popolazione. Siamo solo all’inizio. (Folha de São Paulo, 20-6-2013)

 

III – Tirar fuori i conti

di Cristovam Buarque[6]

 

Da otto anni la popolazione brasiliana si dedica a costruire stadi per lo svolgimento della Coppa. Non c’è da aspettarsi altro in un paese che è stato definito la “patria del calcio”. La popolazione del Distretto federale, ad esempio, non ha più squadre che attirino i tifosi, ma è abbagliata da uno stadio per 71.000 spettatori, con un costo superiore ai 16 miliardi di R$. Naturalmente, pochi hanno fatto i conti su quel che significa un costo del genere.

L’opera è costata per ognuno dei brasiliani 800 reales. Calcolando i soli adulti, il costo cresce fino a circa 3.000 reales a testa. Se si considera il denaro che ha smesso di essere destinato ai 208.000 residenti più bisognosi, con introiti fino a un salario minimo mensile, il costo è stato all’incirca 8.000 reales, più o meno il lavoro di un anno di ognuno di loro. Se ogni brasiliano sapesse che un valore del genere è uscito dal suo portafogli e ne conoscesse gli usi alternativi, l’euforia per lo stadio non sarebbe così grande.

Con le risorse spese per lo stadio sarebbe possibile finanziare la formazione di 6.800 ingegneri di eccellenza, dal primo livello delle elementari in superscuole di livello internazionale, al costo di 9.000 reales per alunno all’anno, pagando 9.500 reales mensili per ogni maestro, fino alla fine del corso di ingegneria superiore, in corsi universitari di livello pari a quelli dell’Istituto tecnologico di Aeronautica (ITA). Questo numero è superiore alla somma di tutti gli ingegneri già formatisi nell’ITA nei suoi 65 anni di funzionamento. Oltre a questo, la formazione sarebbe pubblica, uguale sia per i figli dei più poveri che di quelli dei più ricchi che dimostrassero vocazione e tenacia.

Se consideriamo che ognuno di questi professionisti contribuirebbe allo sviluppo del paese e guadagnerebbero un introito pari o superiore al salario, considerando gli effetti della simulazione per l’ammontare di 20.000 R$ al mese, la quantità generata per oltre 35 anni di lavoro darebbe luogo a introiti di circa 636 miliardi di R$: qualcosa di equivalente a 40 stadi simili al nuovo Mané Garrinca del Distretto Federale. Ancor più importante è che questi professionisti servirebbero di base per lo sviluppo scientifico e tecnologico di cui il Brasile ha tanto bisogno.

Se teniamo conto del costo di tutti i 12 stadi dei Mondiali, attualmente previsti in bilancio per 72 miliardi di R$, e che sarà sicuramente maggiore, formeremmo qualcosa come 30.400 scienziati e tecnici della più alta qualità. Per quanti vantaggi possano comportare i Mondiali di calcio, non vi è dubbio che investire in scienza e tecnica significherebbe un impiego migliore del denaro per costruire il futuro del paese.

Qualcuno sostiene che, approssimativamente, intorno a 4.000 lavoratori riceverebbero un salario dal fatto di essere direttamente impiegati nei posti creati dall’opera nel DF. Certamente potrebbero guadagnare altrettanto costruendo ospedali e scuole. Possiamo anche dire che gli Stadi consentiranno attività sportive e culturali, ma questo sarebbe ugualmente possibile con piccoli miglioramenti in quelli già esistenti.

Il Brasile ha molti problemi, ma uno dei più gravi è quello di non fare i conti. (SinPermiso, 18-06-2013)

 

IV – Proteste

di Henrique Carneiro[7]

 

Una rivoluzione si ha quando il popolo invade lo scenario in cui si decide il suo stesso destino e comincia ad essere il principale protagonista attraverso iniziative di massa.

Il Brasile non ha mai avuto una rivoluzione. Tutte le transizioni in questo paese, dall’Indipendenza alla proclamazione della Repubblica, furono accordi tra le élites, con scarsissima o nulla partecipazione popolare.

I movimenti che assunsero il nome di “rivoluzione” costituirono anche iniziative di settori della borghesia e dei militari. Come nel 1930 e nel 1964.

Mai in Brasile il popolo ha rovesciato un governo in forma rivoluzionaria. Il “Fuori Collor” fu un movimento controllato dal sistema politico, che riuscì a far sì che il popolo sostenesse il vice di Collor, Itamar.

Il sistema politico brasiliano non è mai stato messo realmente in discussione da un processo rivoluzionario. L’ascesa al potere del PT fu il risultato di un’enorme ondata di scioperi che, dopo l’elezione di Lula, venne anestetizzata dall’aspettativa nei confronti del nuovo governo.

Il PT, con due mandati di Lula e mezzo mandato di Dilma, è riuscito a nascondere la repressa insoddisfazione sociale grazie a una combinazione tra assistenzialismo sociale nei confronti dei più poveri e alleanza con la grande borghesia tradizionale, che non ha mai guadagnato tanto.

La frustrazione per le promesse di cambiamento del PT costituiscono il motore dell’attuale esplosione sociale.

Il sistema di trasporto è uno degli aspetti delle carenze strutturali del paese che non sono state modificate, ma l’elemento scatenante effettivo del 17 giugno sta in un altro lascito della dittature che continua ad essere presente: il sistema poliziesco militare! Il grande grido del 17 giugno è esploso contro la repressione delle manifestazioni di massa ad opera della Polizia Militare (PM)!

Entrambi i motivi sono temi popolari e democratici: revoca dell’aumento del costo del trasporto e contro la repressione della PM.

Di fronte a questa situazione, ora la grossa domanda è: Dove stiamo andando?

La revoca degli aumenti delle tariffe, a questo punto, mi sembra inevitabile. I governi devono rinunciare a 20 centesimi per non perdere i mandati. Ma dopo questo?

Per il movimento, la grande questione è come costruire un programma di rivendicazioni dopo la revoca dell’aumento e come costruire una forma organica di articolazione popolare… Quale sarà il foro popolare per questo movimento?

Rispetto al contenuto programmatico del movimento, è ovvio che non si riduce esclusivamente al tema del trasporto collettivo. L’impatto del terremoto politico è così grande che i mezzi di comunicazione di massa cercano di riorientarsi verso il tentativo di spoliticizzare il movimento, basandosi sul legittimo senso di ripulsa nei confronti del sistema politico nel suo complesso, del tipo del “Se ne vadano tutti” dell’Argentina, per puntare sul fatto che il movimento sia contro i partiti in generale, soprattutto quelli di estrema sinistra.

Il maggiore orrore della borghesia è che il movimento inclini verso l’adesione a proposte rivoluzionarie socialiste. Per questo i media si lanciano disperatamente a demonizzare la sinistra rivoluzionaria e a tentare di giocare con lo spirito anarchico dei giovani contro qualsiasi organizzazione di sinistra. Vestitevi solo di bianco e cantate soltanto l’inno nazionale, vietando le bandiere rosse dei partiti radicali”, è la litania di una stampa che ha visto per la prima volta nella storia l’accerchiamento della rete Globo da parte della folla infuriata!

L’MPL, partecipando alla trasmissione “Roda Viva”, ha sostenuto correttamente la posizione di rimanere intransigente nel rivendicare la revoca dell’aumento, su cui ovviamente non può esserci trattativa.

Tuttavia, nella prospettiva strategica, sono mancate due cose.

La prima è non mettere in discussione la proprietà privata del grande trasporto pubblico. Invece di porre l’accento sulla necessità della statalizzazione, e di recuperare la Società Municipale di Trasporto Collettivo di San Paolo, si continua a parlare di come ottenere maggiori sussidi per le imprese private perché arrivino a concedere la tariffa zero, il che equivale a mantenere la mafia dei trasporti che ricevono denaro pubblico!

Per questo è indispensabile ora identificare chi siano queste imprese, quali siano i loro profitti, quanto investono nella campagna del Prefetto e dei consiglieri; andiamo a vedere chi sia questa mafia che lucra a spese pubbliche con il trasporto affollato e ridotto a ferro vecchio.

La seconda assenza nel discorso del MPL è quella di non includere la richiesta di smilitarizzazione della PM, di vietare l’uso della palle di gomma e di altre armi meno letali. Più del costo del trasporto è stata la violenza poliziesca ad indignare il popolo brasiliano!

Il movimento deve avanzare verso un contenuto programmatico più profondo, che consenta l’estensione ai movimenti sociali e sindacali più larghi che si battono contro Belo Monte (la mega-diga nel cuore dell’Amazzonia), contro l’agro-busines, la speculazione immobiliare, la rendita finanziaria parassitaria, lo sterminio indigeno e mirino a uno sbocco politico strategico.

Il rifiuto dell’MPL ad assumere il socialismo è la manifestazione dell’assenza di una definizione programmatica più ampia, che può limitare l’approfondimento del contenuto rivendicativo.

Inoltre, anche se si disprezzano le elezioni, esse arriveranno e per Dilma sarà ogni volta più difficile la rielezione, fino a spingere il PT a tirar fuori di nuovo la carta di Lula come candidato, in assenza di una proposta politica nazionale socialista e rivoluzionaria, e il vuoto politico si riempirà di nuove soluzioni capitalistiche mascherate da eco-capitalismo neoevangelico, come la Rete Marina, o i “socialisti” paccottiglia del PSB di Eduardo Campos.

Il movimento sociale e popolare ha bisogno di trovare un foro comune, un’Assemblea popolare che rappresenti un polo alternativo, non solo per una candidatura unitaria della sinistra nel 2014, ma per avere una bussola chiara.

L’intervento borghese tramite i mezzi di comunicazione di massa cercherà di sequestrare il movimento sociale per ridurlo a un’azione “civica” e “patriottica”, priva di contenuto anticapitalista. L’infiltrazione di gruppi di destra, anche di quelli fascisti, cercando di far leva sul salutare sentimento anti-istituzionale, per dirigere questo rifiuto contro i partiti e movimenti organizzati della sinistra rivoluzionaria, è un sintomo che l’indignazione senza un programma chiaro può andare in qualsiasi direzione.

Questi mi pare siano, in sintesi, i grandi dilemmi.

Approfondire il programma di rivendicazioni, non solo per la revoca della tariffa e il “passa liberamente” come prossimo passo, ma per un modello alternativo di società e di politica economica che costituisca uno strumento per unificare tutte le rivendicazioni dei movimenti sociali.

Mettere in rilievo l’esigenza di farla finita con la PM e divieto dell’uso delle pallottole di gomma come asse centrale del movimento.

Trovare un foro più largo che possa unificare l’MPL con i movimenti contro Belo Monte, gli scioperi operai, le lotte indigene, dei Senza Tetto, dei Senza Terra. La riunione svoltasi domenica scorsa a San Paolo tra l’MPL, Conlutas , [Coordinamento Nazionale di Lotte, qualcosa di più di un sindacato classista], partiti di sinistra, ecc. deve continuare, nella forma più larga e trasparente possibile.

Viviamo un primo terremoto politico. Se non ci fosse una reale alternativa di potere, come in qualche modo è riuscita a costruire in Grecia Syriza, il rischio è quello di ripetere la sorte degli indignados spagnoli che hanno preso la Puerta del Sol e poi, in mancanza di un’alternativa politica, il popolo ha finito per votare a destra, e questa ha vinto le elezioni.

Una rivoluzione costituisce un lungo processo, con idee, e svolte, confusione ideologica e sofisticate manipolazioni della coscienza popolare, che agisce spinta dalla collera e decisa, ma con completa assenza di prospettive maggiormente strategiche.

L’apprendistato politico di questi movimenti ha la velocità della luce. Dieci giorni fa chi avesse previsto che succedesse quel che è successo sarebbe passato per un pazzo che delirava. Quanto è accaduto ieri è stato solo un inizio. Quello che viene avanti è un lungo processo rivoluzionario. Domani sarà più grande, ma oltre a lottare abbiamo bisogno di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare. (Correo de Ciudadanía, 19-06-2013).

(traduzione di Titti Pierini)

Vedi anche, sul sito di Sinistra Critica:  http://sinistracritica.org/2013/06/21/il-brasile-di-fronte-ai-futuri-grandi-eventi-sportivi/



[1] BRICS: acronimo con cui si indicano i grandi paesi in via di sviluppo: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa.

[2] G. Maringoni: giornalista, collaboratore abituale di Carta Maior.

[3] R. Antunes: Docente di Sociologia all’Università Statale di Campinas (UNICAMP) e autore di Ricchezza e miseria del lavoro in Brasile.

[4] Lo scandalo scoppiato nel 2004 in seno al governo Lula, per il quale furono processati suoi collaboratori e parlamentari dell’opposizione.

[5]Il nome popolaresco dello Stadio Olimpico João Havelange, a Rio de Janeiro.

[6] Cristovam Buarque: ex ministro dell’Istruzione, senatore e docente all’UnB.

[7] Henrique Carneiro: storico, docente all’università di San Paolo (USP).



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dossier “Brasile”