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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Achcar: due testi sull'Egitto

Achcar: due testi sull'Egitto

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La questione sociale alla radice dei grandi sconvolgimenti politici in Egitto

Intervista a Gilbert Achcar*

5544 manifestazioni in cinque mesi, 42 al giorno. Queste cifre,  contenute in  un rapporto citato da DailyNews Egitto, mostrano quanto l'Egitto sia in fibrillazione in questo 2013. I dati relativi ai mesi marzo, aprile e maggio (1354, 1462 e 1300 manifestazioni) rendono questo paese quello con il maggior numero di mobilitazioni al mondo in questo periodo. Due terzi di questi manifestazioni riguardano  questioni economiche e sociali, troppo spesso eluse dalla stampa a vantaggio delle lotte politiche.
Professore alla Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra, lo studioso Gilbert Achcar ha  pubblicato nella primavera del 2013 
Le Peuple veut  (Actes Sud), in cui  tenta di analizzare le cause  sociali delle rivoluzioni così come le strutture economiche dei paesi arabi, cercando di anticiparne la loro evoluzione.

L'intervista è stata realizzata lo scorso 30 giugno, ma essa appare ancora più attuale perché ci permette di cogliere alcuni aspetti fondamentali che illustrano lo sviluppo degli avvenimenti degli ultimi giorni e delineano possibili sviluppi futuri (Red).


1 - Perché tanta enfasi sulla questione sociale in Egitto, in questo periodo di grande agitazione politica?

Vi è un'abitudine dei media di prestare attenzione solo agli aspetti politici. In Egitto, l'ondata di scioperi che hanno preceduto la rivolta nel gennaio 2011 è ancora in atto. Si può notare, in particolare attraverso le regolari prese di posizione dei sindacati indipendenti, l' intensità delle varie azioni sociali.

All'epoca di Nasser, l'Egitto aveva subito un indottrinamento di tipo sovietico, sul modello della maggior parte dei regimi dittatoriali: le libertà e l'autonomia vengono soppressi trasformando in questo modo i sindacati in strumenti legati direttamente allo Stato. Questa situazione si era mantenuta tale e quale per decenni, nonostante le numerose privatizzazioni economiche e le misure di liberalizzazione adottate a partire dall'epoca della presidenza Sadat. La cosa conveniva perfettamente al potere che poteva in questo modo tenere sotto controllo la classe lavoratrice egiziana attraverso il controllo dei sindacati.

Con l'impressionante ondata di scioperi che si è andata sviluppando a partire dal 2005, e che  ha raggiunto un "picco" nel 2008,, abbiamo potuto assistere alla costituzione del  primo sindacato indipendente in Egitto dal 1950. Si tratta di un sindacato attivo in un piccolo settore, gli esattori dell'imposta fondiaria, ma decine di migliaia di egiziani vi hanno aderito. E 'diventato il nucleo dello sforzo in atto in Egitto per la costruzione di un movimento sindacale indipendente; un'organizzazione che  è riuscita a strappare al potere la propria legalizzazione, dopo molti presidi davanti al Parlamento, in particolare approfittando della visita di una delegazione dell'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) al Cairo.

Altri sindacati hanno cercato di fare lo stesso sotto Mubarak, senza successo. È per questo che ho sempre sottolineato che rivolta del 2011 in Egitto non è stato un fulmine a ciel sereno. E 'stato davvero il culmine di un processo di radicalizzazione sociale.
 


Quale è stata la dinamica delle forze sindacali dopo il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak?

I sindacalisti hanno potuto sviluppare ed estendere la loro azione ed abbiamo visto emergere una nuova centrale sindacale, la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (FITU in inglese), che tra l'altro ha subito una scissione alcuni  mesi più tardi, portando così  alla creazione di una seconda federazione.

La FITU vanta 2 milioni di iscritti. Possiamo quindi affermare che vi è un nuovo movimento sindacale in Egitto, indipendente e molto radicale, un po' sul modello del sindacato SUD in Francia, ovviamente più massiccio. Il movimento sindacale è poi riuscito a fare in modo  che l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) mettesse sulla propria lista nera l'Egitto, in particolare dopo che il governo Morsi ha rifiutato di adottare le libertà sindacali riconosciute a livello internazionale, continuando a mantenere un quadro giuridico repressivo e non democratico. Si tratta di uno degli aspetti più profondi della continuità tra il governo e Morsi il regime di Mubarak.
 


Qual è l'atteggiamento dei Fratelli Musulmani, una forza politica di massa, nei confronti delle organizzazioni sindacali?

La Fratellanza Musulmana ha ignorato i sindacati indipendenti, che si muovono nella prospettiva di un  radicalismo sociale al quale essa si è sempre opposta. Per contro hanno infiltrato i sindacati ufficiali, di cui hanno cercato di assumere il controllo piazzando propri uomini in posizioni chiave. Questo è il motivo per cui vogliono mantenere questo quadro giuridico antidemocratico. Inoltre, i sindacati ufficiali - ai quali l'adesione era obbligatoria sotto il vecchio regime, e che si vorrebbe mantenere con questo stesso statuto - possono contare su risorse incomparabilmente più importanti rispetto a quelle dei sindacati  indipendenti ed in particolare della FITU.

Dopo la caduta di Mubarak, i Fratelli Musulmani hanno sempre condannato quelli che definiscono come "scioperi professionali", un modo evidente di mettere in opposizione gli interessi della classe operaia egiziana con l'interesse nazionale.
 


Dal 2011, quali sono le grandi lotte e le conquiste sociali che hanno visto impegnate le forze sindacali indipendenti?

Gli scioperi interessano o hanno interessato quasi tutti i settori, pubblici e privati, l'industria così come i servizi. C'è stato un importante sciopero nei trasporti pubblici. Tutti i giorni vedono svolgersi importanti battaglie sindacali nelle aziende private o pubbliche. Una delle rivendicazioni più importanti riguarda la questione dei salari minimi, così come anche quella dei salari massimi: è infatti una delle peculiarità della storia sindacale egiziana quella di aver immaginato la fissazione di  un salario massimo. Ma non c'è stata di recente una battaglia sindacale su un tema unificante a livello nazionale. Le lotte sociali hanno per il momento più un carattere settoriale o locale che nazionale.

 


Quale tipo di politica economica e sociale hanno messo in pratica i Fratelli Musulmani?

C'è sta una continuità tra il vecchio regime, la fase dei militari e quest'anno caratterizzato dal governo Morsi. Sul piano sociale ed economico non vi è stato alcun cambiamento. Il governo formato da Morsi ha sviluppato la logica di approfondire i negoziati con il Fondo monetario internazionale (FMI), di cui condivide la diagnosi sulla situazione del paese e la necessità di una politica di deregolamentazione. Il governo ha quindi accettato le condizioni poste dall'FMI per l'ottenimento di prestiti, anche se nel contesto politico attuale non è in grado di imporle. Lo si è visto in particolare sulla proposta di sopprimere i sussidi ai prodotti di prima necessità: vi è stato un tentativo di farla adottare, che però è stato immediatamente annullato da un annuncio apparso sulla pagina Facebook dello stesso Morsi che revocava le misure annunciate dal governo poche ore prima. I negoziati con l'FMI sono per il momento a un punto morto.

Il governo è bloccato in questa sua logica neoliberista, e cerca di guadagnare tempo fino alle prossime elezioni, in particolare grazie ai prestiti ottenuti dal Qatar. In un paese che vive in un tale  fermento sociale - dove il capitalismo è più orientato verso il conseguimento rapido di profitti piuttosto che verso uno sviluppo industriale o sostenibile - una logica economica che  si fonda sull'idea della centralità del settore privato è necessariamente destinata al fallimento. E questo poiché non vi sono assolutamente le condizioni che consentirebbero al settore privato di rilanciare  gli investimenti e l'economia nel suo complesso. Inoltre, i Fratelli Musulmani continuano ad agire nella loro logica di interventi caritativi, che permette  loro di aggirare il tema dei diritti sociali e il ruolo dello Stato nella giustizia sociale e nella ripresa economica.
 


Questa logica si scontra con la diagnosi che lei fa quanto alla cronica politica di  sotto-investimento che caratterizza da decenni le economie del Maghreb  e del Medio Oriente, in modo particolare l'Egitto.

Sulla base dei dati forniti dalle istituzioni internazionali, e in una prospettiva comparativa con altri raggruppamenti geografici dello spazio afro-asiatico, è chiaro che vi è stato un freno dello sviluppo nel mondo arabo negli ultimi decenni, almeno a partire dagli  anni 1970. Questo freno  ha generato una disoccupazione record, soprattutto tra i giovani, una caratteristica questa di tutta la  regione e una delle ragioni di fondo delle esplosioni sociali e delle rivoluzioni in corso. Cercando di capire meglio da dove sorge il problema, si può constatare come questo freno allo sviluppo sia da mettere in relazione con un tasso di investimento significativamente inferiore in questa regione rispetto ad altrove. E questo debole tasso è dovuto ad un disimpegno dello Stato a partire dall'inizio degli anni 1970,  sulla base dello sviluppo di  una logica tesa a privilegiare il settore privato. Tuttavia nei paesi arabi, e in Egitto in particolare, il settore privato non è stato assolutamente capace di rispondere a questa prospettiva, sia a causa della sua stessa natura, sia per la sua logica tesa alla ricerca del profitto a corto termine. Sta proprio qui il problema di fondo: indipendentemente dalla prospettiva politica che si privilegia, lo Stato deve assumere un ruolo centrale dal punto di vista del rilancio economico e dello sviluppo, non foss'altro che nella prospettiva di creare le condizioni per la nascita di un vero settore privato, capace e disposto ad  investire nel paese.

Invece di indebitarsi per oltre 18 miliardi dollari nei confronti del Qatar, il governo avrebbe dovuto orientarsi verso fondi già disponibili nel paese. I miliardi, accumulati all'epoca di Mubarak con operazioni di appropriazione indebita di fondi pubblici da parte delle grandi famiglie, avrebbero potuto essere nazionalizzate contando per questo anche sul sostegno dell'opinione pubblica. Invece, i militari e i Fratelli Musulmani hanno negoziato un compromesso con queste grandi famiglie e continuato  nella stessa logica economica.
 


L'attuale opposizione politica egiziana è in grado di affrontare queste problematiche?

Questo è il problema di una opposizione molto composita. Il fronte di salvezza nazionale (FSN) è  estremamente eterogeneo: va da figure che rappresentano una parte del vecchio regime ( come Amr Moussa) ad Al Baradei, che non ha un vero programma economico fino a figure come Hamdine Sabahi, il terzo uomo della elezione presidenziale, un nasseriano di sinistra. Le prospettive sono molto diverse, e lo si è potuto constatare in occasione dell'ultima visita al Cairo dell'FMI : mentre i sostenitori di Sabahi protestavano contro la delegazione internazionale, Amr Moussa criticava il governo per non aver attuato le raccomandazioni dell'FMI. Sulle grandi questioni sociali vi sono quindi forti differenze. Questo aspetto è anche quello che, a mio avviso, limita la credibilità del fronte e permette ai sostenitori dei Fratelli Musulmani di mettere tutti nello stesso sacco, identificandoli come rappresentanti del vecchio regime. È proprio questo l'attuale paradosso: mentre la questione sociale è il terreno su cui la Fratellanza Musulmana appare più debole, questa  opposizione non appare per il momento in grado di offrire un'alternativa coerente.
 

* questa intervista è stata effettuata il 30 giugno 2013 ed è apparsa sul sito francese Mediapart. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà del Cantone Ticino.
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2-Intervista pubblicata sul sito Mediapart 30 giugno 2013

Il capitalismo estremo dei Fratelli Musulmani

di Gilbert Achcar*

Il credo economico dei Fratelli Musulmani nella libera impresa esente dall’interferenza statale corrisponde più  intimamente alla dottrina neoliberale rispetto alla forma di capitalismo dominante che c’era con Mubarak. Questa cosa è valida in particolare per la versione di quel credo enunciata  da Khairat al-Shatir, proprio il numero due capitalista dei Fratelli dopo il murshid  (la guida) e rappresentante della sua ala più conservatrice, o da Hassan Malek, un membro eminente ed estremamente ricco dei Fratelli, che, dopo aver fatto il suo debutto nel mondo degli affari in società con Al-Shatir, oggi amministra, insieme a suo figlio, una costellazione di imprese nel campo tessile, dei mobili, e del commercio, che danno lavoro a più 400 persone.

Il ritratto di Malek descritto dalla [rivista settimanale] Bloomberg Businessweek potrebbe certo essere intitolato L’etica della Fratellanza e lo spirito del capitalismo, dato che sembra parafrasare così fedelmente il classico di Weber: “[ I Malek] fanno parte di una generazione di conservatori religiosi in ascesa nel mondo musulmano la cui devozione a Dio rinvigorisce la loro determinazione ad avere successo negli affari e nella politica. Come dice Malek, ‘Non ho niente altro nella mia vita tranne il lavoro e la famiglia.’ Questi islamisti pongono una sfida formidabile ai modi di governo laici in paesi come l’Egitto – non soltanto a causa del loro tradizionalismo ma a causa della loro     etica di lavoro, monomaniacale  e del loro evidente astenersi  dall’ignavia  e dal peccato. Sono all’altezza di vincere qualsiasi competizione….’ Il centro della visione economica della Fratellanza, se la vogliamo classificare in modo classico, è il capitalista estremo,’ dice Sameh Elbarqy, un ex membro della Fratellanza (1).

L’ex Fratello Musulmano intervistato da Bloomberg Businessweek ha fatto la domanda giusta. Quella che è in dubbio è chiaramente non la lealtà della Fratellanza nei confronti del capitalismo neoliberale dell’era di Mubarak, ma la sua capacità di liberarsi dei suoi tratti peggiori: “Ciò che resta da vedere è se il capitalismo  clientelare  che ha caratterizzato il regime di Mubarak cambierà essendoci in carica i leader favorevoli agli affari  della Fratellanza come Malek ed El-Shater. Sebbene la Fratellanza abbia operato tradizionalmente per alleviare le condizioni dei poveri, ‘i lavoratori e gli agricoltori soffriranno a causa di questa nuova  classe di uomini di affari’, dice Elbarqy. ‘Uno dei grossi problemi rispetto alla Fratellanza Musulmana ora – lo condividono con il vecchio partito politico di Mubarak – è il matrimonio tra il potere e il capitale’” (2).
 

Emulare i Turchi

Questo matrimonio tra potere statale e capitale rimuove il principale ostacolo alla collaborazione del capitalismo egiziano con la Fratellanza: la persecuzione repressiva dei Fratelli nel regime di Mubarak. I Fratelli Musulmani oggi emulano assiduamente l’esperienza turca, creando un’associazione di uomini di affari, la EBDA (Egyptian Business Development Association), Associazione Egiziana per lo Sviluppo degli Affari) che si rivolge, in particolare, alle piccole e medie imprese. E’ stata costruita sul modello del MÜSIAD, con l’aiuto diretto di quella associazione turca (L’Associazione degli industriali e degli uomini d’affari indipendenti) (3). Come l’AKP, Partito per la giustizia e lo sviluppo (in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, n.d.T.) e il governo di Erdogan, tuttavia, la fratellanza e Mohamed Morsi si pongono come rappresentanti degli interessi comuni di tutte le categorie del capitalismo egiziano, grande e piccolo, senza escludere quel segmento che ha collaborato con il vecchio regime  – in particolare un segmento considerevole  dei suoi più alti  livelli, come ci si poteva aspettare.

La composizione della delegazione di 80 uomini di affari che si sono uniti a Morsi nel suo viaggio in Cina nell’agosto 2012, illustra bene il sincretismo capitalistico della Fratellanza. Il nuovo presidente vuole avere il ruolo di commesso viaggiatore del capitalismo egiziano, secondo lo stile dei capi di stato occidentali. I membri della delegazione sono stati scelti da Hassan Malek, che ha formato un comitato incaricato di organizzare le comunicazioni tra i circoli economici e l’ufficio del presidente. Sono stati invitati a fare il viaggio svariati dirigenti commerciali che avevano fatto parte dell’ex partito di governo, il Partito Nazionale Democratico (PND)  e che avevano collaborato con il vecchio regime. Tra di loro c’era Mohamed Farid Khamis, presidente della Oriental Weavers, l’impresa di tessitura che si vanta di essere la più grossa produttrice del mondo di tappeti fatti a macchina  e di moquette. Khamis era membro dell’ufficio politico del PND e anche del parlamento.

Un altro membro dell’ufficio politico dell’ex partito di governo incluso nella delegazione, Sherif el-Gabaly, si ipotizzava fosse uno stretto associato di Gamal  Mubarak (il più giovane dei due figli maschi di Mubarak, n.d.t.). El-Gabaly è nel consiglio della Federazione Egiziana dell’Industria e presidente di Polyserve, un gruppo industriale che produce fertilizzanti (4).

Morsi ha, fondamentalmente preso una posizione che somiglia a quella di Erdogan, nel punto di convergenza di varie frazioni capitaliste nel suo paese ed esattamente sulla via che nel complesso il capitalismo egiziano stava già seguendo. C’è, tuttavia, una differenza importante tra i Fratelli Musulmani e  l’AKP, e quindi tra Morsi ed Erdogan che sta meno nel peso relativamente diverso della piccola borghesia e degli strati medi delle due organizzazioni che proprio nella natura del capitalismo, i cui interessi ognuna rappresenta: nel caso turco, una forma di capitalismo dominata dall’industria orientata all’esportazione di un paese “emergente”; nel caso egiziano, uno stato redditiere**,  e un capitalismo che è dominato da interessi commerciali e speculativi e segnato pesantemente da decenni di neopatrimonialismo e nepotismo.

Il viaggio in Cina aveva sicuramente l’intenzione di promuovere le esportazioni egiziane e di ridurre il deficit del commercio egiziano di più di 7 miliardi di dollari di scambi tra i due paesi. Gli egiziani hanno anche cercato di convincere i leader cinesi a fare investimenti nel loro paese,  anche se con poco successo. La fondamentale continuità di Morsi con Mubarak, tuttavia, appare nella evidente dipendenza dell’Egitto dal capitale del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con la differenza che il Qatar ha sostituito il regno Saudita come fonte principale di finanziamento del nuovo regime, come è semplicemente naturale alla luce dei rapporti tra i Fratelli Musulmani con il suddetto emirato. Il Qatar ha garantito all’Egitto un prestito di due miliardi di dollari e ha promesso di investire 18 miliardi in un periodo di 5 anni in progetti industriali e petrolchimici, e anche nel campo del turismo e in quello immobiliare; sta anche considerando di acquisire delle banche egiziane. Inoltre, il governo di Morsi ha fatto richiesta di un prestito di 4,8 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale, chiarendo che è completamente disposto ad attenersi alle sue condizioni, nella misura in cui riguardano l’austerità di bilancio e le altre riforme neoliberali.
 

Nel nome della religione

Questi nuovi prestiti esacerberanno il già pesante onere di debito dell’Egitto: un quarto della spesa del bilancio dello stato che supera ricevute per il 35%, attualmente va per pagare il debito. La decisione di prendere ancora altri prestiti, in conformità con la logica neoliberale, significa che il governo non avrà altra scelta se non quella di tagliare i salari del settore pubblico e anche i sussidi e le pensioni che vanno ai più bisognosi. Morsi ha inoltre promesso a una delegazione di uomini di affari in visita in Egitto nel settembre 2012 organizzata dalla camera di Commercio degli Stati Uniti, che realizzerà senza esitazione  drastiche riforme strutturali per rimettere in piedi l’economia del paese (5). Dati questi orientamenti economici, il regime dovrà inevitabilmente prepararsi a reprimere lotte sociali e della classe lavoratrice. Il tentativo del nuovo governo di reprimere le libertà dei sindacati dei lavoratori ottenute in seguito all’insurrezione, come, per esempio, i licenziamenti in aumento vertiginoso, degli attivisti dei sindacati, sono presagi di cose future.

Morsi, il suo governo, e dietro questi, i Fratelli Musulmani, stanno portando l’Egitto sulla la strada che porta alla catastrofe economica e sociale. Le prescrizioni neoliberali, applicate nell’attuale ambiente socio economico del paese, hanno già fornito ampie prove che non possono aiutare l’Egitto a uscire dal circolo vizioso del sottosviluppo e della dipendenza. Proprio il contrario: lo hanno immerso ancora più profondamente nel pantano. La profonda instabilità politica e sociale generata dall’insurrezione, rende soltanto ancora più improbabile la prospettiva di crescita guidata dagli investimenti privati. E si deve avere una forte dose di fede per credere che il Qatar  rimedierà    alla penuria degli investimenti pubblici in Egitto, particolarmente in un clima di incertezza sul futuro del paese.

Nei giorni di Mubarak, i poveri potevano ricorrere soltanto alla carità, unita allo “oppio del popolo”. “L’Islam è la soluzione,” i Fratelli Musulmani hanno promesso per decenni alla gente, mascherando con questo vuoto slogan la loro incapacità  di redigere un programma economico fondamentalmente diverso da quello del governo. L’ora della verità ora è arrivata. Come ha  sottolineato Khaled Hroub, “Nel periodo  che abbiamo proprio davanti  a noi, queste due domande,  o logiche – lo slogan ‘l’Islam è la soluzione’ e il discorso in nome della religione – affronteranno, con il loro peso ideologico, il test di un esperimento pubblico, di massa, condotto nel laboratorio della consapevolezza popolare. L’esperimento potrebbe durare per lungo tempo, divorando le vite di un’intera generazione. Sembra, tuttavia, che i popoli arabi debbano inevitabilmente attraversare questo periodo storico, in modo che la loro consapevolezza possa gradualmente passare da un’ossessione esagerata per la loro identità a una consapevolezza di realtà politica, sociale ed economica” (6).

Coloro che trafficano  con l’oppio del popolo, sono ora diventati il governo. Il potere soporifero delle loro promesse è inevitabilmente  tramontato di conseguenza,   tanto più che  – e questa è un’altra differenza tra Khomeini, da una parte e Ghannouchi e Morsi dall’altra – essi non hanno il vantaggio di una grossa rendita dal petrolio con la quale comprare il consenso o la rassegnazione  di un grande segmento della popolazione. Maxime Rodinson ha posto il problema benissimo più di un quarto di secolo fa: “Il fondamentalismo islamico è un movimento temporaneo, transitorio, ma può durare altri 30 o 50 anni – non so quanto. Dove il fondamentalismo non è al potere, continuerà a essere un ideale , fino a quando persistono la frustrazione e lo scontento di base che porta la gente ad assumere posizioni estreme. C’è bisogno di una lunga esperienza di clericalismo per esserne alla fine stufi – guardate quanto tempo c’è voluto in Europa! I fondamentalisti islamici continueranno a dominare il periodo per lungo tempo in futuro.

“Se un regime di fondamentalismo islamico è fallito in maniera molto chiara, e ha dato inizio a   un’ovvia tirannia, una società abiettamente gerarchica e ha anche sperimentato battute di arresto    in termini di nazionalismo, questo potrebbe portare molta gente a volgersi a un’alternativa che stigmatizzi queste mancanze. Questo richiederebbe, però, un ‘alternativa credibile che entusiasmi e mobiliti la gente. Non sarà facile” (7).

* articolo apparso sull'edizione inglese diLe Monde Diplomatique. La traduzione è stata curata da  Maria Chiara Starace.

**  http://it.wikipedia.org/wiki/Rentier_state

(1) Suzy Hansen, “The Economic Vision of Egypt’s Muslim Brotherhood Millionaires”, Bloomberg Businessweek, 19 April 2012. [La visione economica dei milionari della Fratellanza Musulmana in Egitto].
(2) Hansen, op cit.
(3) See Nadine Marrouchi, “Senior Brotherhood member launches Egyptian business association”, Egypt Independent, 26 March 2012. [Un membro  anziano   della fratellanza lancia un'associazione egiziana di affari].
(4) This information is taken from “Mubarak era tycoons join Egypt President in China”, Ahram Online, 28 August 2012 [I magnati dell'era di Mubarak raggiungono il presidente egiziano in Cina].
(5) See Aya Batrawy, “Egypt vows structural reforms, meets US executives”, Associated Press, 9 September 2012. [L'Egitto promette riforme strutturali, e incontra dirigenti degli Stati Uniti].
(6) Khaled Hroub, Fi Madih al-Thawra: al-Nahr dud al-Mustanqa, Dar al-Saqi, Beirut, 2012.
(7) Maxime Rodinson, “On Islamic ‘Fundamentalism’: an Unpublished Interview with Gilbert Achcar”, Middle East Report, no 233, Winter 2004. [Il 'fondamentalismo' islamico: un'intervista a Gilbert Achcar non pubblicata"]
 



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