Movimento Operaio

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Egitto: quali prospettive per la rivoluzione?

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di Jacques Chastaing*

 

Può sembrare sproporzionata tanta attenzione del sito alle vicende egiziane, a cui ha dedicato recentemente diversi articoli (Chastaing: L'inizio della fine dei Fratelli Musulmani e Achcar sulla dinamica della rivoluzione egiziana ) ma c’è una logica. La vita politica italiana è piena di squallide vicende che vedono sprofondare nella melma e nel ridicolo le forze di maggioranza, mentre ancora una volta si conferma l’inadeguatezza dell’unica opposizione, il M5S, che è sempre più spesso associato a SEL, confermando la sua scelta di sinistra rispetto alle ambiguità iniziali, ma accettandone sempre più la logica di opposizione moderata. È indubbiamente più rispettabile delle non rimpiante pseudo opposizioni “di sinistra” del passato, ma rattrista un po’ che per esprimere il suo disprezzo per la farsa parlamentare il M5S non trovi forme più efficaci di protesta del togliersi giacca e cravatta. Meglio tardi che mai, ma mi sembra un po’ poco. Il parlamento italiano, pieno di mascalzoni, ci tiene al formalismo: poco manca che pretenda le parrucche come i tribunali britannici e di molte ex colonie africane, per "tutelare la dignità dell’istituzione".

Insomma, viene poca voglia di parlare dell’Italia (e non solo del grottesco gioco politico parlamentare), ma intanto, prima di riprendere il coraggio di farlo, consoliamoci con l’analisi di questa nota di puntualizzazione aggiuntiva di Jacques Chastaing sulla rivoluzione egiziana e le sua contraddizioni, che non nasconde le difficoltà e i pericoli, ma registra la sua straordinaria ampiezza e il collegamento oggettivo con altri movimenti in atto in altre parti del mondo. Segnalo anche, sulla stessa lunghezza d’onda, sul sito di Sinistra critica un importante articolo di riflessione: http://sinistracritica.org/2013/07/12/egitto-il-popolo-te-lo-ha-dato-il-popolo-se-lo-riprende/  (a.m.12/7/13)

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Una rivoluzione popolare ha abbattuto  un potere islamista. Non ci si può ancora rendere conto di quale immensa  importanza possa avere per il futuro il fatto  che, per la prima volta nella storia, tra il 30 e il 40% degli adulti da un paese partecipi ad una rivoluzione popolare che rovescia una dittatura islamista. A cadere non è solo una dittatura poliziesca, ma una dittatura che ha presa sulla testa della gente, una sorta di polizia dei costumi e delle menti.
È d'altronde proprio questo che spiega il forte coinvolgimento delle donne (e dei bambini) in questa seconda rivoluzione. Possiamo aspettarci che sia solo un inizio. Già durante la rivoluzione egiziana del 1919, le donne aveva svolto un ruolo memorabile, e, partendo da  quel punto, il movimento femminista egiziano si era trovato un tempo ad essere uno dei  motori del movimento femminista mondiale. Allora, le donne arabe possibili istigatrici di un rinnovamento del femminismo mondiale?

Un impatto internazionale

I Fratelli Musulmani egiziani sono stati all'origine del movimento islamista mondiale. Il loro  rovesciamento, conseguenza dell'irruzione popolare sulla scena politica, avrà un'influenza sull'equilibrio geopolitico della regione. I violenti sconvolgimenti che vive, in Egitto, il grande corpo dei Fratelli Musulmani, a rischio di dislocazione, sono un esempio della profondità della crisi. Quando, dalla Turchia alla Tunisia, dal Brasile alla Bosnia, i popoli cercano delle strade per la propria emancipazione, il sopravvento della democrazia diretta sui meccanismi elettorali potrebbe essere contagioso. Già assistiamo, nel Bahrein e in Tunisia, tentativi di riproporre l'esperienza eccezionale di Tamarod (Ribellione). La denuncia del colpo di stato - in realtà della rivoluzione - da parte delle potenze occidentali mostra assai bene quali sia la loro paura.

Colpo di stato militare nella rivoluzione, rischio di guerra civile

Nel febbraio del 2011, l'esercito aveva abbandonato Mubarak per bypassare uno sciopero generale. Il colpo di stato militare contro Morsi ha avuto lo stesso obiettivo, non di attaccare la rivoluzione, ma di evitare che raggiungere il suo obiettivo da sola facendo cadere Morsi. Un esito di questo tipo avrebbe messo in moto una marea di rivendicazioni sociali che avrebbero rimesso in discussione il potere delle classi possidenti e quindi dell'esercito, il più grande proprietario di Egitto.
Nel giugno 2012, in un tentativo di colpo di stato contro la rivoluzione, l'esercito ha dovuto fare marcia indietro di fronte alla mobilitazione popolare perché temeva la rivolta dei soldati. Ora, oltre alla rivoluzione, deve affrontare  la rabbia dell'apparato dei Fratelli Musulmani, e questo lo fragilizza un po' di più.
Nel scontro a tre - popolo, esercito, Fratelli Musulmani - che oggi caratterizza la situazione, gli elementi di  guerra civile che cominciano ad instaurarsi tra gli ultimi due potrebbero rivelarsi mortali per il popolo se questo si lasciasse trascinare in questa dinamica.
Ma questo è tutt'altro che scontato. Di fronte alle numerose reazioni popolari, la sanguinosa rivalità tra l'esercito e gli islamisti, defatigante per entrambi, potrebbe avere un effetto inaspettato: aumentare ulteriormente la disaffezione popolare nei confronti dei suoi due avversari e quindi promuovere lo sviluppo ulteriore del processo in direzione della propria autonomia politica.

La marcia verso l'auto-organizzazione e una terza rivoluzione?

Alla base delle due rivoluzioni vi è la protesta sociale che non si placa in Egitto da oltre due anni, con una significativa espansione dei conflitti sociali fin dall'inizio dell'anno e il conseguimento di record storici mondiali per quel che concerne il numero di scioperi e di  proteste sociali. È questo che è alla base del successo della campagna Tamarod e che spiega anche perché milioni di egiziani sono scesi nelle strade. Questa contestazione sociale dovrebbe continuare a manifestarsi quanto prima con nuovo vigore. La fame non ha pazienza!
Ma per ora, ed è questo il suo punto debole, questo movimento sociale non ha alcuna rappresentanza politica.
Nel febbraio e marzo 2013 a Port Saïd, Mahalla e Kafr el-Sheikh, gli abitanti avevano assunto direttamente i compiti di polizia, dell'istruzione e della vita municipale, sebbene in maniera simbolica. Negli scorsi giorni, dei "comitati popolari" di vario tipo hanno preso in mano la campagna Tamarod, poi la sicurezza di milioni di persone in movimento, la sonorizzazione, l'alimentazione, il traffico, i servizi igienico-sanitari. Sono riapparsi  il 5 e 6 luglio, quando gli abitanti di alcuni quartieri sono scesi per le strade per proteggersi dalle violenze dei Fratelli Musulmani, per disarmarli ed evitare gli scontri.
Questi comitati riusciranno, domani, a superare una nuova tappa, riuscendo ad unificare religiosi e laici attorno alla questione sociale, e dandosi in questo modo un'espressione politica? Qui sta la chiave della situazione.
 

* Articolo apparso sulla rivista Tout est a nous  l'11 luglio 2013. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà del Cantone Ticino.



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