Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Mubaraq e Morsi sulla bilancia

Mubaraq e Morsi sulla bilancia

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Non sono sicuro che i generali riuniti intorno al golpista  El Sissi potranno scarcerare Mubaraq, come hanno annunciato e sicuramente vorrebbero (sono cresciuti alla sua ombra, e sono stati complici di ogni suo crimine). Probabilmente la reazione popolare scuoterà perfino i leader dei Tamarod, che accecati dall’odio contro Morsi si sono illusi finora che i generali stessero guidando la seconda ondata della rivoluzione, e bloccherà la scarcerazione che avrebbe reso visibile la giustizia dei golpisti: dentro Morsi, fuori Mubaraq. Non sono solo i nostri governanti ad annunciare una decisione e poi rimangiarsela, tutti i politici senza principi non parlano per dire quello che pensano, ma per vedere le reazioni a quel che propongono e poi decidere che fare.

In ogni caso la situazione è apertissima. Il golpe non ha eliminato neppure un 10% delle cause del profondo malcontento, e non le potrà eliminare in futuro. La prima causa del peggioramento della situazione economica è proprio il peso dell’esercito mercenario, enorme e che, nonostante i miliardi di dollari generosamente forniti dagli Stati Uniti, grava sulla popolazione, non solo la più povera e diseredata ma anche su gran parte dei ceti medi.

Nessuna misura parziale riesce a bloccare la grande attività delle masse, sia nelle zone operaie dove esiste un sindacalismo indipendente di notevole consistenza, sia nelle zone urbane, dove gli stessi “Comitati popolari” organizzati dall’alto per tentare di mantenere la “pace sociale” sono spesso sfuggiti di mano. In una corrispondenza su il manifesto di oggi Giuseppe Acconcia descrive le trasformazioni in corso: “Anche se la Giunta Militare ha proposto di fornire delle licenze per le attività dei comitati, molti gruppi hanno rifiutato di collaborare con l’esercito”. E Acconcia conclude: “La formazione dei comitati popolari dimostra come la distinzione tra Stato e società sia ambigua soprattutto in momenti di trasformazione politica come questo. E così lo Stato in Egitto è un insieme di pratiche e di effetti più che un monolite”.

Verissimo. Acconcia parla di “trasformazione politica”, i classici marxisti avrebbero parlato di “situazione rivoluzionaria” o “prerivoluzionaria” (che non significa che la vittoria sia sicura e  dietro l’angolo). E la formula che definisce lo Stato “un insieme di pratiche e di effetti più che un monolite” può essere applicato a ogni rivoluzione, in cui il potere centrale è contestato e paralizzato da molteplici centri di iniziativa dal basso. Il monolite, poi, non esiste nella realtà storica, ma solo nell’immaginario stalinista. Nella rivoluzione russa, Lenin parlò di dualismo di poteri, da risolvere prima che a farlo fosse l’avversario. Ma il dualismo era all’interno di una situazione in cui i soggetti erano moltissimi. Lo hanno descritto benissimo John Reed nell’insuperabile I dieci giorni che sconvolsero il mondo e Victor Serge ne L’anno primo della rivoluzione russa… Entrambi reperibili on line, e assolutamente da non perdere per chi si senta un rivoluzionario. Per non parlare della straordinaria Storia della rivoluzione russa  di Trotskij, il libro che non a caso Guevara si portò nello zaino in Bolivia…

 

Postilla:Chiudo l’introduzione con una nota sconsolata: sento da più parti scambiare la denuncia dei generali con una difesa di Morsi. Lo ha fatto anche Aldo Busi su “Il Fatto quotidiano” di oggi. È incredibile che non si capisca un dato elementare: non si può combattere un movimento politico-religioso, che è legittimo detestare, affidandosi alla repressione militare. Morsi non mi piace, ma chi crede di sopprimere il suo movimento con la forza bruta dovrà spargere ancora moltissimo sangue innocente, e genererà risposte quelle sì veramente integraliste, che utilizzeranno l’unica arma a loro portata: il terrorismo

 

Riporto di seguito le corrispondenze di Giuseppe Acconcia dal manifesto di domenica 18 che avevo già preannunciato.

 

Assedio alla moschea. È caccia ai Fratelli

Reportage dal Cairo di Giuseppe Acconcia sul Manifesto del 18/8/13

 

Abbiamo raggiunto attraverso via Gomorreya nel quartiere di West el-Balad al Cairo la moschea al-Fatah, sotto assedio per tutta la notte di ieri. Le strade di Sayeda Zeinab e Abdin sembravano tornare alla normalità tra mercati e macchine, ma all'improvviso, alle spalle dell'antica moschea tutto è cambiato. All'ospedale Saidani, i cancelli erano sbarrati e neppure i familiari dei feriti potevano fare il loro ingresso. Una dietro l'altra arrivavano decine di ambulanze.
I comitati popolari, composti da giovani ragazzi e uomini anziani, alcuni con bastoni e catene tra le mani, fermavano chiunque volesse passare. All'interno di questi gruppi sono attivi criminali armati, spesso assoldati dalla polizia, che delega loro la gestione della sicurezza delle strade. La presenza di comitati popolari che fanno anche servizio notturno è evidente al Cairo, ma ancora di più nelle province (a maggioranza islamista come Beni Suif), dove la polizia egiziana è da mesi scomparsa dalle strade.
Abbiamo raggiunto la prima linea, mentre si intravedeva il minareto della magnifica moschea di piazza Ramsis. Si sentivano sparatorie continue alle spalle della moschea al-Fatah.

Dei ragazzi ci hanno fermato, odiano i Fratelli musulmani e ci hanno spiegato che poco prima in queste strade almeno cinque giornalisti stranieri erano stati prelevati, perché «non ci fidiamo di loro, sono tutti di Al Jazeera (la televisione viene criticata e oscurata per la sua posizione pro-Morsi, ndr)», hanno detto. Fermare e intimorire giornalisti e stranieri è uno dei doveri, imposti dalla polizia, ai piccoli criminali o baltagy che infestano le strade del Cairo nei momenti caotici. E così, per molte ore non si sono avute notizie di Gabriella Simoni, inviata di Mediaset, consegnata dalla baltagya direttamente all'esercito. Ma insieme a Maria Gianniti, della Rai, sono stati tutti rilasciati nella serata di ieri. «Ci sono siriani e palestinesi venuti a combattere con i Fratelli, dobbiamo mettere in sicurezza il quartiere, vede le decine di negozi chiusi, la gente ha paura degli islamisti», hanno continuato i due giovani criminali.

Sei ore di trattativa
I carri armati dell'esercito bloccavano l'ingresso di piazza Ramsis. Ma dei nugoli di uomini circondavano i cancelli della moschea Fatah. Dalle scale laterali si vedevano decine di poliziotti impegnati a non far entrare o uscire nessuno dall'edificio. Almeno cento tra uomini e donne presidiavano il cortile e la lunga scalinata di ingresso. Le trattative tra polizia e islamisti per disperdere il sit-in all'interno della moschea erano andate avanti per oltre sei ore nella notte. Dal ponte 6 ottobre si vedevano decine di veicoli fermi.
In un momento di tregua della sparatoria, ci siamo avvicinati alla folla. Tra di loro un simpatizzante dei Fratelli musulmani, Mohammed Seif ci ha raccontato di essere riuscito ad uscire dalla moschea. «Io ero a Rabaa. Hanno messo il popolo contro il popolo, ora queste persone, se vedono un esponente della Fratellanza uscire vivo dalla moschea lo ammazzano», ha spiegato concitato. Si sentivano spari alle spalle, su via Ramsis, verso l'enorme moschea Al-Fatah. «I poliziotti hanno puntato contro gli uomini della Fratellanza che sparavano (anche se non ho visto nessuno sui tetti della moschea - aggiunge), si trovavano come in trincea dietro le inferriate che proteggono i marciapiedi della piazza», ha continuato Mohammed.
Nelle prime ore della mattina la polizia aveva permesso ad alcune donne e bambini di lasciare la moschea. Durante la tregua successiva, si è diffusa la voce che i corpi di due donne uccise negli scontri di ieri stessero per essere portati fuori dall'edificio.
Nella notte scorsa in tutto il paese sono morte 173 persone, la maggior parte delle quali proprio in piazza Ramsis. A quel punto la folla, con i tanti baltagy infiltrati, ha iniziato a correre verso via Gomorreya. I blindati dell'esercito non placavano la furia dei manifestanti. Un microbus ha raccolto i corpi di due feriti, ma non li ha portati al vicino ospedale Saidani. I guidatori del veicolo si sono impegnati in una corsa frenetica verso un altro nosocomio, rischiando più volte il linciaggio della folla. Dal canto loro, prima dello sgombero definitivo della moschea. I Fratelli hanno tentato di raggiungere Al-Fatah da due punti: alle spalle della moschea Taweed in via Galaa e dal lato opposto in via Mahaddin.

Fratellanza, lo spettro della fine
Sono proseguite le sparatorie dell'esercito per tenere lontana la folla dall'Isaaf, di fronte la corte del Cairo. Si prepara una lunga notte di scontri, ieri erano state centinaia gli arresti per violazione del coprifuoco. Le case dei leader dei Fratelli musulmani, inclusa la guida suprema Mohammed Badie (che ha perso negli scontri anche suo figlio Ammar, 38 anni), sono state date alle fiamme o saccheggiate. È stato arrestato il leader del movimento Ahmed El Aghazy, nel governatorato di Gharbeya. Ieri è stato anche arrestato al Cairo Mohamed al Zawahri, fratello del leader di Al-Qaeda Ayman, accusato di essere leader della jihad islamica. Questo chiarisce come il tema del terrorismo venga usato strumentalmente per giustificare qualsiasi provvedimento contro la Fratellanza. E così, il premier Hazem Beblawi e il ministro della Solidarietà sociale Ahmed el-Borai hanno dichiarato che proporranno lo scioglimento della Fratellanza come partito politico e organizzazione non governativa. Questa decisione riporterebbe il principale partito egiziano alla clandestinità, costringendo i suoi leader politici fuori dall'arena politica. Questa mossa potrebbe essere un tentativo per spingere gli islamisti a fermare le manifestazioni in cambio della loro permanenza sulla scena politica.

La tv racconta un'altra storia
Ma la televisione di stato racconta un'altra storia. Mostra in continuazione le immagini della stazione di polizia di Qardasa, dove sono morti 11 poliziotti, mentre si legge una scritta in inglese: «L'Egitto lotta contro il terrorismo». Si enfatizzano il numero di chiese bruciate e le stazioni di polizia date alle fiamme, come quella di Azbakeya a due passi da piazza Ramsis, dove ha perso la vita un agente. Insieme al sostegno accordato dai Taliban afghani agli islamisti. Ciò non vuol dire che anche gli islamisti non dispongano di armi. Negli scontri di venerdì tra pro e anti Morsi del ponte 15 maggio a Zamalek, alcuni testimoni hanno parlato di un camioncino, zeppo di munizioni, distribuite agli islamisti. Da lì è scoppiata una sparatoria tra i due fronti, entrambi armati, in assenza di polizia.
Dal canto suo, Amnesty International ha duramente criticato l'uso della forza negli sgomberi. Amnesty parla di «forza letale non necessaria», «livello senza precedenti di violenza» e «profondo disprezzo per la vita umana».

 

Il resto dell'Egitto/ Violenze in tutte le città

Bruciano le chiese, patrimonio archeologico saccheggiato

Giuseppe Accoglia.
 

Le violenze hanno toccato tutte le città egiziane. Gli islamisti non abbandoneranno così facilmente il loro sogno di partecipare nella vita politica egiziana, soprattutto nelle aree dove hanno ottenuto il maggior consenso in occasione delle elezioni parlamentari e presidenziali. Abbiamo raggiunto al telefono a Minia, Ahmed Salah, coordinatore di Islamic Relief. «Nei villaggi in provincia di Minia hanno bruciato decine di chiese, le stazioni di polizia di Hedwa e Maghaga sono completamente in fiamme. Non solo, vari palazzi del governatorato sono stati incendiati», ci spiega Ahmed. Secondo questa testimonianza, molti cittadini comuni sono stati armati dalla polizia, questo ha provocato la morte di almeno 14 persone, di cui solo 4 sono poliziotti. «Ho sentito voci secondo le quali queste violenze sono opera dei militari, molti dicono che alcuni poliziotti, che si sono rifiutati di sparare contro gli islamisti, sono stati uccisi dai loro superiori». Ahmed ha ancora negli occhi l'atrocità dello sgombero di Rabaa: «Credo che i morti siano di più di quelli annunciati dal ministero della Sanità. L'esercito egiziano si è comportato con gli islamisti peggio delle autorità israeliane con i palestinesi. Ho visto quei corpi uccisi e bruciati», aggiunge Ahmed. A Minia è stato anche saccheggiato da criminali il museo archeologico e egizio Malawi. La stampa locale mostra vetrine distrutte e vuote, sarcofagi aperti e danneggiati, monili sparsi a terra tra schegge di vetri rotti. Ma è l'intero patrimonio archeologico ad essere a rischio in assenza di polizia.
Ma anche tra Suez, Port Said e Ismailia si contano almeno 15 vittime e cento feriti. Sentiamo per telefono gli attivisti del Partito socialista dei lavoratori Ahmed Mohsen e Mohammed Al Agheiry. «Sta tornando il regime di Mubarak per le nostre strade. Condanniamo la brutalità dell'esercito, avrebbero potuto sgomberare senza usare questo grado di violenza». E sugli scontri di Port Said gli attivisti scagionano la Fratellanza. «Tutti gli attacchi sono avvenuti nei pressi di stazioni di polizia come nel quartiere di El Arab. Solo in un caso è stato coinvolto un islamista, tutti i civili uccisi sono stati colpiti da criminali che hanno attaccato gente comune».
La brutalità delle violenze, che ad Alessandria ha causato la morte di 32 persone, ci viene confermata dal giornalista della Bbc in arabo Mustafa Sayed, che partecipa al funerale di un suo giovane amico. Gli incidenti qui hanno avuto luogo nei quartieri di Cleopatra e Sidi Bashr. «La maggior parte dei morti sono passanti o gente comune. Un tassista è stato linciato da criminali, solo alcune delle vittime sono Fratelli musulmani. Questo chiarisce che le strade sono infestate da gente armata di entrambi i fronti, alcuni prendono munizioni dalla polizia, altri dai gruppi islamisti radicali», spiega Mustafa. Altre manifestazioni hanno avuto luogo in piazza Aminual, a 200 metri dal palazzo del governatorato. «Qui è il caos. Ci aspettiamo attacchi imminenti. In una manifestazione islamista a Qaed Ibrahim i pro Morsi sono stati attaccati direttamente dalla folla», aggiunge Yehia, studentessa di Alessandria. «A Tmuha ci sono 30 cadaveri di islamisti colpevoli solo di non aver rispettato il coprifuoco. Mentre a Mansheia ho visto decine di negozi della confraternita dati alle fiamme.
Addirittura scontri tra pro e anti Morsi si stanno svolgendo durante i funerali delle vittime. Bruciano le abitazioni anche solo se c'è il sospetto che si tratti di islamisti (sono andate in fiamme le case di molte famiglie Katatni - solo perché portavano lo stesso cognome dell'ex presidente islamista della Camera)», conclude Mustafa chiarendo l'alto livello di tensione.
E le violenze più dure riguardano come sempre il Sinai, dove operano gruppi armati, e l'azione repressiva dello Stato si scontra con i movimenti jihadisti. Ieri si sono udite quattro detonazioni nella città di Al Arish. A partire dal Sinai potrebbe tornare il terrorismo in tutto l'Egitto.

 

Ricordo gli articoli precedenti sullo stesso argomento: Ancora ipocrisia insopportabile sull’Egitto , Testimoni di una rivoluzione  e L’Unità, la capra e i cavoli , e ora, tradotto in italiano sul sito di Sinistra Anticapitalista, l'ultimo articolo molto ampio e articolato, di Jacques Chastaing, http://anticapitalista.org/2013/08/17/che-succede-in-egitto/



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