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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Autocrati, nuovo volto dell’Est

Autocrati, nuovo volto dell’Est

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di Carlo Antonio Biscotto

da ilFattoquotidiano.it/

Ho ripreso questo articolo da “il Fattoquotidiano” perché mi sembra ben documentato sul presente, anche se un po’ meno sulla storia e le cause lontane dei processi che descrive. Ad esempio l’involuzione del sistema sorto intorno all’URSS è durata assai meno dei 70 anni di quella dell’URSS, mentre manca del tutto una spiegazione del perché, che ovviamente include anche qualche considerazione sull’eredità dei regimi precedenti, tanto più forte in paesi come l’Ungheria e la Polonia in cui lo stalinismo tra le due guerre aveva sterminato l’élite comunista locale, e gli occupanti sovietici avevano ricostruito il partito con arrivisti spesso provenienti dall’estrema destra collaborazionista. Ne avevo parlato, anche in riferimento all’Ungheria, in Considerazioni sul comunismo polacco e in La rivoluzione ungherese- 1956.  

Inoltre la lunga durata della crisi, manifestatasi clamorosamente già tra il 1953 e il 1956, ma protrattasi sino alla fine degli anni Ottanta, aveva logorato gran parte delle opposizioni marxiste, anche in paesi di lunga tradizione di sinistra come la Cecoslovacchia.

Ho anche qualche dubbio nell’utilità di separare la Russia (“paese nel quale gli standard democratici sono molto lontani dall’essere accettabili”) da questi paesi i cui “leader assetati di potere sono stati eletti dal popolo”. Dal punto di vista formale infatti anche Putin è stato eletto inizialmente con un largo consenso (sia pur procurato creando nelle città russe la sindrome di “attentati ceceni” che i ceceni disconoscevano e attribuivano ai servizi segreti eredi del KGB, vedi il mio articolo Putin e la Cecenia).

Non si capisce poi perché solo i dirigenti ungheresi o romeni dovrebbero sentirsi tenuti a “operare nel rispetto dei paletti fissati dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato”, quando esistono tanti esempi di governi che se ne infischiano delle leggi e delle Costituzioni, dall’Italia e non pochi  paesi dell’Europa occidentale agli Stati Uniti delle intercettazioni illegali di massa… Ma l’articolo, come dicevo, è ben documentato sul presente, e ci consente di riprendere il discorso sull’eredità del “socialismo reale”, magari partendo da quei paesi ex sovietici dove si è installata una dinastia formatasi nel PCUS.

(a.m.26/8/13)

 

Il frutto avvelenato del socialismo reale e dei 70 anni di dittature comuniste sembra essere per molti Paesi approdati o tornati alla democrazia dopo il crollo del muro di Berlino, una certa propensione al conservatorismo autoritario e a una concezione autocratica del potere. Viktor Orban, attuale primo ministro ungherese, è nato a Szekesfehervar, una cittadina a sud di Budapest non lontano dal lago Balaton. Dopo aver fondato da giovane, insieme ad altri, la formazione progressista Fidesz, morto Antall spostò l’asse del partito sempre più a destra alla caccia del voto moderato e reazionario accogliendo nel partito forze nostalgiche dell’Ungheria nazionalista e fascista degli anni 20-40. Tre anni fa Orban ha riportato un netto successo alle elezioni politiche e, forte di una solida maggioranza parlamentare, ha varato una nuova Costituzione, da molti ritenuta liberticida, e fatto approvare centinaia di leggi. Gran parte della frenetica attività legislativa del partito di Orban ha lo scopo di rafforzare la base elettorale di Fidesz e di perpetuare il potere del primo ministro candidato a succedere a se stesso per molti anni a venire. “È in atto una palese tendenza alla concentrazione del potere politico, economico e decisionale nelle mani di un solo uomo”, commenta Peter Molnar, difensore dei diritti civili e già intimo amico di Orban. “La democrazia si sta indebolendo e questo dovrebbe preoccupare tutte le forze politiche”.

Orban è da anni un caso politico per la Ue, ma il leader ungherese è tutt’altro che isolato in Europa sud-orientale. In Russia e Turchia, le due ex potenze imperiali che cingono l’Europa a est e a sud, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan governano con il pugno di ferro soffocando brutalmente qualunque forma di dissenso e processando e imprigionando gli esponenti del-l’opposizione e della società civile. L’anno scorso in Romania il primo ministro Victor Ponta, vincitore delle elezioni alla guida del Partito socialdemocratico, ha tentato di liberarsi del suo nemico personale, il presidente Traian Basescu, trascinando il Paese sull’orlo di una crisi costituzionale poi evitata con un accordo tra i due esponenti politici. In repubblica Ceca, il presidente Milos Zeman ha tentato di approfittare di una crisi di governo per riequilibrare a suo favore i poteri garantiti al presidente all’interno di una democrazia parlamentare. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno di quest’anno uomini del reparto anticrimine organizzato, su mandato della Procura di Olomouc hanno fatto irruzione in numerosi uffici pubblici e nel ministero della Difesa arrestando, tra gli altri, molti stretti collaboratori del primo ministro Necas. Il presidente Zeman ha tentato di insediare un gabinetto di salute pubblica sotto la sua diretta supervisione. Il “golpe bianco” è stato sventato dall’intransigenza del Parlamento che ha costretto il governo in carica a dimettersi e a convocare elezioni anticipate per risolvere la crisi. Con l’eccezione della Russia, Paese nel quale gli standard democratici sono molto lontani dall’essere accettabili, tutti questi leader assetati di potere sono stati eletti dal popolo e dovrebbero operare nel rispetto dei paletti fissati dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. “Orban è ammirevole per la sua capacità di stravolgere il tessuto democratico dando l’impressione di rispettare la legge”, spiega Peter Molnar che all’università divideva la stanza con Orban e che fu tra i fondatori di Fidesz nel 1988, un anno prima del crollo del-l’impero comunista. “Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, scrisse Tolstoj in Anna Karenina.

La stessa regola vale per le nazioni: l’ordinamento politico varia molto da Paese a Paese mentre gli “uomini forti” si somigliano pericolosamente. Una delle caratteristiche che accomuna le nazioni governate da personalità autocratiche è la quasi totale assenza di dibattito politico. Al pari di Erdogan e Putin, per Orban la politica è un gioco a somma zero dove il vincitore intasca tutta la posta. Gli autocrati considerano gli oppositori pericolosi estremisti e traditori della patria e agitano continuamente dinanzi agli occhi impauriti dei concittadini lo spettro del complotto straniero al solo scopo di intimidire le opposizioni e ridurle al silenzio. Orban è un autocrate, ma anche un populista e un fiero e pericoloso nazionalista secondo cui chi non la pensa come lui è al servizio dello straniero. “C’è una campagna anti-ungherese”, dichiara la ministra degli Esteri Eniko Gyori. “Le aziende straniere fanno la fila a Bruxelles per lamentarsi del nuovo sistema fiscale. Altri sostengono che siamo un pericolo per la democrazia. Non è vero. L’Europa diffida delle novità e della rapidità con cui stiamo riformando il sistema. Chi ci critica dice sciocchezze e in tal modo alimenta tra gli ungheresi un sentimento anti-Ue”. Gli ammiratori considerano Orban un leader visionario che si è dato il compito storico di restituire all’Ungheria il suo ruolo di piccola potenza regionale e di arrestare il processo di declino culturale e politico del Paese. Intorno a lui si è coagulata una parte non irrilevante dell’intellighenzia magiara che ha dato vita al think-tank “Szazadveg. “È necessario agire con decisione”, dice il costituzionalista Balasz Orban. “Ed è esattamente ciò che sta facendo Orban che è diventato un modello per gli altri Paesi dell’Europa orientale. L’Europa non è indifferente a quanto accade sulle sponde del Danubio. Di recente il Parlamento Europeo ha approvato un rapporto molto critico sulla situazione politica in Ungheria chiedendo alla UE di considerare il Paese “osservato speciale” e di tenerlo sotto stretta sorveglianza. Nella retorica populista di Orban abbondano parole d’ordine come “cooperazione”, “società nuova”, “dovere morale della nazione ungherese”. Molnar lo definisce “linguaggio orwelliano, preoccupante ritorno agli anni ’ 30 del secolo scorso”. Del clima risente persino l’architettura urbana di Budapest dove sono aperti enormi cantieri che stanno restituendo a molte zone della capitale l’aspetto che avevano durante il regime autoritario dell’ammiraglio Miklos Horthy. La svolta autoritaria di Orban non ha risparmiato l’informazione: un controverso disegno di legge ha messo il bavaglio ai media e consente al governo, tramite un consiglio di cinque membri nominati dall’esecutivo, un controllo sui mezzi di comunicazione che costituisce un pericoloso precedente. “Certo qui non ci mettono in prigione né ci ammazzano, come accade in Russia, ma chi non si allinea perde il lavoro”, commenta il giornalista Bodoky. “L’autocensura funziona alla perfezione”, aggiunge il collega Maroy. “I giornalisti non vogliono finire per strada e tutti si comportano come desidera Orban”. In Polonia non ci sono stati finora tentativi di stravolgere o forzare l’ordinamento istituzionale, ma dall’entrata in scena dei fratelli Kaczynski (Lech, morto nel disastro aereo di Smolensk nel 2010 quando era presidente e il fratello gemello Jaroslaw ex primo ministro) il governo ha apertamente incoraggiato, facendosene a sua volta influenzare, le spinte più conservatrici di un Paese che si ritiene, oggi più che mai, culla della cristianità e baluardo dell’ortodossia cattolica. Come escludere che l’integralismo religioso trovi prima o poi il suo interprete politico?

Carlo Antonio Biscotto



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