Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Cos’è una rivoluzione (3)

Cos’è una rivoluzione (3)

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Ho già scritto più volte su quanto sia difficile sostenere una rivoluzione quando i rivoluzionari non ci sono simpatici (perché non la pensano come noi). Ci sono molti esempi anche recenti, oltre a quello delle rivoluzioni arabe, sconfessate appena è emerso che c’era una componente islamica che beneficiava maggiormente della libertà conquistata (tra l’altro senza suoi meriti particolari, se non quello di avere una struttura organizzativa efficiente). Eppure erano ugualmente rivoluzioni vere perché, anche se non erano già in grado di costruire una società diversa, davano uno scossone sufficiente a far cadere regimi conservatori e filoimperialisti che da decenni sembravano solidissimi. Le definisco rivoluzioni perché imprevedibilmente erano scesi in piazza a milioni, per una goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Quelli che stavano sotto non accettavano più di rimanerci, quelli in alto si dividevano tra chi puntava immediatamente sulla repressione più spietata e chi riteneva di dover fare tardive concessioni. Nessun servizio segreto è mai stato in grado o interessato a suscitare un movimento simile, anche se si affretta a intervenire per dividerlo e alterarne il corso. E, argomento fondamentale, provate a immaginare se gli Stati Uniti sono felici per l’attuale instabilità, o preferivano avere sicuri collaboratori come Mubaraq, Ben Ali. Lo stesso Gheddafi aveva cessato da un pezzo di essere considerato il pilastro del terrorismo, e collaborava ampiamente con molti paesi imperialisti. Perché avrebbero dovuto “creare” una rivolta? La rivolta era assolutamente spontanea, i servizi segreti di mezzo mondo sono poi intervenuti per raccogliere un po’ di cocci…

L’altro esempio che mi sembra importante e che è stato rimosso dalla sinistra, è quello della rivoluzione iraniana, che aveva saputo buttare giù lo shah. Mi è capitato di scontrarmi con alcuni dirigenti del PRC come Lidia Menapace, che negava perfino il fatto che la rivoluzione iraniana avesse cominciato a lottare a mani nude contro l’esercito più forte della regione, sfidandolo con manifestazioni periodiche in occasione dei funerali delle vittime, e della loro commemorazione 40 giorni dopo la morte, fino a provocarne la divisione, conquistandone una parte importante. La Menapace, che pure era stata designata da Bertinotti per presiedere la commissione affari esteri, liquidava quella grande rivoluzione popolare di cui non sapeva niente come “fascista”. La definizione era assurda e impropria perfino per caratterizzare il regime sorto successivamente alla sconfitta delle sinistre che avevano avuto un ruolo importante nella prima fase della rivoluzione. Era una vera rivoluzione, ma in cui si affermò presto una direzione pessima. Non era il primo caso… Sulla complessità della rivoluzione iraniana e sulla sua involuzione, rinvio a Iran, trent'anni dopo la rivoluzione. Ma che non fosse “fascista” è confermato dal fatto che oggi assistiamo a cambiamenti sostanziali nel suo gruppo dirigente avvenuti per via elettorale, con meccanismi non più discutibili di quelli in uso nella maggior parte dei paesi definiti “democratici”…

D’altra parte l’esito finale della stessa rivoluzione russa era stato così respingente che è stato facile per l’imperialismo proiettare sui suoi primi anni l’ombra del KGB e della rigidità burocratica, cancellando e facendo dimenticare la sua profonda carica libertaria originaria, e il suo carattere di rivoluzione spontanea delle masse (che ebbe bisogno, per risolvere il “dualismo di potere” anche dell’assalto al Palazzo d’Inverno, ma non si riduceva a quell’episodio). Viceversa molti suoi sostenitori nel mondo non volevano vedere l’involuzione anche quando era evidentissima, e varie generazioni di comunisti hanno continuato a sostenere l’URSS quando era ormai ben altra cosa rispetto a quella del 1917, e il suo gruppo dirigente emerso grazie alle purghe staliniane si era macchiato di ignobili tradimenti nei confronti della rivoluzione spagnola, e aveva persino concordato una spartizione del mondo prima con Hitler e poi con uno dei più tenaci nemici della rivoluzione, Winston Churchill.

È grazie a questo (la denigrazione del carattere originario, e l’esaltazione acritica che non vedeva la sua involuzione interna e la cinica Real Politik all’esterno) che l’idea di rivoluzione si è confusa ed è apparsa alle giovani generazioni poco attraente.

Ha pesato anche l’oblio e la calunnia nei confronti di due rivoluzioni pochissimo conosciute, quella tedesca del 1918-1923, che pure fece non pochi errori, ma non per essi subì la sorte di essere dimenticata e calunniata, dalla borghesia che l’aveva stroncata ferocemente e dagli stalinisti che non le perdonavano l’impronta luxemburghiana, e la rivoluzione dei Consigli operai nell’Ungheria del 1919, di cui anche Lenin criticò alcune incoerenze e ingenuità. Ma era un dovere difenderla, anche senza condividere tutti i suoi atti: si trattava d’altra parte semplicemente di opporsi al nemico che l’aggrediva da ogni parte e che approfittando degli errori del suo giovane gruppo dirigente riuscì a soffocarla tra atrocità inenarrabili. L’URSS assediata non poté farlo, le socialdemocrazie europee anche “di sinistra” come quella austriaca che potevano, se ne guardarono bene. Anche quella era una rivoluzione vera, ma con una direzione inadeguata. Il prezzo pagato per quegli errori, aggravati poi dal pesante intervento staliniano che decapitò negli anni Trenta il gruppo dirigente comunista ungherese quasi come quelli polacco e tedesco, si capirà nel 1956…

Ho insistito insomma sul fatto che nessuna rivoluzione è mai stata corrispondente ai sogni e ai desideri dei rivoluzionari, specialmente di quelli che la guardavano da lontano. In polemica oggi soprattutto con chi dopo un effimero entusiasmo ha dato per liquidate le rivoluzioni in corso (con esiti finali assai incerti, peraltro, data la scarsa capacità delle tendenze rivoluzionarie di organizzarsi in tempo utile per pesare nei processi ancora aperti, e anche per la mancanza di una solidarietà internazionale che permetta di contrastare e controbilanciare le tante sponsorizzazioni reazionarie di questo o quel gruppo); ma a maggior ragione in polemica con coloro che dalla sacrosanta battaglia antimperialista passano al sostegno di un regime come quello siriano, che riproduce del “socialismo reale” quasi soltanto i difetti, accreditando perfino le inverosimili balle sui ribelli che farebbero le iniezioni ai morti per simulare l’uso dei gas tossici (e non sono solo gruppuscoli neostalinisti italiani, ma anche forze di governo “progressiste” latinoamericane).

D’altra parte per screditare la ribellione contro Assad c’è chi a sinistra è pronto ad abboccare al battage propagandistico imperialista che alimenta l’indignazione nei confronti della “inaudita ferocia” di un gruppo islamico che si è immortalato in un video che riprendeva l’esecuzione di 7 soldati lealisti catturati. Ohimè, quanto poco “inaudita”!  Penso alle atrocità compiute  durante la guerra civile in Russia tra il 1918 e il 1920,  (sia pure in diversa misura dalle varie parti, bianchi, rossi, neri e verdi…) o durante la rivoluzione spagnola, e sono ben noti episodi analoghi in ogni guerra. Non solo le fucilazioni naziste di prigionieri italiani a Cefalonia, non solo quelle di partigiani e di loro presunti sostenitori da parte delle truppe italiane in Grecia e in tutti i Balcani prima dell’8 settembre 1943, ma anche quelle - nascoste per anni - di prigionieri italiani e tedeschi da parte delle truppe del generale statunitense Patton a Biscari (oggi Acate) in Sicilia. Ne avevo parlato più volte, e soprattutto in Ordinaria atrocità della guerra.

Anche un recente libro curato da Andrea Ventura e Mimmo Franzinelli, Una mattina mi son svegliato, UTET Torino 2013, ricostruisce vari episodi e protagonisti di quella guerra civile senza esclusione di colpi, che iniziò esattamente settanta anni fa, l’8 settembre del 1943, e su cui è degna epigrafe il “Pietà l’è morta” del bel canto partigiano della formazione partigiana di Nuto Revelli. Ma si può ricordare anche Brecht, che scriveva: “Anche l’ira contro l’ingiustizia stravolge il volto”…

Una spiegazione supplementare

Di queste cose avevo parlato molte volte. Se ora ci sono tornato sopra con tanta insistenza sulle pagine di “Attualità” del sito, anche riproponendo scritti precedenti con appena un paio di pagine di aggiornamento, come ad esempio nel caso di  Il Cile a 40 anni da Allende - Dossier , c’è una ragione: quelli con cui polemizzo spesso perché a mio parere si sbagliano sulla Siria giustificandola anche per l’ingiustificabile, non sono nemici, ma compagni sinceramente (anche se spesso confusamente) antimperialisti e anticapitalisti, con cui molte volte ci siamo trovati insieme e con cui è possibile che si riesca a prendere iniziative comuni. È a patto che non si rinunci alla battaglia teorica: è possibile farlo, senza pretendere di mettere nelle piattaforma di lotta tutti i punti controversi. È necessario perché c’è un ritardo enorme nella sinistra nel fare i conti con le esperienze precedenti, con la storia del movimento operaio, delle sue (poche) vittorie e soprattutto delle sue molte sconfitte, quasi sempre non inevitabili. Per questo ho insistito tanto sul Cile e sulla Spagna, celebrati spesso stravolgendone le reali vicende e impedendo di ricavarne le dovute lezioni. C’era nel PCI, c’era nel PRC, ma c’è stato anche negli ultimi due o tre anni di Sinistra Critica. Per questo oggi mi pare importante recuperare il tempo perduto, anche riproponendo testi preziosi e dimenticati come quello di Livio Maitan - In difesa del metodo materialista.

Per chiarire, ricordo quello che per me è un elemento essenziale della concezione del partito in Lenin: la consapevolezza dell’esistenza di diversi livelli di coscienza delle masse (Su questo vedi Lenin, Rosa e il partito). È un dato rilevantissimo in un periodo di ascesa rivoluzionaria, e non a caso Lenin modificò notevolmente la sua concezione del partito in base alla riflessione sulla prima rivoluzione di cui fece esperienza diretta, quella del 1905, rendendo meno rigidi i criteri per l’adesione al partito per facilitare l’afflusso di nuove leve. Naturalmente sapeva bene che chi era stato passivo e disinteressato alla politica fino al giorno prima ed ora partecipava appassionatamente alle assemblee o veniva eletto in un soviet, si portava appresso le idee precedenti, ma era un rischio da correre. Grazie a quell’esperienza Lenin affrontò il problema di costruire una nuova Internazionale e di dare consigli a partiti comunisti che stavano facendo i primi passi: nel 1921, ad esempio, in risposta a una scissione ideologica nel partito comunista tedesco, aveva scritto “nella prima fase abbiamo costruito l’Internazionale anche con tendenze semianarchiche e perfino anarchiche”; ora si tratta di fare un passo avanti, spiegava. La discussione verteva sulla tattica di Fronte Unico proletario, sulla partecipazione a sindacati riformisti o borghesi, ecc. Problemi attualissimi.

Non ci sono ricette prefabbricate, certo. Ma in ogni caso penso che quando si costruisce qualcosa di nuovo, non si possono mettere troppe barriere preventive. I bolscevichi nei soviet del 1917 non disdegnarono le alleanze con anarchici, ma anche con altre tendenze come i socialisti rivoluzionari di sinistra, la cui presenza nel primo Consiglio dei Commissari del Popolo è in genere stata rimossa nelle ricostruzioni apologetiche della rivoluzione.

Ne ho parlato con diversi compagni (prevalentemente ma non solo giovani del PRC) che mi hanno scritto per chiedere spiegazioni supplementari sulla crisi di Sinistra Critica, più esaurienti di quelle ufficiali, forzatamente un po’ troppo “sintetiche” per evitare di innescare le polemiche che accompagnano abitualmente ogni scissione.

Alcuni di loro approvavano la nostra partecipazione a [email protected] e precedentemente a #Cambiare si può (che effettivamente era all’origine di una delle divergenze emerse con i compagni che hanno forzato per la fine di Sinistra Critica) ma si preoccupavano per la presenza di “stalinisti” in [email protected] Riprendo qui alcuni stralci delle mie risposte, parafrasando anche dei brani della parte centrale del documento preparato per la Conferenza di Chianciano:

“Al progetto di [email protected] aderiscono singoli compagni, non organizzazioni, e tra questi ci sono indubbiamente anche militanti più o meno neostalinisti. Più avrà successo, e più aumenteranno quelli che aderiranno a [email protected] Se [email protected] fosse un intergruppi (come si chiamavano una volta) sarebbe poco utile e anzi impossibile la convivenza con le organizzazioni staliniste. Ma sarebbe pericoloso porre una discriminante ideologica nei confronti dei compagni in una fase iniziale di costruzione di fronti o coalizioni contro l'austerità che mettano  insieme forze sociali e politiche che si oppongono alla borghesia, in un quadro di una politica di fronte unico. Fronti e coalizioni, non il “partito rivoluzionario”, che potrà essere messo all’ordine del giorno più facilmente se si riuscirà a far riprendere le lotte di massa contro il governo e il padronato. Come Sinistra Anticapitalista proponiamo l'unità d'azione alle forze politiche e sociali che si situano in questo terreno; questo è il centro della nostra azione. Ciò significa che dobbiamo discutere insieme ad altri i nostri programmi di emergenza contro l'austerità che rispondano alle domande essenziali di fronte alla crisi e che siano utilizzabili come basi per questi fronti”.

Il programma non è una lista di rivendicazioni. Prima di tutto, esso è uno strumento per rendere comprensibile al maggior numero possibile di persone la dinamica della situazione del paese e della società; la dinamica dei rapporti tra le classi dominanti e i loro rappresentanti politici, da un lato, e il proletariato in senso ampio e i suoi alleati reali o potenziali dall’altro.

Ad esempio, nell’attuale contesto italiano, si tratta di avanzare proposte che abbiano come preoccupazione principale quella di mettere in evidenza le azioni precise e concrete del governo e del padronato, insistendo sulla loro responsabilità e combattendo ogni visione politica che, addossa l’insieme delle responsabilità della sorte del paese e della sua popolazione alla “casta” o a un indistinto “ceto politico”.

In una risposta alla lettera di un compagno della Campania che auspicava una pregiudiziale nei confronti degli stalinisti, portavo l’esempio negativo di #Cambiaresipuò: la sua prima fase era stata interessante e aveva rivitalizzato molti compagni dispersi, anche se il successo delle sue assemblee attirava anche chi era interessato solo alla presenza nelle liste. C’erano poi molti compagni imbottiti di ideologie affini a quella grillina contro i “partiti” in quanto tali, e diversi rappresentanti di ambigue liste civiche, che insieme chiedevano ai militanti del PRC che “si mettessero da parte”, o che “facessero un passo indietro”. Tra questi militanti c’erano anche molti giovani compagni entrati da poco in Rifondazione perché non trovavano altro di visibile, ma con molti dubbi sul gruppo dirigente nazionale. Quelli che ponevano discriminanti contro gli iscritti a quel partito, hanno finito così, involontariamente, per facilitare le manovre burocratiche del suo pessimo ceto politico (ferreriano o grassiano, non importa) che ha mobilitato gli iscritti (magari molto critici, ma non disposti a essere esclusi aprioristicamente), e li ha utilizzati per imporre con un’inedita operazione burocratico-telematica il presunto leader “carismatico” Ingroia, escludendo i promotori originari di #Cambiaresipuò e condannando così il tentativo a una sicura sconfitta.

Allo stesso compagno ricordavo che le concezioni staliniste oggi sono basate su nostalgie e miti (diffusi anche nella sinistra formalmente antistalinista, come parte del gruppo de “il manifesto”) ma non hanno un punto di riferimento materiale paragonabile a quello dei paesi del “socialismo reale”, prima del loro crollo. Casomai c’è l’influenza dell’asse Cuba-Venezuela, con le sue ambiguità (o anche veri e propri errori) su Gheddafi, Assad e soci, e le illusioni seminate sul presunto antimperialismo di Russia e Cina, ma al massimo questo si traduce in qualche modesto appoggio ai CARC, mediocre pilastro del sedicente “bolivarismo” italiano.

Se noi facciamo la scommessa di provare a far crescere numericamente e soprattutto politicamente [email protected], non vuol dire che sottovalutiamo i pericoli che la minacciano, e che in parte dipendono da un ritardo nella discussione di molti temi importanti, compresa la collocazione internazionale, le concezioni organizzative, ecc. Ma invece di fare prediche e lezioni, vogliamo partecipare al suo dibattito. La strada non sarà breve né facile, ma non mi sembra che ci sia molto altro sulla piazza, e nemmeno all’orizzonte”.

Queste erano in gran parte mie considerazioni personali, ma ne discuteremo a Chianciano dal 20 al 22 settembre, concludevo, invitando il compagno preoccupato per la nostra coabitazione in [email protected] con qualche stalinista a venire per partecipare al nostro dibattito. E a tutti i compagni interessati rinnovo l’invito, prima a leggere la Bozza di documento, e poi a venire a discuterne con noi.

(a.m.8/9/13)

AVVISO IMPORTANTE

È probabile che nei prossimi giorni ci sia un certo rallentamento degli inserimenti di articoli e testi nel sito, e anche nelle risposte alle mail, dovuto a un intervento agli occhi che subirò domani, e che non so quanti giorni di lontananza dallo schermo mi imporrà. A presto, comunque

a.m.



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