Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Brasile progressista?

Brasile progressista?

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Ogni tanto mi capita in un dibattito di stupire qualcuno per le mie critiche al governo brasiliano e per le mie preoccupazioni per il futuro dell’esperimento iniziato da Lula e proseguito da Dilma. Preoccupazioni non tanto e non solo per una possibile sconfitta nelle prossime elezioni (peraltro non vicinissime, si terranno nell’ottobre 2014), quanto per uno snaturamento completo del progetto originario. Ne avevo già parlato più volte sul sito, ad esempio in Il Brasile e la sua funzione subimperialista, Brasil China latinoamericana, .Brasil - subimperialismo, in spagnolo e Il Brasile potenza sub imperialista, in italiano. Si veda anche il più recente Dossier “Brasile”..

Ma non sono il solo a pensarla così. Ad esempio perfino George W. Bush aveva avuto un occhio di riguardo per Lula poco dopo la sua elezione, invitandolo nella sua tenuta per discutere di un’alleanza Stati Uniti-Brasile per produrre insieme i famosi “biocombustibili” che, come dice Frei Betto, dovrebbero chiamarsi casomai “necrocombustibili”, perché cercano di utilizzare terreni fertili per produrre pseudobenzina “verde” per riempire i serbatoi delle auto, anziché riempire gli stomaci degli affamati della terra. Lula era l’unico capo di Stato latinoamericano che aveva avuto l’onore di un invito personale, e si era detto disponibile a creare una specie di OPEC dei biocombustibili. Intanto vaste zone del Brasile (e di paesi in cui è fortissima l’influenza e anzi la presenza brasiliana come il Paraguay e le province ex secessioniste della Bolivia) sono già state devastate dalla monocultura a soja o a canna o ad altri vegetali destinati allo stesso uso, che hanno distrutto la tradizionale piccola agricoltura di sussistenza, e hanno spesso richiesto la costruzione di grandi dighe che hanno ulteriormente ridotto la disponibilità di terre.

Ieri è uscito nell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique un documentato articolo dell’inviata speciale Anne Vigna (Brasile, la multinazionale che piace al governo) che raccomando di leggere perché ha ricostruito efficacemente la crescita spettacolare di una delle tre maggiori multinazionali con base in Brasile, la Odebrecht (le altre due sono ovviamente Petrobras e Vale, di cui ho parlato spesso). L’aspetto più sensazionale della vicenda di questa impresa, nata come azienda familiare di costruzioni nel 1944, con l’appoggio del presidente Getúlio Vargas, è che pur avendo beneficiato sempre dell’appoggio statale senza mai perdere le caratteristiche privatistiche, ha fatto il grande balzo proprio con l’appoggio di Lula e sotto la sua presidenza. Va detto che Odebrecht aveva puntato su Lula già dalle presidenziali del 1989, e ha finanziato tutte le sue campagne.

Anche quando ha ceduto la carica a Dilma Roussef, Lula ha continuato a seguire lo sviluppo di questa società e la sua crescente proiezione internazionale, compiendo numerosi viaggi in paesi latinoamericani e soprattutto africani per “vincere le resistenze” alla colonizzazione da parte della Odebrecht, e delle due imprese relativamente minori OAS e Camargo Corrêa. Naturalmente si è poi scoperto che le spese di viaggio, in almeno metà dei casi, erano state “generosamente” coperte dalle società interessate. Già durante i suoi due mandati (2003-2011), Lula aveva dedicato una grande attenzione all’Africa, visitandone venti paesi e aprendovi trentasette tra ambasciate e consolati. Il risultato è che in dieci anni la Odebrecht ha moltiplicato il suo volume d’affari, che è passato dai 5 miliardi di euro del 2002 ai 32,2 miliardi di euro del 2012.

Ritornerò a partire da altre fonti su alcuni casi africani di vera e propria colonizzazione, in particolare in quello del Mozambico, dove la Odebrecht ha suscitato grandi proteste della popolazione costretta a spostarsi per far posto a una gigantesca miniera di carbone a cielo aperto gestita insieme alla Vale. La Odebrecht, che aveva già prosperato sotto la lunga dittatura militare (1964-1985), nel frattempo ha allargato il campo delle sue attività, affiancando a quella della costruzione di dighe, la cantieristica navale e in particolare la produzione di sottomarini, convenzionali e anche nucleari, per allargarsi anche alla missilistica. Il Brasile infatti è diventato un grande produttore di armi, e nei soli quattro anni del secondo mandato di Lula di conseguenza il bilancio della difesa è cresciuto del 45%.

Ma anche i progetti di dighe (ce ne sono attualmente undici in costruzione simultanea in varie parti del mondo) vedono un finanziamento pubblico attraverso la BNDES (Banca nazionale di sviluppo economico e sociale), la banca che ha potuto fare prestiti alla Banca Mondiale. È vero che non sempre riescono bene: la diga di San Francisco costruita in Ecuador dalla Odebrecht nel 2006 grazie a un prestito di 241 milioni dollari concesso dalla BNDES, dovette essere chiusa l’anno dopo per gravi errori tecnici, che rischiavano di provocare un altro Vajont. Correa, che l’aveva inaugurata, fu particolarmente irritato, e cacciò la Odebrecht dal paese, col risultato di una grave crisi diplomatica, ritiro degli ambasciatori e rifiuto ecuadoriano di pagare il debito alla BNDES.

Insomma l’articolo, che occupa un paio di pagine, vale la pena di essere letto tutto con attenzione. Cercatelo, dovrebbe rimanere in edicola per tutto il mese.

Interessante anche un articolo di Gianni Ballarini sul numero di ottobre di “Nigrizia” (la prestigiosa rivista mensile dei missionari comboniani, di cui è stato direttore ed è collaboratore Alex Zanotelli),Mozambico. Terra di conquista, che registra l’allarme nella Chiesa mozambicana e in vari settori democratici del paese nei confronti di un alleanza a tre tra i governi di Mozambico, Brasile e Giappone, con l’obiettivo di trasformare un’area di 145.000 km2, quasi la metà della superficie dell’Italia, in “un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane, interessate alla monocoltura da esportazione”, in genere soja. Un progetto che avrà ripercussioni gravi su almeno quattro milioni di mozambicani. Il tutto col beneplacet del presidente del paese africano, Armando Guebuza (soprannominato “Guebusiness”), diposto ad introdurre la privatizzazione della terra, che invece in base alla costituzione in Mozambico appartiene allo Stato, che la affida ai contadini, senza che sia legittimo venderla. A questo progetto sono interessati più che le multinazionali, un gran numero di piccoli e medi imprenditori agricoli brasiliani, ma “il business dei minerali e dell’agroalimentare” sono strettamente legati. Infatti nella zona opera anche la Vale. Un tempo Companhia Vale do Rio Doce, è diventata oggi la seconda impresa mineraria a livello mondiale, che ha acquistato l’intero settore in Canadà, e opera anche in Perù, in Nuova Caledonia, e in altri paesi lontani come l’Indonesia.

In Mozambico per la sua miniera di carbone di Moatize la Vale ha bisogno di migliorare le infrastrutture ferroviarie, stradali e soprattutto il porto di Nacala, che interessa anche le esportazioni di soia e altri prodotti dell’agrobusiness e che dovrebbe quindi essere finanziato anche da altri settori economici. Le proteste hanno bloccato per ora i lavori, che pure sono caldeggiati, ovviamente, dal FMI. Ma fino a quando?

Segnalo anche e riporto integralmente in appendice un interessante articolo di Marco Ratti sulla Vale apparso sul sito ETicaNews, che è anche una recensione del libro Il prezzo del ferro – Come si arricchiscela più grande multinazionale del ferro” curato da Francesco Gesualdi e dal comboniano Dario Bossi. Eccolo:

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Alla multinazionale brasiliana del ferro il Public Eye 2012

Peggio di Vale nessuno mai

La brasiliana Vale ne ha combinate così tante da essersi meritata il premio del pubblico come peggiore multinazionale al mondo. Il riconoscimento meno ambito dalle aziende, ilPublic Eye Award 2012, è stato consegnato venerdì scorso durante il World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Si tratta di un attestato internazionale che mette alla berlina le imprese più disastrate quanto a sostenibilità ambientale e sociale (vai alla Hall of Shame con i vincitori delle scorse edizioni). L’evento è organizzato dalla Dichiarazione di Berna e da Greenpeace Svizzera (alla fine dell’articolo il pdf con gli interventi di chi ha partecipato alla premiazione).

La società mineraria ha battuto l’agguerrita concorrenza di altre cinque multinazionali, forse anche più note al grande pubblico: la giapponese Tepco (proprietaria dell’impianto nucleare di Fukushima), la coreana Samsung, la britannica Barclays (vincitrice del premio della giuria a causa delle speculazioni sul cibo), la svizzera Syngenta e l’americana Freeport McMoRan (leggi l’articolo di ETicaNews per saperne di più).

Al voto online (vai al sito) hanno partecipato più di 88 mila persone e, di queste, 25.042 hanno espresso la loro indignazione proprio per il comportamento della Vale (scarica il pdf con le principali motivazioni). Al secondo posto si è piazzata la Tepco, con 24.245 voti, al terzo la Samsung, scelta con 19.014 click.

A candidare la Vale per il Public Eye Award 2012 ci ha pensato l’International network of people affected by Vale tramite la rete brasiliana Justiça nos Trilhos e in collaborazione con le organizzazioni non governative internazionali Amazon Watch e International Rivers.

La multinazionale è la seconda compagnia del Brasile, la seconda impresa mineraria al mondo, il maggior produttore al mondo di ferro ed è presente in 38 Paesi. «La corporation – si legge nel sito del premio – ha una storia lunga 60 anni macchiata da continui abusi ai diritti umani, condizioni di lavoro inumane e sfruttamento della natura senza regole».

Nella selezione delle sei finaliste, inoltre, gli organizzatori del premio hanno dato importanza all’entrata della società nel consorzio Norte Energia, responsabile per la costruzione della diga Belo Monte sul fiume Xingu, in Parà (Brasile settentrionale). Quest’operacostringerà a sloggiare circa 40 mila persone, colpendo direttamente o indirettamente quattordici comunità indigene, allagando un’area grande come il lago di Costanza e prosciugando 100 chilometri di fiume della Volta Grade do Xingu.

Ma questa, a quanto pare, non è che la punta di un iceberg chiamato “irresponsabilità sociale d’impresa”. O almeno è questo che emerge dal libro “Il prezzo del ferro – Come si arricchisce la più grande multinazionale del ferro e come resistono le vittime a livello mondiale”. In questo testo pubblicato da Emi, infatti, i due autori analizzano il comportamento della multinazionale considerando il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, ognuno secondo le proprie specifiche competenze. Da una parte c’è Francesco Gesualdi, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e autore, tra l’altro, della famosa “Guida al consumo critico”. Dall’altra c’è Dario Bossi, missionario comboniano che vive da anni in Brasile, dove coordina la campagna “Sui binari di giustizia”.

Dal libro emergono le tappe che hanno portato la multinazionale alla deriva etica. Fondata nel 1909 per iniziativa di un imprenditore degli Stati Uniti, nel 1942 l’impresa passò allo Stato brasiliano, che la ribattezzò Companhia Vale do Rio Doce (Cvdr). E nel 1995 venne messa in vendita con un’operazione che sollevò molte critiche (secondo l’allora direttore operativo, Fabio Barbosa, il valore reale della società era di 40 miliardi di dollari, mentre venne ceduta per un miliardo e mezzo).

In pochi anni la Cvdr, oltre ad avere cambiato il nome in Vale, «ha aumentato di quattro volte il suo capitale ed è diventata una potente multinazionale» e «oggi è un colosso con 145.000 dipendenti e un fatturato, al 2008, di 39 miliardi di dollari, superiore al prodotto interno lordo di un Paese come il Kenya». La società, si legge ancora nel testo, «possiede miniere di carbone in Australia e Mozambico, miniere di nichel in Canada e Indonesia, industrie metallurgiche in Nord America ed Europa». Anche se il caposaldo dell’attività resta l’estrazione di ferro in Brasile.

Limitando il discorso al Paese sudamericano e al settore siderurgico – Vale ha guadagnato molto godendo anche di incentivi per il settore agricolo – gli autori arrivano alla conclusione che «ha prevalso la logica del guadagno» e «il risultato è stato l’arricchimento di pochi alle spalle della natura, dei lavoratori, della collettività». Nel dettaglio, il maggiore sviluppo industriale si è avuto in un corridoio di 150 km, tra Marabà e Açailândia, dove si trovano una quindicina di stabilimenti, tutti per produzione di ghisa e causa di forte inquinamento: scorie di carbone, fenoli, anidride carbonica, polveri sottili. E nella sola città di Açailândia, le cinque imprese presenti, cioè la Vale do Pindaré, Viena, Siderùrgica, Guda Nordeste, Fergumar e Simasa, «gestiscono in tutto quattordici altiforni» e «nessuno di essi è dotato di filtri, le polveri di carbone si disperdono per l’aria, ricadono sul quartiere circostante depositandosi ovunque». Con conseguenze che è facile immaginare: «Inevitabile il propagarsi della malattie: allergie, asma, bronchiti, emicranie, tumori».

E il danno ambientale non si limita all’inquinamento. Per produrre una tonnellata di ghisa, infatti, serve circa una tonnellata di carbone, che a sua volta richiede molto legno per essere prodotto. E così è stato scelto di coltivare l’eucalipto, una pianta che cresce facilmente, in tempi brevi e che è in grado quindi di assicurare carbone a basso prezzo. Peccato, però, che  queste «piantagioni uccidono la biodiversità, fanno sparire migliaia di specie animali e vegetali». E intanto «la foresta amazzonica continua ad essere distrutta al ritmo di 22.000 chilometri quadrati all’anno».

Tralasciando su molti altri particolari, gli autori mettono in evidenza che «le peggiori forme di lavoro si trovano nelle carbonaie, luoghi deputati alla trasformazione del legno in carbone». Fra Marabà e Açailândia se ne contano a migliaia e in particolare le numerose carbonaie organizzate come ditte individuali «si avvalgono della mano d’opera dei più disperati», «sporchi, denutriti, ammalati, sono tenuti addirittura in schiavitù: senza orario, senza riposo, senza un tetto degno di questo nome, senza salario, senza la libertà di allontanarsi». Tanto che negli anni passati gli ispettori del lavoro brasiliani hanno fatto emergere almeno 300 casi di schiavitù in questo settore.

Ma che cosa c’entra la Vale in tutto questo? Innanzi tutto, «nel 2004 Vale è stata al centro di uno scandalo perché intratteneva rapporti commerciali con imprese indagate per l’utilizzo di lavoratori in schiavitù», la Simasa e Margusa. «La notizia del ritrovamento di schiavi nelle carbonaie fece il giro del mondo, la reputazione delle imprese siderurgiche ne uscì ammaccata». E così i colossi più grandi decisero di costruirsi le proprie carbonaie. «Anche Vale optò per questa soluzione, nel 2005 allestì propri forni nei pressi di Açailândia per rifornire i propri stabilimenti di ghisa sotto il nome di Ferro Guso Carajàs». Ma questa scelta continua a produrre danni: «La carbonaia industriale si trova a ridosso del quartiere California, più di duemila persone sono costrette a respirare il fumo che esce dai 70 forni allestiti da Vale», «molti lamentano difficoltà respiratorie, sinusiti, congiuntiviti». E le promesse pare siano rimaste carta straccia: «Nel 2006 l’impresa aveva promesso di installare dei filtri ai camini e di ridurre l’attività carbonifera, ma non l’ha mai fatto». Ancora una volta, è la conclusione, «il denaro ha avuto la meglio sulle persone».

I danni procurati da Vale, inoltre, sono legati alla ferrovia: per trasportare il ferro dalle miniere del Carajas al porto di Sao Luis, «ogni giorno centinaia di vagoni, convogli interminabili, corrono su e giù per la strada ferrata». E visto che i binari corrono liberi, senza alcuna protezione, «gli incidenti si contano a centinaia» e «Vale non spende per la sicurezza», anche se ogni anno lungo la ferrovia corrono 100 milioni di tonnellate di ferro, una media di 300.000 tonnellate al giorno.

In conclusione, per dirlo con i numeri riportati dal libro, «nel 2008 l’attività produttiva di Vale ha lasciato sul terreno 657 milioni di tonnellate di residui minerari e metallurgici che pongono i suoli e i corsi d’acqua a rischio di contaminazione». Inoltre, «nello stesso anno, Vale ha prodotto 487.000 tonnellate di anidride carbonica, ha consumato 335 milioni di metri cubi di acqua e ha rilasciato 1.562 metri cubi di residui chimici quali alcol, carbonati e altri inquinanti».

Infine, il libro analizza la controversa presenza della Vale in Canada (attraverso la Inco), Perù (la filiale si chiama Miski Mayo s.a.), Nuova Caledonia (Goro Nickel), Indonesia (Inco). In ognuno di questi Paesi sono segnalati problemi con i lavoratori (basti ricordare gli scioperi durati diversi mesi in Canada tra il 2010 e il 2011), con le comunità locali e con le associazioni di difesa dell’ambiente, molto critiche nei confronti delle sue azioni.

Marco Ratti

Da [email protected]ETicaNews

Scarica i pdf con gli interventi dei relatori:
- Joseph Stiglitz;
- Amy Horton;
- Kumi Naidoo;
- François Meienberg



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