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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Padura Fuentes parla del suo romanzo, di Cuba e della sinistra

Padura Fuentes parla del suo romanzo, di Cuba e della sinistra

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“NON MI AZZARDO A PREDIRE IL FUTURO DI CUBA”

Intervista di Pablo Stefanoni a Leonardo Padura Fuentes

 

L’importanza di questa intervista, nella prima parte per la ricostruzione della nascita del romanzo L’uomo che amava i cani, nell’ultima per le riflessioni sulle contraddizioni attuali di Cuba, ma anche sulla necessità per la sinistra di ricostruire una prospettiva utopica, mi aveva spinto a pubblicarla subito in spagnolo (Padura - Stefanoni - El futuro de Cuba). Ma i lettori sono stati ancora troppo pochi, dato che non molti riescono a leggere bene in spagnolo un testo così lungo e articolato, e quindi, grazie a uno sforzo notevole della traduttrice, eccolo anche in italiano. Vedrete che valeva la pena (a.m.17/10/13)

 

L’uomo che amava i cani – il romanzo su Ramón Mercader, l’assassino di Trotskij in Messico – segnò un prima e un dopo nella traiettoria letteraria di Leonardo Padura, fino ad allora noto per i suoi libri polizieschi, con protagonista Mario Conde. L’impatto fu immediato, ma la trasmissione di bocca in bocca ne estese la circolazione a un ventaglio di generazioni diverse e di persone di diverso pensiero politico. Si tratta di un libro che parla delle principali utopie del XX secolo: la Rivoluzione russa, la Guerra civile spagnola e la Rivoluzione cubana, con i loro drammatici orizzonti futuri, nel combinarsi di previsioni, sconfitte e stranezze. Che un libro così si potesse pubblicare a Cuba (c’è di più: quell’opera fu decisiva perché Padura ottenesse l’anno passato il Premio nazionale per la Letteratura) dimostra i cambiamenti che attraversano l’Isola. Questa intervista è la versione abbreviata del dialogo pubblico svoltosi nella Fiera del Libro di Buenos Aires nell’aprile di quest’anno, cui Padura ha partecipato su invito delle Edizioni Tusquets, la Fondazione “Il Libro” e “Nuova Società”. Nelle righe che seguono, lo scrittore ripercorre la costruzione del suo libro, così come la nuova realtà cubana, contrassegnata da un insieme di riforme il cui esito finale, come segnala lui stesso, è in preda a pronostici troppo semplicistici. Non solo hanno perso quanti scommettevano che l’utopia cubana avrebbe dato vita a una società nuova e migliore, ma anche coloro che si affrettarono ad augurarne il crollo. (p.s.)

 * * *

Pablo Stefanoni– Che cosa ha indotto un autore cubano a scrivere un libro come L’uomo che amava i cani, in un paese in cui la figura di Trotskij era sconosciuta, estranea ai mezzi di comunicazione di massa e ai testi ufficiali? Ancor più la figura di Mercader, che pur essendo vissuto a Cuba per diversi anni, era un personaggio clandestino, che utilizzava un nome falso e che nessuno sapeva che stesse lì.

 

Leonardo Padura– Uno non sa mai da dove realmente vengano fuori le idee del romanzo che scrive. Io, perlomeno, non lo so. Talvolta compaiono nei luoghi più insospettati, come una scintilla. Per esempio, c’è un mio romanzo che è circolato qui molto poco, intitolato Il romanzo della mia vita, che in qualche modo costituisce il precedente de L’uomo che amava i cani, perché per poterlo scrivere dovetti fare tutta una ricerca storica. E questo romanzo è nato semplicemente dalla lettura di una lettera di un poeta cubano degli inizi del XIX secolo, José María Heredia, un poeta molto importante nella letteratura cubana e ispano-americana. In una lettera che scrive allo zio dal confino (era stato legato a un movimento indipendentista), gli dice: «Quando finirà il romanzo della mia vita perché ne cominci la realtà?». Nel leggere questa frase, mi resi conto di come lo stesso José María Heredia ritenesse che la sua esistenza fosse un romanzo. E allora pensai: come è possibile che non esista il romanzo della vita di Heredia? Ed è partendo da lì che decisi di scrivere quel libro. Nel caso de L’uomo che amava i cani, credo che le origini siano state un po’ più complicate. Penso che molte volte la non conoscenza obbligatoria stimoli la curiosità, e questa ci porta a cercare di conoscere. E fu quel che mi accadde con la vicenda di Trotskij. All’epoca in cui facevo l’università e cominciavo a fare qualche lavoro come giornalista in riviste culturali e in un giornale cubano, la figura di Trotskij non esisteva. Si trattava della stessa politica che era stata seguita in Unione sovietica, dove Trotskij era sparito, persino dalle foto storiche, in cui tutti sapevano che compariva questo personaggio che aveva avuto un’importanza cruciale nella Rivoluzione d’ottobre. E allora mi dissi: “Voglio sapere perché questo personaggio è così tremendamente cattivo”. E me ne andai alla Biblioteca Nazionale per vedere quale letteratura esistesse su di lui e trovai che c’erano uno dei due tomi della sua biografia, La mia vita, piuttosto malconcio, e due libri pubblicati in Urss da una casa editrice che si chiama “Progresso”, che pubblicava libri in lingue straniere. Uno di questi si intitola Il traditore Trotskij e l’altro Il rinnegato Trotskij. Era chiarissimo quale posizione potesse esistere sulla figura di Trotskij. Bene, quel traditore e rinnegato, che ebbe un’importanza storica tanto grande, merita che si cerchi di sapere qualcosa di lui. Tuttavia, dove attingere questa conoscenza?

La prima volta che andai in Messico, nel 1989, chiesi a un amico di portarmi alla casa dove Trotskij aveva vissuto, a Coyoacán, e dove era stato assassinato. E in quel momento la casa era il Museo del Diritto di Asilo. In pratica, arrivai in un posto abbandonato, polveroso, con quegli enormi muri, eretti perché Trotskij si potesse proteggere da un assassino che sapeva che Stalin prima o poi gli avrebbe mandato, e che alla fine risultarono inutili, perché l’assassino entrò in casa sua in modo semplice e incredibile. E provai una grande commozione vedendo quel luogo così remoto, così protetto, così abbandonato.

Vari anni dopo, venni a sapere fortuitamente che Ramón Mercader era vissuto quattro anni a Cuba, dove era morto. Anche questo costituì per me una sorta di commozione perché, come chiunque altri, avrei perfettamente potuto incrociarlo in una qualche strada dell’Avana. E se fosse successo, e anche se quella persona mi avesse detto il suo nome, io sarei andato avanti tranquillo e contento, non avendo la più pallida idea di chi fosse Mercader. E magari mi sarei soffermato, come accade al protagonista del romanzo, sui suoi due cani. In seguito, sono andato conoscendo alcuni testi sui processi di Mosca, sulla collettivizzazione all’epoca di Stalin. Soprattutto perché si cominciarono a pubblicare alcuni documenti contenuti negli archivi sovietici dopo la disgregazione dell’Urss. Mi ricordo che una delle prime nozioni su Trotskij, ancora molto sbiadita, mi venne da una pubblicazione sovietica dell’inizio della perestrojka. C’erano due riviste che circolavano a Cuba: una si chiamava Novedades de Moscú [la versione in spagnolo di Moskovskye Novosti] l’altra Sputnik. Rientravano nel movimento della glasnost, che si stava sviluppando in Urss, e furono poi vietate a Cuba perché dicevano, tra l’altro, che era esistito un personaggio di nome Lev Trotskij.

Credo che il cumularsi di questi dati dell’evidenza abbia destato in me la scintilla da cui nacque l’interesse a scrivere il romanzo, che è stato alquanto complicato. Ci sono voluti cinque anni di lavoro. I primi due di sola indagine, di ricerca di libri e documenti nei luoghi più insoliti: se amici messicani riuscivano a trovare dei materiali me li mandavano; se ero in Spagna cercavo nelle librerie; soprattutto documenti venuti fuori da quel processo di apertura degli archivi di Mosca. E andai avanti così, fino ad avere un’idea del personaggio e, soprattutto, di chi potesse essere stato Ramón Mercader. Dico potesse, perché Mercader era storicamente una persona, ma senza storia. E questo, nel corso del romanzo, ha giovato perché mi ha permesso, a partire dai dati frammentari e storicamente accertabili su Mercader, di creare un personaggio abbastanza romanzesco, a differenza di Trotskij, sul quale ci sono effettivamente molte informazioni.

 

P. S.– Come ha giocato il caso nella stesura del suo libro?

 

L. P.- Ho persino in progetto di scrivere qualcosa di simile a quel che ha fatto Umberto Eco con Il nome della rosa, vale a dire le postille al mio libro. Ci sono, infatti, tutta una serie di storie che ruotano intorno alla scrittura stessa del romanzo che non entravano nel libro. Andava fatta una selezione di elementi pertinenti o meno rispetto al romanzo, alcuni dei quali connessi alla vita di Mercader a Cuba. Ovviamente viveva sotto falso nome. Si chiamava Jaime Ramón López, il nome assegnatogli a Mosca quando esce dal carcere messicano, nel 1960. Vive a Mosca 14 anni, e nel 1974 riesce ad andare a Cuba. Immagino sia stato in seguito a un accordo fra i due governi. La moglie che aveva, che doveva essere quella che andava a trovarlo in carcere, era messicana ed era andata a vivere con lui in Urss. Ma non reggeva la vita di Mosca, né i rapporti con i russi, né il freddo, e non faceva che insistere per cercare un’alternativa. Sembra che Cuba fosse l’unica che si presentò. Quest’uomo che a Cuba viveva nell’anonimato, con falso nome, doveva naturalmente avere rapporti con determinate persone. Pochissimi sapevano che si trattasse di Mercader. Ma capitarono due o tre cose assai curiose, quelle che vorrei appunto raccontare in quest’altro libro. Una è, ad esempio, che i cani di Mercader, quei levrieri russi, figurano in un film cubano, I sopravvissuti, del principale regista di Cuba, Tomás Gutiérrez Alea. Egli voleva fare un film a partire dal racconto di uno scrittore cubano, che narra la storia di una famiglia dell’alta borghesia che, quando trionfa la Rivoluzione, decide di rinchiudersi in una fattoria con un’enorme dimora, aspettando che finisca quel che succede fuori per potersene tornare alla sua vita normale. Stava procedendo nelle sue riprese e voleva che quella famiglia dell’alta borghesia cubana possedesse dei cani all’altezza del suo potere economico e della sua classe. E un giorno, camminando per una strada molto importante di Cuba, la Quinta Avenida (Gutiérrez Alea approfittava spesso del fatto di andare a passeggio con la moglie, che era attrice, per parlare dei loro progetti), si accorse all’improvviso che, in senso contrario stava passeggiando un uomo con due cani; appena li vide esclamò: “Questi sono i cani della mia famiglia borghese!”. Allora prese a passeggiare tutti i giorni per quella strada, finché non incontrò di nuovo quell’uomo e gli disse: “Guardi signore, io sono un regista cinematografico e vorrei usare i suoi cani per un film». Ramón Mercader gli rispose evasivamente: “Bene, mi lasci vedere”, ma rimasero in contatto. Immagino che Mercader abbia dovuto parlare con le persone che si occupavano di lui a Cuba e debba aver loro raccontato cosa fosse successo e che il regista abbia ricevuto una visita in cui gli debbano aver detto chi fosse realmente quell’uomo. Come si raggiunse l’accordo? Non lo so, perché Gutiérrez era già morto quando venni a sapere di questa storia. E la moglie, Mirtha Ibarra, ricorda ben poco di come sia andata.

L’altra storia interessante su questo anonimato di Ramón Mercader, che è uno dei misteri complicati nella sua vita, piena di misteri, comincia più o meno così. È complicata. Mio padre si ammala di cancro al naso e, tramite un amico, mio ex compagno di scuola, raggiungo un contatto con l’ospedale oncologico dell’Avana e riesco ad ottenere che se ne occupi il migliore specialista di Cuba in materia. Questo signore, morto poco fa, era una persona molto colta. Aveva letto Il romanzo della mia vita e gli era piaciuto molto e subito stringemmo un buon rapporto. E mio padre vive ancora, per cui possiamo dire che quel signore fosse un eccellente oncologo. Il dottor Azcue, così si chiamava, mi chiese un giorno: “Che cosa sta scrivendo ora?”, e io gli raccontai che stavo preparando un romanzo sull’assassinio di Trotskij, sul suo assassino Ramón Mercader. E lui: “Io ho avuto una vicenda incredibile con quel personaggio. Sono stato io a diagnosticarli il cancro. Un giorno che ero qui in ospedale, mi chiama il direttore per dirmi che dovevo andare in direzione a visitare un paziente”. Di solito i pazienti si visitano facendo consulti. Quando arriva, vede lì il signore, un uomo di oltre sessant’anni, lo esamina e mi dice che fin dal primo esame si era reso conto che aveva un cancro alle tonsille in stadio molto avanzato. Il mistero è questo: il dottore mi dice che non si spiegava come mai questo signore, che si era fatto vedere in vari ospedali di Cuba e di Mosca, non aveva avuto fino ad allora nessuna diagnosi. Era così evidente che lo stesso Azcue cominciò a dubitare delle proprie capacità e chiamò il suo assistente, il dottor Cuevas dicendogli: “Cuevitas, guarda questo paziente”. Appena l’assistente lo vide disse che si trattava di un cancro alle tonsille. Gli prescrivono allora un trattamento quasi palliativo, sapendo che era già in una fase molto avanzata e non c’era niente da fare. E l’uomo sparisce dall’ospedale e loro non ne sanno più nulla. Questo succede all’incirca nel marzo del 1978. Ma capita che, il 21 ottobre di quell’anno, Azcue e “Cuevitas” prendano un aereo delle Aerolíneas Argentinas per recarsi a un congresso di oncologia qui in Argentina, E in aereo danno loro un giornale argentino. Si mettono a leggere e a pagina sei o sette vedono la notizia che a Cuba era morto l’assassino di Trotskij. Quando vedono la foto, entrambi si rendono conto che era quello l’uomo al quale avevano diagnosticato il cancro. Evidentemente, se non fossero saliti su quell’aereo in quel giorno, e non avessero trovato un giornale non pubblicato a Cuba, ci sarebbe voluto molto tempo prima di sapere, o forse non se ne sarebbero mai accorti, che fosse Ramón Mercader colui al quale avevano diagnosticato il cancro.

Sono queste alcune delle storie che voglio raccontare in questo libro, perché dimostrano fino a qual punto sia stata segreta la storia della permanenza di Mercader a Cuba. E fu talmente anonima che, quando muore, ne portano la salma in Urss, lo seppelliscono e sulla sua lapide mettono il nome di “Ramón López”. Solo nel 1994 misero il suo nome vero.

 

P. S.– Nel libro, oltre a Trotskij e Mercader, lei crea un personaggio, chiamato Ivan, che le consente di parlare della Cuba di oggi. Lei crede, a proposito dell’accoglienza del libro (e vorrei anche chiederle quale sia stata), che sia stato più scomodo questo recupero della storia di Mercader o lo sia la storia specifica di Ivan, uno scrittore frustrato che finisce per diventare, per i suoi atteggiamenti scarsamente corrispondenti a quelli che ci si aspettava allora da uno scrittore, il correttore di bozze di una rivista di veterinaria? Questa storia sembra la vena in cui si innesta una visione critica dell’attualità cubana.

 

L. P.– Nel romanzo, il personaggio di Ivan ha un ruolo fondamentale. Io volevo certamente scrivere un romanzo sull’assassinio di Trotskij, sul suo assassino e sulle circostanze che ruotano intorno a questo fatto e a questi personaggi storici. Ma non volevo scrivere un romanzo che riflettesse soltanto il processo storico con la maiuscola. Mi serviva che fosse un romanzo cubano. Che la prospettiva, il modo di vivere a Cuba, fosse quella che percorreva l’intera storia. Mi serviva quindi un personaggio cubano che in qualche modo le desse questo senso e apportasse la mia esperienza personale come cubano, la mia esperienza generazionale di uno che ha vissuto un periodo di questo complesso processo storico. Per questo il personaggio di Ivan, uno scrittore che scrive un primo libro di racconti con un certo successo negli anni Settanta, un’epoca piuttosto buia della cultura cubana. Ma quando scrive il secondo libro ha già problemi con diversi livelli della censura, della burocrazia e come scrittore conosce il disincanto. Lo vince la paura. E questo personaggio di Ivan è in certo qual modo la chiave dell’intera storia ed è poi quello che la trasmette, a partire dalla conoscenza che ha di un personaggio che si chiama Jaime López, che passeggia con i cani lungo la spiaggia e che gli racconta la storia del suo presunto amico Ramón Mercader.

Ivan è un personaggio sul quale ho dovuto lavorare molto quando sono riuscito a concepirlo e a dargli una forma definitiva, Ricordo di aver ricominciato a scrivere forse cinque o sei volte la sua storia. A un certo punto erano due personaggi, uno che raccoglieva la storia e un altro che la scriveva. È stato difficilissimo assegnare una storia definitiva a questo personaggio, perché a parte il fatto di contenere una componente reale molto importante, non è in sé un personaggio reale; è un personaggio simbolico. Io raccolgo in lui un’intera esperienza generazionale rispetto a quella che è stata la vita a Cuba dagli anni Settanta fino al presente. Persino la sua stessa morte ha un carattere simbolico. Ed esprime in buona misura quello che fu, dal punto di vista umano, l’esperienza della pratica socialista a Cuba.

Tutte le volte che finivo di scrivere un libro, mi dicevo: “Questo a Cuba non lo pubblicheranno”. Nel caso de Il romanzo della mia vita, non solo a Cuba lo si è pubblicato, ma ha vinto il Premio della Critica. Mi faccio però sempre questa domanda. Nel caso de L’uomo che amava i cani, non me la feci nemmeno e mi dissi: “Questo a Cuba non si pubblica”. Il romanzo uscì a Barcellona nel 2009 ed io, per non essere troppo sospettoso, una volta pubblicato andai a trovare la direttrice della casa editrice con la quale pubblico a Cuba, l’Unione degli Scrittori, portando con me un dischetto e una copia del romanzo, dicendole: “Il romanzo è già uscito in Spagna, lo metto nelle tue mani e decidi tu”. La decisione è stata di pubblicarlo. Fu presentato alla Fiera del Libro del 2010 e quel che è accaduto è stato terribile perché, diversamente da quel che succede in Argentina che quando il libro si esaurisce qualcuno ne va a prendere un’altra cassa, a Cuba è esaurito e basta. La frase “è esaurito” ci ha perseguitato per cinquant’anni e tutti temono di sentirla. E quel giorno accadde. Si pensava vi fossero 500, 600 copie per la presentazione, e i librai cominciarono a prenderle sapendo di poterle poi rivendere, erano stati rubati libri del magazzino… perché dal momento che il libro era circolato in Spagna, già molta gente era riuscita a leggerlo o ne aveva sentito parlare. In quell’occasione io cominciai dicendo di sentirmi molto contento, soprattutto perché avevo avuto la prova che tante volte potevo sbagliarmi, ma questa volta mi ero sbagliato di grosso a pensare che il libro non si sarebbe pubblicato a Cuba e che non sarebbe circolato. Il romanzo vinse il Premio della Critica, recentemente è stato ristampato, ne abbiamo fatto una presentazione all’ultima Fiera del Libro dell’Avana portando 1000 copie, vendute in 40 minuti, e ho dovuto firmarne 800. Mi è stata poi consegnata una targhetta per il “libro più venduto in meno tempo” alla Fiera del Libro dell’Avana. E con mia sorpresa, questo libro è stato fondamentale per farmi assegnare il Premio nazionale di Letteratura, il principale riconoscimento letterario ufficiale del mio paese. Non lo aveva ottenuto nessun altro scrittore della mia generazione. E credo abbia costituito un dato evidente del fatto che determinate concezioni stanno cambiando a Cuba. Che certi spazi si stanno aprendo, pur se non così ampi come vorremmo. E penso che questo sia stato il risultato di una lotta di molti anni. Ed io sono parte di una generazione di scrittori che cominciò a pubblicare negli anni Ottanta, usciti da poco da un decennio terribile nel quale rimasero emarginati moltissimi scrittori, compresi alcuni che sono dei classici della lingua come Virgilio Piñera o [José] Lezama Lima, morti ancora sotto ostracismo. Siamo stati una generazione che ha lottato per anni per innalzare i livelli di tolleranza della burocrazia cubana su quel che può e deve essere la letteratura. E credo che bene o male abbiamo conquistato qualcosa.

 

P. S.– Parlando della sua generazione, in Passato remoto [1991], il primo della serie di Mario Conde, uno dei protagonisti, Miki Cara de Jeva, descrive questa generazione, quella di chi alla fine degli anni Ottanta aveva trent’anni e un po’ più, come una «generazione senza testa, senza luoghi e senza coglioni». E questa è anche la generazione che dovrà succedere a Fidel e Raúl Castro. Allora, con una simile descrizione, quale futuro attende Cuba?

 

L. P.– In certi momenti ho anche detto che appartengo a una generazione per cui, in momenti come questi, siamo troppo vecchi per ricominciare da capo, ma troppo giovani per restarcene a braccia conserte. Ci troviamo in una situazione assai complicata. Cuba è un paese che sta cambiando, soprattutto per quanto riguarda le sue strutture economiche, che a loro volta stanno provocando mutamenti delle strutture sociali, per quanto la sostanza politica del sistema rimanga inalterata, perlomeno fin qui. Ad ogni modo, una sommatoria di mutamenti economici e sociali può provocare anche cambiamenti politici.

Nel momento di maturità della mia generazione, quando avevamo trent’anni e un po’ più, si verifica la scomparsa dell’Urss e cominciamo a vivere quello che a Cuba si chiamò – molto eufemisticamente – il “periodo speciale”, una profondissima crisi economica, in cui praticamente non c’era niente. Si diceva addirittura che era possibile un’operazione a carattere nazionale che si sarebbe chiamata “Opzione zero”, e cioè che sarebbe sparito tutto e noi cubani saremmo dovuti andarcene a vivere in campagna, a cucinare con la legna e ad andare a caccia di passeri per mangiare. Tutto questo significò il crollo delle possibilità per la mia generazione. Tanto che i figli della mia generazione, quelli nati poco prima del1989 o agli inizi degli anni Novanta, in buona misura sono emigrati da Cuba, preferendo non subire la stessa sorte dei progenitori.

Penso che a volte, come si dice, un’immagine spieghi meglio delle mie parole. Che un caso concreto spieghi meglio delle teorie. Ad esempio, io ho problemi di ernia del disco ed ho un amico neurochirurgo che mi cura quando mi fa male la spalla. Questo medico, che apre la spalla o la testa a un paziente per operare, per vari anni andava da casa sua all’ospedale in bicicletta. Faceva un tragitto non tanto lungo, di 5-6 chilometri. E lui mi spiegava che lo faceva in anticipo rispetto all’orario in cui doveva mettersi al lavoro, perché quando arrivava all’ospedale si chiudeva in una sala per aspettare che i suoi muscoli si rilassassero per poter sentirsi in condizioni di operare. Quel medico, che sicuramente non aveva una macchina e se la avesse avuta non avrebbe potuto metterci la benzina, percepiva uno stipendio di 500-600 pesos. Naturalmente, una persona che lavora in un albergo a portare valige, ricevendo mance di 3-4 dollari al giorno, praticamente niente, guadagnava dieci volte più del medico. L’impossibilità di trovare una soluzione dei problemi della vita quotidiana di questa generazione ha molto a che vedere con lo stato d’animo di cui parlavo. C’è però anche un elemento che ritengo importantissimo, ed è l’aver potuto scoprire, attraverso letture o documenti che siamo venuti conoscendo in quegli anni, che molte delle storie che conosciamo non sono andate realmente come ce le hanno raccontate. Questo ha avuto molto a che fare con la sensazione di disincanto. Tanto che la letteratura scritta da noi nel decennio Novanta è stata definita con abbastanza precisione da un critico come «letteratura del disincanto».

Che succederà nel futuro con questa generazione sul piano politico? Non lo so davvero. Le elucubrazioni sul futuro nel caso di Cuba di solito sono abbastanza inesatte, e io non mi azzardo a tentare di fare predizioni. C’è un giornalista, per l’appunto argentino, che lavora negli Stati Uniti, Andrés Oppenheimer, che ha scritto venti anni fa un libro intitolato Gli ultimi giorni di Fiedel Castro. Di modi di sbagliarsi ne esistono molti, ma questo fu uno di quelli grandi. Per questo credo che questa elucubrazione sul futuro dobbiamo riservarla per quando, entro due o tre Fiere del Libro, potremo tornare a parlare specificamente di questo argomento.

 

P. S.– Una delle riforme ha a che vedere con le politiche migratorie, probabilmente una delle più importanti negli ultimi anni. C’è in Passato remoto una bella frase al riguardo, in cui uno dei personaggi dice: «Lei sa che cosa significa viaggiare nel nostro paese. Chi viaggia si sente diverso, prescelto. È come se rompesse la barriera del suono». Questo dipendeva dal fatto che viaggiare era (ed è ancora) molto difficile, in molti casi si trattava  di viaggi premio all’interno dello Stato, c’era bisogno di un permesso. Ora i cubani hanno cominciato a viaggiare più liberamente. La stessa bloghera Yoani Sánchez ha quasi girato il mondo e non è successo niente. Molti si aspettavano che l’isola si svuotasse o che vi sarebbe stata un’enorme ripercussione, ma alla fine non ha fatto altro che ripetere quel che diceva dalle sue colonne su El País in Spagna. Alla fine, quindi, ne valeva la pena?

 

L. P.– Credo che, nel suo momento, la politica migratoria cubana ebbe, se è possibile dirlo, una qualche sua ragion d’essere. All’inizio della Rivoluzione cubana, infatti, cominciano ad andarsene praticamente tutti i professionisti, e questo creò carenza di personale, ad esempio nella sanità. A partire di lì, questa politica entra nella logica delle politiche migratorie dei paesi socialisti. A me è sempre parso un controsenso il fatto che alla gente che vive nella migliore delle società possibili, quella socialista, non si permetta di uscire perché si ha paura che non torni. Questo contraddice l’essenza stessa del sistema. Se si sta in paradiso, nessuno vuole andarsene all’inferno. C’è un film spagnolo, I lunedì al sole [2002], in cui un personaggio rumeno se ne esce con una tirata geniale: «Questa fottuta storia è che tutto quello che ci hanno detto del capitalismo era la verità. E tutto quello che ci hanno detto del socialismo era menzogna”. Credo che questo spieghi un po’ la sensazione della gente, o il bisogno di cercare altri orizzonti per motivi economici, politici, o quali che siano.

Finalmente, a Cuba si è andato allentando il problema dei permessi per poter viaggiare, mantenendo restrizioni per determinate persone o professioni con cui c’erano problemi. Ora, c’è un’apertura totale. Il caso di Yoani Sánchez è il più noto, perché per vari anni non le avevano permesso di muoversi. Ha fatto il giro del mondo in 80 giorni e, come lei ha ben detto, fuori da Cuba ha detto le stesse cose che diceva dentro, e non è successo niente. Credo che la cosa più intelligente che abbia fatto il governo cubano è spostare sull’altro marciapiede il muro di contenimento. Infatti, per poter andare da qualsiasi parte serve non solo un passaporto ma anche un visto. I visti nordamericani per i cubani sono molto complicati ed è molto complesso emigrare là. Lo è anche per il resto d’Europa. Credo oggi che ci siano più spagnoli che pensano di venire a Cuba che non viceversa… Magari avviano un negozietto e gli va meglio, perché in Spagna la faccenda è abbastanza complicata.

Questo ha dimostrato come non fosse necessario restringere una libertà essenziale degli individui che è il diritto di vivere nel posto che vogliano. Credo che l’essenza del sistema socialista sia che esista il massimo di democrazia e che la gente viva con il massimo di libertà. Altrimenti, non è un sistema socialista. Quindi, avere misure e leggi come quelle che c’erano contraddiceva la stessa sostanza politica e filosofica del sistema.

 

P. S.– Le riforme economiche stanno generando disuguaglianze sociali. Ci sono molti lavori o ricerche che mostrano che c’è l’intenzione che queste riforme, che in qualche modo sono pro-mercato, procedano in quanto consentono in qualche modo di migliorare l’esistenza quotidiana; Per altro verso, tuttavia, vi è anche una sorta di rimpianto per un passato in cui tutti eravamo uguali, in cui c’era povertà ma anche uguaglianza. E, al livello ideologico, tempi che a volte lei definì «l’epoca della credulità felice». Come si combinano, allora, entrambi i fenomeni?.

 

L. P.– Ci fu un momento, negli anni Ottanta, in cui noi cubani potevamo vivere quasi normalmente bene con il nostro salario. In quell’epoca io mi ero laureato da poco e ricordo che con mia moglie ci potevamo permettere di andarcene per una settimana in un albergo a Varadero. Non lo consideravamo un lusso. Bisognava solo arrivare molto presto al luogo dove si facevano le prenotazioni, altrimenti non c’era più posto. Molto presto, alle sei del mattino, e fare la coda. E allora si poteva trascorrere una settimana in un alberghetto normalissimo, ma con una spiaggia meravigliosa. Si poteva anche andare al ristorante con il denaro che si guadagnava. Negli anni Novanta questo sparì. Da quel momento le cose si complicarono moltissimo. E una delle misure che si dovettero inevitabilmente prendere fu quella di permettere la circolazione del dollaro a Cuba. Fino a quel momento il possesso di divise era legalmente perseguibile. Ci fu un momento in cui, se per caso uno si trovava in un posto in cui non doveva trovarsi e ti fermava un poliziotto e tu avevi dei dollari nel portafogli ti potevano mettere in carcere per questo. Il giorno dopo, se non avevi cinque dollari non potevi comprare il latte per i figli, perché si trovava solo in dollari al mercato nero.

Quel che è certo è che ora comincia ad esservi una differenziazione di possibilità. E quel che capita è che tale differenziazione non ha a che vedere con le capacità dell’individuo. Il medico continua a guadagnare 500-600pesos mensili, ma qualcuno che si dedica a fare pizze nel portone di una casa può guadagnare la stessa cifra in un giorno. O qualcuno che ha la fortuna di avere un fratello che gli vuole molto bene, che vive a Miami e gli manda 100 dollari al mese a quel punto riceve quattro volte quello che guadagna il medico.

L’esistenza della doppia moneta è l’altro problema: il peso cubano e il peso convertibile [cuc], visto che è il dollaro stato tolto dalla circolazione e va cambiato con questa moneta. I salari si guadagnano in pesos cubani, ma oltre il 50% della spesa per la sussistenza quotidiana avviene in pesos convertibili. C’è perciò un’incongruenza tra quel che le persone ricevono e quel che possono arrivare a trovare per le loro esigenze vitali. La doppia moneta determina molte deformazioni ed è quindi per Cuba il problema economico più complesso.

 

P. S.- Passando alla sua vita di scrittore, negli ultimi anni la tradizionale differenziazione tra gli scrittori in esilio, che in genere erano accentuatamente anticastristi, e gli scrittori che, dall’Isola, dovevano adattarsi a determinate cose che ci aspettava da loro, è andata mutando abbastanza. Lei affermava in un’intervista: «Le autorità cubane mi accettano, ma non sono lo scrittore che vorrebbero fossi». In ogni caso, ha vinto il Premio nazionale di Letteratura e si trova entro uno spazio in cui alcuni ritengono non sia sufficientemente critico ed altri che lo sia troppo. Come la letteratura oggi sta cambiando questo?

 

L. P.– Quel che è certo è che la separazione netta che vi fu tra scrittori dell’esilio e scrittori dell’interno non è più così accentuata, così antagonistica come lo è stata per tanto tempo. Uno dei principali scrittori cubani del XX secolo è sicuramente Guillermo Cabrera Infante. Nel Dizionario della letteratura cubana pubblicato negli anni Ottanta non figura neppure. Come non compariva neanche Celia Cruz in quello della musica cubana, una figura emblematica. Questo iniziò a cambiare nel decennio successivo e quel confine ha cominciato ad essere meno rigido. Credo, anche, perché negli anni Novanta l’industria culturale cubana si paralizza e vengono e se ne vanno da Cuba molti artisti. E anche se alcuni fuori Cuba fecero del loro discorso politico l’argomento centrale della loro opera, così come altri lo fecero dentro Cuba, ormai non è più questo il tratto essenziale che contraddistingue un artista dall’altro.

Nel mio specifico caso, tutte le volte che vado in Spagna mi incontro con tutti i miei amici scrittori. Si tratta di un rapporto pluriennale, che non voglio perdere perché io sto dentro e loro fuori. Lo stesso se vado negli Stati Uniti o a Puerto Rico, dove c’è un numero maggiore di scrittori cubani radicati. Credo che al termine di questa lotta si perverrà alla normalità, al fatto che chiunque scriva, crei e viva dove vuole, dove sta meglio, dove trova il proprio spazio.

 

P. S.– Molte volte le domandano come mai non se ne sia andato da Cuba.

 

L. P.– Non lascio Cuba perché come scrittore ho bisogno di vivere lì. Trovo il mio nutrimento letterario in seno alla società cubana, nella sua mentalità, nel suo modo di parlare, nelle sue storie di tutti i giorni. Credo che l’artista sia il suo contesto, la storia che ha vissuto. C’è un eccellente scrittore cubano, radicato in Spagna da vari anni, che pubblica come me presso Tusquets, Abilio Estévez. Sono ormai una decina di anni che vive là. E non facciamo che parlare di quanto gli sia stato difficile sentire di poter tornare a scrivere a partire dalla lontananza da quel contesto da cui dipendeva la sua letteratura. Nonostante egli non scrivesse sulla concreta realtà cubana. È un romanziere più metaforico, più centrato sulla creazione di mondi poetici, eppure gli è di certo costato moltissimo. Io preferisco lottare con quello che mi vende il pezzo del televisore a un prezzo superiore al suo valore e con molti problemi della burocrazia cubana, ma farlo nel posto dove mi sento in migliori condizioni di spirito per scrivere i miei lavori.

 

P. S.– Ne L’uomo che amava i cani vi sono tre grandi scenari che sono anche state le tre grandi utopie del XX secolo per la sinistra: la Rivoluzione russa, la Guerra civile spagnola e la Rivoluzione cubana. Oggi dove resta l’utopia, una volta ricostruita questa tragica storia?

 

L. P.– Ritengo che questo romanzo sia, fondamentalmente, una riflessione sulla grande perversione di questa utopia del XX secolo, di questa società degli uguali che si credeva di costruire. Quel che è triste del fallimento dell’utopia socialista, della scomparsa dell’Urss – non poteva non scomparire un sistema fondato sulla base del pensiero di Stalin, che gli ha impresso la forma definitiva – è che non abbiamo avuto la possibilità di trovare o fondare una nuova utopia. Compreso in America Latina, dove negli ultimi dieci anni si è vissuta una svolta a sinistra, con governi con i quali si possono avere concordanze e discordanze con metodi, retoriche o modi di impostare i problemi, ma che hanno tentato di recuperare una qualche dignità umana, di combattere la povertà. Tuttavia, io credo, manca ugualmente questo pensiero utopico.

A me succede una cosa. Credo che la destra abbia sempre chiari i propri obiettivi. Alla sinistra costa sempre molta fatica chiarire i suoi. La sinistra passa la vita a litigare gli uni con gli altri e arrivando difficilmente a un accordo. Mi sembra che la crisi capitalistica che il mondo sta vivendo, in particolare l’Europa, dimostri come ci sia un modello che è entrato in una crisi profonda, una crisi strutturale, e non si sa neppure quale ne sarà la soluzione. Certo non se ne vedono le alternative e questo mi preoccupa molto. Penso che chiunque sia sensibile a ciò che succede intorno a lui non potrebbe non essere d’accordo con il fatto che il mondo ha bisogno di cambiare in meglio, che attualmente si stia disgregando economicamente, ecologicamente, eticamente… in molti sensi.

Ci sono giorni in cui mi alzo molto pessimista, altri in cui mi impongo di essere ottimista. E in quei giorni sono convinto che certo troveremo un qualche modo perché il mondo sia il luogo che ci meritiamo per vivere per lo meno dignitosamente, per nutrirci normalmente, avere istruzione e sanità pubbliche, libertà di espressione, di conoscenza. In fondo, le cose che possono far sì che la vita di tutti sia molto migliore.

 

Traduzione di Titti Pierini. Il testo originale è già sul sito:Padura - Stefanoni - El futuro de Cuba

Una mia ampia recensione al romanzo è pubblicata come: Padura Fuentes, Trotskij e Cuba  [a.m.]



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