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Cuba: effetti imprevisti delle riforme di Raúl Castro

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Si rafforza il controllo militare sul commercio interno

Pedro Campos

da Havana Times

Di recente, il governo della Nuova Destra Cubana ha emanato disposizioni che vietano la vendita privata di abiti e articoli industriali portati nel paese da fuori, un’attività che ha preso piede negli ultimi due anni, a causa del debole impulso impresso al lavoro in conto proprio con le misure della cosiddetta “attualizzazione” o “aggiornamento”.

Sono in molti a domandarsi il motivo di questa “marcia indietro”, che la politica ufficiale tenta di spiegare con la necessità di mettere ordine e disciplinare il mercato, evitare storni di risorse, e altre cose del genere.

La spiegazione è molto semplice: i negozi in divisa controllati dallo Stato, soprattutto la catena di negozi TRD che fanno parte del monopolio commerciale delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie), si sono trovati di fronte alla concorrenza crescente delle migliaia di commercianti privati che vendono generi di abbigliamento e ogni tipo di prodotti industriali sui marciapiedi, nei corridoi, nei portoni e nelle stanze di case private in tutto il paese.

Si tratta in genere di articoli di qualità migliore e meno cari di quelli offerti dal monopolio militare del commercio interno in divisa.

Non è sicuro che, per la maggior parte, quei prodotti provengano dal dirottamento di risorse statali. Se fosse così, sarebbe semplicissimo accusare di furto quei venditori. Non si può certo negare che questo o quel prodotto venga da lì, ma chiunque a Cuba sa che tutta questa roba che vendono questi nuovi commercianti proviene essenzialmente dall’Ecuador, da Panama, dagli Stati Uniti e dal Messico e, in minor misura dall’Italia, come la maggior parte degli altri articoli industriali.

I viaggi a Cuba della comunità cubana/americana e la concessione ai cubani di visto multiplo da parte degli USA hanno impresso una spinta inusitata a questo scambio commerciale che sfugge al controllo statale.

Questo richiama, in certo senso, il commercio “corsaro” del periodo coloniale, che il governo spagnolo cercava di impedire a vantaggio del proprio monopolio commerciale.

Le nuove misure migratorie che rendono possibile recarsi all’estero per molti cubani non sono servite al definitivo abbandono in massa del paese, come speravano alcuni burocrati per disfarsi così di oppositori e disoccupati, ma sostanzialmente per stabilire un ampio ponte commerciale privato tra quei paesi e Cuba allo scopo di rifornire la nascente iniziativa privata del mercato interno, che fa concorrenza con successo all’anchilosato, costoso, obsoleto e corrotto mercato statale di vestiario e articoli industriali.

Ancora una volta molti cubani restano delusi dalle politiche della Nuova Destra Cubana che, per la verità, cerca di rafforzare solo il proprio capitalismo di Stato monopolistico e di mettere al servizio dei propri interessi il nascente capitale privato dei cubani dell’interno, il denaro di Miami e il capitale internazionale.

Così funziona il capitalismo monopolistico di Stato: se sta affogando, allenta le corde dei suoi monopoli, quando sente che respira, torna a raccoglierla. È successo già negli anni Novanta, dopo le misure liberalizzatrici accelerate dalla protesta del Malecón del 5 agosto del 1994, misure che a poco a poco furono “corrette e riaggiustate”.

Non esistono dati precisi sul numero di persone che rimarrebbero senza lavoro per questi nuovi arbitrii dello Stato, ma a giudicare dalla quantità di venditori di vestiario e articoli industriali in alcuni quartieri dell’Avana, potrebbero essere migliaia quelli che passerebbero ad aumentare le file dei disoccupati. E di quelle di posti di lavoro creati al di fuori dello Stato, con risorse che non sono statali.

I massimi esponenti della cosiddetta “attualizzazione” chiamano a liberare le forze produttive, ma in pratica decretano misure per impedirla e continuare a privilegiare le attività commerciali dei monopoli statali.

Così, l’attualizzazione porta alla luce una delle sue tante contraddizioni, dichiarando l’interesse al decentramento statale, mentre in realtà emana regolamenti restrittivi per l’attività commerciale autonoma dei cittadini.

Lo capiscono, ma il loro interesse impedisce di accettare che, senza un ampio sviluppo del commercio interno, non può esistere un’economia in espansione.

 

Allora, che senso ha il presunto interesse della cosiddetta “attualizzazione” a che si creino altri posti di lavoro al di fuori della sfera statale?

Vi sono luoghi dell’interno da cui ci si informa che si sequestrano i generi di abbigliamento che non siano fabbricati dagli stessi venditori. Tuttavia, con l’impostazione della autogestione che – per contrapposizione –il monopolio statale dell’economia ha creato, vedremo presto molti di questi nuovi commercianti sostituire le etichette originali degli abiti che vendono con la marca “Juan Pérez. Prodotto a Cuba”.

Un vecchio ritornello sulle leggi dice: “Fatta la legge, trovato l’inganno”. A noi cubani, che non facciamo le leggi, non è rimasto altro rimedio che trovare l’inganno al di fuori delle leggi.

Già giungono voci che per la fine dell’anno si stanno preparando nuove misure di controllo della vendita di combustibile agli autisti delle vecchie macchine da affittare ed è allo studio il divieto di vendere dischi di musica e di film per “la salvaguardia dei diritti d’autore”.

È evidente, come molti dicevamo fin dalle prime misure, che la “attualizzazione” zeppa di incoerenze e contraddizioni non è mai stata concepita per risolvere i problemi dei cubani, ma per cercare di risolvere quelli dello Stato. Se il suo operato, come in questo caso, produce effetti negativi per gli interessi dell’élite burocratica e per i suoi monopoli, allora si trovano contromisure.

Che si beva l’“attualizzazione” chi non ne conosce le vere intenzioni. Loro continuino a spremere il popolo… Quando sarà il popolo a reagire non incolpino l’imperialismo e la “controrivoluzione”. Lo abbiamo già avvertito in altre occasioni: vadano a ricercare la causa di tanta crescente opposizione nelle proprie azioni cosiddette “rivoluzionarie”(?).

 

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Postilla sul cambio del peso (di a.m.)

 

Condivido l’analisi generale di Pedro Campos, che seguo e apprezzo da anni, e di cui ho riportato parecchi articoli e documenti sul sito, e di cui sto per pubblicare un articolo su La Vieja Izquierda Internacional y la Nueva Derecha Cubana,che è in corso di traduzione da parte dei preziosi compagni ticinesi. Non ho dubbi sulla fondatezza della sua denuncia e della sua interpretazione delle misure restrittive annunciate, che è confermata tra l’altro da altre fonti, come l’attento corrispondente da Cuba di varie testate europee Fernando Ravsberg, a cui rinvio: http://cartasdesdecuba.com/el-contrabando-en-cuba/ anche perché ha una documentazione fotografica impressionante.

Vorrei però sottolineare un altro aspetto della questione. In varie occasioni (e in più di un centinaio di articoli reperibili cliccando Cuba nella colonnina a destra del sito), avevo segnalato le critiche della sinistra cubana alle riforme annunciate dal presidente Raúl Castro, soprattutto in occasione del VI congresso del partito comunista. Questi compagni, tra cui era sempre attivo in prima linea Pedro Campos, si preoccupavano per la formazione di uno strato privilegiato, con aspirazioni a trasformarsi in una vera e propria piccola e media borghesia cosciente dei propri interessi specifici. Anche alcune misure in sé giuste e mal sopportate dalla popolazione, come la fine degli assurdi ostacoli agli spostamenti fuori dell’isola, del divieto di compravendita di auto e case, o del divieto di accesso per i cubani agli alberghi turistici in dollari (attraverso l’equivalente CUC, il peso convertibile in cui obbligatoriamente devono essere cambiati i dollari del turista o del cubano che li ha ricevuti dall’estero, dove il CUC ovviamente non è riconosciuto), sono state criticate da sinistra perché andavano a beneficio soprattutto di poche persone dedite a lucrose attività illegali, mentre avevano un carattere in gran parte illusorio per il resto della popolazione, che aveva difficoltà a pagarsi un costoso viaggio aereo, e soprattutto aveva ben pochi paesi disposti a concedere un visto a un cubano povero e non dissidente.

 

Ma a quanto pare, queste nuove misure sono state utilizzate in modo imprevisto per riempire un vuoto: la maggior parte dei cubani se ne sono serviti non per lasciare definitivamente il paese (lo hanno fatto veramente in pochi, con una certa sorpresa e disappunto di certi ambienti statunitensi) ma per ritagliarsi un buon reddito supplendo alle carenze della distribuzione statale. Se si vedono le foto che corredano il servizio di Fernando Ravsberg si capisce benissimo che non si tratta di un piccolo contrabbando invisibile, ma di una corrente di traffici che può esistere solo distribuendo i suoi benefici a controllori e polizia di frontiera. È un fenomeno che aveva già caratterizzato l’URSS nei suoi ultimi anni, al tempo di Gorbaciov. Bastava guardare quanti russi salivano sui treni che partivano per Mosca da Roma con un gran numero di vistosi scatoloni di computer, per capire che non si trattava solo di iniziative personali tollerate; lo stesso si verificava con gli altri paesi del blocco sovietico, ugualmente affamati di una tecnologia che era stata messa al bando per anni.

 

Il contrabbando d’altra parte ha tradizioni lunghe, e giustamente Campos ricorda l’epoca dei bucanieri che rifornivano Cuba di quel che l’amministrazione coloniale spagnola non assicurava, ovviamente con la tolleranza interessata di chi doveva controllare. D’altra parte una lunga vicenda di contrabbando ha caratterizzato in determinati periodi tutti i paesi d’Europa, sempre, ovviamente, quando la corruzione dei doganieri dilagava.

A Cuba questa forma di illegalità si è diffusa largamente dagli anni Novanta in poi, ed è intrecciata col fenomeno del turismo: spesso, accanto a chi va una volta o due nella vita a visitare l’incanto di un’isola tropicale, sono apparsi piccoli trafficanti italiani o spagnoli che stabilivano rapporti permanenti e che viaggiavano due o tre volte all’anno con le valigie piene di beni facilmente smerciabili. I controlli, lunghi molesti e inutili per il normale turista, si attenuavano per chi aveva già stabilito i legami giusti e sapeva come non pagare il sovrappeso.

 

Analogo il problema dei furti. Avevo accennato in un racconto (ma non era fantasia, solo i nomi erano inventati) alla facilità con cui in alcuni paladares arrivavano a richiesta in pochi minuti molte scatole, anche decine, di preziosi sigari Cohiba a prezzi bassissimi. Troppe per poter essere state sottratte da singoli operai: evidentemente c’era dietro una robusta organizzazione e la complicità dei dirigenti (il racconto in cui ne parlo è quello sul Coronel Bandido, sul sito in Cuba da dentro).

Personalmente la constatazione mi aveva spinto a interrompere ogni rapporto con un’attività non solo illegale, ma anche decisamente immorale. Ma molti cubani (per non parlare dei turisti anche mediamente politicizzati, e “innamorati di Cuba”) non lo consideravano un fenomeno sostanzialmente diverso da quello del contrabbando, generalmente accettato, soprattutto perché faceva parte di quella ampia gamma di attività vietate ma necessarie per sopravvivere, a partire dall’acquisto al mercato nero di beni indispensabili come l’aglio, che per anni i contadini produttori non avevano più potuto vendere perché uno di loro si era arricchito con quel commercio. Un atteggiamento che era la conseguenza praticamente inevitabile di divieti assurdi, il cui aggiramento aveva indotto una lunga abitudine alle illegalità, “necessarie” per sfuggire agli eccessi di proibizioni. Quando tutto è vietato, tutto diventa di fatto permesso o tollerato.

 

Inoltre la tolleranza nei confronti delle illegalità era in parte una reazione alla doppia verità, e alla scarsa credibilità della propaganda ufficiale. Ad esempio da anni si parla del superamento della doppia moneta, ovviamente desiderato da quella grande maggioranza della popolazione che non ha modo di procurarsi legalmente quantitativi sufficienti di moneta convertibile, ma praticamente irrealizzabile anche a media scadenza, come ha sottolineato un economista cubano, Pavel Vidal, in un’intervista al portale brasiliano UOL.

In questi giorni comunque è stato annunciato solennemente che “in attuazione del Lineamiento n° 55 approvato dal Congresso (…) è stato deciso dal Consiglio dei Ministri di mettere in vigore il cronogramma di esecuzione delle misure che condurranno alla unificazione monetaria e del cambio.” Naturalmente, si precisa, “per la sua complessità questo processo esigerà una rigorosa preparazione ed esecuzione, tanto sul piano oggettivo che soggettivo”. Che vuol dire? Niente di concreto, se non buoni propositi validi per qualsiasi misura governativa, senza nessuna indicazione di tempi. Ma gran parte dei mass media nel mondo hanno dato per realizzata l’unificazione.

Cautelativamente la Nota oficial che annuncia la fine del doppio mercato precisa (come se ce ne fosse bisogno) che “l’unificazione monetaria e dei cambi non è una misura che risolva da sola tutti i problemi dell’economia”, anche se è imprescindibile per il ristabilimento del valore del peso cubano. Ma quando partirà? Mistero. Si annuncia solo che il processo avrà due tappe, una per le persone giuridiche (leggi: imprese) e una per le “persone naturali” (i cittadini). Per ora si comincia con il settore delle persone giuridiche, con cambiamenti finalizzati a “propiziare le condizioni per aumentare l’efficienza, la migliore misurazione dei fatti economici e garantire lo stimolo ai settori che producono beni e servizi per l’esportazione e la sostituzione di importazioni”.

Di fatto è quello che già esiste da anni: le imprese che hanno per necessità contatti con l’estero (società di import-export, imprese di navigazione e di pesca, ecc.) e soprattutto aziende turistiche che maneggiano senza uscire dal territorio nazionale notevoli quantità di dollari, prevedono infatti il pagamento di parte dei salari e stipendi in dollari (poi sostituiti da CUC convertibili).

Ma si capisce che i tempi saranno ovviamente lunghi, per la necessità di un “periodo di preparazione di condizioni che permettano la elaborazione di norme giuridiche, la progettazione di cambiamenti nei sistemi informatici incaricati dei registri contabili e gli aggiornamenti nelle norme di contabilità. Sarà anche una tappa essenziale per la formazione del personale incaricato di intraprendere l’esecuzione delle differenti trasformazioni.”

La Nota oficial ricorda poi che Raúl Castro chiudendo la prima sessione della VIII legislatura nel luglio, ha assicurato che “si continua a progredire” sul terreno della realizzazione delle decisioni del Congresso, che si vedono già i primi segnali incoraggianti, “anche se è vero anche che manca un lungo e complesso cammino per modernizzare il nostro modello economico e sociale, assicurando così l’appoggio della maggioranza della popolazione a questo processo”. Questo esclude l’utilizzazione di terapie d’urto e l’abbandono di milioni di persone che caratterizzano le politiche di “aggiustamento” applicate negli ultimi anni in varie nazioni d’Europa.

Ma quando si arriva alla concretizzazione si trovano solo frasi ambigue: “come è stato fatto sempre nel corso di tutti gli anni della Rivoluzione cubana, nessuna misura che si possa adottare sul terreno monetario sarà finalizzata a pregiudicare gli interessi delle persone che lecitamente ottengono redditi in CUC e CUP” (cioè i normali pesos nazionali). Non è certo molto tranquillizzante questo richiamo al passato: i confini tra lecito e illecito sono stati spostati molte volte con decisioni verticistiche (si pensi alla sorte alterna dei mercati contadini, della possibilità di aprire piccoli ristoranti familiari, delle condizioni per affittare camere, delle brusche variazioni delle imposte su queste attività, ecc.).

Si promette anche che il processo di unificazione monetaria “non intaccherà la fiducia ottenuta dalle persone che hanno mantenuto i loro risparmi nelle banche cubane”. Ma alla fine l’unica novità, che non toglie nulla alle grandi disuguaglianze create dal doppio mercato e dalla tolleranza rispetto alle illegalità, è l’estensione di carte magnetiche che permettano di pagare in pesos nazionali anche in alcuni negozi che vendono in CUC. Ma, beninteso, si chiarisce, solo “sperimentalmente, in località selezionate”, e calcolando il cambio dai CUP ai CUC esattamente come ora: 1 a 25. Bella novità!

Neanche si parla della possibilità di modificare le decisioni prese: ci si deve accontentare della promessa che “in base all’avanzamento dell’esecuzione del cronogramma, i dettagli sulle misure che in ogni momento si renderanno necessarie si faranno conoscere sia agli specialisti delle entità che devono partecipare alla loro esecuzione, sia alla popolazione”…

È comprensibile che in questo contesto, anche grazie alla verifica della scarsa incidenza delle riforme precedenti, lo scetticismo continuerà, alimentato anche dal nuovo brusco divieto commentato da Pedro Campos. E alimenterà, di nuovo, l’aggiramento in mille modi delle leggi calate dall’alto…

(a.m.28/10/13)



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