Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Genova: la forza dello sciopero generale

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Sabato mi era sfuggito questo articolo di Marco Revelli sul “Manifesto” (sia perché stavo preparando una relazione su tutt’altro tema, sia perché il sabato lo compro solo in occasioni straordinarie, perché sono allergico ad “Alias”), ma sono poi stato attratto dagli argomenti di alcune lettere apparse sul numero di oggi, severamente critiche nei confronti di Revelli e piene di giustificazioni per il sindaco “rosa” Doria, come è sempre più frequente sulle colonne del manifesto. Riproduco volentieri l’articolo di Revelli, anche se in parte non mi convince l’insistenza sulla specificità “genovese”, ricollegata addirittura a vicende del dicembre 1900. Ma certo il riferimento al luglio 1960 circolava davvero tra i manifestanti più anziani o più colti: un glorioso “luglio” che era iniziato anzi il 30 giugno, quando alcuni scioperanti, memori delle giornate della Liberazione (che a Genova fu straordinaria e vide diversi generali della Wehrmacht arrendersi a operai comunisti in armi), assicurarono la riuscita totale dello sciopero contro il governo Tambroni che apriva ai fascisti saldando alcuni tram ai binari nei punti nevralgici del traffico cittadino…

Forse troppo blando in Revelli è poi il riferimento all’atteggiamento del sindaco Doria, che a mio parere non è stato solo “fragile”, ma discende logicamente dalla sua collocazione politica: come Pisapia o lo stesso punto di riferimento nazionale di quest’area, Vendola, Doria ha creduto possibile concordare in modo indolore una modifica sostanziale del programma su cui era stato eletto, sotto la pressione del PD, che a livello nazionale sta programmando una vasta campagna di privatizzazioni. Si è sbagliato alla grande.

Ma soprattutto vorrei introdurre un altro elemento di riflessione, largamente assente anche nei commenti più favorevoli ai manifestanti: lo sciopero di questi giorni ha dimostrato la potenza di uno sciopero generale, anche se condotto da una sola categoria ma in rapporto all’intera popolazione. Sono stati sufficienti poche migliaia di operai decisi a utilizzare le forme più efficaci di lotta, e al tempo stesso proiettati verso l’intera città di cui sollecitavano l’appoggio, a far arretrare il sindaco spalleggiato da quasi tutte le forze politiche (M5S escluso), e a costringere la controparte a un accordo che sia pur con alcune ambiguità che hanno spinto almeno il 40% dei lavoratori a votare contro in un’assemblea caotica, rappresenta un parziale successo. Forse ha pesato anche l’appello alla solidarietà di tutta la categoria a livello nazionale e l’arrivo di nutrite delegazioni da altre città importante a far paura ed evitare un braccio di ferro prolungato per difendere la scelta iniziale della privatizzazione. Ne riparleremo, soprattutto quando i compagni genovesi di Sinistra Anticapitalista che hanno assicurato una prima informazione, pubblicheranno sul sito nazionale il loro bilancio. (a.m.26/11/13)

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Che sia solo l’inizio?

di Marco Revelli

da il manifesto del 23/11/13

La mobilitazione dei lavoratori genovesi - partecipata, determinata, piena di fermezza e di dignità - ha un significato straordinario e generale. Rappresenta una risorsa per l'intero Paese e una speranza per tutti noi, nel clima asfissiante di questa agonia politica che sembrava senza fine.
I «fatti di Genova» da sempre hanno assunto un carattere esemplare. Fin dal dicembre del 1900 quando lo sciopero generale dei lavoratori genovesi contro la chiusura della loro Camera del Lavoro - il primo sciopero di massa in Italia - determinò la caduta del governo Saracco e la fine del «decennio reazionario».
E poi nel luglio '60, quando la rivolta di Genova e delle sue «magliette a strisce» preparò la caduta del governo Tambroni e la fine del tentativo «clerico-fascista» di governare da destra il processo di modernizzazione. Fino al 2001, quando a Genova si mostrò apertamente il volto feroce della globalizzazione dall'alto.
Oggi da Genova si leva alto un messaggio che dice che il "servizio pubblico" è un bene comune che non può essere ridotto a mera logica di mercato. Né degradato a semplice variabile dipendente dai vincoli di bilancio. Ma, al contrario, che è il bilancio a dover essere ripensato in funzione di esso perché, appunto, formato da "risorse pubbliche". Un tema cruciale: il grande spartiacque tra logica di casta e responsabilità di mandato. Tra dispotismo dell'interesse "privato" e universalità dell'utilità pubblica. Tra «colpo di Stato delle banche e dei governi», come lo chiama Gallino, e resistenza ad esso.
Spiace che in questa vicenda la figura - fragile - del sindaco di Genova abbia subìto un capovolgimento copernicano, di ruolo e di posizione. Avrebbe dovuto essere alla testa delle manifestazioni, a difendere i propri lavoratori e i propri cittadini, per una volta uniti nello stesso campo. Si ritrova controparte di entrambi, sull'altro lato della barricata: vittima e insieme complice di quella logica finanziaria e predatrice che ne sta erodendo i residui frammenti di legittimazione e di credibilità, chiamato a negare nei fatti quelle stesse promesse che aveva affermato a parole in campagna elettorale.
Non è questione di "persona" (anche se dovremo prima o poi aprire una riflessione sulla mutazione antropologica dei tanti "sindaci della speranza" che avevano accompagnato la stagione del movimento "arancione"). O, meglio, non è solo questione di inadeguatezza personale. È questione di architettura istituzionale (l' "uomo solo al comando" che caratterizza la collocazione del sindaco dopo la riforma personalizzante del '93 o produce impotenti amministratori di condominio o genera mostri). E di inadeguatezza politica (la dissoluzione del Partito democratico dentro le compatibilità delle larghe intese e nel fuoco di fila dei contrasti personali, per esempio, ha un peso devastante in questa solitudine dei sindaci che ne accompagna il crepuscolo o nella eccessiva esuberanza di alcuni di essi, da Renzi a De Luca). È soprattutto questione di ruolo. E di luogo: di dove ci si colloca, quando si assume una responsabilità amministrativa. A quale referente si risponde. A quale popolo si fa riferimento. Se ci si chiude "dentro Bisanzio", si finisce inevitabilmente per bizantinizzare. Se ci si abbarbica alle sue mura, è inevitabile prendersi in pieno petto le palle incatenate degli esclusi e dei sommersi che l'assediano, con piena ragione, dal di fuori...
Genova può essere un inizio. Il 23 dicembre del 1900, in una grande Assemblea al Teatro Carlo Felice, Pietro Chiesa - l'uomo che aveva guidato quella mobilitazione aurorale - aveva detto: «Lo sciopero di Genova resterà famoso e farà epoca negli annali dei lavoratori di tutto il mondo per la grandezza, la solennità e la serietà della dimostrazione». «Genova è la scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia», hanno detto ieri nella Sala Chiamata. Ai due capi estremi del "secolo del lavoro", le lingue si parlano. E lanciano segnali di vita.

 



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