Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Costanzo Preve

E-mail Stampa PDF

Ho ricevuto questo ricordo di Costanzo Preve, che ci ha lasciato sabato 23 novembre, scritto da Oliviero Calcagno: sono rimasto colpito dall’equilibrio tra affetto, stima e critica a volte severa. Non sarei stato capace.

Avevo avuto anch’io un rapporto cordiale con Costanzo in DP e per alcuni anni dopo la conclusione di quella esperienza, ma non ero riuscito a mantenerlo perché non capivo il suo gettarsi a testa bassa nelle più diverse esperienze. Oliviero accenna a quelle “a 360 gradi”, cioè senza delimitazione a destra, ma già mi aveva impressionato la sua partecipazione a effimeri raggruppamenti o incontri della sinistra ipersettaria, che a volte si concludevano con accuse reciproche e sproporzionate.

Avevo imparato a evitarli, e se qualcuno di quel giro mi attaccava accusandomi delle più svariate colpe politiche, preferivo in genere non rispondere per non impelagarmi in diatribe logoranti. Non capivo quindi come mai un uomo così intelligente non si cautelasse da questi rischi.

Da questo intervento di Oliviero Calcagno ho quindi imparato molto sul lungo periodo in cui con Preve avevamo, senza polemiche, rallentato e poi interrotti i rapporti. Ringrazio Oliviero per questo. (a.m.26/11/13)

 

RICORDO DI COSTANZO PREVE

di Oliviero Calcagno

 

 

La prima volta in cui vidi Costanzo Preve fu a Torino nell’autunno del 1987. Democrazia Proletaria – il partito politico cui egli apparteneva e cui io guardavo con interesse misto a cautela – aveva organizzato un convegno su quella strana (e, nondimeno, nefasta ed efficacissima) combinazione di ristrutturazione produttiva ed offensiva ideologica definita FilosoFIAT. Una cosa in particolare mi aveva colpito nel manifesto: nella lista degl’interventi, in chiusura, si poteva leggere il nome di Costanzo Preve, accreditato della qualifica di «filosofo marxista». Per chi lo ha conosciuto in tempi recenti, il fatto può apparire bizzarro, ma va contestualizzato: ci fu un tempo in cui Costanzo decise di appartenere ad un partito politico (di sinistra, e con un piccolo spazio in Parlamento), nonché di accettare per sé, forse anche di suggerire, una qualifica identitaria – fatto che non sarebbe né corretto, né giusto ignorare, a prescindere dalle valutazioni che se ne possano trarre.

Ricordo che mi chiesi chi potesse essere, che aspetto avere, quella figura che nella mia immaginazione di liceale sembrava così promettente: un filosofo marxista, una persona – così pensavo – in grado di dare delle ragioni teoriche rigorose ad un impegno politico militante. Il convegno si svolgeva presso l’allora Cinema Faro – che a seguito di ristrutturazioni e cambi di ragione sociale esiste ancora come multisala, sotto il nome più modaiolo di Greenwich (il quartiere bohèmien di New York). Non passò molto tempo che la mia attenzione fu colpita una seconda volta, e in diretta, da un signore, dallo sguardo straordinariamente determinato dietro gli spessi occhiali da vista, che indossava un impermeabile e discuteva animatamente con altre persone, in piedi, nel vestibolo. Pensai che dovesse essere quello, il «filosofo marxista»: l’avevo trovato.

Costanzo aveva all’epoca 44 anni (all’incirca la mia età di oggi) e la lista oggi lunghissima delle sue pubblicazioni era appena agli inizi (il suo primo libro, dal titolo La teoria in pezzi, fu pubblicato da Dedalo nel 1984), ma si poteva cogliere istantaneamente che aveva moltissime cose da dire. Chi ha avuto modo di essere suo studente ne ricorderà il debordante carisma intellettuale; chi – come il sottoscritto – non lo è stato, ma ha avuto modo di avvicinarlo, sa che di fronte a lui non si poteva rimanere indifferenti. Costanzo non era diplomatico, lo si capiva già leggendo i suoi testi: talvolta farraginoso nell’esposizione, era però anche tremendamente avvincente; aggrediva i problemi con la competenza che ci si aspetta dagli accademici, ma con modalità opposte, perché esprimeva una ricerca di radicalità, non di conciliazione. Si può dire, e voglio dirlo con affetto, che «non sapeva stare al suo posto», perché invadeva campi disciplinari che l’Università (non solo italiana) vuole consegnati a saperi specialistici e reciprocamente separati; ma anche perché variava continuamente forma espressiva, passando dal registro alto al basso, dallo stile formale all’informale, dai modi della lingua scritta al parlato, dalla formulazione concettuale alla battuta ad effetto. Per chi poteva leggerlo o ascoltarlo era uno spasso, per chi doveva condividere la tribuna degli oratori era una compagnia ingombrante, non c’è ragione di negarlo. Senza voler tacere dei difetti che si accompagnavano ai suoi pregi, mi piace tuttavia pensare che in questa sua riottosità non tanto agli schemi (chi infatti non ne segue?), quanto ai limiti, abbia incarnato in modo irriducibilmente individuale l’idea marxiana di «uomo totale».

La conoscenza personale avvenne due anni dopo. Nella primavera del 1989 Democrazia Proletaria visse una crisi interna lacerante, culminata con il distacco del gruppo legato a Mario Capanna e l’ingresso della Lega Comunista Rivoluzionaria. Io all’epoca militavo nell’organizzazione giovanile ad essa collegata e, nel gioco delle scomposizioni e ricomposizioni, ci ritrovammo finalmente nello stesso partito. C’erano (tutte? alcune?) le premesse per una proficua collaborazione: in primo luogo, perché nel dibattito interno che avrebbe coinvolto il partito nei due ultimi anni di vita ci trovavamo dalla stessa parte, quella che puntava alla «costituente comunista» anziché al «movimento sociale e politico per l’alternativa»; in secondo, perché a lui soprattutto guardavo come al dirigente con cui poter costruire momenti di formazione per giovani militanti e simpatizzanti la cui attività politica, per quanto generosa, palesemente non era supportata da alcun pensiero ‘forte’, ingenuamente dogmatico o liberamente critico che fosse.

E invece la collaborazione non partì. Ci furono alcune incomprensioni anche sciocche e mancarono ulteriori prove, perché il veicolo su cui ci eravamo trovati insieme stava procedendo spedito verso l’autodistruzione. Nel dicembre 1989, al penultimo congresso di DP, le due linee politiche si equivalsero e nello stallo che ne derivò si perse l’occasione storica di proporre l’unificazione di forze comuniste rinnovate (anziché subire il richiamo di forze comuniste riciclate), finché, quando nel febbraio1991 vi fu la scissione promossa dai dirigenti del PCI che non aderirono al PDS, i dirigenti di DP si recarono in ordine sparso dal padrone del costituendo Partito della Rifondazione Comunista per contrattare dei posti.

Non si viveva nel regime d’insicurezza sociale generalizzato di oggi, ma furono a loro modo anche quelli anni durissimi. Nel pieno della lotta ideologica che si andava combattendo, la ricerca di una terza via tra l’apologia del modello capitalistico come orizzonte insuperabile e la difesa del modello ‘socialista’ come scelta di campo si presentava stretta e disseminata di trappole. Chi proveniva dalla ‘nuova sinistra’ (quella sinistra che si era venuta formando e poi anche, inevitabilmente, dividendo, a partire dagli anni Trenta e dalla critica ‘da sinistra’, appunto, all’Unione Sovietica stalinizzata) visse con sollievo l’implosione dei regimi socialisti burocratico-dittatoriali, tanto più in quanto accompagnata da un rinnovato protagonismo delle masse; saltato il tappo che l’aveva artificiosamente bloccata, la dinamica storica che aveva prodotto i movimenti del 1848, la Comune di Parigi, la Rivoluzione d’Ottobre, poteva riprendere il suo corso e dall’Europa orientale produrre effetti sul resto del continente. È oggi fin troppo facile infierire su questa disperata illusione, ma il bisogno di coltivare improbabili scenari epocali (la ripresa della dinamica rivoluzionaria per impulso delle masse) per legittimare sobrie valutazioni specifiche (la necessaria ed auspicabile caduta di quei regimi) può assumere una potenza al di là dell’immaginazione. Anche questa è una forma d’ideologia, nel senso deteriore di (auto)inganno, ed è giusto riconoscere che la battaglia ideologica di quegli anni è stata persa innanzitutto sul fronte interno.

Costanzo, che aveva tentato per anni di trovare un uditorio interessato alla rifondazione teorica del marxismo (meglio, del materialismo storico) presso ambienti anche molto diversi, dai trockisti ai filosovietici, iniziava allora a smontare le fondamenta dell’edificio teorico che fino a quel momento aveva inteso rinnovare. Io, con l’ostinazione dei miei vent’anni, non riuscivo ad accettare che anche Costanzo defezionasse, in particolare che dalla propria delusione per il gorbacëvismo facesse discendere l’irriformabilità di tutti i marxismi – compreso quel marxismo critico che se non altro poteva rivendicare di dover ancora essere messo alla prova, non essendo mai stato egemone. Così, dopo essere stato costantemente combattuto dal marxismo ufficiale, il marxismo critico ne doveva condividere la liquidazione; e si può capire quanto la tesi apparisse offensiva a chi vi vedeva figurativamente uccisi per la seconda volta Luxemburg, Trockij, Nin, Guevara...

Nacque così la nozione teorica di «comunismo storico novecentesco», nella quale ortodossia ed eresie (al plurale) venivano considerate complementari. Come molti altri compagni, variamente simpatetici, ma tutti in qualche modo catturati dall’efficacia dello stile previano, avevo auspicato una sistematizzazione teorica ed ora che la sistematizzazione era arrivata il suo prezzo era per me troppo alto, perché comportava la rinuncia all’ipotesi di rivitalizzazione dall’interno del paradigma marxista, attraverso la valorizzazione ad oltranza dei suoi elementi critici, dialettici, ‘dinamici’ ecc. Le ragioni teoriche del divorzio di Costanzo dalla ‘sinistra’ politica sono in fondo tutte qui, anche se ha fatto comprensibilmente più rumore il loro corollario, il proclamato esaurimento dell’antitesi destra/sinistra, da cui a sua volta la scelta di confronto financo benevolo con aree politico-culturali provenienti dalla destra estrema.

Poiché convenzione vuole che l’ambito della ‘sinistra’ sia considerato e percepito come più ampio di quello comunista e/o marxista, non fa meraviglia che la maggior parte delle reazioni al nuovo corso previano si siano concentrate sul suo congedo da quel mondo. A questa ragione di tipo estensivo (l’ampiezza del pubblico) se ne intreccia una di carattere intensivo (la maggiore fruibilità dell’argomento), che, insieme alla persistenza, spiega anche l’interesse intrinsecamente scarso del tema. Di fatto, è prevalso quell’atteggiamento di chiacchiera che Costanzo deprecava e che in virtù della propria conformistica comodità finiva per sostituire la lettura puntuale dei testi. Nondimeno, i toni vittimistici con cui suoi ammiratori recenti descrivono la questione non aiutano un sereno esame critico, perché non fanno che contrapporre un nucleo ristretto e motivato di tifosi ad una massa distratta o malevola.

Propongo perciò una lettura diversa. Costanzo disponeva degli strumenti teorici per evitare d’incagliarsi in una simile secca, poiché aveva egli stesso, al tempo della dissoluzione dell’URSS, efficacemente denunciato l’inconsistenza di una identità di sinistra, ma – aspetto decisivo – ridimensionando la portata teorica della questione. Riflettendo sul paradosso che El’cyn venisse indicato dai media europei come il leader dell’ala sinistra e radicale della perestrojka, si era reso conto che nella parola non era contenuta alcuna idea-forza in grado di permettere una distinzione tra il concetto di «sinistra» e la sinistra empiricamente esistente, la ‘sinistra’, quella tra virgolette, perché è effettivamente difficile da definire. Una volta ridotto a modellizzazione spaziale atta a descrivere la disposizione delle forze di volta in volta in campo, il discorso poteva essere efficacemente chiuso. E invece egli finì con il rimanere prigioniero dell’ideologia manipolatoria che voleva criticare, asseverando di fatto l’autorappresentazione del ceto politico-mediatico come rappresentante della ‘sinistra’: anziché concludere che «la» sinistra non esiste, che riconoscerle esistenza reale è funzionale all’inganno delle masse e che denunciare questo dispositivo ideologico è la condizione per tornare a occuparsi di cose serie (ricordate la disputa sugli universali nelle università medievali?), Costanzo dava infine atto alla ‘sinistra’ di esistere, ma la identificava con i suoi dirigenti e la considerava spregevole.

Un aspetto complementare del problema è che Costanzo, da allievo di Althusser, disponeva altresì del bagaglio teorico (le cui radici erano nell’epistemologia di Spinoza e Bachelard e nella psicoanalisi di Freud e Lacan) per non ignorare le condizioni e la posta in gioco dell’espressione del pensiero – la quale non è mai né soggettivamente innocente, né oggettivamente neutrale. Le condizioni in cui si dà una conoscenza (anche una conoscenza vera) vanno cioè contestualizzate alla congiuntura in cui il problema si pone. Dev’essere chiaro che questo non è relativismo, come tale buono per tutti gli usi, ma apertura dello sguardo a quello che si trova dietro, oltre o a lato della scena. Ed il contesto in cui nell’Italia e nell’Europa degli anni ’90, per l’ennesima volta nella storia, si proponeva il superamento dell’antitesi destra/sinistra era altrettanto manipolatorio della conservazione di identità posticce, venendo a individuare: sul piano sociale, il senso di smaterializzazione dell’esistenza, lo smarrimento di identità forti e la convergenza necessariamente frustrata verso un unico ceto medio di consumatori (con correlata disarticolazione delle concentrazioni industriali in aree sindacalizzate e loro ricostituzione in aree non sindacalizzate); sul piano politico, l’affermazione di un Partito Unico del Capitale, la cui proclamata rinuncia ad un’ideologia esplicita maschera la ben più insidiosa ideologia implicita nella sudditanza alla dittatura dei poteri economici transnazionali; sul piano culturale, la combinazione tra pentitismi vari da parte dell’intellettualità di successo (di norma in cerca di ricollocazione mediatica per l’allargamento del proprio pubblico al ceto medio di cui sopra) e tentativi di uscita dalla nicchia da parte di circoli della destra radicale (per i quali il nemico da combattere non è il rapporto di capitale in quanto estorsore di plusvalore, ma il sistema capitalistico in quanto dissolvitore delle tradizioni).  

Se la mia analisi è corretta, Costanzo né perse la testa, né fu vittima di una congiura del silenzio, ma giocò male le proprie carte, in un periodo storico che per ragioni più grandi di lui non gli poteva essere propizio. La diagnosi sull’inconsistenza teorica della nozione di «sinistra» gl’indicò tuttavia la direzione in cui muovere nella propria ricerca indipendente: si trattava cioè di affrontare filosoficamente il tema dello scarto tra concetto e realtà. Costanzo lasciava cadere il rapporto con i marxismi critici (che si erano limitati ad affrontare quello scarto in chiave storica, anche quando avevano utilizzato strumenti filosofici) e ne intraprendeva uno con la filosofia più filosofica che esista, l’idealismo. Il progetto marxiano di una società di liberi ed eguali si poteva reggere solo se in esso fosse stato individuato quello scarto filosofico la cui assenza aveva decretato l’abbandono della discriminante di ‘sinistra’. Costanzo rivolse perciò un’attenzione crescente agli idealisti classici Fichte e Hegel (che Marx si sarebbe illuso di avere ‘superato’), e da quella congiuntura teorica a ritroso verso la classicità greca, da Platone ai presocratici. Anche il suo rinnovato interesse per la religiosità cristiana (in particolare ortodossa) va letto alla luce di questo percorso, animato dalla convinzione ripetutamente espressa che un’umanità degna di questo nome non possa fare a meno di una metafisica. Persuaso che una società di liberi ed eguali non si potesse costruire sulla politica dei soviet + elettrificazione (che, al di là della semplificazione sloganistica, significa rapporti sociali socialisti combinati allo sviluppo delle forze produttive: una sintesi marxisticamente ineccepibile), bensì su un’idea del bene comune, Costanzo intendeva sganciare la componente irrinunciabile del progetto marxiano dalla costituzione utilitaristica della modernità. La critica era radicale, perché denunciava l’illusione dei marxisti tutti di poter costruire una società dei valori umani accettando i presupposti economicistici di una società dell’utile. Ne era segno evidente aver attribuito il ruolo di soggetto della transizione ad un gruppo sociologicamente definito (la classe operaia). Ne era anche marchio di sconfitta, perché dalle lotte della classe operaia non si sarebbe mai pervenuti all’auspicata abolizione del lavoro salariato, ma o alla sua generalizzazione standardizzata (nel caso del «capitalismo di Stato» pseudosocialista) o alla sua integrazione competitiva (nel caso delle società capitalistiche del consumo diffuso). Era inutile andare in cerca di soggetti sostitutivi, li si cercasse in un’altra categoria o in una composizione intercategoriale: il presupposto sociologico era caduto, e con esso l’unica base solida che i marxisti conoscessero.

Spero mi si concederà un omaggio allo stile di pensiero previano se formulo le seguenti due osservazioni: in primo luogo, che la disamina delle insufficienze dei vari marxismi non sarebbe mai potuta essere condotta con spietata lucidità fino a che non fosse maturata una radicale disillusione, perché diversamente la critica avrebbe continuato a fermarsi prima del punto di rottura; in secondo, che in questo modo l’individuo impegnato (in qualsiasi forma) veniva tuttavia privato di ogni appartenenza sostanziale (la classe, il partito, i movimenti ecc.) e con ciò di ogni elemento di mediazione con la concreta processualità storica, finendo per ritrovarsi solo nella ricerca del bene comune. Non c’era possibilità di sintesi dialettica.

Ci perdemmo di vista per diversi anni. Lo ascoltai con immutato interesse in occasione di alcune conferenze pubbliche o presentazioni di libri, ma eravamo divenuti estranei. Costanzo aveva abbandonato l’attività politica dal 1991 e, con il passare degli anni, gradiva sempre meno essere accomunato a quel mondo. Con diversa varietà d’accenti, era evidente ad entrambi che il progetto di una rifondazione comunista in Italia era fallito sul piano politico e teorico, prima ancora del tracollo organizzativo di molto posteriore. Non era comunque quello il terreno su cui ci potevamo intendere: l’impostazione delle analisi di Costanzo lo conduceva ad un divorzio totale dall’attività militante – quel che ai miei occhi costituiva una prova che vi si dovesse nascondere qualcosa di profondamente errato. Al tempo stesso, era chiaro che non avrei saputo reggere un confronto alla pari. Mancavano i presupposti

La ripresa dei nostri rapporti avvenne molti anni dopo e fu mediata non più dall’attività politica, ma da quella culturale, allorché divenni socio dell’Unione culturale Franco Antonicelli e contribuii ad organizzare dibattiti pubblici. Si stava allora sperimentando la possibilità di costituire una sede di dibattito filosofico indipendente e Costanzo, che aveva sempre patito la scarsa attenzione del mondo culturale ufficiale (mondo da cui peraltro l’Unione culturale iniziava a venire a sua volta emarginata) parve un referente naturale. Come regolarmente accade, solo una parte dei progetti che furono allora discussi ebbe realizzazione; si stabilì però un rapporto di stima reciproca fra persone che sapevano accettare senza drammi le divergenze, perché accomunate da una sincera passione per il valore di verità del dibattito filosofico. Da un lato la concezione del sapere come ininterrotta ricerca (anziché possesso detenuto da un ceto ‘sacerdotale’, sotto spoglie religiose o laiche che siano), dall’altro la tensione verso valori ‘forti’ perché in grado di fondare una pratica di giustizia sociale (anziché verso il dissolvimento dei valori ed il disarmo di fronte alla manipolazione generalizzata): ecco che cosa continuava ad accomunarci, perché ci aveva sempre accomunati ed ora, con sguardo sgombro da pregiudizi (negativi o positivi che fossero) lo potevamo vedere nitidamente.

Con il dovuto rispetto, dedico alcune considerazioni all’ultimo e più controverso periodo dell’attività previana. Chi lo ha conosciuto da vicino sa che Costanzo aveva un talento formidabile per mettersi nei guai e che questo talento era venuto crescendo negli anni. Il mondo politico-culturale riconducibile alla ‘sinistra’ lo aveva deluso prima e nauseato poi: è un fatto. La sua mossa ulteriore non era tuttavia obbligata. In fondo avrebbe potuto assumere un aristocratico contegno intellettuale e attendere il cadavere sulla riva del fiume; nell’attesa, avrebbe potuto consolidare la propria posizione perseverando nella critica filosofica, dove ancora aveva molto da dare. Sembrerà un controsenso, ma nella misura in cui individuava le alternative della modernità per decostruirle, distingueva le posizioni politiche per individuarne lo statuto teorico, analizzava l’antropologia della militanza per denunciarne la natura di fede e così via, la sua opera assolveva ad un’istanza illuministica di rischiaramento della ragione.

Una prospettiva del genere era però lontanissima dal suo modo di essere. Sapeva di non poter contare su una lunga vita davanti e ritenne di accettare tutte le opportunità per diffondere il proprio pensiero. Una volta gli esternai la convinzione che noi – tutti noi: la sua generazione e la mia – nella situazione data possiamo soltanto scrivere per il futuro, e che proprio per questo è fondamentale non compromettere il valore del nostro lascito con elementi magari esteriori, ma che comunque ne pregiudicherebbero la ricezione. L’argomento è delicato perché chiama in causa il rapporto con la morte: Costanzo non voleva morire, perciò ha scritto, ha inveito, si è agitato fino all’ultimo. Egli aveva tutte le possibilità di scrivere il proprio capolavoro, se solo avesse seguito una disciplina diversa; avrebbe dovuto trattenersi dal pubblicare prime stesure a getto continuo, dal mescolare concetti alti e polemiche smodate, dal dare credito a chi lo stava usando per uscire da una nicchia culturalmente impresentabile. Ma era nel suo diritto decidere che strada seguire e, fedele alla propria natura, ha compiuto la scelta opposta, radicalizzando quelle caratteristiche che già gli erano valse tante rotture e finendo per autoavverare le profezie sul suo insuccesso presso l’ambiente di provenienza. 

Non si può negare che avesse un suo pubblico (in parte superstite, in parte nuovo), ma per i suoi vecchi amici e sostenitori era divenuto difficile organizzare un evento con lui, soprattutto da quando aveva iniziato a pubblicare, com’egli diceva, «a 360°», sicché – essendo incluse nei 360° anche riviste e case editrici di estrema destra, e da un certo momento anzi soprattutto quelle – non era sempre facile trovare interlocutori disposti a passare sopra questa disinvoltura. Tutto ciò è sgradevole, ma a chi si scandalizza per tale supposta discriminazione – di solito con argomenti che restano nell’ambito del politicamente corretto, anche se ne rovesciano il segno – si suggerisce che l’interdetto non intendesse denunciare tanto la disponibilità di Costanzo, quanto piuttosto l’operazione di sdoganamento tentata da circoli dell’estrema destra. Si può infatti non condividere le reazioni di sdegno di parte del mondo politico e culturale, considerarle inerziali e/o ipocrite, ma è certamente difficile accettare la sola idea di discutere serenamente di filosofia con cultori militanti dell’orgoglio nazionale, quando non della purezza razziale.

Riflesso condizionato o pigrizia intellettuale, in molti hanno pensato che Costanzo fosse diventato fascista e, quando in rete girò una sua falsa citazione parzialmente favorevole a Mussolini, quei molti la ritennero vera. Si può dire che, per odio verso il mondo di ‘sinistra’, egli abbia voluto distruggere la propria immagine presso quel mondo. Per le stesse ragioni, so che non avrebbe piacere di leggere la mia rievocazione del suo passato di militante nella ‘sinistra rivoluzionaria’ e di filosofo marxista, che anzi protesterebbe violentemente di non avere più nulla in comune con quel mondo e di essere pervenuto alla posizione di pensatore originale, che attraverso il divorzio dal comunismo prima e dal marxismo poi avrebbe radicalizzato il proprio anticapitalismo. Così, nella nostra ultima conversazione telefonica, aveva mostrato di non gradire un mio articolo in cui la sua produzione recente veniva citata con un certo rilievo e in termini sostanzialmente positivi, ma nell’ambito (evidentemente ritenuto imperdonabilmente improprio) di una rassegna sulla ripresa degli studi marxiani in Italia.

Di questo e di molte altre cose abbiamo discusso quando Costanzo era in vita. Ora che la sua opera è a tutti gli effetti conclusa, dedicherò un secondo e ultimo omaggio al suo stile espositivo,  in cui ricorreva il detto amicus Preve, sed magis amica veritas, per affermare che la sua importanza  come pensatore non è disgiungibile dalla sua storia intellettuale, quale che sia la valutazione sulla sua opera e in particolare sui suoi esiti originali, giacché ad essi egli è approdato attraverso quel percorso. Ciò che di valido Costanzo ci ha lasciato non si limita a ciò che ha scritto su Marx e i marxismi, né tanto meno a ciò che ha scritto in loro favore; e tuttavia, voglio sostenere nel modo più chiaro che egli non sarebbe riuscito a raggiungere risultati validi neppure nella sua fase matura, se non fosse passato attraverso un confronto quarantennale con Marx e i marxismi e non avesse cercato di superarli senza per questo rinnegarli. Un marxismo della cattedra è storicamente esistito e si può forse temere che riprenda spazio a spese di marxismi militanti, ma se c’è una caratteristica che ha visto concordi ortodossi ed eretici in 150 anni di dibattiti è che il lascito di Marx, per la peculiare natura dell’oggetto trattato e, conseguentemente, del metodo adottato, pone in termini nuovi il rapporto tra teoria e prassi. Quando Costanzo ha cessato di sentirsi in qualche modo marxista, non per questo ha cessato di dedicare il proprio impegno intellettuale all’analisi delle forme di dominazione capitalistica ed alla ricerca di una prospettiva di liberazione.

Queste righe sono state scritte da una persona che in Costanzo ha visto un esempio, a volte positivo, a volte negativo, e che nel riconoscimento di un’istanza condivisa – la ricerca di una strategia filosofica anticapitalistica –  e più alta rispetto alle molte divergenze ha inteso onorare al tempo stesso il rapporto maestro-allievo e la sua impossibilità.

Una conoscenza comune mi disse che a Costanzo bisognava volere bene. Chi gli ha voluto bene, chi glie ne ha dovuto volere di più per superare le difficoltà del rapporto, sa riconoscerne il valore. È auspicabile che chi ancora vorrà cercare un punto di fuga oltre l’universalizzazione del dominio capitalistico riprenda in mano i molti nodi concettuali affrontati nella sua opera. Al netto del fattore umano – che inevitabilmente si esaurirà nella storia degli effetti – i suoi meriti teorici sono stati molti e meritano di sopravvivergli; gli errori che ha fatti (e io credo ne abbia fatti) non sono stati commessi in cerca di convenienze e hanno danneggiato lui per primo: di quanti si può dire altrettanto?

 

 

Oliviero Calcagno

 

Torino, 25 novembre 2013