Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La politica è bella, di Salvatore Cannavò

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da Communia

 

La prima immagine che viene in mente nel pensare alla morte di Roberto è quella scena del film “Baarìa” di Giuseppe Tornatore in cui il padre del protagonista, comunista, muore dicendo: “La politica è bella”. Per Roberto la politica non è stata solo una scelta di vita, una ragione e una spinta anche nella propria vita privata, ma è stata soprattutto “bella”. Sembra curioso nel momento in cui le due parole assomigliano sempre di più ad un ossimoro. Per Roberto la politica era bella perché gli consentiva di occuparsi del mondo, di stare dentro la lotta fino in fondo, di non ritirarsi, di prendere parte. Era bella perché, nella sua formazione marxista e orgogliosamente trotzkysta, leggeva ogni avvenimento nella sua concatenazione generale, alla ricerca del “politico” di ogni cosa, quella sintesi del reale che può essere compresa solo tramite un'intuizione. Una dote non alla portata di tutti.

Roberto è stato il primo a consigliarmi un libro politico da leggere (lui, amante svergognato dei libri): Stato e Rivoluzione di Lenin. Gli sembrava fondamentale leggere un testo, generalmente poco considerato, in cui potessero esserci i fondamentali delle sue convinzioni politiche. E poi, ovviamente, Trotzky, le vicende della Quarta internazionale e tutto ciò che riguardava la lotta di classe e il movimento operaio. L'ho conosciuto nel 1985, durante la mia prima esperienza politica all'università di Roma. Era un movimento contro la finanziaria dell'allora governo Craxi, anni luce fa, un altro tempo. Eppure, quel tempo, quei mesi, poi tramutatisi in decenni, hanno segnato per sempre il mio fare politica e la mia formazione. Il senso per il lavoro collettivo, l'importanza di una discussione sincera e non banale, il gusto per la formazione. Roberto amava tramandare, trasmettere, era questo il compito politico che sentiva più rispondente alla propria indole, alla propria missione nel mondo. Trasmettere ai più giovani e così si era messo di buona lena, quasi trentenne, a costruire un'organizzazione giovanile, l'Ogr, che è stata un gioiellino e una palestra politica, una comunità di intenti, un luogo “bello” in cui fare politica. Lui era il “vecchio”, il riferimento obbligato di tutti noi più giovani. Per questo lavoro gli abbiamo voluto bene tutta la vita. Non per un cedimento nostalgico, per il ricordo dell'età che fu, ma perché nel corso della vita ha continuato a trasmettere quello spirito originario, replicando quelle caratteristiche. Lavorando a trasmettere, anche a rischio di apparire paternalista,avendo cura della “comunità politica”, del gruppo di lavoro, passando ore a parlare con chiunque avesse un problema, discutendo anche bruscamente ma sempre, sempre, sinceramente. Non riusciva a fingere oltre qualche minuto, di fronte a divergenze importanti. Le esplicitava, anche con durezza, senza mai perdere la relazione intima, il rispetto, la voglia di capire. Ho conosciuto a fondo queste caratteristiche proprio negli ultimi suoi mesi di vita, quando le vicende della politica ci hanno fatto intraprendere strade diverse.

Avevo scritto una lettera per lui che però non ho potuto mandargli a causa dell'aggravarsi della malattia. Volevo raccontargli soprattutto questo: quando ho assunto responsabilità importanti, nazionali e internazionali, tra le maggiori soddisfazioni c'è stata sempre quella di tornare da lui per raccontargli, metterlo al corrente, vagliare gli aspetti negativi e quelli positivi. Condividere. I progetti della casa editrice, le avventure parlamentari, gli incontri internazionali, le varie vicissitudini politiche in nome e per conto di quella "famiglia" tenace di cui abbiamo fatto parte per oltre 25 anni. Come quando da ragazzini, tornando a casa, si raccontano le proprie imprese in cerca dell'approvazione dei genitori o, visto il caso, dei fratelli maggiori. Andavo in cerca della sua approvazione perché dava completezza a quanto fatto, chiudeva il cerchio della nostra relazione. Era il sigillo di un lavoro fatto per un valore più grande, un obiettivo comune. Cementava l'impresa collettiva. Il cemento era lui, io facevo solo la spola.

Nella sua vita politica non ha chiesto mai nulla, non si è imposto, non ha brigato per cariche importanti. Gli bastava che il progetto comune andasse avanti, che migliorasse. Per questo per lui, e con lui, la politica è stata bella. Per questo poteva sentirsi migliore e restituire anche agli affetti più cari, la sua intima essenza. Così l'ho visto, così l'ho sentito nel rapporto con Daniela e Ginevra, amatissime.

Ora che se n'è andato si è portato via questa parte di noi, perché questa parte era lui. Dire che ci mancherà è ovvio. Dire che lo ricorderemo per sempre è naturale.

Per ricordare Roberto Rossetti domani (28 novembre) dalle 11 camera ardente al circolo di S.Lorenzo, alle 15 la commemorazione nella Sala teatro della scuola Saffi in Via dei Sabelli 119



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