Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Terremoto ad Haiti

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Terremoto ad Haiti. Piove sul bagnato

 

 

Tremendo terremoto ad Haiti. È l’ultima tragedia di questo sventurato paese. Le catastrofi naturali come il terremoto e i quattro uragani del 2008 colpiscono un paese già ridotto allo stremo.

 

 

La comunità internazionale piange su Haiti sconvolta da un tremendo terremoto, ma sono lacrime ipocrite. Non sarà certo la Minustah, la forza di interposizione dell’ONU, a risolvere i problemi di questo paese, i cui indici economici e sociali sono tra i più bassi del mondo. Per il momento, si sa che tra le vittime ci sono anche parecchi militari brasiliani: è il Brasile di Lula infatti che nel 2004 si è assunto il compito di fornire una parte importante del contingente, offrendo ai suoi militari un’occasione di presentarsi come forza determinante nel continente, e anche di svagarsi un po’ con le adolescenti del luogo, facilmente conquistabili con un tozzo di pane… Sono stati accusati di aver organizzato un vero e proprio giro di pedofilia ma lo scandalo è stato soffocato.

 

Che organizzazione dei soccorsi può esserci in un paese in cui l’analfabetismo ufficiale supera l’80%, e in cui per ogni 1.000 abitanti ci sono 0,3 medici? A Cuba ce ne sono 6,3 ogni 1.000, e la percentuale dei posti letto è analogamente squilibrata tra i due paesi vicinissimi, e che duecento anni fa avevano lo stesso tenore di vita.

Come si può aiutare un paese in cui la speranza di vita non raggiunge i 50 anni, il PIL per abitante (per quel che vale questo indicatore…) supera appena i 500 dollari annui, un paese che ha si e no 1000 km di strade “asfaltate” (si fa per dire), e neanche una ferrovia?

 

Come stupirsi che in un paese che per decenni è stato dominato dalle squadracce armate dei Duvalier, i tonton macoutes rimasti impuniti anche molto tempo dopo la fine della dittatura, la prima reazione a un terremoto sia la comparsa degli “sciacalli”?

 

Cosa potrebbero fare gli aiuti internazionali – se anche ci fossero, tempestivi e sufficienti - in un paese il cui tessuto sociale è stato distrutto da due colpi di Stato successivi, nel 1991 e nel 2004, contro il primo presidente regolarmente eletto, Jean-Bertrand Aristide, con un bilancio di morti altissimo, che non si conoscerà mai esattamente, e con la beffa di un intervento di “interposizione” che teneva a bada soprattutto i sostenitori del presidente e lasciava via libera al caos?

 

Finora le notizie sono scarse, e non permettono di valutare la dimensione del disastro. Ma si può già dire che non è stato fatale che si arrivasse a questo punto, e soprattutto che non è stata colpa degli haitiani: questo paese due secoli fa era ricco al punto che il suo zucchero assicurava un terzo delle entrate complessive della potenza coloniale, la Francia è stato distrutto da un blocco a cui hanno partecipato tutte le maggiori potenze per oltre un secolo. Come è stato possibile che sia stato ridotto così? Cercherò di spiegarlo con alcuni dati storici, tratti da un mio scritto di pochi anni fa, che recensiva uno dei pochi libri dedicati a quello sfortunato paese.

 

P.S. Il libro è del 2002. Dopo di allora, sono usciti pochissimi altri libri su Haiti, e anche precedentemente ce n’erano pochi, in genere curati da Pax Christi o da società missionarie. Spicca un bel cofanetto con un film di Jonatan Demme, The Agronomist, dedicato alla figura di un coraggioso giornalista, Jean Dominique, assassinato nel 2000. I mandanti, che avevano preparato il delitto con intimidazioni e minacce, non sono mai stati identificati e puniti. La radio di Dominique fu chiusa. Il film è costruito con molti spezzoni di documentario girati dallo stesso giornalista prima del suo assassinio. Insieme al DVD c’è un volumetto antologico curato con la consueta cura da Danilo Manera, L’isola d’acqua. Haiti: storie e musica, ferite e sogni, Feltrinelli Real Cinema, 2005.

 

 

Haiti. Un genocidio dimenticato

 

Un libro recente – uscito nel quadro di una certa ripresa della saggistica storico-politica dopo anni di quasi totale sparizione di questo genere dalle librerie – ricostruisce la lunga tragedia di Haiti.

Spettri di Haiti. Dal colonialismo francese all’imperialismo americano, a cura di Roberto Cagliero e Francesco Ronzon (Ombre corte, derive/approdi, Verona, 2002) affronta soprattutto il problema della lunga demonizzazione di Haiti da parte della cultura europea e statunitense, dopo lo “scandaloso” esempio della sua rivoluzione che “aveva preteso” di applicare i principi della rivoluzione francese anche a quella che era stata per anni la colonia più redditizia della Francia.

Saint Domingue, l’attuale Haiti era stata una colonia spagnola (col nome di Hispaniola, scoperta da Colombo nel 1492), ma nel 1697 la parte orientale era passata alla Francia.

Nel 1791 produceva zucchero in quantità superiore a quello allora fornito complessivamente da Cuba, Giamaica e Brasile, ma anche il 50% della produzione mondiale di caffè, e inoltre cotone e coloranti naturali come l’indaco. La Francia si era assicurata il monopolio sul suo commercio, che rappresentava un terzo del commercio estero del regno. Non era dunque un paese povero. Ma sotto la Francia gli schiavi erano arrivati a 455.000 (su 510.000 abitanti!) nel 1791. Qualche relativo privilegio era stato concesso ai mulatti e ai “negri creoli”, cioè nati sul posto, che avevano in genere funzioni di controllo sui “bossales” nati in Africa. Nel corso di tutto il XVIII secolo c’erano state rivolte periodiche di schiavi e fughe in massa verso le montagne (il marronage, equivalente francese del fenomeno cubano dei cimarrones). I bianchi “dormivano sui fianchi del Vesuvio”, scrisse Mirabeau.

La rivoluzione francese risveglia il vulcano. I bianchi chiedono la libertà di commercio, i mulatti e i neri affrancati i diritti politici, che l’8 marzo 1791 vengono concessi solo a quelli nati da genitori liberi (appena 400), che erano anche possidenti e si guardavano bene dal rivendicare la fine della schiavitù. Ma era una prima breccia. 100.000 schiavi insorgono nelle pianure del nord. L’Assemblea Nazionale invia un suo rappresentante, Sonthonax, per riaffermare l’autorità di Parigi sia sugli schiavi in rivolta, sia sui coloni bianchi, che chiedono però aiuto all’Inghilterra offrendolei l’isola, che le permetterebbe di ottenere un monopolio assoluto dello zucchero, del cotone, del caffè, dell’indaco. Preoccupato da questa possibilità e messo alle strette, Sonthonax proclama la libertà per tutti gli schiavi il 29 agosto 1793, nella speranza vana di conservare Saint Domingue alla Francia col loro aiuto. Il 4 febbraio 1794 la Convenzione ratifica la decisione e proclama l’abolizione della schiavitù.

Il primo a capire la possibilità dell’alleanza con la Francia rivoluzionaria fu Toussaint Louverture, un ex cocchiere che aveva già cominciato ad organizzare un piccolo esercito di schiavi insorti, che nel maggio 1794, conosciuto il decreto della Convenzione, si mise al servizio dei rappresentanti del regime rivoluzionario francese. Battendosi contro gli inglesi chiamati dai coloni schiavisti, regolava intanto i conti con i proprietari francesi. Nel 1797 era padrone dell’isola.

Intanto nel luglio 1794 era caduto il regime giacobino, mentre il tentativo di Toussaint di ristabilire un’economia di piantagione proiettata verso l’esportazione si scontrava con la resistenza dei bossales del nord, che insorsero nuovamente e furono duramente repressi (oltre 1.000 morti). Le masse si staccarono da Toussaint, e Bonaparte decise nel 1802 di recuperare la “perla delle Antille”, inviandovi 22.000 soldati con 86 navi, al comando di suo genero. Toussaint, tradito, fu catturato e inviato in Francia dove morì in carcere. Nel maggio 1802 Napoleone ristabilì legalmente la schiavitù. Ma “il Vesuvio” esplose nuovamente, sempre nel nord dei bossales.

Il generale Leclerc, marito di Paolina Bonaparte, si lamentò dell’inutilità della deportazione di Toussaint (“bisognerebbe deportare almeno 2.000 capi”). La ferocia delle sue truppe, ma anche l’ampiezza della sollevazione, spinsero gli stessi generali neri come Christophe e Dessalines che avevano inizialmente collaborato con Leclerc a unirsi alla rivolta. Mentre Napoleone conquistava l’Europa, i suoi migliori soldati non riuscivano a piegare 400.000 schiavi in lotta per la libertà. Prima di morire di peste, Leclerc aveva progettato di portare nell’isola un gran numero di serpenti velenosi (che, come a Cuba e in tutte le Antille, non esistevano nella fauna locale).

Nel gennaio 1804 Dessalines proclamava l’indipendenza del primo Stato nero ribattezzato col nome di Haiti (ancora più omogeneo dopo lo sterminio dei 2 o 3.000 bianchi rimasti, con l’eccezione di preti, medici e tecnici indispensabili, e di un consistente gruppo di polacchi arrivati con le armate napoleoniche ma che si erano uniti alla rivoluzione).

Oggi Haiti, che era la “perla delle Antille” e forniva un terzo delle entrate del regno di Francia prima della rivoluzione, si è trasformato nel paese più povero del continente, e uno dei più poveri del mondo. Se alla fine del Settecento superava di gran lunga Cuba come ricchezza, oggi ha un prodotto interno lordo di gran lunga inferiore a quello di Cuba, ha 0,16 medici ogni mille abitanti, mentre Cuba ne ha 5,30; ha un tasso di analfabetismo del 47,1% contro il 3,1% di Cuba, ha una speranza di vita di 52 anni contro 75,7, e soprattutto una mortalità infantile del 68,3 (ogni mille abitanti) mentre Cuba l’ha ridotta al 7,5 su 1000.

Come si spiega? Lo si deve al debito estero, e al primo sistematico e spietato bloqueo della storia contemporanea. Nel 1825, dopo il fallimento di molti tentativi di riconquista, il re Carlo X di Francia accettò di riconoscere l’indipendenza di Haiti in cambio di un indennizzo di 150 milioni di franchi oro, calcolato sul valore delle proprietà (e degli schiavi) nel 1789. Una cifra enorme che corrispondeva a dieci anni di esportazioni haitiane e a quattro volte il bilancio annuale della Francia, che era allora uno dei paesi più ricchi e popolati del mondo.

Per pagare la prima quota il presidente dell’epoca, Boyer, un mulatto che aveva riunificato il paese e conquistato nel 1822 anche la parte spagnola dell’isola, che tenne fino al 1844) fu costretto a contrarre un prestito che mise Haiti nelle mani di banchieri francesi. Nel 1914 il debito non era stato ancora estinto, ma gli interessi versati alla Francia, (e anche agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Germania) assorbivano l’80% delle entrate del paese. Un tentativo del presidente haitiano di recuperare il controllo dei fondi depositati nella Banca Nazionale provocò l’intervento degli Stati Uniti (che per 60 anni non avevano voluto riconoscere l’indipendenza del paese), che inviarono i marines a prelevare 500.000 dollari-oro nelle casse della banca, portandoli a New York.

Dal 1915 al 1934 Haiti fu occupata direttamente dagli Stati Uniti, che dovettero impiegare anni per soffocare le rivolte dei contadini poveri, assassinando 13.000 haitiani. Nel 1922 l’intera Banca Nazionale fu trasferita alla National City Bank di New York, e Haiti fu costretta a versare 40 milioni di dollari agli Stati Uniti per liquidare definitivamente l’indennizzo alla Francia, che fu così estromessa dal paese. Solo nel 1935 il governo haitiano ha potuto recuperare la sua Banca Nazionale, ma il suo dipartimento fiscale, che controllava anche le dogane, rimase sotto il diretto controllo degli USA fino al completo rimborso del debito contratto nel 1922, che avvenne nel 1947. A controllare il paese, gli Stati Uniti collocarono poi il feroce François Duvalier, con i suoi tonton macoutes.

La prima rivoluzione indipendentista d’America (esclusa quella delle tredici colonie britanniche del 1876, che era stata in realtà solo una secessione politica di europei da una madrepatria che non dava nulla, e pretendeva delle imposte) fu dunque duramente punita. E lasciata sola anche dagli altri paesi del continente. Perché tanto odio per Haiti, al punto di far dimenticare la sua primogenitura nelle rivoluzioni latino-americane? Non certo perché il suo assetto interno non fosse stabile, dato che tutti i nuovi Stati del continente hanno conosciuto per decenni spietate dittature di feroci caudillos e continue secessioni.

In primo luogo, lo si deve al fatto che tutti i nuovi Stati del continente si guardarono bene dall’abolire lo schiavismo. La schiavitù fu mantenuta in Colombia fino al 1851, in Argentina e in Ecuador fino al 1853, in Perú e Venezuela fino al 1854. Solo il Cile l’aveva abolita nel 1823 e la Bolivia nel 1826 (ma erano paesi in cui l’economia di piantagione basata sugli schiavi neri era praticamente inesistente). La schiavitù rimase nelle colonie britanniche delle Antille fino al 1834, negli Stati Uniti fino al 1862, a Cuba fu eliminata solo nel 1886 e nel 1888 in Brasile.

Lo stesso Bolivar, che era stato ospitato e aiutato militarmente da Haiti in un momento in cui si era trovato in difficoltà, non ricambiò la generosità ed escluse quel paese “scandaloso” dalla prima conferenza panamericana, a cui furono invece invitati gli Stati Uniti.

Non è difficile immaginare dunque le ragioni per cui l’immagine di Haiti è stata deformata e caricata di calunniose insinuazioni sulla sua “innata barbarie” non solo in Francia, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti. Già nel Settecento le colonie britanniche del nord America avevano rapporti economici strettissimi con Saint Domingue (analoghi a quelli che avevano con Cuba), che per vari motivi si erano rafforzati dopo l’indipendenza; ma quella inaudita pretesa di libertà sconvolse talmente sia i razzisti del sud, sia gli abolizionisti del nord, che arrivarono al punto di negare asilo agli stessi francesi scampati alla guerra civile e ai massacri per timore che anche involontariamente portassero il contagio della rivoluzione (i grandi proprietari bianchi arrivavano spesso con i più affezionati domestici neri, che si temeva potessero trasformarsi in sobillatori).

Nel libro la ricostruzione storica è corretta, ma abbastanza dispersa (queste note introduttive sono ricavate prevalentemente da altre fonti) dato che gli autori si interessano soprattutto alle immagini letterarie su Haiti (da Graham Green a Faulkner a molti minori autori del ventennio di occupazione diretta da parte degli Usa), confrontati con la letteratura haitiana dello stesso periodo.

Il libro comprende anche diversi saggi di autori statunitensi, tra cui uno sulle fonti su Haiti a partire dalle quali Hegel ha affrontato il problema della schiavitù e la “dialettica servo-padrone”, e un altro particolarmente interessante sull’attribuzione dell’origine dell’Aids agli haitiani, in base al vecchio stereotipo sulla barbarie e sulle presunte perversioni dei “negri” (che nei miti negativi diffusi subito dopo la rivoluzione ma riproposti al momento della “missione civilizzatrice dei marines praticherebbero il cannibalismo e si incrocerebbero con le scimmie…). Ma il saggio informa anche sulle lotte della comunità haitiana negli Stati Uniti per far cancellare il divieto di donare il sangue che la colpiva insieme ad altre “categorie a rischio” (omosessuali con più partners, emofiliaci e tossicodipendenti da sostanze iniettabili) nonostante la percentuale di nuovi casi di immunodeficienza fosse a San Francisco dieci volte superiore a quella riscontrata ad Haiti. Ma prendere di mira Haiti era da quasi due secoli “una specialità americana”, spiegarono i leader haitiani degli Stati Uniti. A quanto pare quando si deve dichiarare guerra a un popolo va prima sempre denigrato.

La situazione di Haiti può essere definita un “genocidio”: ovviamente per fame e mancanza di assistenza, oltre che per i machete e le pallottole dei tonton macoutes al servizio del più feroce dittatore assoldato dagli Stati Uniti, François Duvalier, detto Papa Doc, al potere dal 1957 al 1971, quando trasformò la dittatura da personale a ereditaria, cedendola a suo figlio Jean-Claude, che fu scacciato solo nel 1987. Ma anche dopo la fine della dittatura, grazie alla “tutela” degli Stati Uniti, gli haitiani continuano a morire (o a cercare, invano, di fuggire dall’isola).

Antonio Moscato

 

Sulle polemiche in Brasile sul ruolo della Minustah, si veda l'articolo apparso il 14 gennaio su ilmegafonoquotidiano.