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Guido Ceronetti e la guerra

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di Antonio Moscato

Guido Ceronetti sul primo numero di Repubblica del 2004 ha iniziato le celebrazioni del centenario della “Grande Guerra”. Anche lui teme che quest’anno ce ne saranno molte, troppe. È pessimista, ma ha deciso  di tentare qualcosa per “educare positivamente chi ne ignora tutto, perfino l’epoca e il nome”. Ma si domanda: “cosa racconteremo” a una generazione che vede “ignorantissima di storia, abbrutita di presente, privata di ancoraggi morali”?

Tanto per cominciare pensa di poter togliere di mezzo qualche luogo comune:

Ed è luogo comune stupirsi che tra una così fantastica rete di prospere relazioni commerciali, monarchie imparentate, classi rivoluzionarie ultrapacifiste, un simile Evento abbia potuto realizzarsi. Sussiste tuttora la fede cieca che, stabilendo fruttuose intese commerciali e industriali con reciproca convenienza, si assicuri tra due o più paesi un futuro di pace. E allora c’erano, le buone relazioni, e le ferrovie collegavano migliaia di stazioni, e i passaporti stavano diventando superflui, e le Expo Universali sventolavano di vessilli che annunciavano fraternità imperiture…

Ceronetti forse dimentica che nel corso di tutta la grande guerra, i cannoni tedeschi e quelli francesi massacravano i coscritti e le popolazioni civili, ma evitavano di colpire le industrie siderurgiche ai due lati del fronte, spesso appartenenti allo stesso proprietario, e comunque protetti da un “accordo tra gentiluomini” che si riprodurrà anche nella seconda guerra mondiale, con i bombardamenti che colpivano i quartieri operai delle città tedesche, ma non le industrie belliche…

Ceronetti ricorda poi alcune fasi per lui sorprendenti della corsa alla guerra:

Che cosa sia la volontà popolare è da lasciare a chi crede di saperla interpretare. Il susseguirsi delle dichiarazioni di guerra furono altrettante esplosioni di giubilo nelle capitali europee. Stefano Zweig racconta l’indifferenza di Vienna per l’assassinio degli Arciduchi a Sarajevo il 28 giugno, perché Francesco Ferdinando, poveretto, era un erede al trono dei più maleamati, mentre il grande beneamato era stato Rodolfo, quello della leggenda di Mayerling, suicida nel 1888.

Ceronetti conclude che “quando un mese dopo ci fu l’ultimatum della Serbia, la risposta popolare fu entusiastica”, e descrive vari casi di giovani benestanti che furono presi dalla frenesia di indossare la divisa, partirono e non tornarono. Porta il caso del figlio unico di Rudyard Kipling, Jack, respinto per la fortissima miopia e che implorò l’intercessione del padre per poter partire ugualmente. Sparì dopo appena tre giorni di guerra, “disperso” per sempre come molti altri, sfigurati dalle granate o abbandonati a marcire sui reticolati dove erano caduti. C’è una serie enorme di testimonianze sulla rapida delusione dei pochi volontari interventisti sopravvissuti al caos dei primi giorni di una guerra che nessuno aveva preparato veramente. Per l’Italia il caso è più grave perché gli alti comandi non avevano ricavato la minima lezione dai primi dieci mesi di guerra franco tedesca sul fronte occidentale, e non avevano neppure preparato nulla per un terribile inverno ad alta quota. Credevano assurdamente, grazie alla loro presunzione, che l’entrata in guerra delle truppe italiane avrebbe fatto concludere il conflitto entro l’autunno del 1915.

Ma l’errore essenziale nella ricostruzione di Ceronetti è che interpreta quegli entusiasmi bellicisti come un fatto spontaneo, in qualche modo “naturale”, e veramente di massa: era tutt’altro. Nel caso dell’Italia gli studi di Isnenghi, Rochat, Melograni, Del Boca, Santarelli, Labanca, hanno ricostruito che quella era invece una nuova manifestazione di come poteva essere pilotata e utilizzata un’opinione pubblica che rappresentava non più di un decimo della popolazione, mentre la maggior parte di essa, soprattutto nelle campagne meridionali , era estranea a tutti gli entusiasmi bellicisti, di cui non sapeva e non capiva niente, quasi come lo erano stati i Malavoglia al momento della terza guerra di indipendenza in cui Luca muore a Lissa. Estranea anche per gli elevatissimi livelli di analfabetismo.

Un altro dieci o quindici per cento, di operai ma anche di contadini di zone in cui era penetrato maggiormente il movimento socialista, era invece decisamente ostile alla guerra (indipendentemente dall’ambiguità e dall’opportunismo di gran parte dei “capi” storici).

Anche in Francia, in Germania e in Austria, dove il movimento socialista era ben più forte che in Italia, l’ostilità popolare alla guerra era stata grande fin dall’inizio, ma il tradimento dei capi socialisti aveva indebolito e ritardato al 1916 e 1917 le proteste e gli scioperi contro la guerra. Aveva disorientato soprattutto la propaganda che annunciava una rapidissima guerra lampo. I pochi lucidi e coerenti come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht erano stati messi subito fuori gioco, mentre in Francia Jean Jaurès veniva assassinato alla vigilia della guerra.

In realtà quell’artificiale entusiasmo bellicista era stato preparato da anni, enfatizzando ogni scontro nelle guerre coloniali e bollando come traditori i socialisti che denunciavano i crimini contro le popolazioni africane. In Germania una svolta era avvenuta nel 1907, quando per aver denunciato il genocidio degli Herero e degli Ottentotti nella colonia del Sudovest (attuale Namibia), il partito socialista non poté fare accordi elettorali e perse per la prima volta voti ed eletti: la lezione di quel primo insuccesso incoraggiò un ulteriore spostamento a destra dell’ala socialdemocratica filo imperialista di Gustav Noske, futuro organizzatore dei Corpi Franchi che nel 1919 assassinarono a freddo Rosa e Karl, e stroncarono la repubblica dei consigli di Baviera.

Certo ha ragione Ceronetti a ridicolizzare le illusioni pacifiste di quegli anni, e ancor più quelle di chi pensava impossibile la guerra per l’interesse comune di capitalisti francesi, tedeschi, italiani, ecc. associati nello sfruttamento dei continenti extraeuropei e per le partecipazioni azionarie intrecciate. Nel bel film della von Trotta Rosa L c’è già una scena in cui la Luxemburg si scontra, in un veglione di fine secolo, con l’assurdo ottimismo dei capi socialdemocratici, che ignorano che si sta preparando una guerra catastrofica.  Ma non vorrei che da questa ironia di Ceronetti se ne potesse ricavare un fatalismo rassegnato.

Le forze che hanno preparato la guerra con la “nazionalizzazione delle masse” descritta da Mosse, continuano a lavorare ed hanno mezzi enormi. Ma non sono onnipotenti. All’inizio di questo XXI secolo, in concomitanza con i primi social forum, c’era stato chi esagerando aveva definito il pacifismo come una grande potenza mondiale. L’incapacità di dargli continuità organizzativa aveva impedito allora il suo consolidamento. Ma c’erano, e ci sono ancora, non sempre delusi e pentiti, molte/i delle donne e degli uomini che si erano mobilitati contro la prima serie delle “guerre infinite”.

Oggi il protrarsi di una crisi profonda, che purtroppo ancora una parte della residua sinistra si ostina ad attribuire a questa o quella scelta soggettiva sbagliata dei nostri governanti, o alla perfidia della cancelliera tedesca, mentre come minimo è una crisi del capitalismo a livello europeo se non mondiale, può portare di nuovo a conflitti generalizzati, che hanno bisogno di creare un clima di consenso.

Perciò in questo anno di celebrazioni, cercherò da parte mia di fare il possibile per ricostruire storicamente l’orrore di una guerra atroce che fu definita “mondiale” perché per la prima volta si svolse su molti fronti contemporaneamente, ma era già stata preannunciata dalle guerre balcaniche, da quella di Libia, prova generale di come la piazza impone una guerra a un parlamento che non la vuole (su questo rinvio alla seconda parte del mio Gli errori di Gheddafi e i crimini dell'Italia) e da tante feroci guerre coloniali (chi ricorda la partecipazione italiana alla guerra contro la rivolta dei Boxer in Cina?), e che ha avuto poi una sostanziale continuità nella seconda guerra mondiale, di cui creò le premesse, e in quelle successive, non solo “fredde”, che continuano a fare stragi, e a tentare i mercanti di armi (non solo quelli “illegali” condannati dal nuovo papa, ma tutti, anche quelli legalissimi ed ufficiali che siedono alla presidenza di Finmeccanica, e usano per la loro propaganda le costose crociere della Cavour).

E che alimentano il clima nazionalista e bellicista in mille modi: anche con l’omaggio ai due marò assassini, che hanno avuto l’onore di essere ancora una volta ricordati per nome nel messaggio di un presidente della repubblica che li considera eroi, mentre ignora i magistrati di frontiera minacciati dalla mafia… La propaganda di guerra ha mille volti insidiosi.



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