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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Ecuador: mitologia ufficiale e sfruttamento petrolifero

Ecuador: mitologia ufficiale e sfruttamento petrolifero

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Questo ampio saggio di Andrés Rosero, pubblicato inizialmente sul Boletín solidario di Montevideo e poi tradotto su Inprecor con un più ampio corredo di note esplicative, merita una certa attenzione. È un’analisi rigorosa e documentata delle contraddizioni del governo Correa, che sfuggono sia ai demonizzatori preconcetti (non molti, in verità, in confronto a quanto accade col Venezuela di Chávez e di Maduro), sia agli esaltatori acritici, che si basano più sulle formulazioni retoriche e le proclamazioni di una “rivoluzione civica” che sulla realtà. All’Ecuador, paese bellissimo che amo e di cui avevo seguito con speranza le trasformazioni, ho pubblicato parecchio sul sito, ed è facile ritrovare gli articoli premendo sul tasto Ecuador. Avevo già segnalato con inquietudine i primi passi indietro rispetto al progetto Yasuní ITT, di cui tuttavia, per comodità dei nuovi lettori, riassumo qui le caratteristiche essenziali.

 

Circa un quinto delle risorse petrolifere ecuadoriane stimate si trovano nel sottosuolo del parco nazionale Yasuní (Amazzonia), noto per la sua grande biodiversità (vi si contano 696 varietà di uccelli, 2.274 di alberi, 382 di pesci, 169 di mammiferi, 121 di rettili, nonché decine di migliaia di specie di insetti). Si tratta dei campi petroliferi di Ishpingo, Tambococha e Tiputini, cosiddetti ITT. Nel 2007, il presidente Correa ha lanciato una sorta di ultimatum ecologico alla tribuna dell’ONU: in cambio della rinuncia a sfruttare questi giacimenti petroliferi, preservando flora e fauna amazzonica, chiedeva ai maggiori consumatori di petrolio del pianeta la somma di 3,6 miliardi di dollari per una dozzina di anni, vale a dire la metà di quanto si stimava potesse rendere allo Stato ecuadoriano lo sfruttamento di quel petrolio (la cosiddetta “Iniziativa YasunÍ-ITT”). Nel 2010, il governo ecuadoriano ha firmato un accordo in questo senso con il Programma dell’Onu per lo sviluppo (PNUD). I ricchi, però, non sono benefattori: sono stati versati solo 13 milioni di dollari e ne sono stati promessi altri 116… Il 15 agosto 2013 Correa ha annunciato che avrebbe firmato il decreto che poneva termine all’Iniziativa: si potevano dunque avviare l’esplorazione e la costruzione di infrastrutture di perforazione. Benché la Costituzione del paese vieti l’estrazione di risorse non rinnovabili nelle aree protette, prevede però anche eccezioni…

Ma il saggio di Andrés Rosero è importante anche perché fornisce, dall’interno dell’Ecuador, spunti per capire i limiti dei nuovi governi progressisti. [a.m.4/1/14]

 

YASUNÍ-ITT – Una questione di morale e di principi

di Andrés Rosero*

Rivolgendosi al paese per annunciare la fine dell’Iniziativa Yasuní-ITT, il presidente Correa ha sfoggiato le sue capacità mediatiche, ma - purtroppo per lui - la presentazione è stata una radiografia del suo governo. In una decisione di questo rilievo, infatti, emergono le concezioni e gli interessi di fondo che sono in gioco.

 

Dalla forma…

 

Il discorso ufficiale si rivolge soprattutto ai giovani... perché sa che si tratta della fascia più sensibile e con un’evidente capacità di mobilitazione. Più ancora, rivolgendosi a questi per raccomandare loro di “non lasciarsi ingannare”, presume che soltanto il presidente dice “la Verità” e che lui solo non intende “ingannare”. Presume che, come presidente dello Stato ecuadoriano, sia lui ad esprimere automaticamente l’interesse generale della società. Va detto come minimo, tuttavia, che, come qualunque Stato, anche quello ecuadoriano è uno Stato di classe, e che quindi i suoi esponenti rappresentano gli interessi generali della classe dominante in questa società. Inoltre, in concreto, la decisione che è stata presa favorisce chiaramente determinati settori di quella classe che, naturalmente, l’hanno appoggiata. Lì si collocano personaggi legati all’industria petrolifera, soprattutto multinazionale, quali gli ex ministri René Ortiz (del governo di Mahuad, che ha firmato l’oneroso contratto con la Oxy che garantiva allo Stato la partecipazione solo al 15%), Fernando Santos (della “lunga e oscura notte neoliberista”, sempre impegnato a premere in favore della privatizzazione), Wilson Pástor (dell’attuale governo, ma anche della “notte neoliberista”).

Più ancora, sostenere in tono compunto che, in qualità di presidente, si vede costretto a prendere suo malgrado una simile decisione, significa sorvolare sul fatto che fin dall’inizio ha minacciato di dover ricorrere al piano B (l’estrazione del greggio) e che già da tempo ha autorizzato Petroecuador a esaminarlo.

 

… alla sostanza

 

1)     Il mito del progresso

Ci si torna a promettere non solo di eliminare la povertà (fin da oggi), ma di finanziare lo sviluppo, raggiungere il “buen vivir” [vivere bene], con i soldi del petrolio dello Yasuní.

Periodicamente ci hanno fatto la stessa promessa. Ce l’hanno già fatta quarant’anni or sono, quando era appena cominciata l’estrazione di petrolio in Amazzonia, la promessa del progresso e dello sviluppo. Adesso, a quarant’anni di distanza, è chiaro a che punto stiamo: continuiamo a restare alla periferia del capitalismo; probabilmente, con strade migliori e maggiore infrastruttura, ma in cambio di un gigantesco impatto ambientale e sociale nel Nord-est (come risulta dal processo contro Chevron), compreso il genocidio di tetetes e sansahuari,senza però aver superato alla fine la nostra situazione di fondo. Questo stesso governo di Rafael Correa da qualche anno ha ripreso la proclamazione del mito del progresso, rispetto alla sua intenzione di consegnare al capitale multinazionale lo sfruttamento minerario. Tuttavia, la verità è che l’Ecuador non ha cessato di essere un paese esportatore di materia prima e tutte queste mire governative (rinegoziazione petrolifera, estrazione mineraria su larga scala, nuovo ciclo di negoziati sul petrolio del Sud-est, sfruttamento dello Yasuní-ITT) non fanno altro che aggravare questo stato di fatto. Al di là delle proclamazioni sul “buen vivir” o sul “cambiamento della matrice produttiva” o sul passare ad essere “esportatori terziari”, quello che si fa effettivamente non fa che confermare la nostra originaria posizione nella divisione internazionale del lavoro.

Coloro che elaborano il mito del progresso per rivenderselo alla popolazione omettono di richiamare il nostro stato di paese periferico ed esportatore di materie prime, risultato del nostro inserimento nel mercato mondiale e della nostra subordinazione alla divisione internazionale del lavoro, a loro volta conseguenza della nostra storia, della nostra struttura e del nostro presente. Omettono di riconoscere che lo sviluppo non è un semplice atto di volontà, né il risultato di una determinata cultura e neanche del possesso di ricchezza, ma un fenomeno storico-mondiale sottoposto a determinate condizioni che lo rendono possibile: paesi che si specializzano nella produzione industriale per il mercato mondiale sulla base di trasformazioni rivoluzionarie (la rivoluzione inglese, quella francese, l’indipendenza e la guerra civile nordamericana, la riforma Meiji e la reindustrializzazione giapponese del dopoguerra…) e i rapporti di forza che lo consentono (internamente e nell’espansione all’esterno); paesi con un complesso coloniale fonte di materie prime e di lavoratori, e mercato per la produzione (Gran Bretagna e qualche altro); paesi che hanno accesso a enormi risorse e con grande affluenza di capitali e forza lavoro che hanno creato un sistema semicoloniale (Stati Uniti, ad esempio).[1] Sostanzialmente, però, al di là delle condizioni oggettive, i settori dominanti si basano su un progetto. Esattamente quel che è mancato all’Ecuador e che gli mancherà ancor più in tempi di mondializzazione come questi.[2]

Il mito, inoltre, prevede che la cosa migliore sia seguire le orme dei paesi “sviluppati”. Si tratta di un vicolo cieco, non solo perché mancano le condizioni storiche, ma anche perché non c’è alcun modo di generalizzare il modello di industrializzazione e la connessa forma di consumo che lo contraddistinguono, scollegati dalla soddisfazione dei bisogni dei più e da un minimo di rispetto dell’ambiente naturale. Servirebbero vari pianeti Terra perche disponessimo ciascuno del tenore di vita medio di uno statunitense. Più ancora, però, il “modello di vita americano” è ben lungi dall’essere l’ideale da imitare perché si basa sul capitalismo selvaggio, predatore e imperialista, sul capitalismo dello sfruttamento e dell’emarginazione, che diffonde disuguaglianza e povertà, che devasta la natura, che ricorre all’aggressione per appropriarsi delle risorse naturali e saccheggiarle, che si rafforza nel consumismo edonista e individualista.

È perciò indispensabile immaginare un paradigma alternativo. Vale a dire che è assurdo copiare ciò che sta mettendo a rischio il pianeta e condanna la maggioranza alla povertà e allo sfruttamento. A questa constatazione di fatto si aggiunge il problema della concreta possibilità di un percorso del genere, tanto più che manca un progetto democratico e includente per il paese.[3]

Per giunta, poi, la promessa di progresso elude seraficamente la profonda crisi di civiltà del capitale in cui siamo sommersi. Si offre un ideale impossibile da imitare e realizzare. Sebbene la crisi di sovrapproduzione sia esplosa tramite la crisi economico-finanziaria, anche la crisi energetica imprime il suo marchio. C’è inoltre la crisi di povertà e disuguaglianza, di polarizzazione planetaria. Ma essa va ben oltre, fino all’insieme dei rapporti sociali sotto l’influenza del capitale: dalla sfera politica con la crisi dell’egemonia nordamericana mondiale, la crisi politico-militare dell’impero e quella delle forme “democratiche” del dominio politico, la crisi delle concezioni egemoni rappresentata dal fallimento dell’ideologia neoliberista e dalla sua matrice neoclassica, fino alla crisi paradigmatica che, attraversando tutto quel che precede, si riassume in tutta evidenza nella crisi del cambiamento climatico. Per questo, nella prospettiva del sistema internazionale preso nella sua globalità, è evidente come tutto stia ad indicare la crisi della civiltà del capitale.

La promessa implicita nel mito del progresso è quindi non solo scarsamente realistica (lo dimostrano quarant’anni di sfruttamento petrolifero) ma è impraticabile (lo sviluppo è un fenomeno storico-universale) e pone al centro una questione di principi: è indispensabile costruire un altro paradigma, non solo di sviluppo industriale e di consumo, ma di civiltà. Il sistema attuale è in crisi.

 

2)     Lo sfruttamento avviene per favorire i poveri: il mito della redistribuzione

La classe dominante in Ecuador ha dovuto ricostruire la propria egemonia dopo la profonda crisi della fase precedente, una crisi segnata dal rovesciamento di tre governi ad opera di movimenti di massa semi-insurrezionali. La “rivoluzione civica” consiste precisamente nell’instaurazione di un regime indispensabile per ristabilire il “consenso attivo” degli oppressi in un processo complicato, nel quale vanno inserite alcune rivendicazioni democratiche e popolari, ridefinite in funzione del nuovo orizzonte storico-culturale della dominazione. Questo processo va dall’appropriazione di discorsi e simboli ai “buoni di povertà” e ad altri strumenti di riaffermazione del predominio di classe. Se la classe dominante si è vista costretta a fare alcune concessioni, le ha fatte solo per evitare le trasformazioni strutturali. Ha cercato di modificare il modello per mantenere il sistema e cioè: cambiare qualcosa perché non cambi niente. Il fatto è che un periodo di prosperità (in forza dell’elevato prezzo delle materie prime) fa comodo a tutti, anche per rabbonire-subordinare i settori popolari con buoni e sussidi.

La relazione governativa che pretende di giustificare lo sfruttamento dell’area dello Yasuní si incentra sull’idea della necessità di sfruttare le risorse per sradicare la povertà. Quel che emerge innanzitutto dal discorso del presidente è che la povertà non è scomparsa e che costituisce un problema importante (al contrario della precedente propaganda ufficiale che, quanto meno, la minimizzava). Tuttavia, se la povertà non è stata eliminata con oltre 60 miliardi di dollari di rendita petrolifera in 6 anni, come si farebbe a riuscirci con i 18 miliardi ricavati da ITT distribuiti come minimo in venti anni a partire dal decollo della produzione? Di più, se non è mai successo prima, quale garanzia c’è che questa volta la cosa possa andare a vantaggio dei poveri?

Le spese sociali rientrano nelle concessioni assegnate al settore popolare per ristabilire l’egemonia. Queste concessioni, tuttavia, assumono un significato nuovo nel contesto mutato. Esse non eliminano l’“assistenzialismo” clientelare né l’orizzonte di classe. Sono servite inoltre per dividere, cooptare, subordinare. Sono esistite solo per legittimare il nuovo progetto di predominio in atto, per cambiare qualcosa senza che niente cambi.

I nuovi governi neoliberisti hanno di certo aumentato il livello delle spese sociali, ma queste restano pur sempre inferiori a quelle che erano agli inizi degli anni Ottanta. Non vi è dubbio che il livello di povertà sia diminuito, benché a un ritmo meno rapido rispetto a quello di analoghi periodi precedenti, e sulla base di gigantesche risorse petrolifere (un prezzo storico). Ne risulta che, in larga misura, neppure gli attuali progressi sociali sono stabili. Da tre anni, non si sono ancora avviate in alcun modo riforme nei campi della sanità e dell’istruzione. Oggi, tutto quel che si mette in piedi va nel senso dell’interesse del capitale, in particolare di quello multinazionale. Le obbligazioninon superano i trasferimenti condizionati ordinati dalla Banca mondiale.

In campo sanitario, non esiste un modello alternativo, che dovrebbe puntare alla pienezza della vita, alla prevenzione. Si privilegia l’investimento in infrastrutture e impianti, ma senza gli specialisti richiesti; si favoriscono forme di neo-privatizzazione (ad esempio, le convenzioni con l’Istituto ecuadoriano di Sicurezza sociale) senza dare priorità alle cure elementari. La voglia di accumulazione finanziaria ha la meglio sull’obiettivo della sanità pubblica. Nell’istruzione, la controriforma imposta risponde agli imperativi del capitale, soprattutto di quello monopolistico, e non alla formazione globale degli esseri umani. Ispirata a un fondamentalismo basato su un neodarwinismo (sopravvivano i più adatti) dominata da una visione tecnocratica che funge da riferimento universale (sorvegliare e punire), alla fine si riduce alla funzione di abilitare forza lavoro indottrinata a sottomettersi a un mercato frammentario: diplomati non qualificati, sottopagati, tecnici qualificati solo per maneggiare tecnologia, la ricerca sotto il controllo ferreo di chi la paga.

Per altro verso, certamente ora arrivano maggiori risorse per le popolazioni amazzoniche (protagoniste della paradossale situazione di vivere insieme al petrolio ed essere tra i più poveri del paese), che hanno migliorato le loro condizioni anche se esistono sperperi e demagogia, ma i sussidi non bastano a farla finita con la povertà. Naturalmente, quei soldi provengono dalla riforma della Legge sugli Idrocarburi promossa dall’attuale governo che, anziché colpire le rendite dei petrolieri, ha ridistribuito profitti spettanti ai lavoratori: il 12% alle collettività, il 3% ai lavoratori. Il che equivale a ridistribuire quel che gli ecuadoriani hanno già avuto. In ogni caso, se si volessero aumentare i sussidi percepiti dalle popolazioni non si dovrebbe esitare ad aumentare i prelievi sulle rendite petrolifere, una soluzione che il governo ha eluso.

Ma se importasse tanto la battaglia contro la povertà non avrebbe senso cedere le principali risorse nazionali. E neppure indebitarsi con la Cina offrendo come pegno il petrolio. E, peggio ancora, riattivare contratti di concessione già legalmente scaduti (come nel caso di Porta/Claro), con gran profitto delle multinazionali.[4] Buona parte delle ricchezze nazionali ecuadoriane è (direttamente o indirettamente) in mano al capitale multinazionale. Il petrolio dipende da contratti rinegoziati in favore delle multinazionali, con la sua commercializzazione effettuata tramite queste e, per coronare il tutto, il petrolio a garanzia dei prestiti cinesi.

Si può ben vedere, con questo, come il futuro che ci si prospetta sia largamente lo stesso: approfondire il ritorno a un’economia basata sulle materie prime con lo sfruttamento del complesso minerario e quello del petrolio dello Yasuní. A parte i discorsi, i principali beneficiari dello sfruttamento petrolifero sono state le compagnie multinazionali e il capitale interno (soprattutto monopolistico), grazie a contratti, sovvenzioni, interessi incassati, vendite di beni e servizi, ecc.[5]

Correa sostiene di essere contro i banchieri. Tuttavia, il settore bancario ha ricavato profitti per 3,93 miliardi di dollari nel 2011 (El Comercio, 26 ottobre 2013), un picco mai raggiunto prima, e 3,14 nel 2012 (loc. cit., 25 ottobre). Questo però, sta succedendo da alcuni anni, e quindi, al contrario delle dichiarazioni, con il governo attuale il settore bancario ha migliorato di molto i suoi utili. Ma non solo questo settore soltanto ha ricavato profitti, anche gli altri principali gruppi sono più prosperi. Secondo il SIR (Servicio de rentas internas), nel 2006 42 gruppi economici hanno ricavato 12,6 miliardi di dollari, vale a dire il 30,2% del PIL. Nel 2010 ne esistevano già 72, che avevano realizzato una cifra d’affari di 25,4 miliardi di dollari, pari al 43,7% del PIL. Per il 2012, i 110 gruppi con introiti di 40,005miliardi rappresentavano il 47,3% del PIL.

Vuol dire che il grande capitale continua oggi a essere, nel secondo boom petrolifero, quello che lucra di più dall’estrazione mineraria, dal ritorno alla produzione di materie prime; non sono le famiglie che ricevono il Buono di povertà di 50 dollari/mese, per giunta usato come meccanismo clientelare, di sottomissione politica.

 

3)     Il mito della tecnologia

Si garantisce che l’impiego di tecnologia di punta ridurrà al minimo gli impatti. I tecno-burocrati, come tributari della razionalità strumentale, cercano di nascondere i fini con maggiore efficacia dei mezzi di comunicazione di massa. Come intermediari della logica del grande capitale contemporaneo inalberano la razionalità finanziaria per giustificare l’intervento e quella tecnica per garantire che è innocuo. In qualità di vati della nuova fede proclamano “la fiducia nell’onnipotenza della scienza”, che è la forma specifica dell’ideologia dominante nel tardo-capitalismo.[6]

Tanto per cominciare, va detto che non esiste tecnologia perfetta. Qualsiasi intervento dell’uomo è accompagnato da impatti e conseguenze. Ancor più, questo, nell’industria petrolifera, dove ci sono, in tutte le sue fasi, un numero di fattori imponderabili e di rischio. Occorre ricordare che tre anni fa la British Petroleum (BP), la seconda tra le principali compagnie petrolifere del mondo, sosteneva che fosse sicura e sperimentata la tecnologia per la produzione di petrolio in acque profonde. Finché così non è stato. Si impose la logica di profitto del capitale, per abbattere i costi e produrre più in fretta. La piattaforma “Deepwater Horizon” andò a fuoco e affondò, producendo la più grande marea nera della storia degli Stati Uniti (qualcosa come 4,9 milioni di barili riversati nel Golfo del Messico), cui si è aggiunto l’impiego massiccio di prodotti chimici per disperdere il petrolio.[7]

Nella pratica si presenta un altro tipo di problema. Ad esempio, nel campo dell’ITT, è necessario concludere l’operazione più delicata di esplorazione ricorrendo al metodo sismico 3D, consistente nel collocare esplosivi nei punti di intersezione di una quadrettatura che delimita il giacimento. Questo, però, al centro del paradiso della mega-biodiversità… È poi previsto di trasportare macchinari e personale in elicottero e/o per via fluviale. Secondo i tecnici, la perforazione orizzontale comporta l’estrazione di enormi volumi di materiali residuali. La mistura di petrolio grezzo, acqua e gas verrà trasportata verso le istallazioni del campo Edén-Yuturi per esservi trattata.

Il procedimento sismico implica dunque un’esplosione. Questa operazione va insieme a movimento, rumori, taglio di boschi, apertura di strade, installazioni di accampamenti, che non potranno non avere un impatto sulla fauna e la flora e che aumenteranno la pressione sulle popolazioni che vivono volutamente isolate nella foresta. Tra l’altro, l’arrivo dei lavoratori del petrolio è inevitabilmente seguito da un corteo di “servizi” (prostituzione, alimentazione, bar, e anche droga, violenza, ecc.). Il trasporto comporta l’installazione di condotte, pompe, strade, ecc. Il trattamento a Edén-Yuturi richiederà l’estensione delle installazioni. Poiché, poi, il petrolio estratto è grezzo, occorre mescolarlo o scaldarlo e occorrerà per giunta estrarre milioni di barili di acque sotterranee. Non vanno quindi minimizzati gli impatti che produrrà questo sfruttamento.

Tuttavia, anche nell’ipotesi che tutto quanto elencato sopra possa restare sotto controllo, lo sfruttamento petrolifero implica inevitabili rischi. Nel Nord-est, a causa della corrosione delle condutture (perché lo Stato finanzia a costo minimo l’impresa pubblica), cattive pratiche, incidenti (impossibili da escludere in qualunque caso di attività umana), terremoti, eruzioni, ecc., si producono in continuazione riversamenti accidentali, alcuni dei quali inevitabili. Quali saranno le conseguenze di un simile riversamento all’interno del parco della mega-biodiversità? Inoltre, gli impatti sono cumulativi e si presentano fin dallo sfruttamento delle zone limitrofe, dei boschi, ecc. La pressione sui vari raggruppamenti delle popolazioni “in isolamento volontario”, può portare all’etnocidio per l’invasione dei loro territori e per la riduzione delle loro risorse alimentari, cosa che può condurre a scontri violenti tra diversi gruppi indigeni. Le cose non sono quindi così semplici come si vorrebbe sostenere….

Naturalmente, alcune tecnologie sono migliori o peggiori di altre. Ma il loro impiego passa per il filtro della logica capitalistica (che è di breve respiro), per il bilancio costi-benefici che fa l’impresa multinazionale, come dimostrano il caso sopra richiamato della BP o le pratiche della Texaco e di altre compagnie petrolifere in Ecuador. Quanto alle imprese statali, sono attraversate dal gioco di interessi capitalistici che si posizionano politicamente: se prima, nella “notte neoliberista”, le si boicottava per favorire la privatizzazione addirittura per inefficienza, oggi si incoraggia l’alleanza strategica con la Cina o il Venezuela, ad esempio. Ma gli interessi del capitale non solo si posizionano direttamente, ma anche in modo indiretto, concretizzandosi in imprese operatrici, intermediarie, di servizi, ecc., che esercitano interferenze sulle rispettive controparti statali. In qualche modo, queste “influenze” si traducono concretamente nella legislazione, nell’alleggerimento dei controlli, nelle garanzie di redditività, nelle “associazioni”, per giunta usando metodi che possono andare dall’intimidazione alla corruzione. Per tutto ciò, le imprese e gli enti di controllo statali finiscono nell’orbita della logica del capitale. Il che significa che le tecnologie si adottano a seconda delle esigenze del capitale. È illusorio presumere che con la razionalità tecnologica (parziale) si possa affrontare l’irrazionalità (generale) del tardo-capitalismo (E. Mandel, op. cit.).

Solo il controllo della società, dell’insieme della popolazione e dei diretti interessati, esercitato in maniera organizzata insieme a quello dei lavoratori, può servire da garanzia contro l’insaziabile sete di profitto del capitale.

 

4)     Perché lo Yasuní-ITT? I meandri dei miti ufficiali

“Quando si scendedalla retorica ai fatti, si vede chi è chi”

Correa (frase conclusiva della campagna propagandistica governativa).

La lotta sociale segnata da circa un trentennio di resistenza al neoliberismo, dagli scioperi nazionali alle sollevazioni indigene, passando per numerose forme di resistenze settoriali, locali, regionali, ecc., ha impedito la messa in atto selvaggia delle ricette neoliberiste e le derive autoritarie, suscitando una certa combattività popolare e un ambiente relativamente democratico. L’attuale processo è uno dei prodotti di questa storia di lotta popolare, benché coniugata con gli interessi dominanti e deformata da questi ultimi. Questo risultato si colloca nel contesto storico dato. Come sopra richiamato, la classe dominante usciva da una profonda crisi di egemonia. La doveva superare. Di conseguenza, il ruolo storico della cosiddetta “rivoluzione civica” è quello di contribuire a ricostruire l’egemonia della classe dominante: cambiare il modello per mantenere il sistema. Le concessioni fatte al campo popolare (diritti e anche promesse) sono servite a costruire la legittimazione del rinnovato progetto di dominazione.

Una parte di tali concessioni è stato il discorso “ecologista”, il cui punto culminante fu la proclamazione dei diritti della Natura nella Costituzione, e l’impulso all’Iniziativa che voleva lasciare il grezzo sottoterra, dando continuità all’idea della “moratoria petrolifera” che vari gruppi ecologisti venivano proponendo da oltre un decennio. Vale a dire: nessuno può dichiararsi padrone della Natura. Ma la Costituzione, che ha il compito di garantire i diritti, è criticata da tempo dal governo, che invece esige maggiori diritti per sé e meno per i cittadini, dimenticando la cosa più elementare per consacrare l’iper-presidenzialismo e la conversione delle “misure eccezionali” in leggi stabili. In questo campo, il discorso ufficiale commette un altro errore di fondo: nessuno (neanche la Costituzione) ha definito il diritto della natura in contrasto con i diritti della persona. Al contrario, si è sempre trattato di estendere i diritti fino a riconoscerne alla natura, senza per questo recare danno ai diritti delle persone. Ma in tutta questa deriva (e con le facili scorciatoie utilizzate dal governo) il riformismo e il suo tecnicismo legalistico che semina speranze illusorie ha anch’esso un’influenza, lasciando da parte il fatto che le leggi sono l’espressione di una correlazione con le forze sociali. Occorre dunque modificare la realtà per cambiare le leggi e non attendere da un cambiamento delle leggi (costituzionali incluse) che modifichi la realtà.[8]

L’iniziativa Yasuní-ITT ha incontrato problemi fin dall’inizio. In nome del capitalismo “verde”, Correa ha affidato la direzione a Roque Sevilla, un imprenditore turistico. Al contempo, lasciava in piedi il Piano B di sfruttamento petrolifero a spese della credibilità dell’Iniziativa. Il discorso ufficiale ruotava intorno a una visione “economicista” che subordinava la decisione dell’Iniziativa ai versamenti di denaro del resto del mondo. Come se non si sapesse che i principali responsabili  del cambiamento climatico (Stati Uniti, Cina, Unione Europea) se ne preoccupavano ben poco. Tra l’altro, analizzando la crisi mondiale (soprattutto europea) come se ci fossero ancora prospettive favorevoli, soprattutto con un Piano B regolarmente annunciato (che realtà era sempre il Piano A). Per farla breve, con la stretta finanziaria, l’Iniziativa non ha mai avuto realmente troppe scelte.

Peggio ancora, essendo la tecnologia schiava della dottrina positivista, si è sempre insistito su indici (senza che mai mutassero i fondamentali dell’esistente), risultati, denaro. Dalla sua prospettiva empirica, essa privilegia il più pedestre pragmatismo, ancorato nel mondo della pseudo-concretezza (Kosik), della falsa coscienza che sistematizza l’apparenza. Così, la rottura dell’armonia uomo-natura si è tradotta in termini mercantili. Del pari, le perturbazioni da temere nel parco della mega-biodiversità e l’aggravarsi del rischio per le popolazioni in volontario isolamento sono state risolte in termini di costi/benefici a breve termine. Evidentemente, però, non tutto è denaro…

Alla fine si è posto fine all’Iniziativa (la si è liquidata) con la nomina della jet-setter Yvonne Baki (ex ministra di Lucio Gutiérrez, ex organizzatrice dell’elezione di Miss Universo, un’attività sicuramente redditizia anche per il suo socio Donald Trump). Il capitale multinazionale non poteva essere rappresentato meglio. Se ci fosse stato bisogno di altre dimostrazioni, in questo modo l’effettiva volontà politica appariva in piena luce.

 

5)    I limiti del modello della “rivoluzione civica” o i miti in verde… limone

Quel che è successo poi era solo una questione di tempo; durante il mandato di Correa c’era solo da aspettare la rielezione e vedere che cosa succedeva nella grande estrazione mineraria. Il fatto che l’estrazione mineraria sia rallentata per il crollo dei prezzi mondiali, malgrado le riforme legislative negoziate coi cinesi a favore del capitale multinazionale, ha stabilito urgenze nuove.

In base all’inserimento subordinato nel mercato internazionale derivante dalla specializzazione come esportatore di materie prime (specie con la “dollarizzazione”), il governo ha conservato intatta la struttura dell’economia ecuadoriana, l’impianto produttivo ereditato, senza più modificare la politica mineraria. Si continua a esportare petrolio e a importarne i derivati, senza trasformazione industriale locale della nostra materia prima. Di più, si è posto insistentemente l’accento sull’intervento dello Stato, ma in un contesto dominato dalla ricostituita egemonia del capitale monopolistico. In un’economia petrolifera, lo Stato è l’attore economico principale. È inoltre la struttura che Correa controlla effettivamente e da cui ottiene legittimazione, la leva per l’accumulazione della frazione emergente nel processo di ammodernamento capitalistico. Nel modello avviato si combinano elementi neo-sviluppisti e di capitalismo di Stato (che favoriscono l’emergere di nuovi settori di borghesia) con persistenze neoliberiste e trasformazioni istituzionali per sostenere la modernizzazione capitalistica e plasmare un nuovo blocco di potere. Sotto l’egemonia del capitale multinazionale (cinese, europeo, brasiliano…), in accordo (di subordinazione) con il capitale monopolistico interno tradizionale, il settore emergente effettua la sua accumulazione primitiva a partire dal potere politico.

Mentre si concedono o si sfruttano le grandi risorse nazionali in società con il grande capitale monopolistico (in genere delle multinazionali) che gestisce l’essenziale dell’economia, le richieste della maggioranza della popolazione vengono inserite (ridefinendole) nella logica del capitale: contratti (di infrastruttura, servizi, consulenze…), concessioni (strade, porti, aeroporti…), privatizzazioni (telefoni, internet…); sovvenzioni (condizionali o meno), salari, spesa pubblica, che incrementano la domanda, agevolano la circolazione, incentivano la produzione, e così via. Significa che, senza un cambiamento strutturale che investa il capitale monopolistico, che instauri il controllo sociale sulla produzione e sulla distribuzione, che costruisca l’autogoverno dei/delle lavoratori/lavoratrici, l’espansione della spesa sociale, il capitalismo di Stato, la ripresa dell’economia, compresa la sua crescita, vanno sempre inevitabilmente a finire nel profitto del capitale. Ne discende che, una volta finito l’auge, una volta rallentata l’economia, il capitale suddivide i gravami nel modo più disuguale possibile. E le prime ad essere colpite saranno le larghe maggioranze È un errore profondo presumere che attraverso sussidi e/o con la spesa pubblica e/o migliorando la distribuzione (che è certamente determinata dal modo di produzione, ecc.),[9]si ridurrà la disuguaglianza in modo stabile e consistente, perché il capitale genera e riproduce la disuguaglianza. Inoltre, l’intervento dello Stato (Stato di classe) serve a riattivare l’economia capitalista: e cioè, lo Stato “deve soddisfare due funzioni basilari: accumulazione e legittimazione”[10]e la spesa statale provvede a queste funzioni. Il riformismo, quindi, si rivela un modo per gestire l’interesse dominante, nascondendolo”.[11]

Ma c’è di più. Un modello così, che combina rottura e continuità rispetto al neoliberismo (con più continuità che non rottura) esprime l’egemonia del capitale monopolistico (in particolare di quello multinazionale) di fronte alle mutate condizioni.[12]Un modello seguito da un regime “bonapartista sui generis” proprio per mancanza di un progetto nazionale, “che nasce come soluzione di compromesso all’interno del capitale monopolistico e del controllo sociale sui settori popolari […] che finge di levarsi al di sopra dei conflitti per esserne arbitro, e che alla fine vi è invischiato”.[13]Il che vuol dire che tale modello rinuncia a costruire il capitalismo nazionale (e anche a prenderlo in considerazione), essendo esso stesso portatore degli interessi multinazionali. Perciò, la differenza di fondo tra il governo “nazionalista-rivoluzionario” del generale Rodríguez Lara agli inizi degli anni Settanta (primo boom petrolifero) e l’attuale governo è che il primo aveva un progetto nazionalista, in particolare concretizzato nella difesa delle 200 miglia marine di acque territoriali (oggi sepolto con la firma della Convemar) e il recupero della ricchezza petrolifera contro le mire imperialiste (ha, tra l’altro, nazionalizzato il petrolio, creato un’industria petrolifera ecuadoriana, riattivato l’impresa statale, tra le altre acquisizioni), anche se senza prevederne gli impatti; invece, l’attuale governo esprime l’egemonia (riconquistata) del capitale multinazionale (soprattutto cinese) in società con il capitale monopolistico interno (in condizioni di subordinazione), e con lo strato emergente (in cui cercano di inserirsi settori della tecno-burocrazia) che effettua la sua accumulazione primitiva partendo dal potere statale. Il che significa che dell’affermazione nazionale antimperialista rimane soltanto la retorica.

Tra l’altro, la modernizzazione capitalistica, che colloca al potere un nuovo blocco di classe e rende possibile l’accumulazione primitiva dello strato emergente richiede dalla controparte governativa di renderla praticabile. L’esercizio dell’egemonia è sempre, infatti, una combinazione di consenso e coercizione, quest’ultima accentuata in regime bonapartista. E l’attuale governo l’ha sempre intesa così fin dall’inizio. Ha criminalizzato la protesta sociale, ha perseguito per “sabotaggio” e “terrorismo” oltre 200 dirigenti di movimenti sociali, si è accanito contro studenti per aver manifestato (fino a condannarli penalmente), si è spinto oltre la garanzia della “sicurezza” con il progetto “Libertador” che, come la legislazione post 11 settembre ha lo scopo di spiare i cittadini, ecc. Il governo cerca di tenere a bada la società per imporre il suo modello con la pedagogia della paura e della repressione, in difesa degli interessi del capitale. Oggi vengono represse le manifestazioni contrarie all’abbandono dell’Iniziativa Yasuní-ITT, in flagrante violazione dei loro diritti umani, si minacciano di espulsione gli studenti che osano pronunciarsi, si ostacolano le indagini sul parco (permessi, garanzie, controlli…), si aggredisce un cantautore irriverente e si mente sul suo conto… Tutto questo con l’aggiunta della logorrea propagandistica.

Il modello economico la cui molla di fondo è la spesa statale (in una struttura immutata e in uno Stato capitalistico) a lungo andare è insostenibile. Malgrado l’enorme rendita petrolifera che ha battuto ogni record storico, benefici e spesa non sono sostenibili, come non lo sono la redistribuzione fra tutti (con le disuguaglianze tipiche di una società classista), l’occupazione connessa, i “buoni” e le sovvenzioni, ecc. Neanche la mediatizzazione delle rivendicazioni popolari, che si è mossa tra la concessione e la propaganda, può durare all’infinito. Alla fine, il governo (e il modello) raggiunge i suoi limiti.

Indubbiamente, il governo si è visto costretto a prendere la decisione di sfruttare il petrolio grezzo (di una delle ultime regioni non invase) per la fame vorace di risorse di cui soffre. La spesa incontrollata, alla base della sua gestione economica e della sua riproduzione politica, indispensabile per sostenere l’accumulazione di capitale e i meccanismi clientelari, esige sempre maggiori finanziamenti. Per difendere le proprie decisioni, il governo e i suoi portavoce dichiarano che sono prese nell’“interesse nazionale”, per aggredire la povertà e per far fronte al cambiamento del sistema produttivo. Sui primo punto, sappiamo già cosa aspettarci; quanto al secondo, è la confessione che in sei anni poco o niente si è progrediti, come riconosce lo stesso presidente. Infine, conservando intatta la struttura, la politica economica è riuscita soltanto a mantenere ed estendere la concentrazione della ricchezza e a rafforzare la natura del paese come esportatore di materie prime.

Ma la necessità di risorse per sostenere la spesa ha non solo liquidato l’Iniziativa Yasuní-ITT, ma sta costringendo il governo a prospettare altre misure: dai tagli dei costi di gestione (pasti, spese di missione ed altre), l’estensione dell’accesso ai fondi dell’IESS (Istituto ecuadoriano di assistenza e previdenza sociale), l’attacco alle conquiste lavorative, fino a mettere a in discussione il sussidio alla benzina, o a eliminare quello al gas con la sostituzione di cucine elettriche a induzione. Inoltre, il petrolio dello Yasuní può servire ad ottenere prestiti dalla Cina.

Con la stessa disinvoltura con cui si è promossa l’Iniziativa, oggi si sostiene l’opposto. La propaganda effettua un’impossibile voltafaccia, negando quelli che prima erano gli argomenti centrali per sostenerla: i popoli in volontario isolamento non ci sono in quella zona, li si fa sparire per giustificare lo sfruttamento petrolifero; gli impatti ambientali saranno sotto controllo e per giunta, grazie al petrolio, si potrà proteggere meglio la biodiversità. Diventa ora auspicabile quel che prima era dannoso. Non solo questo. Di colpo ora è indispensabile il petrolio dello Yasuní, è quello che mancava per progredire, per costruire le strade, le scuole, gli ospedali che ci mancano. La propaganda manipola la realtà come le conviene. Si offrono fondi ai municipi, alle prefetture, alle parrocchie, come se il denaro fosse disponibile o si creasse spontaneamente. O, viceversa, si annuncia l’apocalisse qualora non venisse sfruttato il petrolio… La classe dominante ricorre al discorso dell’“interesse nazionale” per coprire gli interessi privati”.

 

Un’ottica demistificatrice

“O rivoluzione socialista o caricatura di rivoluzione”

Che Guevara[14]

Nel capitalismo dipendente, il “socialismo del XXI secolo” ha subito il contesto della mondializzazione e della crisi internazionale del capitale. In altri termini, l’attuale governo è solo al servizio della ricostruzione egemonica, che non comporta alcun cambiamento strutturale. Non c’è rivoluzione, tanto meno “civica”. Così, lo sfruttamento del petrolio dello Yasuní è la prosecuzione diretta della logica governativa. È la conseguenza dei miti e delle promesse di questa “rivoluzione” senza rivoluzione o, come diceva il Che, di questa “caricatura di rivoluzione”.

Il concetto di buen vivir o sumak kawsay[15]propone un modo diverso di concepire il mondo e i rapporti, un altro modo di vivere, un’altra civiltà. Trascende il “benessere” neoclassico individualista a cui cerca di ridurlo il discorso ufficiale. Va più in là dello sviluppismo economicistico. Propone una diversa dottrina, incomprensibile per la tecno-burocrazia rinchiusa entro i limiti della propria coscienza feticizzata nel mondo della pseudo-concretezza. Rivendica il primato della logica della vita (delle persone e della natura) al di sopra di quella della morte (dei profitti e delle merci del capitale).

Il governo ci chiede di approfondire un modello non-sviluppista, ci riporta all’esportazione di materie prime (estrattivista), sotto l’egemonia indiscussa del capitale monopolistico (specialmente multinazionale), dopo sei anni che è al potere, con le persistenze neoliberiste e i ritocchi solo istituzionali che hanno reso possibile questo: cioè, non cambiare quasi niente. Perché, allora, danneggiare il paradiso delle mega-biodiversità e mettere a rischio le popolazioni ivi isolatesi volontariamente? Per riaffermare la nostra condizione di paese esclusivamente esportatore di materie prime e periferico, di un capitalismo dipendente? A questi costi tanto elevati? Stando così le cose, è meglio che il petrolio rimanga sottoterra.

Al di là di tutto quel che abbiamo detto, perché tutto questo sacrificio (umano, ambientale) e con i pericoli che comporta l’estrazione petrolifera nello Yasuní? Perché il capitalismo (in particolare multinazionale) ricavi maggiori profitti (direttamente o indirettamente), come al solito? Perché certuni ottengano il trofeo del saccheggio o il premio per la corruzione (come è successo così spesso)? Perché sia utile alla riproduzione politica che si basi sul clientelismo? Per favorire il capitale cinese? Se è così, è di gran lunga preferibile che il petrolio rimanga dov’è.

In una società capitalista dove non si è verificato alcun cambiamento strutturale, in cui non si è colpito a fondo il predominio classista, come nel caso dell’attuale società ecuadoriana, è la logica del profitto a regolare la vita (economica, politica, sociale, ambientale, ecc.). Lo sfruttamento petrolifero nello Yasuní non può fare eccezione. Di fronte alla voracità del capitale è meglio lasciare sottoterra il petrolio. Non però perché altri settori (del capitalismo “verde”) ne approfittino per mercificare la natura o le popolazioni, ma per darci l’opportunità di costruire un paradigma alternativo, per un altro tipo di società, in un processo di trasformazione strutturale.

La decisione di sfruttare il petrolio dello Yasuní va presa dal popolo ecuadoriano nel suo complesso, nonostante i noti pericoli di demagogia, di strumentalizzazione dei bisogni insoddisfatti e di manipolazione propagandistica. Non è l’ideale, ma di fronte al controllo totale di tutti i poteri da parte di Correa (e il conseguente appiattimento generale), la consultazione apre perlomeno uno spazio di dibattito e di autoformazione politica e ambientale. L’opposizione etica e l’attività di testimonianza non sono sufficienti di fronte al potere assoluto, ma sono indispensabili e possono essere complementari ad altri sforzi. Ma occorrerebbe andare oltre. Occorrerebbe che la popolazione direttamente colpita avesse diritto a una preliminare consultazione decisionale sulla realizzazione (o meno) del progetto, liberata dai vincoli dell’attuale legislazione. L’esito di un’eventuale consultazione non scarica i promotori dello sfruttamento petrolifero nello Yasuní del peso della loro responsabilità storica, tanto più che si sono abbandonati a facili clientelismi e a una propaganda che lasciano scorgere gli interessi finanziari e politici che li animano. Senza escludere il pericolo del peggiore degli scenari, quello in cui “vincessero senza convincere”,[16]perché “le bugie hanno le gambe corte” e prima o poi si rivelano. Non si può sostituire la propaganda alla prospettiva storica. Essa funziona solo a brevissima scadenza. Va svanendo via via che i giorni passano, al contrario della visione storica e culturale che vince in profondità con il tempo. Le forme sono cambiate e sono ora diverse (è importante). Oggi predominano le forme e i metodi della “democrazia mediatica”, della manipolazione ereditata da Goebbels; ma lo scontro fondamentale rimane quello contro il capitalismo. “La storia è nostra e sono i popoli a farla”, proclamava Allende di fronte all’assalto fascista. In un altro tipo di società (in cui prevalesse la logica della vita, della soddisfazione dei bisogni nel rispetto dell’ambiente naturale), si utilizzerebbero tutti i processi democratici per decidere sullo sfruttamento delle risorse naturali, obbligatoriamente effettuato da un’impresa pubblica e sotto controllo autonomo (sull’impresa e le procedure) attraverso la partecipazione delle organizzazioni popolari e dei lavoratori, del popolo nel suo insieme, che si muove organizzato, esercitando cioè il proprio autogoverno. Prendendo le indispensabili misure di sicurezza, queste condizioni consentirebbero di evitare uno sfruttamento che comporti rischi per le popolazioni in isolamento volontario e per la mega-biodiversità. Naturalmente, per garantire l’efficacia di una prospettiva del genere, in tutte le sue possibili accezioni, occorre una trasformazione realmente rivoluzionaria, che vada oltre i bisogni e gli orizzonti del capitale.

(Quito, settembre 2013. La traduzione di Titti Pierini è stata effettuata sull’originale in spagnolo, confrontato con la traduzione francese apparsa sul numero 599/600, novembre-dicembre 2013, integrata da note esplicative per i lettori non ecuadoriani)

 

 

 

 





[1]La storia dimostra la necessità di un processo di sviluppo autocentrato accanto al relativo sganciamento dal mercato mondiale, e soprattutto alla riforma agraria, al protezionismo, al controllo del potere politico, al libero intervento dello Stato. Il tutto, insieme al controllo del sapere e dei processi tecnologici e alla maturazione di una cultura borghese imprenditoriale. Inoltre l’esito positivo del processo può a lungo tardare e avere anche bisogno di incentivi esterni, a prezzo di genocidi e barbarie. Per arrivare in porto, sono occorsi parecchi secoli in Europa e il contributo dell’America e di altre colonie. Negli Stati Uniti il processo è stato accelerato dalla migrazione di persone e di capitali e dalla conquista di territori che offrivano enormi ricchezze naturali, dal massacro di popolazioni indigene e dallo sfruttamento degli schiavi. In Giappone, il fattore decisivo è stata la rivoluzione Meiji (con l’abolizione del feudalesimo e l’espansionismo in Asia), che ha sconvolto la società giapponese instaurando un processo di modernizzazione che combinava in maniera originale imitazione e innovazione, tradizioni culturali e spionaggio industriale, il militarismo (fino alla Seconda Guerra mondiale), le esportazioni e gli investimenti di capitali.

[2]I processi contemporanei implicano nuove complicazioni. Ad esempio, le esperienze di sviluppo capitalistico nel Sud-est asiatico sono state possibili in buona parte grazie alle condizioni della guerra fredda, condizioni che non esistono nella mondializzazione neoliberista sotto l’egemonia unipolare dell’America settentrionale; inoltre, molte situazioni si sono costruite sotto regimi di ferrea dittatura  per imporre il progetto egemone legato al capitale internazionale. E non abbiamo neanche a disposizione una vittoria rivoluzionaria come quella che ha aperto in Cina un processo di sganciamento e di costruzione di un mercato interno che, nella sua degenerazione burocratica, ha portato alla restaurazione capitalista, con un certo grado di autonomia ma a prezzo enormi costi sociali e ambientali.

3Per una discussione più approfondita della natura dell’attuale governo e del suo progetto, si veda A, Rosero,“Revolución Ciudadana” y reconstrucción de hegemonÍa, Atti del VII Seminario Marx vive, Università Nazionale di Colombia, ottobre, 2010 (si veda il sito: http://www.espaciocritico.com/sites/all/files/libros/mrxv7/Marx_vive-Al_en_disputa-12.pdf).

4Per avere un’idea di che cosa questo significhi basta ricordare che la telefonia mobile è salita a 2,9 miliardi di dollari di profitto (2009) (La Hora, 7 marzo 2010). Il duopolio costituito da Claro e Movistar controlla oltre il 97% del mercato, con contratti della durata di quindici anni, in espansione grazie alle nuove frequenze aperte per implementare le nuove tecnologie. Balza agli occhi il contrasto con il profitto atteso con il petrolio dello YasunÍ, 18 miliardi: una cosa che si recupererebbe in pochi anni se non si fosse consegnato il mercato al suddetto duopolio.

5Senza il petrolio sarebbe stato impossibile coprire le megasovvenzioni offerte al capitale monopolistico, il calcolo in valuta in moneta nazionale (il sucre, ducato d’argento) del debito estero privato degli anni Ottanta (1,3 miliardi solo per il differenziale di cambio – Acosta, 1994) o il salvataggio bancario della fine degli anni Novanta (8.072 milioni – Commissione d’indagine sulla crisi economico-finanziaria, 2007).

[6]Benché “la tecnologia non sia né buona né cattiva, e neanche neutra” (Melvin Kranzberg), gli specialisti, privi di una visione globale del contesto, affrontano il problema del sistema sociale da un punto di vista funzionale, cosa che costituisce la contropartita filosofica del neopositivismo (E. Mandel, Le capitalisme tardif, Maspero, Parigi, 1987 ).

[7]AA. VV., 2010.

[8]V. Rosero, 2007.

[9]Cfr.K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica [Grundrisse], t. I

[10]J. O’Connor, Las crisis fiscales del Estado, Ediciones Península, Barcellona, 1981.

[11]Come ha ammesso lo stesso presidente Correa: “Il modello di accumulazione non lo abbiamo potuto cambiare drasticamente. In fondo, stiamo facendo meglio le cose con lo stesso modello di accumulazione, prima di cambiarlo, perché non vogliamo nuocere ai ricchi, ma è sicuramente nostra intenzione avere una società più giusta e più equa”.

(http://www.rebelion.org/noticia.php?id=143188).

[12]Il colonnello Lucio Gutiérrez (autoproclamatosi “il migliore amico degli Stati Uniti”) si è dichiarato ammiratore di Taiwan e ha cercato di intessere negoziati con la Cina. Rafael Correa, malgrado la retorica sulla sovranità nazionale, ci ha fatto entrare nell’orbita della Cina e guarda a Gutiérrez come a un paradigma. Per non parlare dell’egemonia multinazionale, dell’offensiva contro i lavoratori, del ritorno a un’economia esclusivamente incentrata sulle materie prime, delle privatizzazioni, dei contratti e delle concessioni (petrolio, risorse minerarie, telefono, assicurazioni, EQ2, sanità, istruzione, università, ecc.), della criminalizzazione della contestazione sociale, del discorso menzognero sulla “sicurezza”, sull’alienazione rivisitata con il Plan Colombia, ecc.

[13]Rosero, 2010).

[14]E. Che Guevara, Messaggio alla Tricontinentale…

[15]Termine quechua che esprime un concetto filosofico contemporaneo che significa sostituire alla crescita economica a ritmo forzato la ricerca dell’armonia degli esseri umani tra loro e con l’ambiente circostante.

[16]Frase di Miguel de Unamuno di fonte ai soldati franchisti.



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