Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Canfora. La truffa del maggioritario

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Dal sito di Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. riprendo un intervento di Luciano Canfora, del tutto condivisibile nella sostanza, a parte una piccola reticenza quando descrive la situazione nei primi anni della Russia dei soviet dicendo che “nel primo tempo della storia sovietica il criterio «plurale» fu capovolto, e funzionò così: il voto dell’operaio vale 5, quello del borghese 1. (Nell’anno uno della rivoluzione ciò nasceva dalla consapevolezza che i proletari fossero solo una minoranza numerica).” Non era così, ai borghesi fu semplicemente negato il diritto al voto, erano i contadini ad essere sottorappresentati, con un rapporto molto superiore a quello di 1 a 5. Le conseguenze furono gravi da subito: i collegi contadini erano così grandi che era impossibile applicare il principio che differenziava i soviet da tutti gli altri sistemi elettorali: la revocabilità, possibile in una fabbrica dove tutti si conoscevano per la vita in comune, impossibile in un area in cui duecentomila contadini non si potevano conoscere, né pesare sul delegato eletto e sostituirlo. Si chiamava soviet, ma era molto più simile a un normale collegio elettorale borghese. Fu una delle premesse oggettive della burocratizzazione, di cui furono responsabili anche Lenin e Trotskij. In appendice un articolo integrativo di Nico Perrone. La pubblicazione è in vista di un dibattito con l’autore del libro, il prof. Ugo Villani, e Andrea Catone, condirettore di Marxventuno che si terrà a Bari il 10 gennaio (a.m.8/1/14)

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Luciano Canfora: Perché qualunque sistema elettorale di tipo maggioritario intacca il principio del suffragio universale  [da “La trappola. Il vero volto del maggioritario”, cap. 6]

 

L’istanza del suffragio universale ha come obiettivo che tutti i cittadini abbiano il diritto di esprimere il loro voto su di un piede di parità: non solo in quanto a tutti venga assicurato il diritto di votare ma in quanto a ciascun voto sia riconosciuto uguale peso. È questo che significa l’espressione «voto uguale» che figura in grande evidenza nell’articolo 48 della nostra Costituzione. Come vedremo, infatti, ci sono modelli che contemplano bensì l’accesso di tutti al diritto di voto ma che poi vulnerano tale diritto: ad esempio attraverso la pratica da molti vagheggiata del voto «plurale». Va da sé che il voto «plurale» (tutti votano ma è il valore di ogni singolo voto che viene diversificato secondo l’appartenenza di ceto) è il più rozzo, e perciò il più schietto dei sistemi elettorali «maggioritari» (potrebbe definirsi il «maggioritario trogloditico»), ma viene qui evocato, subito in apertura di questa riflessione conclusiva, perché rende bene l’idea. E fa capire in modo immediato perché e come il modello «maggioritario» vulneri il principio del suffragio universale pur apparentemente rispettandolo. E vedremo che si può far di meglio, o, per meglio dire, di peggio.

Ma procediamo con ordine, dall’inizio.

Per un lunghissimo tempo, il suffragio non fu affatto «universale». Vigeva il suffragio «ristretto». L’accesso al diritto di voto veniva cioè limitato drasticamente. L’Italia, in que­sto campo, costituì sin dalla riunificazione nazionale (1861) un esempio da manuale. Nell’Italia appena riunificata governava una ristrettissima oligarchia. Nell’anno 1861 gli aventi diritto al voto furono 418.696, cioè l’1,9% della popolazione residente. (E per giunta votò soltanto il 57,2% degli aventi diritto. Il sistema elettorale era, ovviamente, il collegio uninominale, la quint’essenza del maggioritario). Dopo vent’anni, nel 1880, gli aventi diritto al voto erano saliti a 621.896 (cioè il 2,2% della popolazione residente, calcolata, nel 1885, a 29.699.68o abitanti). Soltanto con la «sinistra» al potere (Depretis) il suffragio viene per così dire allargato e gli aventi diritto al voto salgono a 2.017.829, pari al 6,9% della popolazione (vota però ancora soltanto il 60,7% degli aventi diritto).

Un vero cambiamento avviene con Giolitti: nel frattempo è nato il partito socialista (1892). «Con la legge del 30 giugno 1912 [cioè quella varata, tra molte perplessità e opposizioni, da Giolitti] il diritto di suffragio fu concesso a tutti i cittadini all’età di trent’anni senza condizioni di censo né di istruzione [...]. Invece, ai maggiorenni di età inferiore ai 30 fu concesso con condizioni di censo o di prestazione del servizio militare». Fu dunque quello voluto da Giolitti ancora un suffragio (s’intende solo maschile) quasi universale, non ancora universale. Gli elettori nel 1913 furono 8.700.000, ma la ripartizione del numero di deputati per collegio determinò sperequazioni notevolissime, acuite dai notevoli spostamenti demografici intervenuti nel corso dei decenni. Solo con le prime elezioni post-belliche, quelle del 1919, il suffragio fu, finalmente, universale (e pur sempre solo maschile). E non a caso, con­testualmente a tale epocale novità, fu anche introdotto, allora, il sistema elettorale proporzionale (legge Nitti), a scrutinio di lista, che finalmente soppiantava l’uninominale. Perciò davvero - come notò Antonio Gramsci - le elezioni del 1919ebbero valore «costituente». Solo con la concomitanza e convergenza di suffragio non più limitato, di una più equa ripartizione dei collegi e perciò di una rappresentanza eletta in proporzione ai voti conseguiti da ciascun partito si attuava il carattere universale del suffragio: in quanto si dava al voto di ciascuno ugual peso.

Giunto al governo nell’ottobre 1922, il partito fascista modificò la legge in senso maggioritario inventando il «premio di maggioranza» alla coalizione più votata (1923: legge Acerbo), e stravinse le elezioni (aprile 1924): premessa per l’instaurazionedi lì a poco (novembre 1926) della dittatura. Conosciamo bene questi sviluppi. Torniamo alla movimentata storia dei trucchi miranti a svuotare il suffragio universale.

L’istanza del suffragio universale, architrave della nozione di parità dei diritti politici, era troppo irresistibile perché fosse possibile continuare a limitare l’accesso al voto di masse più o meno grandi di cittadini: talora ricorrendo all’argomento «censitario» (solo chi ha un determinato censo deve poter votare perché dalle scelte degli elettori e dalle leggi che gli eletti scriveranno dipendono le sorti dei beni che ciascuno possiede, e dunque chi più possiede più è in pericolo, e dunque diamo a chi più possiede più potere elettorale), talaltra ricorrendo all’antichissimo argomento della «consapevolezza» (l’analfabeta, o il semi-alfabetizzato, non ha i requisiti intel­lettuali minimi per compiere una scelta così delicata e gravida di conseguenze qual è scegliere ed eleggere i legislatori).

Non potendosi ormai più negare l’accesso al suffragio, si sono man mano venuti escogitando altri, più «liberali», strumenti miranti ad attenuare - senza apertamente negarlo - quel principio ormai dato generalmente per acquisito e ineludibile. Il più esplicito - e, scherzosamente, si potrebbe dire il più «sfacciato» - fu il già ricordato voto «plurale». Esso ebbe molto successo in Inghilterra fin dopo la Prima guerra mondiale ed ebbe il suo «cantore» nel personaggio simbolo del liberalismo «avanzato», John Stuart Mill. Ecco le sue parole, che spiegano, meglio di ogni parafrasi, di che si tratta: «Un datore di lavoro è più intelligente di un operaio, in quanto è necessario che egli lavori col cervello e non solo con i muscoli [...]. Un banchiere, un negoziante saranno più intelligenti di un bottegaio perché hanno interessi più vasti da seguire. A tali condizioni si potrebbero accordare due o tre voti ad ogni persona che esercitasse una di queste funzioni di maggior rilievo» (Considerations on Representative Government, 1861). Il senso di tale fortunata operazione, che piacque molto a Mussolini (poi promotore della legge Acerbo), era: sfogatevi pure, se proprio ci tenete a infilare la scheda nell’urna, ma noi intanto, gente per bene, limitiamo drasticamente e preventivamente i danni. È un modo di procedere che può produrre iniziative «uguali e contrarie». Nel primo tempo della storia sovietica il criterio «plurale» fu capovolto, e funzionò così: il voto dell’operaio vale 5, quello del borghese 1. (Nell’anno uno della rivoluzione ciò nasceva dalla consapevolezza che i proletari fossero solo una minoranza numerica).

Prima di optare per il modello maggioritario con «premio di maggioranza» (legge Acerbo), anche Mussolini pencolava per il voto plurale, e argomentava: «La nostra riforma elettorale riguarderà particolarmente la ineguaglianza del diritto elettorale; è assurdo concedere gli stessi privilegi ad un uomo incolto e a un rettore di università». Ancora sino al 1925 Mussolini continuava a vagheggiare il voto plurale.

Nella Germania fino al 1918 vigeva una esco­gitazione piuttosto raffinata. Coesistevano due parlamenti. Da una parte il «Reichstag» o parlamento imperiale, eletto dai cittadini di tutti gli stati compresi nell’impero tedesco. Qui le forze politiche erano elette a suffra­gio universale e la rappresentanza era in proporzione alla consistenza elettorale dei vari partiti (i socialisti, il Centro cattolico, molto forti, potevano far sentire la loro voce, ma a rigore solo la voce...). Per altro verso il regno di Prussia, «socio» fondamentale e di gran lunga il più decisivo dell’impero, aveva un suo parlamento, il parlamento prussiano, dove la rappresentanza era prestabilita e suddivisa a priori per ceti sociali («Stände»). Questo tipo di duro e crudo maggioritario, vigente nel parlamento che contava di più, si chiamava «diritto elettorale prussiano»!

Tutte le leggi di tipo maggioritario, nella loro molteplice varietà, sortiscono dunque l’effetto di attenuare,e nei casi più gravi snaturare, il principio del suffragio universale (libero e uguale).

Dopo la bufera della fascistizzazione di gran parte dell’Europa e dopo la tragedia del secon­do conflitto mondiale, sulle macerie di quel­la tremenda esperienza e nel generale propo­sito di ridare fiato e forza alla democrazia politica (al cui ripristino i tanto spregiati non pos­sidenti e non acculturati avevano dato un contributo notevole), fu senso comune che del ripristino della prassi democratica fosse parte essenziale il sistema elettorale proporzionale (Italia, Francia, Germania Federale sorta nel 1949). I trucchi «maggioritari» alla Acerbo-Mussolini parvero appartenere in via definitiva ad un passato da non ripetere.

Ciò non ha impedito che, dopo decenni, il modificarsi via via dei rapporti di forza tra i gruppi sociali e tra le forze politiche abbia ridato slancio alla «voglia di maggioritario»: con l’esplicito, dichiarato, fine di consentire a chi governa di farlo senza esser disturbato da troppa o troppo numerosa opposizione. Poiché purtroppo né la memoria storica né l’esperienza politica si possono davvero trasmettere da una generazione ad un’altra che quell’esperienza non ha direttamente fatto, questa vittoria postuma di Acerbo-Mussolini appare meno sorprendente.

A quel punto, la fantasia predatoria a danno del diritto elettorale uguale (cioè proporzionale) si è sbizzarrita celebrando i suoi fasti: fino all’italico e repugnante porcellum tuttora in vigore nel nostro paese.

Operare per ripristinare il criterio proporzionale della rappresentanza politica altro non è, dunque, che lottare per ripristinare il principio del suffragio universale.E sarebbe atto di onestà se anche i sostenitori e propugnatori delle scorciatoie maggioritarie si disponessero una volta per tutte a parlar chiaro e a chiamare le cose con il loro nome anziché nascondersi dietro parole vuote e ipocrite quali «governabilità» o la sua penosa variante anglica «governance».

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Signore e signori, Ecco a voi la trappola del “maggioritario”

 

di Nico Perrone[Gazzetta del Mezzogiorno, 21-7-2013]

 Luciano Canfora analizza i fatti, lasciando stare gli stati d’animo e le convenienze politiche. E da filologo, scopre nella genesi del testo costituzionale qualcosa che era sfuggita ai giuristi. E che invece cambia molto. Seguiamolo, lungo il filo rosso del suo impegno civile.

Egli prende le mosse dal risultato delle elezioni politiche del 2013: il 29,2 per cento dei voti al centrodestra, il 29,5 al centrosinistra, ricordati proprio in quest’ordine; ne sono venuti 340 deputati per il centrosinistra e 124 per il centrodestra. È evidente che con le “frotte di deputati finti” assegnati al centrosinistra dalla legge elettorale – il porcellum – è stato falsato il risultato di sostanziale parità. Canfora sottolinea che perfino la legge elettorale fascista del 1924, produsse una distorsione meno grave.

Quando si è a sinistra, proprio per coerenza coi propri ideali si devono denunciare questi fatti. Altrimenti si rinnegano i propri principi e si darebbe spazio alle proteste politiche più disordinate ed emozionali. Il movimento che con alterna intensità si è radunato intorno a Grillo - uno dei “tre schieramenti rivali che si sono combattuti” - non viene preso espressamente in esame, ma se ne sente la presenza anche in questa analisi.

Fra le cause della brutta situazione, c’è anche la legge elettorale. È giusto denunciare che non la si vuole modificare perché le forze politiche “sperano”, ognuna in contrapposizione all’altra, di servirsene per aggiudicarsi “il malloppo”. È chiaro che ne deriva un attentato continuo alla regola fondamentale della democrazia.

La democrazia ha il fondamento nel sistema elettorale proporzionale, secondo il principio “un uomo un voto”. All’Assemblea Costituente si era discusso del sistema elettorale, e si era deciso di adottare la regola proporzionale. Ma Meuccio Ruini, presidente della Commissione che elaborava le regole, mediante una manipolazione apparentemente formale nella stesura del testo, falsò l’accordo raggiunto e omise dalla formula verbalizzata l’esclusione delle leggi elettorali dalle materie oggetto di referendum. Dopo quella manovra, divennero possibili le modifiche delle norme elettorali.

Canfora, nel parlare della “legge truffa”, ricorda anche le premure dell’ambasciatore americano Clare Boothe Luce affinché il Partito comunista venisse messo fuori legge, come era avvenuto nella Repubblica federale tedesca e come ci si apprestava a far succedere in Grecia. Da qualche parte – a Washington specialmente - la democrazia in Italia era vista come una sorta di cornice formale, che non si voleva far valere fino al rischio di una possibile vittoria della sinistra.

I lettori troveranno nel libro di Canfora anche una vera e propria lezione di diritto costituzionale, dotta e appassionata, tenuta da Palmiro Togliatti alla Camera dei Deputati nel dicembre 1952. In materia di leggi elettorali, il leader comunista prendeva le mosse dall’Italia liberale e concludeva che, il vero precedente di una legge fortemente lesiva del principio della rappresentanza, si trovava nella riforma elettorale fascista che portò il nome di Acerbo.

Nella storia dei sistemi elettorali il libro passa in rassegna alcune realtà straniere – Francia e Germania – e fornisce importanti elementi di confronto. Conclude con l’indicare, in modo chiaro e diretto, il disagio, le rivendicazioni, la rabbia di un elettorato che sempre più si sente tradito dal sistema politico. Se ne ricava una forte spinta a mettere mano – in senso realmente democratico – al sistema elettorale, rinunciando ai giochi di prestigio sul voto. Occorrono regole di votazione che portino a una rappresentazione non più falsata della volontà degli elettori; occorre riportare al voto chi se ne è allontanato.

Secondo questo recensore, fra gli esempi negativi che vengono dall’estero, pesa molto quello degli Stati Uniti, dove all’elezione del presidente normalmente partecipa soltanto una metà degli aventi diritto teorici. L’Italia aveva invece, prima che alle ultime votazioni amministrative si scendesse anche al di sotto del 50 per cento, un trend di ben altre dimensioni: una tradizione civile. Una democrazia vera deve riuscire a invertire la recente tendenza. Il problema di una vera rappresentanza democratica si avverte ancora di più nei momenti difficili, quando sono maggiormente in agguato le tentazioni di privare i cittadini del pieno diritto di rappresentanza.

 

 



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