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Achcar. Il mondo arabo tra nuove fasi rivoluzionarie e rischi di regressione

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Intervista a Gilbert Achcar

da Communia

 

Pubblichiamo una lunga intervista con Gilbert Achcar sulle rivoluzioni nella regione araba che verrà pubblicata sul n.20 della rivista francese «Contretemps», che ringraziamo per la gentile concessione

ContreTemps : In questo momento, tra la tragedia siriana e le grosse difficoltà che attraversano Tunisia ed Egitto, è sempre più difficile comprendere lo sviluppo delle rivoluzioni arabe, e addirittura si arriva a dubitare che si tratti proprio di rivoluzioni...

GILBERT ACHCAR : Bisogna innanzitutto distinguere tra il processo di esplosione a livello sociale e le complessità politiche. Da un punto di vista marxista, si direbbe che la prima necessita di una comprensione classica. In testa al mio libro (1) ho inserito la celebre citazione di Marx che mette in relazione gli sconvolgimenti rivoluzionari e il blocco dello sviluppo economico (2). Negli ultimi decenni, le regioni di lingua araba hanno rappresentato un buon esempio di una simile situazione di blocco soprattutto in rapporto a quanto sta accadendo in altre parti del mondo cosiddetto in via di sviluppo, Asia e Africa, rispetto alle quali le regioni arabe sono ben lungi dall’essere le più povere. Il blocco economico si è tradotto in una massiccia disoccupazione, tanto più rilevante in quanto non si tratta, appunto, di una delle regioni più povere, dove spesso la maggior parte dei disoccupati accetta di ricorrere all’economia informale. Questa massiccia domanda d’impiego possiede un potenziale d’esplosività sociale ancora più influente del settore informale. In Tunisia la scintilla che è partita da un venditore ambulante, quindi da un giovane coinvolto nell’economia informale, è diventata il simbolo del blocco economico nel suo insieme, della frustrazione sociale e politica accumulata negli anni, soprattutto tra i disoccupati. La rapidità del diffondersi dei sollevamenti, prima circoscritti e poi estesi a tutta la regione, ha messo in evidenza l’esistenza di una realtà comune, la cui chiave di lettura è la specificità delle strutture socio-politiche. Queste non vanno considerate come la contraddizione del capitalismo in generale e neppure come la contraddizione del neoliberalismo in quanto tale, ma piuttosto come il risultato di trasformazioni derivate dallo stesso neoliberalismo in un determinato contesto sociopolitico. In queste regioni, infatti, il postulato del neoliberalismo, secondo cui il settore privato debba costituire il motore principale dello sviluppo, è destinato al fallimento. Il predominante capitalismo privato è caratterizzato dalla caccia al profitto rapido, non è incline a pesanti investimenti impossibili da ammortizzare se non a lungo termine, anche se rappresentano l’unica soluzione di sviluppo economico.

CT : Come si spiega quindi un tale blocco economico in una regione piena di ricchezze?

G. A. : Bisogna certamente precisare che queste ricchezze sono molto mal distribuite. Nelle zone ricche di petrolio, il Regno Unito ha creato degli Stati-coda, mini-stati, pensando che sarebbero sempre dipesi dalla protezione occidentale. Tuttavia, anche gli Stati “normali” dispongono, per la maggior parte, di risorse non trascurabili. Il blocco economico quindi è principalmente dovuto al minore intervento statale avviatosi a partire dagli anni ’70-’80, dopo la svolta neoliberale del capitalismo mondiale. Il cambiamento di paradigma ha portato le nuove élite sociali presenti nelle regioni arabe a pensare che fosse arrivato il momento di raccogliere nel settore privato i frutti delle ricchezze accumulate nel periodo precedente, saccheggiando lo Stato. Il modello statalista è stato giudicato e condannato dalla crisi finanziaria, presentata come il prodotto di un fallimento irrimediabile. Si è quindi scommesso sullo sviluppo degli investimenti privati. Ignorando il costo sociale pur sempre esorbitante, il modello neoliberale è riuscito, in alcuni Paesi, a produrre delle success stories, come in Turchia, Cile o India, dove l’intervento del settore privato ha permesso un certo decollo economico, ma questi casi sono più spesso l’eccezione che la regola. Infatti ciò non è avvenuto nelle regioni arabe, dove non esiste un capitalismo privato disposto a dare il cambio allo Stato nella corsa allo sviluppo. Gli investimenti privati sono si sono avuti, per la maggior parte, in quei settori promettenti profitti rapidi, come la speculazione. Per esempio, la crescita della costruzione edilizia ha assunto un’importanza smisurata, legata soprattutto al turismo che assicura ricavi stabili e presenta sfide sociali limitate. In alcuni Paesi si sono anche avuti investimenti industriali, con la partecipazione di capitali stranieri, ma sono rimasti dei casi isolati. Le risorse esistenti, spesso ingenti, non sono state dirette verso la promozione di un vero sviluppo per via delle strutture sociali, della natura dei gruppi dirigenti e dei regimi esistenti. È questa la chiave di lettura del blocco di cui parliamo.

CT : Quindi questo spiega l’esplosione sociale, poi però ci sono le complessità prettamente politiche...

G. A. : In effetti, tanto questa realtà economica e sociale appare piuttosto semplice da analizzare, quanto appena si approccia la dimensione prettamente politica, la questione diventa oltremodo complessa. I processi rivoluzionari si scontrano con reazioni controrivoluzionarie, come la Rivoluzione Francese incappata in una controrivoluzione a livello nazionale (il vecchio regime) ed europeo, se si pensa alle monarchie circostanti. Le rivoluzioni arabe si scontrano anch’esse con i regimi esistenti, ben inteso, ma lo stesso avviene per il polo regionale reazionario rappresentato dalle monarchie del Golfo (l’Iran nel caso della Siria), cui bisogna aggiungere, sul piano internazionale, l’imperialismo occidentale e in particolare quello degli Stati Uniti e, sempre nel caso della Siria, quello della Russia. Fin qui, rimaniamo in una configurazione classica. Ciò che complica ancora le cose, è che nel processo rivoluzionario regionale stesso, si sono riversate forze reazionarie nate all’interno dell’opposizione ai regimi esistenti, nel corso degli anni, occupando lo spazio lasciato libero dal fallimento delle correnti progressiste. Queste forze, il cui ventaglio va dai moderati ai jihadisti, evidenziano l’integralismo islamico e hanno in comune un programma politico e sociale dalla natura fortemente reazionaria. Mentre nella lotta ai regimi insediati queste forze rivendicano la democrazia, ma soltanto ai fini del combattimento e non per un reale attaccamento ai valori democratici. Ricordiamo come, nello scontro con lo Shah iraniano, Khomeini cominciò anch’egli a brandire lo stendardo della democrazia. S’è poi visto che fine abbia fatto questo stendardo. Davanti a un processo rivoluzionario che pone la necessità di sbloccare lo sviluppo economico, tali forze aderiscono a prospettive della stessa natura di quelle dei precedenti regimi, guardando, su alcune questioni sociali e culturali, ancora più a destra. Tuttavia, queste convergono, assieme al resto delle forze rivoluzionarie, nell’opposizione ai regimi esistenti. Abbiamo visto come, in piazza Tahrir, si sono ritrovate fianco a fianco correnti che pongono l’articolazione della questione sociale con la questione politica e forze che danno alla questione sociale un’interpretazione reazionaria. Quindi, oltre alle controrivoluzioni classiche, in questi Paesi si assiste anche a una controrivoluzione portata avanti da forze che si sono prodotte nella prima fase della rivoluzione. Da ciò deriva la particolarità e la complessità di queste rivoluzioni. Per le forze di sinistra, si pone un problema strategico alquanto difficile, quello di costruire un polo che si differenzi dalla controrivoluzione portata dal vecchio regime a livello locale ma anche dalla “controrivoluzione nella rivoluzione”. L’assenza di soluzioni a tale problema pesa violentemente sulla sinistra, per questo sia in Tunisia che in Egitto, la si è vista passare da un’alleanza all’altra, recentemente con gli integralisti opposti al regime o con i militari o altri residui del vecchio regime contro gli integralisti... Una situazione questa, che potrebbe rivelarsi fatale se non si arriva a breve ad una strategia comune e alla costituzione di forze politiche capaci di rifiutare entrambe le controrivoluzioni, e che condividano le stesse prospettive alla questione sociale, che si discostino soltanto riguardo alle diverse modalità di gestione dello Stato. Ora, al di là dei settori marginali, le forze che compongono la sinistra nei Paesi interessati, essenzialmente, non sembrano ancora aver capito che è la questione sociale a costituire il principale fattore esplosivo e che soltanto appoggiandosi a questa sarà possibile ottenere l’egemonia in un movimento di massa. In un contesto talmente tragico come quello siriano, tale complessità viene smisuratamente replicata. Nel campo della rivoluzione si sono sviluppate forze ultra-integraliste legate alle monarchie del Golfo, davanti alle quali il regime è sostenuto da Iran e Russia. In Siria, il regime stesso ha fatto di tutto per favorire lo sviluppo di queste correnti, rendendole, potremmo dire, i suoi “nemici preferiti”. Questo faccia a faccia conviene sotto tutti i punti di vista, perché permette allo stesso tempo di mantenere una base sociale al di là della propria ristretta base comunitaria e di dissuadere l’Occidente dal sostenere la ribellione. Una politica cinica che purtroppo si è rivelata un successo! Le forze progressiste siriane, assieme ai primi organizzatori delle insurrezioni, hanno accettato un’alleanza con i Fratelli musulmani, finanziata soprattutto dal Qatar, dando prova di non aver affatto compreso i due dati della situazione. Innanzitutto, il fatto che il capovolgimento di un regime come quello di Damasco non sarebbe mai potuto accadere pacificamente: la mancata comprensione di ciò ha impedito loro di prendere l’iniziativa e impegnarsi realmente nella lotta armata. E una volta che questa si è imposta sul territorio, le forze progressiste non hanno poi saputo gestirla in modo tale da acquisire la legittimità necessaria a combattere da subito l’emergenza dei gruppi integralisti nefasti al processo rivoluzionario. Questi gruppi invece, meglio organizzati dal punto di vista delle risorse finanziarie e militari, diventate presto ingenti, sono cresciuti e hanno portato il Paese in questa situazione in cui la rivoluzione si trova attanagliata tra le forze ultra-reazionarie e un regime oppressivo dalla violenza assassina inaudita. Riassumendo, quindi, si può dire che si è avuto dapprima un processo rivoluzionario sociale piuttosto classico, anche se in un contesto politico di estrema complessità. In questo contesto, il principale determinante è stata la capacità soggettiva delle forze progressiste di conquistare l’egemonia all’interno del movimento di massa. L’euforia della prima fase è ormai dissipata, e ha lasciato il posto a un’inquietudine dominante. Eppure, non bisogna cedere al fatalismo. Fintanto che le risposte radicali non saranno rivolte alla questione economica e sociale, non ci sarà stabilità, qualsiasi sia la forza che prenderà il potere. Ciò significa che il potenziale di cambiamento è comunque presente, che la sinistra può comunque assumere il controllo di sé e cominciare a cambiare la situazione.

Ma se ciò non avviene la regione potrebbe trovarsi di fronte a una storica regressione. La storia insegna che uscire dal blocco di una formazione socio-economica non è sempre positivo; la caduta dell’Impero Romano e il passaggio dall’antichità al feudalesimo non sono state un progresso, ma l’inizio di una lunga notte per l’Occidente.

CT : Un attore specifico in tutta la regione è rappresentato dalle correnti politiche che si richiamano all’Islam. Come analizzarle? È possibile una chiave di lettura religiosa?

G. A. : La religione non spiega nulla. L’approccio essenzialista che consiste nel credere che i musulmani siano votati all’integralismo per via della loro religione è smentito dalla storia. Prendiamo ad esempio l’Iraq: fin dall’occupazione americana, la maggioranza araba del Paese era totalmente dominata da forze integraliste sciite e sunnite. Alla fine degli anni Cinquanta, i partiti dominanti erano quelli laici, di sinistra, compresi i comunisti, che rappresentavano una forza considerevole, soprattutto nel sud sciita. Per comprendere gli sconvolgimenti che hanno portato alla situazione attuale, bisogna ripercorre la storia degli ultimi decenni. Dopo l’indipendenza, la regione ha conosciuto uno sviluppo nazionalista di sinistra in un contesto in cui il liberalismo era completamente screditato perché percepito come un legame alle potenze coloniali, con le “borghesie nazionali” deboli rispetto a un anti-imperialismo esacerbato dal conflitto israelo-palestinese. Sono quindi emerse correnti nazionaliste di sinistra in opposizione ai regimi instaurati dal colonialismo e alla dominazione imperialista, che hanno visto il proprio apogeo negli anni Sessanta. Ma si sono poi ritrovate in un vicolo cieco, quello dei regimi dittatoriali, degli Stati di polizia che hanno finito per essere aborriti quanto le monarchie che andavano a rimpiazzare. Quanto ai partiti comunisti, la cui l’autorità dipendeva dal prestigio dell’URSS nel dopoguerra, si sono visti indeboliti dal sostegno di Mosca alla creazione dello Stato d’Israele e hanno poi finito per subire gli effetti del crollo dello Stalinismo. Quindi, per eliminazione successiva, il campo è diventato vacante, ma nessuna forza di sinistra è stata in grado di occuparlo. Durante la svolta neoliberale degli anni ’70 e ’80, i regimi esistenti hanno favorito la crescita degli integralisti, pensando che potessero fungere da antidoti alla sinistra, poiché suscettibili di captare e stravolgere il risentimento popolare. In effetti, questi si sono costruiti come forma d’espressione principale della contestazione popolare, diventando una minaccia per i regimi che li avevano appoggiati. Rimane però il fatto che la sommossa rivoluzionaria li ha battuti sul tempo, ed è stata il segno del loro perder colpi, risultante dalla loro incapacità, dopo decenni di opposizione, a presentarsi come candidati adeguati al potere. Non avevano fatto altro che oscillare tra accordi con i regimi da un lato e azioni terroristiche dall’altro. L’insurrezione ha dato luogo al bisogno di direzione colto dalle nuove generazioni, un bisogno in qualche modo facilitato dalle nuove tecnologie e dalla rapidità di formazione di reti che queste permettono, ma anche con tutti i limiti di queste reti “virtuali” quando si tratta d’agire sui processi reali, testimoniando l’assenza di organizzazioni progressiste in grado d’agire con una visione strategica chiara. In questo contesto, gli integralisti sono apparsi, agli occhi di fette importanti di popolazione, come l’unica soluzione. “L’Islam è la soluzione” non hanno cessato di dichiarare per decenni. Ed è in fin dei conti una cosa positiva che tali forze siano state messe alla prova dal potere, mostrando il carattere illusorio dei loro discorsi e che non disponevano di alcuna risposta originale ai problemi fondamentali, che sono d’ordine sociale. Di qui il loro fallimento chiaro e rapido sia in Egitto che in Tunisia. Sarebbe pertanto un errore concludere che gli integralisti siano stati definitivamente relegati e bollati come la “spazzatura della storia”. Se la sinistra non costituisce un terzo polo e rimane prigioniera dei propri giochi di equilibrio tra vecchio regime e integralisti, questi ultimi potrebbero riemergere. Come è avvenuto in Egitto quando i militari hanno sfruttato l’eco degli integralisti per riacquistare consenso, così i Fratelli musulmani potrebbero riemergere in seguito all’eco garantita dai militari e captare di nuovo il malcontento popolare, traendo beneficio dalla repressione di cui sono vittima oggi. In breve, gli integralisti hanno subito un rovescio molto pesante, ma ciò non deve far pensare che siano definitivamente fuori gioco. Tutto dipende, ancora una volta, da quello che succede a sinistra.

CT : E per quanto riguarda la politica delle potenze occidentali e quella degli Stati Uniti in particolare, si propongono differenti letture per render conto della diversità delle azioni. L’intervento avvenuto in Libia e il non intervento oggi in Siria...

G. A. : La Libia e la Siria hanno entrambe subito la guerra civile, ma si tratta di casi diversi. Per quanto riguarda la Libia, le potenze occidentali, consapevoli dell’isolamento regionale e internazionale di Gheddafi e dello stato di grande debolezza delle forze organizzate opposte al regime, hanno visto in un intervento l’occasione di gestire la rivoluzione e impadronirsi dei comandi appoggiandola militarmente. Il processo rivoluzionario regionale era allora troppo forte affinché le potenze occidentali potessero opporvisi frontalmente. In Bahrein, questo ruolo è affidato al regno saudita, assistito dalle altre monarchie del Golfo intervenute militarmente per impedire la caduta della monarchia e reprimere il movimento popolare. Le potenze occidentali non avevano i mezzi per farlo in Libia, né tuttavia l’intenzione di sostenere Gheddafi. L’influenza degli Stati Uniti, dopo la catastrofe accertata dell’occupazione irachena, era ai livelli più bassi in oltre vent’anni. L’alternativa era quindi tentare di controllare il processo dall’interno. La Libia poteva servire al recupero d’insieme di un processo regionale che aveva pesantemente imbarazzato i governi occidentali. In Francia, la scelta di Sarkozy è stata indicativa: dopo essersi scottato con la Tunisia (si ricorderà dell’offerta d’aiuto repressiva rivelata poi da Alliot-Marie), la Libia deve essere apparsa come un’opportunità per ripristinare la propria immagine, giocando la carta della democrazia e del sostegno ai rivoluzionari pur auspicando una posizione d’influenza sulla direzione del movimento per poterlo orientare favorevolmente verso gli interessi francesi. In tutto ciò la ribellione libica ha richiesto una protezione aerea, concessa, ma accompagnata da un rifiuto categorico ad un intervento militare sul suolo. Questo era un segno evidente di sfida, tutto sommato per nulla fondata. Londra e Parigi (Washington si era mostrata un po’ più scettica e in posizione di relativo ritiro) avevano pensato di essere nella posizione necessaria a poter dettare il corso degli eventi. L’insurrezione di Tripoli però ha stravolto i loro calcoli, mettendo in ginocchio il regime. Una situazione caotica peggiorata dallo smantellamento reale dello Stato dal vecchio regime, che non si era avuta in Tunisia o in Egitto, e ancora meno nello Yemen. In assenza di una forza egemonica organizzata, la situazione libica è sfuggita a qualsiasi controllo. Per le potenze occidentali è stato un vero e proprio fiasco. Queste infatti, non volevano un tale smantellamento, il loro obiettivo era piuttosto stato quello di ottenere che Gheddafi si dimettesse in favore del figlio Saif-el-Islam, che aveva da anni relazioni corrette con i dirigenti occidentali. Un gioco cui il Generale rifiutò di prestarsi e che fu poi cessato con l’insurrezione di Tripoli. La Siria si presenta come un caso ancora più complicato. Lungi dall’essere isolato, il regime di Bashar al-Assad beneficia del sostegno determinante dell’Iran, per cui è un alleato strategico cruciale, così come dell’appoggio risoluto della Russia, per cui il conflitto siriano ha rappresentato un’occasione per imporsi nuovamente sulla scena internazionale come non accadeva dalla fine dell’URSS. Per i governi occidentali, l’esperienza libica assume un valore dissuasivo rispetto alla nuovissima illusione di controllare la rivoluzione limitandosi a sferrare colpi a distanza. Siccome l’invio di truppe di combattimento nel ginepraio siriano, è stato escluso a priori, non si poneva più la questione di ripetere lo scenario libico correndo il rischio che sfociasse nel caos e diventasse troppo pericoloso per gli interessi occidentali e troppo destabilizzante per la regione nel suo insieme. La posizione occidentale (con Washington a capo, assieme al consenso generale e alle promesse di Parigi) consiste nel mantenere lo Stato siriano e la sua colonna vertebrale armata. Washington tenta quindi di convincere la Russia e l’Iran a far pressione sul regime siriano per arrivare a un compromesso. Il problema è che un compromesso implicherebbe la caduta di Assad, condizione sine qua non da parte dell’opposizione siriana, mentre, su questo punto, si può constatare oggi una disponibilità occidentale a transigere. Quanto alle monarchie del Golfo, queste convergono assieme al regime siriano nel rafforzamento degli integralisti sul campo della ribellione, a scapito dei progressisti. Bashar al Assad si è creato il nemico di cui aveva bisogno, liberando di prigione numerosi jihadisti a giugno 2011, quando migliaia di militanti progressisti erano coinvolti nelle sommosse. Per le monarchie del petrolio, una rivoluzione democratica in Siria rappresenta un pericolo fatale, cui si sforzano di opporre un’alternativa con referente islamico. Se il regime di Assad non fosse minoritario sul piano religioso, queste l’avrebbero certamente appoggiato.

CT : Le opposizioni esistenti tra l’Arabia Saudita e il Qatar non sono evidenti...

G. A. : Vero è che al di là delle tradizionali rivalità, il comportamento dell’emiro del Qatar non sembra potersi spiegare in funzione di una griglia interpretativa materialista. La difesa degli interessi materiali dovrebbe incitare i dirigenti di un mini stato come il Qatar a godere tranquillamente dell’enorme manna di petrolio di cui dispone. Ma l’emiro, che ha recentemente abdicato in favore del figlio, ha grandi ambizioni politiche, dal prezzo elevato. Ha elargito considerevoli somme per acquisire una certa influenza politica a livello regionale, precisamente sponsorizzando (non a caso faccio uso di questo termine calcistico) i Fratelli musulmani dopo la loro rottura con il regime saudita, creando la catena di tv satellitare Al Jazeera, che rappresenta un potente strumento politico, e sostiene forze come Hamas e Hezbollah, accogliendole anche nel suo territorio e contribuendo a finanziare la principale base di comando militare statunitense nella regione... Rinviare la spiegazione di questo gioco politico alla psicologia del personaggio potrebbe sembrare sconcertante, ma bisogna prendere atto dell’importanza smisurata che assume il fattore individuale in un contesto di potere autocratico assoluto, che beneficia di un’importante rendita dal petrolio... Dopo tutto, chi potrebbe dare una spiegazione materialista ai capricci e alle numerose traiettorie in direzioni spesso contraddittorie, di un Gheddafi? Per quanto riguarda i rapporti tra Qatar e regime saudita, il divorzio è sopraggiunto quando l’emiro del Qatar è diventato “sponsor” dei Fratelli musulmani. Questi erano stati ripudiati dai sauditi al momento della prima guerra del Golfo, quando hanno rifiutato di sostenere l’intervento statunitense. Riyad attendeva che la fratellanza venisse a implorare perdono, ma l’emiro del Qatar ha poi annunciato di voler “comprare” la squadra. Ciò ha suscitato il furore dei sauditi, aumentato dal ruolo di mediatore che il Qatar cerca di ricoprire, intrattenendo buoni rapporti con l’Iran e stringendo relazioni dirette con Israele... Con l’arrivo delle rivolte arabe, l’emiro del Qatar ha creduto che il suo momento di gloria fosse finalmente arrivato. Ma ha dovuto presto ricredersi, considerato il risentimento popolare, che non ha tardato a palesarsi, in diverse occasioni, contro l’ingerenza del Qatar tanto in Tunisia quanto in Libia e in Egitto.

CT : Anche se il Libano non è direttamente coinvolto nei processi rivoluzionari che abbiamo menzionato, l’attualità pone una domanda: il Libano è condannato a vacillare nella situazione di guerra civile presente in Siria, con cui confina?

G. A. : Ciò potrebbe sembrare inevitabile, ma allo stesso tempo si può constatare che, a dispetto di tutto, non è ancora avvenuto. E ciò è dovuto a un esile rapporto di forze: la potenza militare di Hezbollah non ha un equivalente in Libano, ciò vuol dire che uno scontro da parte sunnita sarebbe suicida. D’altro canto, Hezbollah è già sufficientemente impegnata con l’intervento in Siria e deve inoltre pensare alla minaccia israeliana. Per il momento, è questo equilibrio che impedisce l’esplosione.

Conversazione raccolta da Francis Sitel

Note:
(1) Gilbert Achcar, Le Peuple veut. Une exploration radicale du soulèvement arabe. Sindbad/Actes Sud, 2013.
(2) « A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti […]Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. ». Karl Marx, Prefazione a Per la Critca dell’Economia Politica, 1859.

Traduzione per CommuniaNet di Elvira De Rosa

(*) Gilbert Achcar insegna presso la SOAS (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra. Ha recentemente pubblicato, per la casa editrice Sindbad/Actes Sud: Les Arabes et la Shoah (2009), Eichmann au Caire et autres essais (2012) e Le Peuple veut (2013).



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