Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Svizzera– Un voto razzista?

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di Paolo Gilardi

 

Sono stati in molti, al termine dello scrutinio dei voti della scorsa domenica, a gridare al voto razzista e xenofobo. Ne traggono quindi la conclusione politica che s’impone, quella che fa del razzismo il bersaglio di una polemica, dell’antirazzismo la linea direttrice. A mio parere, niente potrebbe essere più erroneo, e soprattutto più inefficace, di fonte alle urgenze politico-sociali del momento, incluso nel paese con il tasso di disoccupazione più basso d’Europa. Spiegazioni seguendo qualche traccia…

 

Ammantato di un discorso pseudo-sociale - il ridimensionamento dei salari che si generalizza, i prezzi dell’alloggio che salgono – ed ecologico – i treni e gli assi stradali sovraccarichi, il progetto di legge sottoposto al voto domenica scorsa affondava ovviamente le sue radici nell’ideologia della “lotta all’Überfremdung”, alla presunta “sovrappopolazione straniera”, inaugurata dalle autorità svizzere dopo la Prima Guerra mondiale.

 

Un progetto che affonda le radici nella xenofobia di un tempo

 

Si tratta della medesima ideologia che aveva dato luogo all’ascesa xenofoba degli anni Settanta, quella che a quattro riprese aveva sottoposto a scrutinio popolare proposte per rimandare i lavoratori stranieri a casa loro. Le radici non sono, del resto, esclusivamente ideologiche, in quanto si può individuare una pressoché diretta filiazione tra gli inizi ed oggi. Nessun dubbio perciò sulla natura nazionalista e xenofoba del testo sottoposto a voto.

Il suo contenuto ha trovato un pubblico naturale nella Svizzera campagnola o, come fanno notare alcuni analisti, in quella situata sotto i 700 metri di altitudine, mentre la Svizzera delle città lo ha respinto. Come in altre parti d’Europa, è nelle regioni che annoverano meno stranieri – o stranieri altolocati clienti di luoghi di soggiorno dispendiosi – che si sono manifestati i voti contrari alla “sovrappopolazione straniera”.

Sono stati questi strati a costituire lo zoccolo duro del risultato di domenica, come è sempre successo, in materia di immigrazione e di asilo, negli ultimi quarant’anni. Da soli, tuttavia, essi non costituiscono la maggioranza, anche se fosse solo di ventimila voti.

 

I giovani assenti

 

A questo zoccolo si sono aggiunti almeno altri due fenomeni. In primo luogo, è in determinati strati giovanili che si è avuto modo di osservare il rilancio di discorsi nazionalisti, di identificazione con i “valori nazionali”, altre forme di identificazione sociale, di classe, già ben poco presenti nella gioventù di questo paese, ormai progressivamente ridimensionati.

È Il risultato di un lungo processo di integrazione politica e strutturale del movimento operaio, politico e sindacale, nell’apparato di Stato della borghesia svizzera e della sua subordinazione agli interessi del capitalismo nazionale simboleggiata dalla pratica ottantennale della politica di “pace del lavoro”.[1]

Ancora relativamente minoritaria, questa ripresa di nazionalismo fra i giovani si manifesta soprattutto nell’emergere di giovani quadri di destra, vuoi nelle organizzazioni giovanili dell’Unione democratica di centro (il più padronale e antioperaio dei partiti borghesi), vuoi in quelle del partito liberal radicale.

Presenti – certo marginalmente, ma pur sempre presenti – nella gioventù studentesca, queste forze incidono con tutto il loro peso nello spostamento a destra dell’epicentro del dibattito politico. Ad esempio, al contrario di quanto è avvenuto negli anni Novanta – e anche dopo – in fatto di manifestazioni spontanee nelle scuole contro il ripiegamento nazionalista, questa volta non è successo niente. Non è certo stato il fattore decisivo per l’esito del voto, ma il disorientamento suscitato nella gioventù probabilmente ha giocato un suo ruolo. In ogni caso, è stata la sua mancanza di iniziativa politica, contrariamente all’altra votazione del fine settimana sul diritto all’aborto, a lasciare uno spazio vuoto.

Il disorientamento è stato tanto più grande in quanto - tranne qualche rarissima esperienza di organizzazione di campagne indipendenti, di sinistra, contro l’iniziativa xenofoba, ma senza effettiva visibilità – dalla sinistra non è venuto alcun contenuto.

 

L’unica campagna della sinistra sarebbe stata quella della destra

 

Ed è proprio a questo livello che un altro strato, quello che un po’ troppo presto è stato chiamato “il voto operaio” è venuto ad aggiungersi allo zoccolo duro nazionalista tradizionale. Tornerò ancora sulla necessaria prudenza in materia di “voto operaio”, ma è d’obbligo ammettere come il discorso protezionistico sia ampiamente penetrato negli ambienti popolari.

Alla base di questo voto, indubbiamente, si trova il generalizzarsi delle politiche di attacco ai salari ad opera di un padronato il quale, forte di un’illimitata disponibilità di manodopera – l’esercito industriale di riserva, per riprendere un concetto comprensibile – e della preventiva capitolazione del movimento sindacale, può permettersi tutto quello che vuole.

Ad esempio in Ticino, un Cantone periferico che soffre di un marcato sottosviluppo regionale, l’illimitato sfruttamento di manodopera immigrata, frontaliera, sottopagata, esercita una pressione costante e al limite della sopportazione per gli strati popolari. È in questo cantone che la figura dell’“idraulico polacco” di un tempo assume i tratti dell’“elettricista di Reggio Emilia” pagato a tariffe che sono quelle… di Reggio Emilia.

Ora, di fronte a questa situazione, la sinistra istituzionale, politica e sindacale, è stata completamente incapace di dare anche solo un abbozzo di risposta. Si è infatti limitata, in continuità con la subordinazione agli interessi dell’industria svizzera d’esportazione, a offrire una sponda al discorso padronale, spiegando a centinaia di migliaia di salariati preoccupati per il loro potere d’acquisto e per il loro posto di lavoro “l’importanza dell’immigrazione per il nostro benessere” e la “necessaria apertura all’Europa, pegno della nostra prosperità”.

Era infatti questo l’aspetto essenziale per il capitalismo svizzero, la rimessa in discussione degli accordi con l’UE poteva significare maggiori restrizioni al suo accesso ai mercati europei. Salvo che, se si poteva chiedere ai lavoratori di fare sacrifici in un’epoca in cui il capitalismo svizzero intendeva ridistribuire loro qualche briciola, diventa più arduo farlo se si tratta di imprese che realizzano profitti miliardari e che licenziano e ridimensionano i salari.

Di fronte a una simile situazione, il silenzio della sinistra parlamentare e istituzionale è stato più che colpevole nella misura in cui, in nessuna occasione, è stata in grado di denunciare il fatto che sono i padroni a diminuire i salari, non gli immigrati, che sono i capitalisti a licenziare, non gli immigrati, che sono i proprietari immobiliari ad aumentare gli affitti, non gli immigrati. È evidente, però, che proposte del genere avrebbero avuto come conseguenza un impegno coerente nei conflitti di classe, cui questa sinistra rifugge come la peste.

 

Incoscienza colpevole

 

Così, è stato il vuoto siderale da parte della cosiddetta “sinistra” ad aver lasciato posto al discorso tranquillizzante dell’UDC, quello che promette di ristabilire le “protezioni” tramite il controllo dei flussi migratori con i contingenti; è stato questo vuoto a far sì che riprendesse piede fra gli strati popolari.

Al riguardo, la colpa è esattamente dell’incoscienza di una “sinistra” che, con la scusa di “progressi di civiltà”, ha rinunciato a battersi, nel 2005, al momento del voto sugli accordi bilaterali con l’Europa, per imporre condizioni cogenti – estensione obbligatoria dei contratti di lavoro, salari minimi da rispettare, impegno di ispettori del lavoro – alla presunta “libera circolazione”. E quindi, nel momento in cui si aggrappa a questi “valori di apertura” senza dar loro un contenuto sociale, vede una parte degli strati più esposti agli effetti della mondializzazione mercantile ricercare una risposta tra gli xenofobi.

 

Embrionali antidoti

 

A contrariorispetto a quanto accaduto negli ultimi mesi, negli anni Settanta le iniziative xenofobe erano anche state contrastate, nelle tre regioni del paese, con comitati unitari di lavoratori svizzeri e immigrati, i CUTSI. Essi avevano condotto la campagna con un’angolazione che era quella della comunanza di interessi, di classe, dei lavoratori indipendentemente dal colore dei loro passaporti. Del resto, è nelle lotte che la comunanza di interessi era riuscita ad esprimersi e a lasciare tracce, soprattutto in forma di strutture integrate dei lavoratori svizzeri ed immigrati.

Ed è proprio là dove queste esperienze di lotta sono state più avanzate, sorrette dal permanere di una propaganda ed agitazione politica anticapitalista, che l’iniziativa xenofoba del 9 febbraio ha ottenuto i suoi peggiori risultati, con il “voto operaio” a suo favore che non ha avuto la stessa incidenza dei luoghi in cui la sinistra istituzionale ha lasciato il campo deserto.

 

Lottare invece di stigmatizzare

 

È quindi in primo luogo nella costruzione di un’opposizione sociale, di classe, internazionalista che si combatte la pregnanza di un discorso nazionalista e xenofobo. L’astratta denuncia del “razzismo”, infatti, finisce inevitabilmente per trasformarsi in concreta stigmatizzazione di quanti/e, per assenza d’alternativa e per disperazione, hanno potuto concedere credito ai discorsi degli xenofobi.

Ecco un compito di lungo respiro, cui è d’obbligo mettersi d’impegno.

(11-12 febbraio 2014)

Traduzione di Titti Pierini

 

 

 

 



[1]Nel luglio 1937, la principale centrale sindacale e l’organizzazione padronale del settore metallurgico avevano sottoscritto il cosiddetto patto “di pace del lavoro” che comportava la completa rinuncia allo sciopero per garantire la competitività internazionale dell’industria svizzera d’esportazione. Dopo la Seconda Guerra mondiale, questa politica si è generalizzata, accompagnata dalla partecipazione minoritaria e costante – tranne per meno di un decennio negli anni Cinquanta – del Partito Socialista al governo di coalizione. La partecipazione governativa, del resto, si estende ai governi cantonali e agli esecutivi locali, in particolare in alcune grandi città, in cui sia i Verdi sia la cosiddetta “sinistra della sinistra” partecipano a governi di coalizione.



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